Thursday 09 February 2012, 05:09

Gli articoli con tag: " Tony Blair "

Silvio è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana

Come diceva il vecchio Teodoro Roosevelt, Silvio Berlusconi “è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana”.

Pertanto non permetterò a nessun giornale britannico, un paese che è arrivato al degrado di farsi governare da Margaret Thatcher e Tony Blair, guerrafondai, amici di dittatori, bugiardi professionali, affamatori di popoli, di insultare il primo ministro del mio paese, per quanto io stesso possa disprezzarlo.

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Annozero (con molti zero 000,000,000,000,000)

Ho visto l’ultima puntata di Annozero in cui hanno partecipato Italiani residenti a Londra.

Uno era un’insegnante della Middlesex university. Un’ altro era un giovane insegnante ricercatore che a detta dell’inviato di Londra, organizza manifestazioni ed e’ vicino agli ambienti degli squatters ossia dei centri sociali che occupano edifici disabitati a Londra.

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Tony Chiacchieroni

Per una conferenza di mezz’ora nelle Filippine l’ex premier britannico Tony Blair ha guadagnato 200.000 euro. L’invidia è pari solo alla curiosità. Cos’avrà detto di così memorabile, l’oratore dal profilo di faina, per meritarsi un compenso che Kakà raggiunge in ben dieci giornate di duro lavoro? Il titolo della relazione non migliora la comprensione del mistero: «Il leader come costruttore di nazioni durante la globalizzazione». Accipicchia. Una tisana all’eucalipto sarebbe stata altrettanto sedativa, ma molto meno cara.

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Michele Salvati: Ritorno a sinistra

new_deal La profonda recessione economica nella quale siamo incastrati dimostra che il modello di «sregolazione » — adottato e imposto dagli Stati Uniti a partire dagli Anni ’80 del secolo scorso e diffusosi in seguito in (quasi) tutto il mondo—non funziona bene. Funziona male, quanto meno, per il settore finanziario, la cabina di regia dell’intero sistema. Questa è ormai convinzione diffusa, accettata obtorto collo anche da coloro che fino a ieri sostenevano che le banche e le istituzioni finanziarie in genere sono imprese come tutte le altre e devono essere lasciate libere di scorazzare per il mondo e farsi concorrenza con il minimo impaccio regolativo, alla ricerca del massimo valore per i loro azionisti. Da questa convinzione segue che occorre impegnarsi — parlo sempre per il settore finanziario — in un poderoso sforzo di ri-regolazione, la cui intensità e i cui contorni sono delineati al meglio dalla «Turner Review» (A Regulatory Response to the Global Banking Crisis) presentata pochi giorni or sono al governo inglese da Lord Adair Turner, presidente della Financial Services Authority, e che costituirà uno dei documenti di base del prossimo G20. … Leggi tutto

José María Aznar: Barack Obama è un esotismo e sarà un disastro

Almeno bisogna riconoscere a José María Aznar di aver rotto un unanimismo di facciata in attesa dell’insediamento di Barack Obama.

Ma le sue dichiarazioni sul neopresidente statunitense rilasciate a Vanity Fair sono imbarazzanti quasi quanto quelle di Silvio Berlusconi che definì Obama abbronzato.

Per Aznar, che ha difeso tutto il suo operato come capo del governo a partire dalla guerra in Iraq, Obama è “un esotismo storico” e la sua presidenza si concluderà con un “prevedibile disastro economico”.

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Tutti al Pepsi Center

obama_clinton_inf--200x150 Lo stato maggiore del Partito Democratico è tutto a Denver al Pepsi Center per la Convescion democratica. Da Walter Veltroni a Francesco Rutelli, da Piero Fassino a Guglielmo Epifani, con una folta schiera di amici, parenti e collaboratori, son tutti lì a spellarsi le mani (ma è da escludere che almeno Rutelli capisca quello che dicono). In Italia nel loft non è rimasto nessuno; altri tempi rispetto a quando qualcuno al Bottegone restava pure a ferragosto.

Ovviamente Veltroni si è affrettato a spiegare che va bene il Pepsi Center, ma anche la Coca-Cola gli piace e va bene Barak Obama, ma anche su John McCain non ha nulla da dire. Appunto.

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Si è aperta la breccia, avanti con la distruzione del sistema educativo pubblico

scuola L’approvazione, ieri pomeriggio, del DL 112 ha materialmente aperto la breccia della distruzione del sistema pubblico di educazione. Ieri sono caduti i primi due avamposti, l’obbligo scolastico a 16 anni e le SSIS, perché nessuno si illuda: con la sostanziale connivenza dell’opposizione il governo fa sul serio.

Innanzitutto è caduto l’obbligo scolastico fino a 16 anni, una misura di civiltà alla quale il nostro paese era arrivato buon ultimo in Europa. Dall’imminente prossimo anno scolastico quest’obbligo potrà essere assolto anche nei percorsi di formazione professionale. Va da sé che chi non assolverà più l’obbligo nelle scuole normali saranno i figli delle classi svantaggiate e degli immigrati. E’ in pratica il ritorno classista dell’avviamento, che precocemente divideva chi doveva studiare e quindi aspirare ad essere classe dirigente da chi doveva solo aspirare a impieghi umili.

Dall’altra parte viene “sospeso” (tutto un eufemismo) l’ultimo ciclo delle SSIS, le scuole postuniversitarie che da un decennio, e per la prima volta nella storia di questo paese, preparano gli insegnanti delle scuole secondarie, coniugando lo studio della didattica della materia che si andrà ad insegnare con il tirocinio. Le SSIS non vengono sostituite con nulla, salvo una promessa di riforma.

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Secondo l’insegnamento di Tony Blair

LibrorossoMaoPoco fa, nella trasmissione Radio Anch’io di Radio 1, dedicata ai problemi della scuola, la rappresentante del PD (della quale mi scuso ma non ho colto il nome) ha fatto la seguente affermazione:”secondo l’insegnamento di Tony Blair il governo deve trasformarsi da provider a commissioner“.

Non poteva certo dire “da fornitore a committente“. Le si sarebbe rotto il gioco di propagandare la privatizzazione strisciante della scuola senza ammetterlo. Ma mi ha colpito ancora di più quel “secondo l’insegnamento di Tony Blair”. Suonava un po’ come dire “secondo il grande timoniere Mao Tze Tung nel suo libretto rosso”.

Suonava come una forma di gregarietà culturale pesante, seppur così caratteristica del nostro paese. Suonava terribilmente, ma vaglielo a far capire a una del PD che guardare a Tony Blair come fosse Mao è ridicolo e pure a suo tempo chi guardava a Mao come Mao non scherzava…

Brecha – ¿Berlusconi y Veltroni hacia el empate? – Guía para entender las elecciones italianas

Falta menos de un mes para las elecciones italianas y Silvio Berlusconi sigue a la cabeza, aunque la centroizquierda se esperanza con el empate.

Gennaro Carotenuto desde Roma

El tiempo dirá si las elecciones del 13 y 14 de abril marcarán el comienzo de la reforma de un sistema político, el italiano, tan decadente como el soviético de los años de Breznev. Lo que es seguro es que, a pesar de la pésima ley electoral, aquí llamada “porquería” por todo el mundo, se gozará de una drástica disminución de los partidos, que pasarán de los 39 presentes en el parlamento recién disuelto, a menos de diez. Lo que es seguro también es que, a pesar de votar con el mismo sistema electoral de 2006, muchas cosas se han movido desde la caída del gobierno presidido por Romano Prodi, que estaba apoyado por una quincena de agrupaciones, muy diversas entre sí, y desde la decisión del líder del Partido Democrático (PD), Walter Veltroni, de rechazar la lógica de coalición y presentarse (casi) solo a la cita electoral. Hasta ahora, aunque Berlusconi continúa con una ventaja de entre cuatro y nueve puntos según los sondeos, Veltroni ha logrado crear un cierto estado de optimismo en la opinión pública. Un par de meses atrás parecía completamente perdido. El optimismo parece ser el signo de la campaña del PD, más allá de los programas, de los cuales se habla poco y mal y que cada vez más se vuelven más parecidos entre derecha e izquierda.

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Aldo Moro, l’Europa che svanisce e la Kosova immaginaria

kosovo10G Nel suo studio a Palazzo Chigi, l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, chiese al suo segretario particolare: “Quanti abitanti ha Malta?”

Era l’epoca nella quale gli incrociatori sovietici ormeggiavano nel porto della Cottonera e i marinai russi sorseggiavano birra Cisk e si ustionavano al sole tra le fortificazioni dei cavalieri.

Dom Mintoff, che tutti chiamavano Il-Perit e oggi ha 92 anni, giocava d’azzardo sul tavolo della guerra fredda, flirtando con l’Unione Sovietica, come poi avrebbe fatto con Gheddafi, per ottenere migliori condizioni dagli occidentali. Il segretario di Moro non sapeva quanti abitanti avesse l’arcipelago. Ma la risposta che buttò lì non era lontana dalla realtà: “più o meno come Bari, Presidente”.

Moro rifletté un attimo e poi disse: “allora possiamo pagare”.

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Dal Guaviare colombiano ad Annapolis, passando per Gerusalemme e Heiligendamm

Breve riflessione sul pessimismo a comando, in malafede e un po’ razzista.

Quegli stessi che si sono catapultati a dire che la liberazione di Clara Rojas e Consuelo González de Perdomo non avvicina né la liberazione di altri ostaggi né la pace in Colombia tra le FARC e il governo paramilitare di Álvaro Uribe, che resta lontanissima (e purtroppo al 95% hanno ragione), e che affermano con dogmatica convinzione che la liberazione è il de profundis della mediazione di Hugo Chávez eccetera eccetera (e su questo non ci giurerei), mi sembra di conoscerli.

Chissà com’è, sono gli stessi che poche settimane fa ci hanno presentato il vertice di Annapolis (il più grande pour parler degli ultimi anni) come un grande passo avanti per la soluzione della questione palestinese e che si sono spellati le mani alla nomina di Tony Blair come mediatore per il Medio Oriente. Tony Blair, capite? Se Hugo Chávez non è un mediatore credibile lo sarebbe Tony Blair? Qual’è la ratio? Uno che ha passato la vita a bombardare il Medio Oriente, improvvisamente lo fanno mediatore tra bombardanti e bombardati (e loro si spellano le mani), e uno che ha passato la vita a tessere reti (movimenti come oleodotti) non va bene? Ma che strano…

PS: La foto a destra è un evergreen, con Tony Blair e George Bush che al G8 di  Heiligendamm in Germania (giugno 2007) ridono in faccia all’intera umanità subito dopo avere annunciato “Tagli sostanziali alle emissioni di gas“. Non capirò mai perché se uno dà del pagliaccio e del bandito a Tony Blair lo bollano come estremista e se dice lo stesso di Evo Morales, lo fanno direttore del TG1 o di Libero Mercato.

Interventi “umanitari” e crisi del Darfur

Stimolato dall´intervista a Bernard Hours sulla critica dell´ideologia umanitaria e dalla conseguente richiesta di approfondimento di Gennaro, mi sono incuriosito ancor di piú sulla questione umanitaria ed in particilare sulla tragedia africana del Darfur. Per cui, dopo aver incontrato e letto gli interessanti articoli che seguono, ho deciso di tradurli dal portoghese per il pubblico di lingua italiana che non avesse avuto la possibilitá di avere informazioni dettagliate sulla questione. Gli argomenti presenti negli articoli mi paiono attualissimi, anche se la pubblicazione degli originali risale al 2006.

Darfur – Crisi umanitaria sotto la mira dell´imperialismo

Che c´é dietro alla campagna “Fermare il genocidio in Darfur” che dilaga negli USA?

Da un momento all´altro assistiamo alla diffusione di petizioni, incontri e appelli alla solidarietá per conto di organizzazioni universitarie. Il 30 aprile scorso (30/04/2006) ha avuto luogo una manifestazione in un centro commerciale di Washington, D.C., per “Salvare il Darfur”.

Ci dicono, ripetutamente, che “qualche cosa” deve essere fatta. “Forze Umanitarie” e forze nordamericane di “manutenzione della pace” devono essere immediatamente inviate per fermare la “pulizia etnica”. Truppe dell´ONU o della NATO devono essere utilizzate per porre termine al “genocidio”. Il governo nordamericano ha la “responsabilitá morale di prevenire un altro Olocausto”.

L´indignazione é promossa attraverso i mezzi di comunicazione con storie sulle violazioni in massa o foto che esibiscono rifugiati nella disperazione totale. L´accusa é che decine di migliaia di africani sono assassinati da milizie arabe, sostenute dal governo sudanese. Il Sudan, a sua volta, é etichettato come uno “Stato Terrorista”. Perfino in manifestazioni contro la guerra sono stati distribuiti manifesti con lo slogan: “Fuori dall´Irak – Per il Darfur”. Sul New York Times, annunci a tutta pagina ripetono l´appello.

Chi c´é dietro a questa campagna e quale é il tipo di azioni richieste?

Una analisi superficiale dei gruppi che appoggiano la campagna “Salvare il Darfur” ci mostra il ruolo predominante dei cristiani evangelici di estrema destra, cosí come di alcuni dei piú importanti gruppi sionisti.

In un articolo pubblicato sullo Jerusalem Post del 27/04/2006, intitolato “Ebrei nordamericani dirigono la pianificazione delle azioni a favore del Darfur”, é descritto il ruolo svolto da alcune delle principali organizzazioni sioniste per la promozione della manifestazione del 30/04/2006. Un annuncio a tutta pagina sul New York Times a favore di questa stessa manifestazione é stato sottoscritto da alcune organizzazioni ebree, come la UJA-Federation di New York e la The Jewish Council for Public Affairs.

Nonostante ció, non sono solo gruppi sionisti gli unici coinvolti in questa campagna. La manifestazione é stata patrocinata da una coalizione di 164 organizzazioni, che includono tra i gruppi religiosi, l´Associazione Nazionale Evangelica e l´Alleanza Evangelica Mondiale, che appoggiano con forza l´invasione dell´Irak decisa dalla amministrazione Bush. Un gruppo evangelico del Kansas, il Sudan Sunrise, ha dato il suo contributo organizzando una cena per 600 persone, ha affittato mezzi di trasporto, ha fornito oratori e si é impegnata corpo e anima nella colletta di fondi.

Di fatto, molto difficilmente poteva essere una manifestazione contro la guerra o a favore di maggior giustizia sociale. Poco prima della manifestazione i suoi organizzatori hanno partecipato ad una riunione con il presidente George W. Bush. In questa riunione, il presidente ha pronunciato le seguenti parole: “La vostra partecipazione é benvenuta. Vi ringrazio per il vostro impegno”.

Le stime iniziali erano di piú di 100 mila manifestanti. Nell´informare su “varie migliaia”, tra i 5 mila e 7 mila participanti, in una manifestazione con grande maggioranza di bianchi, la copertura dei media non avrebbe potuto essere piú generosa e sproporzionata, visto lo scarso numero di presenti – in grande misura centrata sulle celebritá che hanno preso la parola, come l´attore George Clooney. Democratici e Repubblicani di primo piano hanno dato la loro benedizione, incuso il senatore (candidato Democratico alla presidenza) Barack Obama, la lider delle minoranze della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (Democratica, dello Stato della Califórnia), la segretaria-aggiunta per gli affari africani Jendayi Frazer ed il governatore dello stato del New Jersey, Jon Corzine, conosciuto anche per aver speso 62 milioni di dollari delle sue proprie tasche per eleggersi.I grandi mezzi di comunicazione hanno dato a questa manifestazione piú importanza di quella dei 300 mila contro la guerra, che é avvenuta il giorno precedente a New York, o alle gigantesche manifestazioni a favore dei diritti degli immigrati, avvenute in tutti gli USA nei giorni immediatamente seguenti.

L´ambasciatore degli USA all´ONU, John Bolter, cosí come il precedente e l´attuale segretario di stato, il generale Colin Powell e Condoleezza Rice, oltre al generale Wesley Clark e al primo ministro britannico Tony Blair, tutti si sono pronunciati a favore dell´intervento in Sudan.

Questi importanti architetti della politica imperialista molte volte si riferiscono ad un altro modello quando chiedono questo intervento: la vittoriosa guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia, che ha stabilito una amministrazione USA/NATO sul Kosovo dopo una massiccia campagna di bombardamenti.

Il Museo dell´Olocausto in Washington ha lanciato un “allerta di genocidio” – il primo di sempre – e 35 lider evangelici hanno sottoscritto una petizione chiedendo al presidente George Bush l´invio di truppe nordamericane in Darfur. Una speciale sceneggiatura é stata creata a livello nazionale per generare una base di appoggio all´intervento degli USA tra gli studenti.

Molte ONGs hanno ricevuto sussidi dal National Endowment for Democracy (NED) per far parte della campagna “Salvare il Darfur” e voci considerate liberali come Amy Goodman della organizzazione Democracy Now, o Rabbi Michael Lerner della TIKKUN e di Human Rights Watch hanno dato il proprio contributo.

Desviare l´attenzione dal disastro dell´Irak.

La criminale invasione e i massicci bombardamenti dell´Irak, la distruzione delle sue infrastrutture lasciando popolazioni intere senza acqua né luce, o le foto atroci di militari USA che applicano la tortura nella prigione di Abu Ghraib, hanno prodotto proteste generalizzate. Nel momento di maggior spicco delle proteste, in settembre 2004, l´allora segretario di stato, il generale Colin Powell ha realizzato un viaggio in Sudan per annunciare da lí che il crimine del secolo – “un genocidio” – stava succedendo in quel preciso momento ed in quell´esatto luogo. Pertanto, la soluzione incontrata dagli USA si riassunse nella richiesta alle Nazioni Unite di imporre sanzioni ad uno dei paesi piú poveri del mondo o nell´invio di truppe di “manutenzione della pace” nordamericane.

Nel frattempo, gli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell´ONU non si mostrarono disposti as accettare questo punto di vista, né tantomeno le “evidenze” annunciate dagli USA o il piano di azioni proposto.

La campagna contro il Sudan ha preso piede proprio quando era piú che evidente che l´invasione dell´Irak da parte degli USA si era basata su di un artificio di frode. Gli stessi media che si sforzavano per dare credibilitá agli Stati Uniti rispetto alla giustizia dell´invasione dell´Irak, basata sull´argomento che il paese possedesse “armi di distruzione di massa”, si mostrano ancora una volta disposti ad inscenare questa ulteriore menzogna nel riportare i “crimini di guerra” commessi da forze Arabe in Sudan.

La campagna per il Darfur si interseca con vari obbiettivi cari all´attuale agenda politica dell´imperialismo nordamericano. Da un lato persiste nella demonizzazione dei popoli arabi e mussulmani, dall´altro desvia le attenzioni dalla catastrofe umanitaria che risulta da una guerra brutale e successiva occupazione dell´Irak da parte degli USA, che distruggono centinaia di migliaia di vite umane.

É anche un tentativo di disviare le attenzioni del mondo sul finanziamento e l´appoggio degli Stati Uniti alla guerra israeliana contro il popolo palestino.

Non meno importante, apre il cammino al potere corporativo USA rispetto ai disegni di controllo dell´intera regione.

Qual´é l´interesse degli USA in Sudan?

Il Sudan é il piú grande paese africano in superficie. É situado strategicamente nel Mar Rosso, immediatamente a sud dell´Egitto e ha frontiere con 7 paesi africani. Ha approssimatamente le dimensioni dell´Europa Occidentale e la sua popolazione somma appena 35 milioni di persone.

Il Darfur corrisponde alla regione occidentale del Sudan ed ha dimensioni comparabili alla Francia [maggiori dell´Irak, NdT], con una popolazione di 6 milioni di abitanti.

Le risorse naturali recentemente scoperte in Sudan fanno di questo paese un bersaglio privilegiato degli interessi corporativi nordamericani. Si stima che le sue risorse petrolifere rivaleggino con quelle dell´Arabia Saudita, per non parlare degli abbondanti depositi di gas naturale. Come se non bastasse, il terzo maggiore deposito di uranio ad alto tenore ed il quarto maggior deposito di rame del pianeta sono situati sul suo territorio.

Solo che, al contrario dell´Arabia Saudita, il governo sudanese ha mantenuto la sua indipendenza da Washington. Incapace di controllare la politica petrolifera sudanese, gli USA hanno fatto di tutto per impedire lo sviluppo dello sfruttamento di questa importante risorsa naturale. Mentre la Cina ha collaborato con il Sudan provvidenziando la tecnologia necessaria per il suo sfruttamento, dalla perforazione e pompaggio, alla costruzione di un oleodotto. Grande parte del petrolio sudanese é attualmente esportato in Cina.

La politica USA si alterna tra il boicattaggio alle espórtazioni di petrolio attraverso sanzioni e l´istigazione degli antagonismi nazionali e regionali. In particolare, negli ultimi vent´anni, l´imperialismo nordamericano ha appoggiato un movimento separatista nella regione sud del paese, esattamente nel luogo nel quale é stato per la prima volta scoperto il petrolio. Questa lunga guerra civile non ha fatto altro che assorbire una parte considerevole delle risorse del governo centrale. Quando alla fine fu firmato un accordo di pace, gli Stati Uniti hanno cambiato repentinamente le loro attenzioni, interessandosi alla zona occidentale del Sudan, appunto il Darfur.

Piú recentemente, un accordo simile tra il governo sudanese e i gruppi ribelli del Darfur é stato rifiutato da un´unica formazione, per far sí che le ostilitá continuino. Gli Stati Uniti si arrogano il ruolo di mediatori neutri e persistono nella pressione esercitata contro il governo sudanese per stappare concessioni per i ribelli, ma “a causa della parzialitá dei suoi alleati africani piú prossimi, ed in particolare perché hanno aiutato nell´allenamento di ribelli dell´Esercito di Liberazione Sudanese (SLA) e del Movimento per la Giustizia e l´Uguaglianza (JEM), la reazione violenta del governo sudanese non si é fatta aspettare” (www.afrol.com).

Il Sudan ha una delle popolazioni piú diversificate del mondo. Piú di 400 gruppi etnici possiedono linguaggi e dialetti propri. L´arabo é l´unica lingua comune. La capitale, la grande Khartoum, maggior cittá del paese, ha una popolazione di 6 milioni di abitanti. Approssimatamente l´85% dei sudanesi vivono di agricoltura di sussistenza e pastorizia.

I grandi media nordamericani sono unanimi nella semplicistica descrizione della crisi nel Darfur che consisterebbe in una serie di atrocitá commesse dalla milizia Jan Jawid, appoggiata dal governo centrale sudanese, ed é descritta come una aggressione “araba” contro popolazioni “africane”.

Si tratta di una distorsione totale della realtá. In The Black Commentator del 27/10/2004 si evidenzia che “tutte le parti coinvolte nel conflitto – siano esse ritenute `arabe` o `africane` sono ugualmente negre e native, mussulmane e locali, tutta la popolazione del Darfur parla l´arabo. Sono tutti mussulmani sunniti”.

Secca, Fame e Sanzioni.

La crisi in Darfur ha radici nelle lotte inter-tribali. Si é sviluppata una lotta disperata per l´acqua sempre piú scarsa e per i diritti di pascolo in una vasta area del nord dell´Africa che é stata attinta per anni dalla secca e dalla fame crescente.

Nella regione del Darfur esistono piú di 35 tribú e gruppi etnici. Circa metá della popolazione pratica l´agricoltura di sussistenza e l´altra metá sono pastori semi-nomadi. Durante centinaia di anni le popolazioni nomadi pascolavano i loro animali nella vastitá delle pianure, dividendo i pozzi con gli agricoltori. Di fatto, in questa terra fertile si sostentano civilizzazioni da piú di 5.000 anni, tanto nella parte occidentale del Darfur come piú ad est, lungo il fiume Nilo.

A causa della secca e alla desertificazione sub-sahariana che non cessa di guadagnare terreno, non ci sono piú terre sufficienti per l´agricoltura o la pastorizia, in quella che é stata a suo tempo la “stalla dell´Africa”. L´irrigazione e lo sfrutamento delle abbondanti risorse esistenti in Sudan potrebbe certamente essere la soluzione per tutti questi problemi. Ma le sanzioni nordamericane o gli interventi militari non li risolveranno.

Molte persone, in particolare bambini, muoiono in Sudan per malattie perfettamente curabili e facili di prevenire per colpa di un attacco con missili Cruise ordinato dal presidente Bill Clinton il 20/08/1998 contro la fabbrica di farmaci El Shifa in Khartoum. Questa fabbrica, che produceva medicine economiche per il trattamento della malaria e della tubercolosi, forniva il 69% dei farmaci disponibili in Sudan.

Gli USA affermarono che il Sudan sviluppava lí una istallazione orientata alla produzione di gas tossico VX. Non sono state mai presentate prove concrete di questa accusa. Queste istallazioni mediche basiche, totalmente distrutte da 19 missili, non sono state ricostruite, né il Sudan ha ricevuto un centesimo di indennizzo.

Il ruolo della NATO e dell´ONU in Sudan.

Attualmente, ci sono 7.000 soldati dell´Unione Africana in Darfur. Il loro appoggio tecnico e logistico é fornito dagli USA e dalla NATO. Oltre a ció, migliaia di funzionari delle Nazioni Unite amministrano campi di rifugiati con centinaia di migranti per la secca, la fame e la guerra. Tutte queste forze esterne fanno molto di piú che provvidenziare la tanta necessaria sostentazione. Essi sono una fonte di instabilitá. Allo stesso modo di come fecero gli aspiranti conquistatori capitalisti durante i secoli, essi consapevolmente instigano i gruppi gli uni contro gli altri.

L´imperialismo nordamericano é coinvolto di corpo e anima nella regione. A ovest del Darfur, nel vicino Ciad, secondo informazioni del proprio Dipartimento di Difesa USA, gli Stati Uniti hanno organizzato un intervento militare internazionale con una struttura mai vista in Africa dalla Seconda Guerra Mondiale. Il Ciad é stata a suo tempo una colonia francese e non solo le truppe di questo paese ma anche quelle statunitensi sono direttamente implicate nel finanziamento, nella preparazione e nel rafforzamento delle forze armate del capo militare del Ciad, Idriss Deby, il quale, a sua volta, ha appoggiato gruppi ribelli in Darfur.

Durante piú di mezzo secolo il Sudan é stato amministrato dalla Gran Bretagna, ma non senza che la stessa non fosse obbligata ad affrontare un´ampia resistenza. La politica coloniale britannica si basava all´epoca nella tattica del divide et impera e nella manutenzione delle sue colonie in una situazione di sottosviluppo e isolamento cronico con l´obiettivo di facilitare il saccheggio delle loro risorse.

Sostituendo le varie potenze coloniali europee in varie parti del mondo, anche l´imperialismo nordamericano ha continuato a sabotare l´indipendenza economica dei paesi che tentano adesso di emergere dal sottosviluppo ereditato dalla loro condizione coloniale. Le principali armi economiche utilizzate sono state le sanzioni, combinate con le esigenze di “aggiustamento strutturale” sollecitate dall´FMI controllato dagli USA. In cambio di prestiti, i governi-bersaglio sono obbligati a tagliare le loro spese per lo sviluppo di investimenti in infrastruture.

Come gli effetti delle sanzioni delle organizzazioni occidentali, che aggravano il sottosviluppo e l´isolamento, possono risolvere qualcuno di questi problemi?

Washington ha frequentemente utilizzato il tremendo potere che possiede nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU per ottenere risoluzioni favorevoli per l´invio di truppe in altri paesi, nessuna é stata per missioni umanitarie.

Nel 1950 e sotto l´egida delle Nazioni Unite, truppe nordamericane hanno invaso la Corea in una guerra che ha determinato la morte di piú di 4 milioni di persone. Sotto la stessa bandiera, sono riusciti ad occupare la penisola coreana e a dividerla per piú di 50 anni.

Sotto la pressione degli USA, nel 1961, sono state istallate truppe nel Congo, dove svolsero un ruolo attivo nell´assassinio di Patrice Lumumba, il primo ministro del paese.

Nel 1991, gli USA hanno ottenuto il mandato delle Nazioni Unite per un bombardamento massiccio della totalitá delle infrastruture civili irachene, incluso le centrali di trattamento delle acque, strutture di irrigazione e centri di produzione di generi alimentari – e i 13 anni di sanzioni imposte all´Irak si sono tradotti in piú di un milione e mezzo di iracheni morti.

Nella Jugoslavia e in Haiti, le truppe dell´ONU sono servite da copertura della occupazione americana e europea – non per la pace o per la riconciliazione.

Le potenze imperialiste degli Stati Uniti e dell´Europa sono responsabili per il commercio genocida degli schiavi che ha decimato l´Africa, per il genocidio delle popolazioni indigene dell´America e per le guerre e occupazioni coloniali che hanno saccheggiato 3/4 del pianeta [per un riassunto succinto della storia dell´imperialismo USA vedi il testo alla pagina http://lists.peacelink.it/pace/msg04992.html NdT]. E l´imperialismo tedesco fu responsabile del genocidio del popolo ebreo. Appellarsi all´intervento militare di queste stesse potenze come risposte ai conflitti in Darfur significa ignorare cinque secoli di storia.

Sara Flounders, 03/06/2006

L´autrice Sara Flounders é co-direttrice del IACenter insieme all´ex-procuratore generale degli USA, l´avvocato Ramsey Clark. Fu una delle coordinatrici dell´equipe che ha difeso giudizialmente Saddam Hussein. É stata in Sudan subito dopo i bombardamenti delle istallazioni farmaceutiche di El Shifa, in 1998, insieme a John Parker, con una delegazione di investigazione creata dall´IACenter. Sara Flounders é anche co-direttrice del gruppo internazionale contro la guerra denominato ANSWER; coordinatrice del Depleted Uranium Education Project (Progetto Educazionale sull´Uranio Impoverito) e membro del Workers World Party, organizzazione politica marxista nordamericana.

L´articolo originale é pubblicato in: http://www.workers.org/2006/world/darfur-0608/

Traduzione in portoghese per conto di http://resistir.info/, pubblicata in: http://www.mra.org.br/index.php?option=com_content&task=view&id=354&Itemid=41

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15/09/2006 – Sara Flounders, co-direttrice dell´IACenter denuncia la farsa di Bush contro il CarfurIl Sudan respinge l´uso dell´ONU per conto degli USA per un intervento coloniale.

“Il Paese sa che gli USA hanno usato la risoluzione ONU del 1990 per distruggere l´Irak” afferma la attivista.

“Gli sforzi nordamericani per stabilire l´occupazione e la dominazione coloniale sono stati sconfitti il 4 settembre (2006). Il governo del Sudan ha rifiutato che le Nazioni Unite dislocassero truppe nella regione ovest del Darfur”, afferma Sara Flounders.

“Nel giorno 1 di settembre, gli USA e l´Inghilterra hanno fatto passare la Risoluzione 1791 attraverso il Consiglio di Sicurezza dell´ONU. Questa sollecitava l´invio di piú di 20 mila soldati ONU per assumere il ruolo che attualmente é svolto dai 7.000 uomini dell´Unione Africana. Il consigliere del presidente, Mustafá Osman Ismail, ha risposto che il governo del Sudan ha rifiutato la transizione, dalle Forze di Sicurezza Africane ad una maggior presenza internazionale, poiché l´obiettivo dell´ONU é `il cambiamento di regime`”, aggiunge Sara Flounders.

“La Russia, la Cina ed il Qatar si sono astenuti dal voto nel Consiglio di Sicurezza dell´ONU e lo hanno criticato, nonostante né la Cina e né la Russia abbiano esercitato il loro potere di veto, ma hanno inserito una clausola che stipula che l´ingresso delle truppe ONU sarebbe avvenuto `sulla base dell´accettazione da parte del governo sudanese`”.

“Una campagna di pressioni internazionali per forzare il Sudan ad accettare forze straniere é attualmente organizzata dagli USA”, allerta Sara.

[...]

“Bush ha usato il termine intollerante di `Fascismo Islamico` e le sue dichiarazioni su di una terza guerra mondiale interminabile contro paesi che lottano per difendere la propria sovranitá nazionale hanno incontrato resistenza in Irak, Afganistan e Libano. Le sue nuove minacce contro la Siria, l´Iran, la Somalia ed il Sudan fará sí che sempre piú paesi penseranno due volte prima di appoggiare le basi della dominazione corporativa mondiale nordamericana”, ha concluso Sara Flounders.

Articolo originale in portoghese in: http://www.horadopovo.com.br/2006/setembro/15-09-06/pag6a.htm

(Traduzione degli articoli dal portoghese in italiano: Alessandro Vigilante)

Scandalo Formula1: la mente sarebbe José María Aznar

AlonsoAgag Ci sarebbe l’ex primo ministro spagnolo di destra, José María Aznar, e soprattutto suo genero Alejandro Agag, dietro l’intero scandalo della Formula1, con la condanna per spionaggio della scuderia britannica McLaren e l’assoluzione dei due piloti, il britannico Hamilton e lo spagnolo Fernando Alonso.

La figura chiave di tutta questa storia è Alejandro Agag (nella foto con Alonso). E’ l’intrigantissimo genero di Aznar, speculatore spericolato, famoso per le nozze imperiali (Silvio Berlusconi può dire “io c’ero”) all’Escorial con la figlia dell’allora primo ministro post-franchista. Appena poche settimana fa Agag, insieme a Flavio Briatore, patron della scuderia Renault e a Bernie Eccleston, capo dell’intera Formula1, hanno acquistato … Leggi tutto

Brecha – De Menezes: la vergüenza de la policía británica

El máximo responsable antiterrorista de Gran Bretaña sabía que Jean Charles de Menezes, el ciudadano brasileño asesinado por la policía en Londres el 22 de julio de 2005, no era un terrorista. Y sin embargo ocultó intencionalmente esa información al jefe de … Leggi tutto

Svelato depistaggio sull’omicidio De Menezes

Ian Blair, il capo della polizia di Londra (e poliziotto più alto in grado di tutta la Gran Bretagna), è stato depistato intenzionalmente sull’assassinio del cittadino brasiliano Jean Charles de Menezes, a Londra il 22 luglio 2005.

Oggi a Londra è stato reso noto che almeno uno dei suoi principali assistenti, Andy Hayman (massimo responsabile antiterrorista del paese), sapeva con certezza che Jean Charles de Menezes era un cittadino innocente e non un terrorista, ma depistò deliberatamente … Leggi tutto