Friday 25 May 2012, 03:33

Categoria: Primo piano

Sbatti il mostro in prima pagina a Brindisi

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Grande, grande, grandissimo Mauro Biani! Il mostro di Brindisi, sbattuto in prima pagina dal mainstream (per poi dare la colpa dell’odio da loro stessi fomentato a Internet), come volevasi dimostrare era innocente. E deve ringraziare che dalla Questura è uscito sulle sue gambe e dalla porta. Il povero Pinelli lo fecero uscire dalla finestra.

E gli strateghi della tensione, quelli di ieri e quelli di oggi, restano a piede libero.

Tutto risolto a Brindisi. È stato Pinelli…

ValpredaSecondo la stampa dell’epoca il povero Pinelli dopo Piazza Fontana, "schiacciato dalla colpa" aveva perfino confessato.

Nel frattempo il mostro, il ferroviere anarchico, era già stato sbattuto in prima pagina, prima di essere buttato dalla finestra della Questura di Milano e prima che noi, 43 anni dopo, non si sappia ancora chi è stato. 

C’è una precipitazione e un’approssimazione senza senso, eppure antica, nel correre verso la soluzione della bomba di Brindisi, nel mostrar foto, nell’indicare in un uomo qualunque, il mostro, del quale sono arrivati a pubblicare anche l’indirizzo di casa prima di rimandarlo a casa con tante scuse.

La storia d’Italia è troppo nera per non ricordare che Pietro Valpreda, il ballerino anarchico, l’altro mostro, si fece più di tre anni di galera e visse più di dieci anni nell’incubo mentre gli strateghi della tensione restavano e restano nell’ombra.

A Milano quel giorno era caldo, ma che caldo, che caldo faceva… brigadiere apra un po’ la finestra… ad un tratto Pinelli cascò…

La strategia della tensione, la mafia e la scuola pubblica

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La strategia della tensione, come la criminalità organizzata, non è la patologia della politica italiana ma n’è la fisiologia. In Italia, quando la politica (intesa come contiguità e reciprocità di favori tra partiti, apparati dello stato, classi dirigenti, criminalità organizzata, eversione) non sa più come contenere il cambiamento necessario, utilizza altri mezzi, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana ai Georgofili. Ed è una storia che si è ripetuta oggi a Brindisi sulla porta della scuola dedicata a Francesca Morvillo Falcone.

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Mettiamo le cose in ordine sulla Lega Nord

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È penoso che qualcuno si scandalizzi solo ora per la Lega Nord e per un partito fondato sulla corruttela familistico-mafiosa che a parole condannavano e in privato praticavano.

Detto ciò la farsa si arricchisce quotidianamente di dettagli che sono appena una minima compensazione per chi queste cose le ha sempre dette: la paghetta di 5.000 € al mese a Renzino il Trota (cumulata all’appannaggio da consigliere regionale nella mitologica capitale morale del paese) e a Riccardino lo sfasciacarrozze, versata con i soldi dei contribuenti di Isernia e Catanzaro è solo l’ultimo passaggio (in attesa del prossimo) della vergogna storica di aver avuto la Lega Nord in parlamento e al governo.

Oggi Gad Lerner scrive dell’insignificanza politica della Lega Nord e di Umberto Bossi ministro, dalla presunta panacea del federalismo al secessionismo alle gabbie (gabbie ovunque, fiscali, salariali, migratorie) sempre promesse e mai -fortunatamente- erette. È vero: la Lega è stata per vent’anni un bla bla di promesse sempre più radicali teso a creare una cortina di fumo sulla cleptocrazia dei propri dirigenti. Di Bossi resterà il ricordo del pagliaccio. Del guitto da avanspettacolo che per far ridere dice le parolacce perché di meglio non sa fare.

Ma c’è di più e di peggio del fallimento politico. C’è la Lega dell’odio, la Lega della discriminazione tra italiani e la Lega che proprio con il principe ereditario Roberto Maroni (che qualcuno trova bravo) è arrivata all’infamia della condanna per crimini contro l’umanità da parte della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo per la vergogna dei respingimenti.

Molti editorialisti, incapaci di guardare oltre il loro naso, da settimane sostengono che senza Lega il Nord perde rappresentanza. È un argomento insultante per i cittadini del Nord Italia. Evitano di vedere quanto scandalo, quanti obbrobri, quanta sofferenza abbia creato e crei quella presunta rappresentanza trattano la Lega diversamente dal fenomeno eversivo che è ed è sempre stato.

Non c’è nessuna ondata di suicidi economici

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È proprio vero che c’è un’ondata di suicidi economici in Italia? È proprio vero che si sta ammazzando un numero senza precedenti di bravi imprenditori strozzati dal fisco, da Equitalia, dallo Stato che non rimborsa, dal costo del lavoro troppo alto? In molti cominciano a dubitarne e a pensare che si tratti di una manipolazione mediatica. Il sociologo Marzio Barbagli, ripreso dal Blog di Gad Lerner, afferma apertamente che «non c’è nessuna emergenza suicidi dovuta alla crisi economica».

Come per il caldo o il freddo “senza precedenti”, le rapine in villa o gli stupri commessi da immigrati, sui quali i media dominanti costruirono ad arte la destabilizzazione del governo presieduto da Romano Prodi, anche l’ondata di suicidi di imprenditori sarebbe innanzitutto un fenomeno percepito, mediatico, portato in prima pagina non perché davvero rilevante o perché segni un picco particolare rispetto al passato, ma perché così conviene a fomentare una polemica anti-fisco che sarà l’argomento fondamentale delle destre nella prossima campagna elettorale.

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L’alternativa all’Europa è l’Europa

Alexis-Tsipras--008La sintesi della domenica elettorale nell’Unione è che un’altra Europa è necessaria. Non è una sintesi ottimista perché altrimenti avremmo considerato che un’altra Europa è possibile. Dall’Atene bombardata dalla Troika, nella Parigi del prudente François Hollande come nella regione tedesca dei Buddenbrook, lo Schleswig-Holstein, sembra di poter leggere innanzitutto la richiesta di un’Europa diversa.

Ha perso, soprattutto nella figura di Sarkozy e dei partiti tradizionali greci che avevano imposto come Quisling ogni sacrificio alla Grecia, la visione solo finanziaria ed economica dell’Europa. Ma il senso del voto non è quello, pur pauroso e nichilista dell’estrema destra, dei lugubri nazisti greci, del Front National francese o della cleptocrazia leghista. E non è neanche quello isolazionista di partiti di tradizione vetero-comunista come il KKE ellenico.

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Festival internazionale del giornalismo – Teatro del Pavone – Gennaro Carotenuto intervista Gianni Minà

A questo link il video completo del bell’incontro di ieri nella splendida cornice del teatro del pavone di Perugia, riempito in platea e nei palchi da circa 500 persone, nell’ambito del Festival Internazionale del Giornalismo. Un grande onore essere qui e condividere il palcoscenico con Gianni Minà parlando di giornalismo, America latina, neoliberismo, musica, sport…

Jean-Luc Mélenchon è andato male? Analisi sulla Gauche alle presidenziali francesi

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Soffermiamoci su di un aspetto particolare del primo turno delle presidenziali francesi. È andato bene o male il candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon con il suo 11% abbondante dei voti e quattro milioni di francesi che lo hanno votato? Nei titoli dei giornali, che giustamente si soffermano sull’imminente ballottaggio, sull’incollatura di vantaggio di François Hollande su Nikolas Sarkozy e sull’agghiacciante trionfo dell’ultradestra di Marine Le Pen, Mélenchon viene liquidato spesso come delusione. Ma è proprio così? 

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Argentina: quello che alla Spagna non piace ricordare

ARGENTINA YPFCristina Fernández de Kirchner ha annunciato ieri l’inizio di un processo che porterà ad una rinazionalizzazione di fatto del 51% della compagnia petrolifera YPF, svenduta da Menem nel 1992 alla spagnola Repsol. Dalla Spagna giungono quasi venti di guerra contro il governo argentino ad accultare da una parte la fragilità e l’incapacità del governo Rajoy ad affrontare la crisi e dall’altra la verità sulla privatizzazione di YPF e sull’azione delle multinazionali iberiche in America latina. Con la memoria di un elefante (che la battuta dispiaccia al Borbone non importa), ricordiamo alcune verità che Madrid non gradisce.

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Dieci anni fa falliva il golpe in Venezuela contro Hugo Chávez

Chavez13A dieci anni dal golpe dell’11 aprile 2002 contro il governo di Hugo Chávez a Caracas (nella foto il 13 aprile, quando il popolo lo liberò), ripubblico con piacere un mio saggio uscito nel 2004 su “Storia e problemi contemporanei” (Risposte popolari al golpismo in America latina. Storia e problemi contemporanei, vol. 36; p. 173-180, ISSN: 1120-4206) dove comparo il fallito golpe contro Chávez a quelli contro Perón in Argentina nel 1955 e Allende in Cile nel 1973. Credo che la riflessione sia in larga parte tuttora attuale (gc).

L’11 gennaio 1999 Hugo Chávez s’insedia al palazzo di Miraflores di Caracas come presidente della nascente Repubblica Bolivariana del Venezuela, il quarto produttore mondiale di greggio. Il prezzo del barile di petrolio venezuelano è all’epoca di appena 8,43 dollari e l’OPEC è ormai una sonnacchiosa istituzione di stati bananieri che, pur producendo il liquido nero che muove il pianeta, hanno da tempo rinunciato ad influenzarne il prezzo. La stampa europea si interessa superficialmente al neopresidente venezuelano e lo fa in maniera più offensiva che critica. Soprattutto le sinistre, tanto radicali come moderate, ne parlano con sprezzo riducendolo alla categoria sempre comoda di “populista”, e ricordando il precedente del tentato colpo di stato del 1992.

Preferiscono sorvolare sul fatto che Hugo Chávez fosse stato tra gli ufficiali che nell’89 avevano rifiutato di sparare sulla folla. Allora la democrazia venezuelana aveva massacrato migliaia di cittadini inermi per reprimere l’insurrezione popolare contro il carovita passata alla storia come Caracazo. Una volta al governo, i pregiudizi non cadono, nonostante che a più riprese tanto il Centro Carter come l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), come lo stesso PNUD, sottoscrivano rapporti nei quali ne testimoniano la piena correttezza democratica. Nonostante un colpo di stato e una serrata golpista di due mesi, non esiste, secondo queste organizzazioni, un solo prigioniero politico in Venezuela né si attenta in alcun modo alla libertà di stampa.

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Nessun onore delle armi per Umberto Bossi

Umberto-e-Renzo-BossiRisparmiateci l’onore delle armi per Umberto Bossi e per la Lega Nord. La melma nella quale affonda  è la stessa nella quale ha lucrato per decenni su paure ataviche ed egoismi modernissimi. È un bene che il velo sia caduto sul repertorio più classico del peggiore italianismo: corruzione spiccia, avidità, opportunismo, furbizia, una casta leghista così impresentabile da far rimpiangere l’Udeur, la connivenza con la criminalità organizzata, la presunta discontinuità che invece si dimostra bieca continuità, la bella vita senza lavorare, il familismo amorale del sistemare la famiglia. Altro non è mai stato, la Lega Nord. I mali d’Italia concentrati nella casa di Gemonio quasi come fosse quella del Grande Fratello.

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Cose che ho imparato durante il viaggio in America latina di José Ratzinger

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In questi giorni ho evitato un’imboscata. Mi avevano invitato su RAI1 a dibattere di Cuba con gente carina come Aldo Forbice e Antonio Polito. Ho preferito di no. Le sirene televisive da tempo non bastano più rispetto alla dignità personale. Andrei al Grande Fratello piuttosto che farmi tenere da Polito e menare da Forbice o viceversa. Ma ho parlato a lungo con tante persone, in Messico e a Cuba, scritto e rilasciato interviste a chiunque me ne chiedesse. E ho osservato dalla distanza.

Quel che segue è un breve compendio di quello che ho notato in questi giorni. Intanto, a grande richiesta, godetevi la foto di Benny e Fidel (vestito da monaco benedettino, cosa che alimenterà le speculazioni sulla conversione) e la splendida vignetta di Paz&Rudy da Buenos Aires.

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Benedetto XVI in Messico e a Cuba: le chiavi per capire il viaggio del Papa

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Papa Benedetto XVI sta per sbarcare per la prima volta nel suo pontificato nell’America latina di lingua spagnola con un viaggio che toccherà Messico e Cuba. Nonostante per i media internazionali e italiani tutto l’interesse sia puntato sulla tappa caraibica del viaggio, quella nordamericana è di gran lunga più importante. Ciò per alcuni motivi chiari: innanzitutto il Messico è un paese del G20 di oltre 100 milioni d’abitanti rispetto ai 12 milioni di Cuba.

Inoltre, se quella cubana appare soprattutto una visita pastorale che segue di 14 anni quella davvero storica del predecessore di Joseph Ratzinger, Karol Wojtyla, quella messicana tocca un paese in campagna elettorale, nel turbine della peggior epoca di violenza dalla Rivoluzione di 102 anni fa e dove, nonostante la religiosità di massa, il numero dei cattolici è in continua diminuzione a favore delle chiese evangeliche e pentecostali. Per tutto ciò, per capire davvero il viaggio di Benedetto XVI e gli straordinari problemi che il papa tedesco dovrà affrontare, bisogna guardare innanzitutto al Messico, fin dalla messa di oggi a Guanajuato.

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Così la Grecia si suicida; corrispondenze da Atene

20120215_103103ATENE – La mia giornata ateniese comincia affacciandomi sul Politecnico. Sono venuto fin qua a vedere se davvero la democrazia finisce lì dov’era cominciata ma il mio primo omaggio va ai giovani che nel 1973 fronteggiarono i carrarmati di Papadopoulos.

di Gennaro Carotenuto

Entrarono proprio sfondando questi cancelli per far finire l’occupazione di un forte movimento studentesco. I morti furono 24, ma dalla resistenza, da quella battaglia, dal clamore in Grecia e nel mondo, cominciò la fine del regime dei colonnelli. Non ci sono grandi segni nel Politecnico, sembra una normale giornata di lezioni. Vedo soprattutto bandiere palestinesi e un banchetto dei comunisti iraniani che protesta contro Ahmedinejad. Per il resto facce da studenti Erasmus, scritte sui muri, un bel Corto Maltese, ma nessun segno di particolare effervescenza politica.

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L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici

cacerolazo2Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

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