martedì 09 febbraio 2010, 09:56

Categoria: Primo piano

Haiti, le “buone intenzioni” dei ladri di bambini protestanti

Lascia una volta di più gelati la frivolezza criminale con la quale molte chiese protestanti credono o fingono di credere di aiutare il sud del mondo e l’America latina in particolare pretendendo di poter cancellare l’identità e il libero arbitrio delle persone e dei popoli. Convinti come sono del “destino manifesto” della superiorità degli Stati Uniti, quando non cercano di esportare a suon di bombe la democrazia, si sentono in diritto di sequestrare il diritto e la vita di singole persone e di interi popoli.
Così non sorprende che i dieci pseudo-missionari battisti arrestati ad Haiti per associazione a delinquere finalizzata al sequestro di 33 minori haitiani si difendano fingendosi ingenui: “abbiamo agito a fin di bene”, “negli Stati Uniti quei bambini avrebbero avuto un avvenire migliore”. Addirittura Laura Silsby, riconosciuta come capo dell’organizzazione, arriva ad affermare: “non credevo che fosse necessario verificare che i bambini avessero documenti”.

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L’Honduras volta pagina? Bilancio (finale?) del primo colpo di stato riuscito del XXI secolo

Varie chiavi di lettura descrivono il momento politico vissuto mercoledì 27 a Tegucigalpa dove nell’eclissi del dittatore Roberto Micheletti si è insediato il nuovo presidente Porfirio Lobo e dove il presidente legittimo, ma esautorato dal golpe, è partito per l’esilio acclamato dai suoi.

Gennaro Carotenuto da Tegucigalpa

La prima chiave, con un golpe di stato conservatore completamente riuscito ed uscito di scena solo dopo aver portato a termine il proprio compito, è quella della sconfitta politica per la sinistra, che era al governo e lo ha perso, sia pur con la forza, e per la democrazia centroamericana tutta. Il successo del golpe è infatti un monito e un’ipoteca per l’America centrale (vi sono governi di centro-sinistra molto light sia in Salvador che in Guatemala) e per tutta l’America latina integrazionista.

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Honduras: un paese normalizzato o un paese che non dimentica il golpe?

TEGUCIGALPA, 26 gennaio. – Sembra tutto pronto a Tegucigalpa per voltare pagina. Domani con una grande festa nello stadio nazionale, ci sarà il passaggio di poteri dal dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti a Porfirio “Pepe” Lobo. Sarà una grande occasione per rappresentare la nuova “pax americana” in Centro-America e per alcuni paria, come il presidente taiwanese, che ben raramente viene invitato ad eventi internazionali. Ma molte cose non quadrano e per le strade di Tegucigalpa si vedono i segnali che da tutto il paese l’opposizione democratica saprà dimostrare ancora una volta la sua forza.

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Guatemala, testimonianza dall’impunità

GUATEMALA (Alta Verapaz) – “Sono stato un sottufficiale dell’esercito del Guatemala per 11 anni e ho raggiunto mete che in pochi riescono a raggiungere. Ho dovuto fare cose molto dure, ma era quello che andava fatto”. In un paese dove migliaia di bambini sono stati torturati, bruciati, assassinati, sono parole che aprono le porte sull’orrore. Le ‘Verapaces’ (Alta e Bassa) sono una regione abitata da popoli indigeni fatta di montagne, boschi, agricultura povera così lontana dalle ricche piantagioni di caffè della costa pacifica. Terrazzette di poche piante di mais si inerpicano tra paesaggi mozzafiato facendo da cerniera tra il Chiapas e il Centroamerica. Le ‘Verapaces’, con il Quiché, furono uno degli epicentri dell’etnocidio maya degli anni ’80 quando la dittatura militare usò senza limiti le strategie di guerra a bassa intensità contro una popolazione civile quasi totalmente inerme. Alla fine si contarono in 250.000 tra assassinati e desaparecidos, nella stragrande maggioranza maya. Di questi un buon quinto viveva nei due dipartimenti contigui di Alta e Bassa Verapaz. Il ricercatore, che pure ha risalito queste montagne sulle tracce dell’etnocidio, non avrebbe mai immaginato che la prima testimonianza dell’orrore non sarebbe venuta dalle vittime o da chi le vittime ha aiutato o studiato, storici, antropologi, sociologi, giuristi (l’agenda è carica di contatti) ma dalla voce tranquilla di uno che fu aguzzino e che ora, conscio di esser tra le fila dei vincitori, si racconta con l’asetticitá di chi si sa intoccabile.  … Leggi tutto

Il prevedibile tramonto della Concertazione in Cile

Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di Sebastián Piñera. Il Berlusconi cileno, per semplificare attenendosi al libretto, rappresenta quella concentrazione di potere economico, mediatico, perversione e capacità di corruttela e menzogna per la quale il modello neoliberale, l’informalizzazione di ogni rapporto di lavoro, l’azzeramento dello Stato come strumento di difesa dei deboli e il favorire senza limiti la concentrazione della ricchezza, sarebbe tuttora il destino naturale dell’uomo. Ciò nella presunzione che tale destino naturale rappresenti il “cambio” necessario per il paese a vent’anni dalla fine della dittatura e nonostante vent’anni di centro-sinistra non si siano mai discostati dal modello neanche quando sono stati a guida socialista, con Ricardo Lagos e Michelle Bachelet.

La storia della Concertazione è finita così in un caldissimo pomeriggio di gennaio in un hotel a cinque stelle di Santiago, un buon posto per una coalizione che ha da tempo smarrito la sua storia. Poche facce ricordano quelle dell’88, quando donne e uomini feriti, mutilati e umiliati dalla dittatura ma non sconfitti, pensavano che ci fosse finalmente l’opportunità di costruire, sia pure con l’ipoteca della Costituzione pinochetista, un paese e una democrazia nuova. In pochi oggi ascoltano le parole di circostanza del candidato sconfitto, il bolso democristiano Eduardo Frei, una minestra riscaldata (era stato già grigio presidente negli anni ’90), che ha rappresentato il tentativo suicida di far passare equilibri di partito come necessità del paese. Una militante, mostrando rara capacità di sintesi, gli grida inascoltata: “abbiamo perso per la nostra superbia e la nostra incapacità”.
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Haiti

Haiti

Haiti

La tragedia di Haiti è l’ennesima che coinvolge una terra geologicamente giovane e piena di vulcani e di faglie. Quello di Haiti potrebbe essere il più catastrofico terremoto per numero di vittime ma non certo per potenza. Ripercorriamo solo alcune delle più grandi catastrofi della regione nell’ultimo mezzo secolo.

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Tornare a Oaxaca tre anni dopo

OAXACA – Tre anni dopo le grandi proteste dell’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (APPO), repressa violentemente dai sicari del governatore del PRI Ulises Ruiz, che causarono più di 20 morti, e con l’intera capitale occupata come in un assedio medievale dall’esercito federale, questo stato meridionale del Messico si approssima alle elezioni del nuovo governatore il prossimo 5 luglio. Ruiz, dopo anni di appropriazioni indebite dalle casse dello Stato, appare ancora più forte tanto a livello locale come nazionale, dove è uno dei simboli del revanscismo priista che punta a tornare a governare il Messico (dopo averlo fatto per 70 anni fino al 2000) approfittando della crisi del PAN di Felipe Calderón. Invece i movimenti social e tutta la sinistra, che continuano a subire una brutale e silenziosa repressione, hanno perso forza e sono divisi tra un’ala dura e un’altra dialogante accusata dalla prima di essersi fatta cooptare e a volte comprare dallo stesso governo. Quello che si vede visitando Oaxaca oggi è una sorta di “meno male che Ulises c’è”.


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Inizia un caldo 2010 per il Messico

003n1pol-1 CITTÀ DEL MESSICO – L’anno per i messicani, quelli delle classi medie e popolari s’intende, è cominciata con una rabbia ancora sorda e con una preoccupazione diffusa. In un continente dove le tasse dirette sulla ricchezza sono semplicemente risibili, l’aumento dell’IVA al 16% dal primo gennaio suona come una beffa e una nuova ingiustizia. Così il governo di Felipe Calderón, che ha sulla coscienza già 16.000 morti in tre anni nella guerra del narcotraffico nella quale lo stato, la politica, l’esercito sono parte in causa, ha scelto su quali spalle far pesare l’assoluta incapacità del suo governo e del modello neoliberale di risollevare il paese: quegli 80 milioni di messicani che già hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. Che però reagiscono: alla chiusura di questo articolo, l’alba di martedì in Messico, decine di blocchi stradali sono segnalati nelle principali strade del paese.

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Mario Balotelli, il mio eroe italiano del XXI secolo

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Ovunque vada quelle merde fasciste degli ultras lo insultano: “Non esistono negri italiani”, “Balotelli negro di merda”. Profittando del clima quei vigliacchi degli avversari lo provocano continuamente, lo riempiono di “calcetti”, cercano la sua reazione.

Lui reagisce, “sono più italiano io di tutti loro”, e gioca sempre meglio e non si sottomette alla gogna da Ku Klux Klan nella quale vogliono fargli vivere i suoi 19 anni.

Fino ad oggi a Verona dove alligna il pubblico più razzista d’Italia (Hellas o Chievo non fa differenza) e nonostante teppisti come i bergamaschi o gli juventini non siano da meno. Dopo avere segnato il gol della vittoria ha avuto il civilissimo coraggio di dire: "Ogni volta che vengo qui a giocare il pubblico di Verona mi fa sempre più schifo".

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La vera missione di Álvaro Uribe: far crescere la disuguaglianza in Colombia

colombia

Mentre la Colombia è da mesi soffocata dal dibattito sulla ri-rielezione di Álvaro Uribe (per permettere la prima i voti furono comprati in parlamento e per la seconda si cercano ancora soluzioni) e altrimenti si parla di lotta al terrorismo (un altro jolly per non parlare di cose serie), secondo il più importante Centro di Ricerche sullo Sviluppo del paese la vera essenza dell’uribismo è un modello neoliberale fallimentare che ha avuto e ha come unico obbiettivo concentrare la ricchezza aumentando la diseguaglianza come mai era successo nella storia del paese. Oggi la Colombia, secondo l’indice Gini, è di nuovo il paese più ingiusto del continente.

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È il presidente brasiliano Lula l’uomo dell’anno

lula2 Mentre si avvia all’ultimo anno della propria presidenza in Brasile piovono i riconoscimenti locali e mondiali sul presidente operaio (per davvero) Luiz Inácio da Silva detto Lula.

Il quotidiano francese “Le Monde” lo ha proclamato “uomo dell’anno”. Se “La Repubblica” se ne duole noi ci associamo e spieghiamo le nostre ragioni. Nonostante alcune mancanze come aver lasciato irrisolta la questione del latifondo, la sua era passerà alla storia davvero come una rivoluzione: quella dell’inclusione sociale.

Il primo gennaio 2010 il salario minimo in Brasile aumenterà nuovamente del 10%, il 5.5% in termini reali. Da quando Lula è presidente, ovvero dal 2003, i salari si sono rivalutati in termini reali del 53.5%. Ovvero un lavoratore che prima guadagnava 200 Euro e con l’inflazione pienamente sotto controllo e scontata nei nostri conti, oggi ne guadagna, sempre in termini reali, 307; e scusate se è poco.

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Teheran

iran

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Emiliano contro Vendola: continuiamo così, anche nel 2010 ci faremo del male

vendola Fortunati i pugliesi che hanno due ottimi candidati di centrosinistra alle imminenti Regionali.

Sono il sindaco di Bari Michele Emiliano (Partito democratico) e l’attuale presidente della Regione Nichi Vendola (Sinistra e Libertà, o come diavolo si chiama).

Sfortunati i pugliesi che vedranno i nostri baldi candidati scannarsi quasi certamente tra loro nel primo turno e magari facendo vincere le destre senza ballottaggio.

Così lasceranno campo libero alle destre del ministro Raffaele Fitto appena rinviato a giudizio per peculato, concussione, corruzione, falso, abuso d’ufficio e illecito finanziamento ai partiti ma non (e quando lo ha saputo ha festeggiato come Totò Cuffaro come fosse stato prosciolto) per associazione per delinquere.

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Natale di sangue in Honduras

edwin_renan_fajardo_asesinado_dic09 Con la complicità dei media che hanno fatto calare il silenzio sull’Honduras “pacificato” dal dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti, per il quale la ONG “America’s Democracy Watch” raccoglie le firme per il Nobel per la Pace, il Natale a Tegucigalpa è un Natale di sangue con il ritrovamento del corpo straziato di Renán Fajardo, 22 anni, laureando in architettura, e membro attivo della Resistenza in Honduras.

È l’ennesimo omicidio mirato in un paese dove gli anni ’70 e la guerra sporca non sono mai finiti.

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Nel Sud del mondo rinasce l’infodiversità

Foto di: Sanja GjeneroIntervista di Bernardo Parrella a Gennaro Carotenuto per Apogeonline

Il citizen journalism intacca il latifondo mediatico nelle democrazie occidentali e fa emergere la vivacità dei paesi all’ombra dei mainstream media. Intervista a Gennaro Carotenuto

Il giornalismo partecipativo nelle sue varie incarnazioni è una delle pratiche simbolo del nuovo modo di fare informazione nell’era delle tecnologie mobili e digitali. Un trend che acquisterà sempre più centralità nel futuro di redazioni e cittadini, in modo particolarmente marcato nel mondo non occidentale. Nella nebulosa informativa odierna, i grandi gruppi editoriali restano tali pur se scricchiolanti, ma la speranza corre via internet, dove milioni di liberi cittadini rilanciano e commentano fatti (o almeno provano a farlo) e dove libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa. Di questo abbiamo parlato con Gennaro Carotenuto, autore del recente volume Giornalismo partecipativo: Storia critica dell’informazione al tempo di Internet (Nuovi Mondi) e docente di Storia del giornalismo e dei nuovi media all’Università di Macerata.

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