Wednesday 08 February 2012, 20:12

Gli articoli con tag: " tsunami "

Storie di pirati, di mare e di fame

di mazzetta

pirati

Il sequestro di una nave italiana con alcuni marinai italiani a bordo, ha riportato sui nostri media l’attenzione per i pirati. Un’attenzione selettiva, perché pur essendo somali, della Somalia si parla pochissimo, nonostante sia da anni teatro di tragedie che fanno impallidire terremoti e altre disgrazie. Ma nel nostro paese c’è poco interesse per il destino dei poveri, a maggior ragione se sono negri: migliaia di migranti muoiono da anni nei nostri mari senza suscitare la minima commozione, mentre il governo si fa sempre più ostile nei loro confronti. Lo dimostra la prima storia di mare, quella di uno dei tanti barconi affondati tra la Libia e la Sicilia agli inizi di aprile. Si parlò allora di quasi duecento dispersi in un naufragio, ma la notizia venne passata insieme al “salvataggio” di un altro barcone stracolmo di gente da parte della nostra marina. Tutto vero, ma i “dispersi” che fine hanno fatto? I dispersi sono diventati ufficialmente morti pochi giorni dopo, nel numero esatto di duecentotrentasette. Numero esatto perché nonostante un diffusa convinzione contraria, ciascun migrante ha un passato, una storia, famiglie che non vedrà più e che ora li piange.

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Grande è la confusione sotto il cielo dunque tutto è stupendo

Messaggio
Vendola fonda RCS, è l’ottavo partito o gruppetto o ottavo nano della sinistra cosi detta anticapitalistica. Poi vi sono i raggrupamenti della Sinistra propiamente detta dai Verdi, alla Sinistra democratica ecc ecc. Beh! a giudicare dalla frammentazione e dallo stato d’animo del popolo della sinistra dovremmo dichiararci delusi, sconfitti e con un futuro nero. Io invece a costo di andare controcorrente mi sento fiducioso, fiducioso anche perchè so che l’altro fronte non naviga in acque tranquille al di là dei successi e consensi mediatici della destra e della frammentazione e caos del centro democratico ( il PD). … Leggi tutto

Niente di nuovo sotto il sole di Ballarò, il solito teatrino.

La rista, contagiosa, di Giovanni Floris non si spegne nemmeno di fronte ad uno tsunami.
Il teatrino della politica ricomincia. Ieri sera toccava alla scuola, (ho visto solo pochi minuti perché non lo reggo) il ministro Giulio Tremonti ha detto che non ci sono soldi, non possiamo permetterci una scuola decente, dobbiamo stare dietro al Cile. … Leggi tutto

Essere di parte

Cosa vuol dire essere di parte? Anche Fausto Bertinotti scrive e lancia il suo messaggio: “Abbiamo scelto di essere di parte”. Forse è tardi per dirlo ad un popolo trascurato e inascoltato da anni, per dirlo oggi, a poco meno di un mese dalle elezioni. Ci sono giorni in cui le notizie che ci arrivano, sembrano chiederci con forza da che parte stiamo: oggi è la repressione delle istanze tibetane compiute dai cinesi, fra poco meno di un mese lo saranno le elezioni, il tifo che si segue con gli occhi. … Leggi tutto

I nostri debiti

Tutti uomini di buona volontà, anche qualche donna, a provare di rimettere i debiti nelle mani del padre, si fà per dire, della Repubblica o della Chiesa.
Medici e chansonnier, tardone o veline, exmangiatori parlamentari donne in eterna andropausa, celoduristi in menopausa, salvatori e servi del sepolcro, sette sacre e parroci in movimento, chiedono a gran voce che siano rimessi nelle mani dei creditori, i debiti di milioni e milioni di spermatozoi sparsi in tsunami di solitario piacere, dove sicuramente la
donna come minimo è stata occasione di peccato e morte. … Leggi tutto

Il Bangladesh e la protezione civile

Bangladesh Gianni Rufini, sulle pagine di Lettera22, un sito (e ainda mais) amico e consigliabile come pochi, fa un interessantissimo punto della situazione sugli effetti del ciclone Sidr in Bangladesh e sulla accresciuta capacità di questo paese di prevenzione e protezione civile.

Forse è arbitrario come fa Rufini paragonare Sidr al ciclone del 1970 che fece 300.000 morti, e quello del 1991 che ne fece 138.000 per dedurre che il numero … Leggi tutto

Perché “giornalismo partecipativo”

Il mondo della comunicazione nell’ultimo decennio si è rivoluzionato. I mass media continuano a fabbricare consenso, ma vivono un crollo verticale di credibilità. Al polo opposto, la biodiversità informativa generata da Internet sta democratizzando la comunicazione in nuove forme di giornalismo diffuso e partecipativo che può e deve contaminare in positivo i primi. Giornalismo partecipativo è un frammento di una nebulosa informativa formata da migliaia di siti. Dal 1995 produce approfondimento giornalistico, affianca, e integra in maniera collaborativa, i media tradizionali o ne denuncia il conformismo e le manipolazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte ad un giornalismo tradizionale sempre più o tendenzioso o sciatto, rivendico un giornalismo fatto di autorevolezza. Autorevolezza fatta di competenze professionali nel campo specifico (dichiarato in questo caso dalla testata “America latina, media, politica internazionale, guerre infinite, comunicazione politica”), e di passione informativa e di impegno civile contro il burocratismo delle vie Solferino dei media tradizionali. E’ un giornalismo in prima persona, versus un giornalismo mainstream in terza persona. Partecipativo perché diffuso in milioni di siti che si intersecano e incrociano quotidianamente informazioni tra loro. Partecipativo perché estraneo ai rituali di cooptazione e alle logiche commerciali. Partecipativo perché vissuto e condiviso intensamente in una grande rete di lettori-autori. Un giornalismo che funge da controllore dei media tradizionali ma che, con la parte migliore di questi, può e deve attivare una sinergia positiva. Un giornalismo nel quale molti parlano a molti, e nessuno ha più il monopolio dell’informazione. Partecipativo perché da oggi Gennarocarotenuto.it fa un ulteriore passo avanti: tutti gli utenti registrati ne sono automaticamente autori inviando articoli e non solo commenti.

Perché “giornalismo partecipativo”

di Gennaro Carotenuto

La Stampa Quando Giuliana Sgrena fu liberata dalla prigionia in Iraq, terminò un’epoca della storia del giornalismo iniziata con la guerra di Crimea a metà del XIX secolo. Sgrena, e i francesi Christian Chesnot, Georges Malbrunot e Florence Aubenas, erano gli ultimi giornalisti occidentali non embedded a girare per il paese. Da quel momento in poi i media occidentali (che credono di portare sulle loro spalle il peso del destino della democrazia nel mondo) abdicano alla loro funzione primaria di “vedere per raccontare”. Si limitano a compilare di seconda mano la tragedia mesopotamica, interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, di televisioni arabe come Al Jazeera, che rompono il monopolio informativo occidentale, o con le veline uscite dal Pentagono e dalla zona verde di Baghdad. Per i quotidiani occidentali (che durante l’invasione si erano appoggiati ad un blogger iracheno, Salaam Pax) non c’era più alcun vantaggio competitivo nell’interpretare le questioni irachene rispetto ad un blogger motivato, esperto, colto, spesso titolato e capace di navigare la Rete analizzando informazioni.

LA MORALITÀ DEL GIORNALISMO ANGLOSASSONE

Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembrava trionfare la cultura anglosassone del libero mercato, entrava in crisi l’idea (o mito?) anglosassone dell’autorevolezza del giornalismo basata sull’indipendenza di giudizio e la separazione dei fatti dai commenti. L’autorevole settimanale britannico The Economist ha difeso fino all’ultimo istante il disastro neoliberale in Argentina. Per l’Economist le morti per fame causate dal fondomonetarismo in quel paese, erano solo un cascame che lasciava indifferente il côté economico culturale di riferimento di quel settimanale. Come possa essere considerato autorevole un settimanale così sadico da fare finta per anni di non accorgesi che il modello economico che difende stia inducendo una carestia da migliaia di morti in una sterminata pianura fertile come l’Argentina, non è un mistero.

In epoca neoliberale, si è accentuato il meccanismo per il quale i grandi gruppi economici e sponsor decidono (senza alcun controllo democratico, giova ricordare) quale notizia è appetibile e quale comunicatore garantisca i loro investimenti. Non si limitano a decidere quale yogurt farci acquistare, ma cosa possiamo sapere e cosa è meglio che non si sappia. Ciò rende il sistema informativo commerciale un osservato speciale per la sua influenza sui processi democratici e dimostrabilmente falso e tendenzioso millantare “indipendenza” per i media commerciali. Sono infatti La fabbrica del consenso (Marco Tropea, 1998) della quale scrive Noam Chomsky; un mix di conformismo ideologico, propaganda e perseveranza nella menzogna da parte del potere. Non servono né censure né cospirazioni. È sufficiente il carrierismo, il conformismo e l’autocensura. E’ il libero mercato dell’opportunismo a muovere il mondo dei media e a selezionare darwinianamente la specie giornalistica. Se la notizia è una merce, allora i media sono più che mai dipendenti, dagli sponsor, dagli interessi degli editori, dal carro politico al quale ognuno appartiene, dalla pubblicità istituzionale, dai finanziamenti pubblici. In Italia questi sono 450 milioni di Euro. In tale contesto il libero mercato e il pluralismo, nei quali tutti fingono di riconoscersi, sono un simulacro in una corsa al monopolio (Mediaset, Sky, Mondadori…).

Guardiamo a sinistra: come fa la cooperativa de il Manifesto a competere con L’Unità (6.5 milioni di finanziamento pubblico) e con Liberazione (4 milioni)? A segnalare che il Manifesto (pochi spiccioli in quanto cooperativa editoriale) sta sul mercato e che gli altri due, che sul mercato non ci stanno, lo danneggiano scorrettamente, si è forse thatcheriani? Guardiamo in generale: se i grandi investitori pubblicitari sono alcuni grandi gruppi (quasi tutti privatizzati), quale giornale può permettersi di denunciare l’ENI (o Telecom, o Coca-Cola o Nestlé), e i suoi eventuali crimini in Ecuador o in Nigeria senza perdere milioni ed essere ghettizzato come estremista?

Guardiamo alla rappresentazione dell’America latina sui media: Otto Reich, un oscuro personaggio coinvolto nelle violazioni dei diritti umani e nella guerra sporca contro l’America latina negli anni ’70, fu il primo responsabile emisferico (una specie di sottosegretario agli Esteri) per l’America latina, di George Bush. Fu lui a disegnare l’ “asse del male latinoamericano”. Tutti i governi critici del neoliberismo andavano colpiti, come il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002 si incaricò di dimostrare. A quella linea i media occidentali si adeguarono facilmente, e quelli italiani risultarono tra i più zelanti. Quando la politica di demonizzare tutti mostrò la corda, Reich fu sostituito da Thomas Shannon. Questo scelse una linea conosciuta fin dall’impero romano: divide et impera. Di nuovo, bastò dettare la linea. Immediatamente alcuni sicari informativi iniziarono goebblesianamente a ripetere che l’America latina era spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi irresponsabili. I conformisti andarono dietro senza bisogno di alcun ordine: vedono il mondo con gli stessi occhi.

E guardiamo al mondo: quale gruppo mediatico ha potuto evitare di rispondere alla chiamata alle armi post 11 settembre? Con un blocco informativo così monolitico, è solo con la Rete che ha potuto prosperare un grande movimento pacifista mondiale. Usando Internet, facendo Rete, tale movimento, quattro anni fa, metteva in guardia sull’avventurismo statunitense in Iraq, con argomenti che oggi sono fatti propri perfino dal generale Petreus, che quell’avventura ha condotto, ma sono in larga parte tuttora negati agli spettatori passivi del TG4 o di FoxNews.

GIORNALISTI PASSIVI PER SPETTATORI PASSIVI

Tutto ciò accade mentre la precarizzazione, anche del lavoro giornalistico, rende la stessa professione giornalistica sempre più succube di logiche commerciali. L’approfondimento è lento, costoso e pericoloso. Al contrario il giornalismo precario è un giornalismo leggero, fragile, frettoloso, funzionale alla perpetuazione del “pensiero unico”, che orienta i cuori e le menti di grandi masse di fruitori passivi di comunicazione. I fruitori passivi dei media mainstream, per esempio, non sanno che in Italia (un paese dove circa il 6% della popolazione è immigrata) appena il 3% degli stupri è commesso da stranieri. Questo significa che una ragazza italiana è più tranquilla a salire in ascensore con un cittadino marocchino o rumeno che non con un ligure o un pugliese. I media però la inducono a credere l’opposto, gestendo, inventando, strumentalizzando, a fini sia politici che commerciali, l’allarme sociale che essi stessi creano.

Si pensi agli spettatori di FoxNews, a tutt’oggi indotti a pensare che in Iraq ci fossero armi di distruzione di massa e che Osama Bin Laden e Saddam Hussein fossero compagni di merende. O a quelli della CBS, che nel 2005 sentirono nominare la Cina solo due volte, una delle quali per un servizio sul rischio di estinzione del koala. Oppure si pensi agli spettatori del più importante TG del servizio pubblico italiano, il TG1 diretto all’epoca da Clemente Mimun, ai quali per cinque anni fu ammannita la logica del “panino”. In forma uguale e contraria, l’ostracismo contro i comunicatori non allineati (alcuni famosi, ma la maggioranza sconosciuti e perciò vulnerabili), configura un vero e proprio “regime mediatico” perfino più rigido di quello descritto da Frances Stonor Saunders nel suo imprescindibile La guerra fredda culturale (Fazi 2004). Un regime dove l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi o i 23 secondi dedicati da Gianni Riotta al cosiddetto V-day, sono solo la punta dell’iceberg. Questo sito ha criticato Beppe Grillo, ma è evidente che Riotta, nel negare informazione sul movimento di questo ha definitivamente dimostrato di non fare il giornalista ma il commissario politico. Soprattutto è evidente che per la democrazia informativa sono più pericolose le veline di Riotta che non i berci di Grillo. Del resto per diventare direttore del TG1 la selezione è rigidissima; solo il precario che non vede, non sente, non parla, salva il posto di lavoro. Solo chi si fa pienamente garante del sistema (un Watergate oggi sarebbe tecnicamente impossibile, e non solo in Italia) fa carriera. Colore, pregiudizio e cronaca invece di inchiesta, denuncia e analisi. E chi osa fare ancora inchiesta, Riccardo Iacona, Sigfrido Ranucci, Report, è automaticamente schedato come estremista.

Giornalisti passivi per spettatori passivi, uguale decisioni prese senza controllo del Quarto potere, ovvero, democrazia malata. E’ banale chiosare che oggi l’anchorman, il giornalista di successo, non è quello più bravo ma quello garantista (ovvero antimagistratura da noi) e garante dei poteri forti. Mauro de Mauro, Enzo Baldoni, possono rigirarsi nella tomba, ovunque siano le tombe di Baldoni e de Mauro.

Su di un muro della città di Oaxaca, in quel momento assediata come nel medioevo dall’esercito messicano, lessi questa scritta: Il fascismo è repressione delle lotte dei popoli e delle loro organizzazioni, controllo dei mezzi di comunicazione, favorire i grandi monopoli sfruttatori, discriminazione razziale, sessuale, uso permanente della menzogna e odio, molto odio. Controllo dei mezzi di comunicazione, menzogna, razzismo, sessismo e tanto odio verso chi non abbassa la testa. Basta ricordare gli insulti alla memoria di Enzo Baldoni per capire come molti giornalisti mainstream siano e si sentano così colpevoli da reagire calunniando, denigrando, odiando infine per rifarsi al muro di Oaxaca, chi osa supplire democraticamente alle loro mancanze. Il giorno dopo quella scritta era stata cancellata dall’esercito con una mano di vernice che aveva rimbiancato la città. Ma non poteva nascondere l’ipocrisia dell’indurci a pensare che la libertà d’espressione non sia garantire a tutti, anche alle voci scomode, il giusto spazio, ma che la libertà di espressione sia garantire a Bruno Vespa di condurre Porta a Porta finché morte non ci separi.

VERSO LA BIODIVERSITÀ INFORMATIVA?

La stratificazione data dal digital divide permette scelte selettive. Se una massa passiva non ha strumenti di difesa, questa potrà continuare a ricevere un’informazione disinformante. Ma non sorprende che per quella fetta di società in grado di leggere manipolazioni e sicariato informativo, il discredito dell’informazione tradizionale cresca in maniera esponenziale. La nuova generazione prescinde in parte o in toto dai media mainstream. Sotto i 45 anni di età Internet è già da anni la principale e più autorevole fonte informativa. Solo un mesto 5% considera la TV autorevole. Meno del 10% confida nella stampa scritta. Questa deve interrogarsi se la corsa perpetua alla tabloidizzazione non le faccia perdere il senso di sé e non la renda ogni giorno più prescindibile, un doppione meno agile della TV. Hugh Hewitt, esponente della destra neoconservatrice statunitense, e blogger a sua volta, sostiene in maniera suggestiva che Internet rappresenti una seconda riforma protestante. Martin Lutero chiamava i fedeli a leggere e interpretare le scritture. La Rete -è la tesi- oggi li chiamerebbe a scrivere in prima persona la comunicazione politica.

Il mondo dei siti personali, quasi sempre unipersonali, fornisce una visione generalista dell’informazione solo come sguardo d’assieme (di qui il successo di aggregatori e feed). Ma questo sguardo d’assieme è composto da plurimi sottoinsiemi e rappresenta un giornalismo diffuso e sempre più specializzato. Milioni di siti sono dedicati a realtà locali. Fanno cronaca, localissima o con rilevanza planetaria, come accadde con Salaam Pax o con chi coprì lo tsunami. Poi c’è un giornalismo Quarto (o Quinto o Sesto) potere, che si dedica a controllare e criticare i media, svelandone collateralità o menzogne. Questo giornalismo mastino si appoggia in un rapporto simbiotico ai media tradizionali. Sono loro a scegliere l’agenda setting ma è il controllore a palesarne le debolezze.

Quindi c’è un giornalismo interstiziale che occupa spazi e tempi lasciati volutamente o fatalmente liberi dal primo. Approfondimenti su temi scomodi, denunce, notizie lasciate cadere, deviate o negate. A volte scoop come quello di Macchianera, che rivelò gli omissis del caso Calipari. Quando i media tradizionali non sono in malafede, si stabilisce facilmente una sinergia positiva. A GennaroCarotenuto.it è successo molte volte. Per esempio, quando RaiNews24 ci ha citato e linkato perché questo sito era l’unico ad avere intervistato un occidentale testimone oculare del martirio di Falluja, la città irachena dove, come RaiNews24 stessa documentava, furono usate armi chimiche e al fosforo proibite. Era Javier Couso, fratello di José Couso, cameraman di Tele5 ammazzato a Baghdad. Il documentario fu relegato alle 7 di mattina, e la mia intervista non pubblicata da giornali italiani. Ma oltre 20.000 cittadini attivi poterono leggerla qui, quasi tutti indirizzati dal sito di RaiNews24. O quando abbiamo seguito la repressione a Oaxaca in Messico, orientando e poi scrivendone direttamente su La Stampa. Molti ottimi e onesti giornalisti lavorano –con crescente imbarazzo- nei media mainstream. Il giornalismo partecipativo non può sostituirli, ma può costruire una sinergia con questi. Sulla base di specifiche competenze individuali tratta le notizie in maniera più approfondita, complessa e collabora imponendo al sistema broadcast di migliorarsi. Questo, se non può temere di essere sostituito dal giornalismo partecipativo, sa che ogni giorno di più questo è in grado di delegittimarlo e far cadere il velo alle veline alle quali il giornalista mainstream fa spesso da passacarte.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE

La Rete ha modificato la maniera di soppesare e rapportarsi con l’informazione da parte di sempre più cittadini. Lo spettatore del TG1 di Gianni Riotta è tendenzialmente passivo. Quello abituato a cercarsi le informazioni in Rete attivo. Usa la propria capacità critica per valutare e scegliere. E dovendo valutare e scegliere differenzia l’informazione dai beni di consumo. Se il “pensiero unico” neoliberale millanta che la miglior garanzia per la democrazia è considerare anche l’informazione come merce e farà più soldi il media che fornirà il miglior servizio (a chi?) , il cittadino mediattivo non considera l’informazione una merce come un’altra. Anzi, la colloca nella categoria dei beni comuni, indisponibile ad essere geneticamente modificata da interessi terzi.

Internet nasce carbonara fin dalle BBS. Il missionario dal Congo, il Sem terra brasiliano o il sindacalista di Sesto San Giovanni, potevano finalmente far sentire la loro voce, sia pure a un ristretto numero di precursori. Non molti vivemmo online l’emozione di quando, nel gennaio del 1994, cominciammo a ricevere dal remoto Chiapas i primi comunicati zapatisti. Significava non solo che Francis Fukuyama ebbe torto a parlare di “fine della storia” ma anche che un’altra comunicazione era possibile. “Ce n’est qu’un début, continuons le combat”.

Quindi la Rete è divenuta un fenomeno commerciale e professionale imprescindibile per tutti, che ha generato enormi investimenti. A questi investimenti e all’Internet commerciale va il merito di aver trasformato la Rete in un medium capillare. I grandi gruppi economici e mediatici ritenevano di averla addomesticata convogliando milioni di spettatori passivi verso i loro portaloni e trasformandoli in navigatori passivi. I siti dei grandi media usano come un orpello il vero potenziale democratico della Rete, la condivisione e la verificabilità del sapere data dall’ipertesto. Il loro obbiettivo è non farti cambiare canale, possibilmente cliccando sulla pubblicità. Ma non è così che funziona la Rete: la Rete è un continuo zapping intelligente tra decine di TAB aperte in Firefox. E sullo schermo di ognuno di noi la linguetta del New York Times ha la stessa preminenza di quella di Peacelink o di un piccolo ma prezioso blog specializzato.

Una volta matura, la Rete del XXI secolo ritorna alla propria natura iniziale: quella di una comunicazione da molti a molti. Una generazione sempre più numerosa di cittadini mediattivi, autonoma, formata e indipendente, modifica la propria maniera di ricevere informazione e si attiva per renderla bidirezionale senza sudditanze verso i broadcast. Riceve da molte fonti, emette verso molte altre, commentando nei siti, o facendosi essa stessa media. Crea un “giornalismo personale” e diffuso che è un ossimoro e una rivendicazione di soggettività e autorevolezza dei media nati per e su Internet. E’ quella che Antonio Sofi definisce “la realizzazione delle promesse insite nel patrimonio genetico della Rete, ridefinendo anche i classici ruoli di produttori e consumatori dell’informazione”.

I cittadini blogger sono in genere più capaci di fare una ricerca in Internet (il data mining) della maggior parte degli editorialisti dei grandi quotidiani che non si muovono dalle loro vie Solferino. Si dirà: ma il blogger non va sul posto! Non sempre è vero, come non è vero che tutto il giornalismo è reportage. Ma soprattutto, de te fabula narratur. Nel degrado della professione è il giornalista quello che viaggia sempre meno, anche se evita di ammetterlo. Succede ai precari o ai freelance pagati due lire, ma anche agli strapagati inviati ed editorialisti. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù, senza essere mai stati a Timbuctù. La loro attività, come quella del blogger, è soprattutto quella di analisti di informazioni disponibili a tutti. La differenza è che l’editorialista è obbligato a render conto ad alcuni stakeholder, portatori di interesse che non vuole sfrocoliare o deve esplicitamente favorire, che siano un partito, la Casa Bianca o semplicemente uno sponsor. La sua autorevolezza sempre meno dipende dall’indipendenza di giudizio e sempre più spesso dipende dal garantire tali portatori di interesse. Il blogger, al contrario, editore di se stesso in un’attività quasi totalmente gratuita (è una colpa?), in genere si confronterà con la propria credibilità personale, la propria storia e i suoi lettori in un percorso più trasparente di quello dei media tradizionali.

UNA RETE DI LETTORI-AUTORI

Il cittadino giornalista tende ad occuparsi di temi che conosce, e ai quali spesso ha dedicato la vita, costruendosi un’autorevolezza specifica. C’è chi compra un giornale o guarda un TG per tutta la vita, ma non c’è altra fidelizzazione possibile nei blog che non si basi sulla credibilità. Se il giornalista partecipativo si fa tuttologo si sgonfia. Ma in genere ha di più e non di meno da dire rispetto alle analisi stantie, disinformate e disinformanti dei media tradizionali. Chi visita il suo sito (dieci o diecimila persone al giorno), gli riconosce un’autorità che sottrae ai media monopolisti. La peculiarità di tale autorità è che si tratta di un’autorità orizzontale, non verticale. Il blogger si riferisce continuamente ad altri blogger, li linka, si tiene in contatto, smonta il proprio punto di vista e quello degli altri e lo rimonta, risponde ai commenti, modifica e calibra il proprio pensiero in uno scambio arricchente per tutti, nel quale tutti partecipano in una magnifica biodiversità informativa. Il blogger parla in prima persona e dà del tu ai propri lettori dei quali spesso è a sua volta lettore in una grande rete di lettori-autori.

È questa la sua forza. Condivide quello che conosce, spesso molto bene, a volte essendo un’autorità indiscussa in materia, come testimoniano blog curati personalmente da premi Nobel. Il tuttologo è un ruolo che si addice invece ai media tradizionali, con la loro necessità/presunzione di coprire da un desk a Roma, a Miami o a Buenos Aires, magari con un precario mal pagato e mal selezionato e che probabilmente non conosce la lingua, fatti che accadono a Quito o a La Paz. La desolante povertà, culturale, ma perfino sintattica e grammaticale della sezione brevi del quotidiano La Repubblica online, lo testimonia.

Il giornalista partecipativo, al contrario, compete ed è autorevole se costruisce il proprio agenda setting intorno alle proprie inclinazioni e competenze. Se si misura nel territorio di tali competenze, batte per qualità e tempestività i media tradizionali come i guerriglieri vietcong battevano i marines nella selva vietnamita. Opera così da vero Quarto potere del XXI secolo, facendo le pulci ai disinformatori di professione che hanno abdicato al fare da controllori del potere politico ed economico e anzi se ne fanno complici. A questo sito è successo innumerevoli volte, vedi alla voce (TAG) “disinformazione”. Rispetto ai media tradizionali, che possono essere aiutati a democratizzarsi denunciando sistematicamente ogni manipolazione, il giornalismo partecipativo somma una tensione etica e interpretativa della realtà. Così la parte più intraprendente, giovane, colta, interessata e interessante della società civile ha scelto di rivolgersi alla Rete per abbattere l’esclusività monopolista dei media tradizionali.

Chi scrive, da docente universitario di Storia del Giornalismo, fa notare ai propri studenti come ben prima del “diritto di stampa” sia nato il “privilegio di stampa”. E’ quello che tutt’oggi utilizzano i monopolisti dell’informazione mainstream per imporre il “pensiero unico”. Perché potesse sorgere il diritto di stampa, cioè che tutti potessero stampare, dovette essere abbattuto il “privilegio di stampa”, che i monarchi assoluti attribuivano ad uno o pochissimi soggetti. Oggi ci sono tutti gli strumenti perché un giornalismo partecipativo contribuisca a creare una democrazia partecipativa. Quello che sta sorgendo è un giornalismo tematico, orientato dalla passione civile, ma non per questo meno autorevole. Rispetto al collateralismo con i potentati economici e politici dei media tradizionali è un giornalismo indipendente dalle logiche commerciali, disinteressato, partigiano, civile. Un giornalismo di condivisione della conoscenza contro la banalizzazione della complessità voluta dal “pensiero unico”. E’ quello che GennaroCarotenuto.it ha fatto in questi anni e continuerà a fare. Tutti possono partecipare.

Gennaro Carotenuto

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A lezione con Emanuele Giordana

Giovedì 26 ottobre alle 17.30 nella Biblioteca statale di Macerata, in Via Garibaldi, Emanuele Giordana (nella foto), giornalista Rai ? Lettera 22 di ritorno da Kabul, presenta il libro ?Geopolitica dello Tsunami. Solidarietà e strategie nella catastrofe che ha sconvolto l’Asia?.

MACERATA – L’incontro, che dà il via al nuovo ciclo ?Invito alla lettura? curato dalla Facoltà di Scienze della comunicazione, sarà introdotto dal professor Gennaro Carotenuto. Il giorno successivo, inoltre, Emanuele Giordana parteciperà alla lezione di Storia del giornalismo che sarà tenuta da Carotenuto dalle 9 alle 12 nell’aula 4 de … Leggi tutto

Brecha – Informe de Médicos sin Fronteras – Muertes intencionalmente olvidadas

En su informe anual Médicos sin Fronteras (MSF) pone el acento sobre las diez crisis humanitarias menos conocidas del año 2005. En el mundo de la globalización se muere por enfermedades decimonónicas.

Gennaro Carotenuto desde Roma
¿Cuál es el lugar más violento del mundo? Al mirar los informativos la respuesta posible es una: Irak. ¿Cuál ha sido la crisis humanitaria más importante de 2005? Otra vez la respuesta unánime será: el tsunami. Un estudio italiano –que podría encontrar datos similares repetidos en cualquier país occidental– averiguó que la mitad del tiempo que la tevé de este país consagró a crisis internacionales estuvo dedicada a Irak. Sin embargo, más de la mitad de ese tiempo está dedicada a la política estadounidense sobre Irak, la tercera parte a los secuestros de occidentales y apenas el 0,1 por ciento a los refugiados iraquíes … Leggi tutto

Si è parlato davvero di Iraq nelle nostre televisioni nel 2005?

Domani su Brecha esce un mio pezzo sul rapporto di Medici Senza Frontiere sulle dieci crisi più dimenticate dell’anno e che trovate qui, una lettura istruttiva. Si va dal Sudan all’Uganda al Nord dell’India alla Colombia al SIDA (Aids) che da quando ha smesso di essere mortale nel Nord del mondo è retrocesso al rango di malattia dimenticata come la malaria o la Tbc. Brecha, oltre a mille altre cose, offre la possibilità di scrivere dei piccoli saggi andando oltre le ristrettezze degli spazi giornalistici. 9500 caratteri sono ben oltre la media degli articoli di quotidiani e settimanali. Eppure, ne discutevo con Raúl Zibechi, il caporedattore agli esteri, mi sono sentito molto male a scrivere quest’articolo. Molto male perché dedicare 800 caratteri l’anno alla Costa d’Avorio o ad Haiti è un po’ come lavarsi la coscienza lasciando una moneta di elemosina. Non ho mai risolto dentro di me il conflitto su se dare una moneta sia meglio di niente ma nel documentarmi ho scoperto … Leggi tutto

Brecha – India I – Mientras todos miran a China India crece y avanza en silencio

La mayor democracia del mundo es la otra cara de la reconstrucción de los equilibrios mundiales en el siglo XXI. India, con mil millones de habitantes, un crecimiento estable del 8 por ciento anual, alta alfabetización e informatización, avanza silenciosamente.
Genaro Carotenuto
Desde Roma   


Dharavi es una villa miseria, un cantegril, una favela, un slum. Si en la Rocinha, en Río, la favela más grande de Brasil y probablemente de Latinoamérica, se calcula que viven cuatrocientas o quinientas mil personas, son por lo menos un millón los habitantes de Dharavi. Dharavi es cada vez menos la periferia de Mumbay, el nombre actual de la vieja Bombay &endash;el nombre colonial&endash; que ya hospedó el Foro Social Mundial del año 2004. Muchos de los habitantes de Dharavi vienen del Gujarat, una suerte de Bosnia india, donde las tensiones entre musulmanes e hindúes son cotidianas. Dharavi es así la favela más grande de Asia y compite con la keniata Korogocho y con algunas otras en Sudáfrica y Nigeria por el triste primado mundial. Son un millón de personas que viven en apenas 175 hectáreas, con unos 50 lugares de culto de distintas religiones pero sin ningún hospital, ni alcantarillado, ni acueducto. Alguien ha contado que hay menos de 700 baños en todo Dharavi, uno cada 1.500 habitantes. Podemos imaginar las colas. En la temporada de los monzones el barrio se inunda completamente. Los pozos se transforman en trampas mortales hacia los acuíferos del subsuelo. En India hay 52 mil favelas como Dharavi. Con algunas peculiaridades. En Dharavi la economía informal mueve 3 mil millones de rupias por año, unos 600 millones de euros. En Dharavi el 100 por ciento de la economía es informal &endash;es el 91 por ciento en India, así que no nos sorprendemos&endash; y se calcula que no hay desempleo. Trabajan niños, enfermos, viejos, lisiados. Dharavi es la nueva Manchester, la misma que estudiaba Karl Marx. Y la característica de Dharavi es que en realidad no es un barrio, es un gigantesco complejo industrial, completamente en negro, donde los obreros viven y trabajan con sus familias. Hay ventajas: nadie pierde tiempo en desplazamientos en Dharavi. Todos o casi todos trabajan en los mismos metros cuadrados donde viven insalubremente, o como mucho a pocas cuadras.


Hay otras ventajas, si son ventajas. La renta per cápita de Dharavi está calculada en al menos 1.500 dólares por año y hay 92 televisores cada 100 habitantes, 71 de los cuales conectados al cable. Un millón de campesinos &endash;urbanizados de primera o segunda generación&endash; viven y compiten hacinados así. Es la ley del mercado. La periodista india Kalpala Sharma, que ha dedicado un libro a Dharavi, nos cuenta de talleres de diez metros cuadrados entre dos pisos, donde 20 obreros producen 10 mil vaqueros por año. Los obreros, en ese infierno, ganan 2 mil rupias al mes, y el dueño, después de diez años, ha logrado mudarse a un barrio más respetable. Sus hijos van al colegio y la niña quiere ser actriz en Bollywood, la Hollywood india. Para seguir su sueño, sólo en los últimos 20 años, otros 12 millones de indios han abandonado el campo para radicarse en las 52 mil Dharavi del país.


DESDE UTTAR PRADESH A LA NASA. El desarrollo capitalista informal, desordenado y que quema generaciones en nombre del crecimiento del pbi, es sólo una de las caras que India nos ofrece. Las universidades cada 12 meses producen 200 mil ingenieros de excelente nivel y entre treinta y cuarenta mil de ellos encuentran todos los años prestigiosos trabajos y excelentes sueldos en las mayores empresas occidentales. Esta misma semana, la noticia dio la vuelta al mundo: Saurabh Singh, un chico de 17 años de Uttar Pradesh que en su casa no tiene electricidad, ha salido primero entre 200 mil en un concurso para trabajar en la nasa. De las 100 mejores business school del mundo, diez son indias. La Infosys y Satyam, dos empresas de Bangalore, están escribiendo la arquitectura de los software de Microsoft del futuro. Este año 2005, compañías indias comprarán desde airbus a boeing, aviones civiles por 10 mil millones de dólares, casi la tercera parte de las ventas mundiales. En una década han llegado inversiones extranjeras por 50 mil millones de dólares, pero sólo en 2004 sociedades de India han invertido 1,8 millones en adquirir empresas en el exterior. Cada año al menos cinco millones de indios &endash;los chinos son 70 millones pero es igualmente significativo&endash; pueden permitirse vacaciones en Europa. Y Bollywood, la industria cinematográfica india, es la única que compite en números con Hollywood con sus larguísimos musicales sentimentales.


El país en el cual Indira Ghandi miraba hacia el socialismo, puede contar con la democracia formal como contenedor de las diferencias todavía enormes dentro de la sociedad. Es ésta la clave que ha derrotado en mayo de 2004 al gobierno neoliberal de Bihari Vajpayee, considerado el protagonista del crecimiento indio y que ha dejado, para el escándalo occidental, su lugar a una visión de la política más inclusiva y democrática. Subhash Agrawal, director de India Focus, individualiza, como muchos otros observadores, que ésta es la peculiaridad del desarrollo indio. La necesidad democrática hace del pesado Estado burocrático indio algo distinto y más difícil para los inversores que el pesado sistema burocrático chino, aunque la ong Transparency &endash;que mide el nivel de corrupción percibida, una suerte de ?sensación térmica?&endash; señala a India como un país más corrupto que China. En una escala de 1 a 10, China está en 3,4 e India en 2,8; para confrontar: Finlandia tiene 9,7, Uruguay un buen 6,2 y Haití está última con 1,5. En una comparación hecha por el Banco Mundial sobre las facilidades para las empresas entre China, India y Brasil, India sale en segundo lugar. Para abrir una empresa es necesario el doble de tiempo que en China pero la mitad que en Brasil. El gran problema es la falta de electricidad, que causa en India pérdidas cuatro veces mayores que en Brasil.


Desde hace apenas 15 años, cuando Francis Fukuyama, el más ridiculizado futurólogo del planeta &endash;aunque con los derechos ganados con sus libros no debe importarle mucho&endash;, proclamó el fin de la historia, el mundo ha presentado cambios enormes. India es parte fundamental de estos procesos. El G 7, que gobernó el planeta en el último cuarto de siglo es tan inadecuado al mundo del futuro como la pretensión de unilateralismo de Estados Unidos. Calcula el banco de negocios Goldman Sachs que en 2050 el conjunto de China, India, Brasil, Rusia y Sudáfrica alcanzará el pbi de los siete: Estados Unidos, Japón, Alemania, Gran Bretaña, Francia, Italia y Canadá. Hasta la mismísima CIA está preocupada. La globalización, que los franceses llaman ?americanización?, entendiendo el desborde de Estados Unidos en todo el mundo, se está transformando mucho más rápidamente de lo previsto en ?asiatización? del planeta. Faltan 15 años para que China, India e Indonesia superen el 50 por ciento de la humanidad. Si bien la economía china alcanzará a Japón en 10 años, en ese tiempo India dejará atrás sucesivamente a Italia, Francia y Alemania llegando al cuarto lugar desde el duodécimo actual.


PIEZA CLAVE DEL MUNDO MULTIPOLAR. En política exterior, India está actuando como actor mundial. Con el tsunami del 26 de diciembre ha rechazado ayudas externas para mostrar al mundo lo que es capaz de hacer con sus fuerzas. Sin embargo la verdadera fuerza de India está en la capacidad de tejer telas que la dejan prácticamente sin enemigos. En lo que concierne a la reforma de la ONU, India hace frente común con Japón, Alemania y Brasil para alcanzar un escaño permanente en el Consejo de Seguridad. El apoyo más cercano es francés, con Michel Barnier, ministro de Exteriores, que garantiza el apoyo a este país. Los cuatro líderes, Manmohan Singh, Lula, Junichiro Koizumi y Gerhard Schröder, hacen frente común en una sinergia que hasta ahora no ha madurado en resultados. Pero los partidos más importantes no se juegan en la ONU, sino en el rediseño del ajedrez asiático.


Con la Rusia de Vladimir Putin, India supo renovar una amistad que fue estratégica para los dos países en tiempos de la Unión Soviética. Compañías indias participan en la explotación del petróleo ruso y Moscú vende a Delhi armamentos y tecnologías estratégicas. No tener recursos petrolíferos propios es el desafío más importante de una India donde, en los próximos 15 años, los automóviles se multiplicarán por seis. Más prudente es la relación con respecto a Estados Unidos. La administración republicana quiere mantener sus poderes de veto sobre las elecciones estratégicas de una Delhi que desde la época Vajpayee mira a Teherán como un aliado natural. Y la amistad con Teherán favorece también la mejora de las relaciones con Pakistán. La construcción del ?gasoducto de la paz? se ha transformado en un elemento de fricción entre Islamabad y Washington. Teherán, Delhi e Islamabad lo quieren y Washington se opone. Su construcción en los próximos años será una de las medidas de la capacidad de Estados Unidos de imponer sus intereses estratégicos en el área.


El deshielo con Pakistán había empezado ya a fines de 2003 aunque hasta ahora la cuestión kachemira, que desde hace 57 años ensangrienta las relaciones entre las dos partes del ex imperio británico, ha quedado en una sencilla ?mayor comprensión? de las razones del otro.


Hasta Europa parece haber obtenido ventajas en India respecto a sus crónicos retrasos en China y en América Latina. Es prácticamente seguro que India participará del proyecto Galileo &endash;el sistema satelital mundial&endash; que con tanta sospecha es visto desde Estados Unidos. Para Delhi la más abierta Bruselas es un socio más aceptable que las dificilísimas tratativas con una Washington que impone vetos en decenas de materias de interés estratégico.


Sin embargo, encima de todo esto está la verdadera alianza decisiva, con Pekín. Las cumbres entre los líderes de los dos países, como la de Vientiane del pasado diciembre, son magnificadas por las prensas de los dos países como decisivas en la construcción del ?gran espacio económico asiático?, el verdadero motor mundial del siglo XXI. El capitalismo indio está interesadísimo en las privatizaciones de las empresas públicas chinas. Es un mercado decisivo para el ingenio informático indio y no importa si a esta realpolitik se sacrifican los amigos tibetanos que desde siempre encuentran refugio en India. Delhi está tejiendo su política a altísimo nivel. La amistad con Japón y Corea del Sur, el papel del ASEAN, la participación de Rusia y la presencia europea trazan una ?gran estrategia asiática? que dibuja en positivo un mundo multipolar. A este diseño, Estados Unidos es hasta ahora incapaz de replicar con su relación estrecha pero competitiva con China y con su pantano de Oriente Medio.


LA FUERZA DE INDIA. Manmohan Singh repite en cada encuentro internacional que la mejor estrategia contra el terrorismo no es la guerra sino el encuentro entre culturas. En Occidente, en tiempos de ?justicia infinita,? esta verdad suena polémica y extremista. Sin embargo es el gran recurso que la mayor democracia del mundo puede ofrecer: una sociedad multicultural, multiconfesional y multiétnica en búsqueda de un desarrollo que no amplíe las diferencias y la exclusión. Para India la cuestión paquistaní y la cuestión musulmana están íntimamente conectadas, pero sólo con la condición de asegurar una inserción digna para sus 130 millones de musulmanes, piensa poder asegurar un futuro de democracia pluralista al país. Política exterior de paz combinada con una política interna de derechos y democracia son las claves de la vía al desarrollo del Partido del Congreso.

Brecha – Iraq: ¿Qué república para el futuro?

IRAK
¿Qué república para el futuro?
Las elecciones iraquíes, en régimen de ocupación, no resolvieron ninguna de las dudas sobre el futuro del país salvo que Iyad Allawy, candidato de los ocupantes, ha sido sonoramente repudiado. Mientras la legitimidad y el éxito de las mismas son fuertemente cuestionados, los chiitas, ganadores pero sin mayoría absoluta, pretenden imponer la ley islámica. A los sunitas no les queda otra que la guerrilla, y los kurdos, simplemente, se quieren ir.
Gennaro Carotenuto, desde Roma   


El Ayatolá Alí al Sistani manda en un Irak donde los mismos invasores estiman que la resistencia realiza un promedio de 60 acciones diarias. Sistani manda y es una república islámica la que está tomando forma. Y la sharia, la ley islámica, gobernará Irak si el país sobrevive y no se fractura frente a las inmensas contradicciones a las cuales está sometida esta sociedad. Desde hace dos años Sistani teje su tela con una prudencia envidiable manteniendo a la mayoría chiita fuera de un levantamiento general contra la invasión anglosajona, acreditándose con los invasores como el mayor elemento de estabilidad y al mismo tiempo manteniendo un carácter indescifrable. ¿Qué quiere realmente Al Sistani? ¿Cuánto tiempo puede aceptar aún la ocupación militar sin que su credibilidad político religiosa salga debilitada? ¿Qué espacios abre su moderación para el fundamentalismo? Moqtada al Sadr, el joven líder chiita que tuvo que aceptar las elecciones porque así quiso Sistani, todos los días inflama nuevamente multitudes en Najaf o en Kerbala exigiendo el retiro inmediato de los infieles.


La decisión de estas horas ha sido nombrar un sustituto para Iyad Allawy, el hombre que había tomado el gobierno del país de manos del gobernador estadounidense el pasado 30 de junio de 2004. Según las indicaciones de Sistani el próximo primer ministro iraquí será Ibrahim al Jaafari, médico de 58 años, vocero del partido Dawa, el más antiguo entre la comunidad chiita iraquí. Entre las figuras de la Alianza Unida Iraquí, la lista chiita más importante, que obtuvo la mayoría relativa en las elecciones del pasado 30 de enero, Jaafari representa una figura intermedia, aceptable tanto para los religiosos como para los laicos. Al momento del cierre de esta nota, su principal competidor, Adel Abdul al Mahdi, hasta ahora ministro de Economía y líder del partido Sciri, aliado del Dawa en la lista bendecida por Sistani, está renunciando a su candidatura a favor de Jaafari. Éste lanza mensajes conciliadores, los usuales en esta situación. Sin embargo Jaafari está entre los sostenedores del Corán como única fuente de derecho, de la exclusión de las mujeres de la vida pública en nombre de una visión ultraconservadora. Sus críticos lo acusan de ser uno de los hombres más ambiguamente cercanos a Irán, y, por qué no, de tener una notable predisposición a la corrupción, característica que comparte con la mayoría de los políticos forjados en dos años de ocupación militar. Jaafari espera que Sistani termine de tejer su tela. La Alianza tiene 140 de los 275 diputados pero para ser primer ministro necesita la mayoría calificada de 183 votos. Que encuentre un acuerdo dentro del parlamento es casi seguro. Un acuerdo con los dos partidos kurdos, que tienen 75 escaños, haría que apoyaran a Jaafari a cambio de la presidencia de la República para uno de sus líderes, Jalal Talaban. Sin embargo sunitas, chiitas radicales y la sociedad civil que decidió no votar se mantienen distantes de este simulacro de democracia, donde en régimen de ocupación y con la guerrilla rampante es escasamente interesante saber quién será ministro de Salud o de Finanzas. Los más moderados entre quienes se mantuvieron fuera del proceso electoral, y al fin y al cabo representan al menos el 50 por ciento de la sociedad iraquí que no votó (del 72 por ciento declarado inicialmente, la misma propaganda occidental retrocedió a esta cifra), para entrar en juego y participar en la redacción de la nueva Constitución, piden una sola cosa: que haya un claro programa de retiro de las tropas invasoras.


Es sólo un pasaje del tsunami informativo que ha atribuido al proceso electoral puesto en escena por los invasores un valor infinitamente superior al que realmente tuvo. El resultado estaba absolutamente cantado hasta en el número de escaños atribuidos. El vocero de una facción de la resistencia, Abu Mussa, ya en los primeros días de enero había previsto que los chiitas quedarían entre los 132 y los 140 escaños, para que ganaran sin triunfar y obligándolos a pactar con los kurdos. Los poderes adivinatorios de Abu Mussa no pueden sorprendernos en un país donde se votó sin electricidad y sin observadores internacionales, donde todas las papeletas fueron escrutadas en pocos centros de recogida y los periodistas embedded (incrustados en la fuerza armada ocupante) sólo fueron acompañados a visitar cinco mesas, en un país donde se declara que votaron 8 millones de personas.


HACIA LA EXPLOSIÓN DEL PAÍS. La bomba explotó el pasado 6 de febrero, apenas seis días después de las elecciones. Fue una bomba verdadera, aunque el sistema mediático mundial le restó importancia y aunque fuera ampliamente prevista por los observadores más atentos. La cumbre de los ayatolás chiitas, que acababan de arrasar en las elecciones, comunicaba que el Corán será la única fuente de derecho en el nuevo Irak. Sistani no habla, pero sus voceros confirman que el Gran Ayatolá está plenamente de acuerdo. Para la credibilidad del proceso democrático iraquí es un golpe mortal. Y así, hay que minimizar. Minimiza Al Hurra, la tevé de los colaboracionistas, que desmienten. Y minimiza Dick Cheney y a corta distancia Donald Rumsfeld. Sin embargo ya no son ellos &endash;en teoría&endash; los encargados de decidir la agenda política de la flamante democracia, y el Consejo Supremo de la Revolución Islámica, inspirado por Sistani, desmiente las desmentidas: lo que queremos es la ley islámica, ¿qué se esperaban?


Desde Occidente se siguen considerando como propagandísticas las declaraciones chiitas. Y sin embargo el riesgo de que las elecciones hayan representado el comienzo de la construcción de una dictadura chiita de la mayoría es altísimo. Así George W Bush podría haber liberado Irak para permitir que se lapidara &endash;democráticamente&endash; a las adúlteras; ?claro &endash;afirman desde el Consejo&endash;, los estadounidenses nos cuentan que nos liberaron para permitirnos decidir libremente nuestro futuro. Ahora tendrán que respetar nuestras decisiones?. La sociedad civil iraquí, que bajo la dictadura de Saddam Hussein alcanzó niveles de laicidad y de derechos civiles para las mujeres desconocidos en la región, no parece dispuesta a permitir este nuevo retroceso a la Edad Media. La asociación Mujeres para las Mujeres muestra que no quieren retroceder en la esfera privada: el 95 por ciento de las mujeres iraquíes considera fundamental que las niñas estudien, el 87 pide más oportunidades profesionales. Es la desesperación, especialmente debida a la inseguridad generada por la guerra, la que empuja a las mujeres a aceptar el fundamentalismo, afirma esta organización. Es un choque de civilizaciones, éste sí, donde hay un convidado de piedra que juega un partido donde los parámetros de democratización de la sociedad iraquí son apenas una cortina de humo para los medios de prensa mundiales: los invasores, los verdugos de Abu Gjraib y de Falluya que ahora venden democracia en los suq (mercados) de Bagdad.

Università: la sceneggiata del Ministro Moratti e la morte (annunciata) dell’autonomia

Per chi non lo sapesse -e chi può saperlo se non i diretti interessati vista la censura assoluta di TUTTA la stampa- giovedì 27 la signora Moratti ha annullato con un tratto di penna 830 concorsi universitari già banditi e pubblicati in Gazzetta Ufficiale. E’ un fatto enorme, nuovo, illegale, gravissimo, mai verificatosi nella storia della Repubblica.

E’ un colpo mortale all’autonomia delle Università oltre che al diritto e alle speranze di migliaia di precari.
La Ministro Moratti, ha annullato un’intera sessione concorsuale, la I 2005, e non è chiaro che cosa succederà alla IV 2004, di fatto sospesa. In questo momento il reclutamento universitario in Italia è completamente paralizzato e gli studenti italiani sono in massima parte seguiti da neolaureati non pagati o precari sottopagati in un quadro dove il personale docente è sottodimensionato di varie decine di migliaia di unità.

Il 21 febbraio è in calendario parlamentare la riforma che abolisce la figura del Ricercatore Universitario.
Il testo che segue è un contributo semiserio sulla scientifica distruzione della Ricerca e dell’Università italiana.

Vi prego, vista la censura vigente, di fare circolare questa notizia.

UNIVERSITA’: LA SCENEGGIATA DEL MINISTRO E LA MORTE (ANNUNCIATA) DELL’AUTONOMIA
Un contributo semiserio sulla scientifica distruzione della Ricerca e dell’Università italiana.

di Prof. Paolo Rossi – Direttore Dipartimento di Fisica “E.Fermi”
Universita’ di Pisa

Dobbiamo confessarlo apertamente: per un po’ ci avevamo creduto anche noi.

Avevamo creduto alla favola bella del Ministro dell’Istruzione (non piu’ Pubblica, ormai da tempo) che, folgorato sulla via di Damasco, capisce che nella formazione e nella ricerca risiede il futuro del Paese e in Consiglio dei Ministri si straccia le vesti (firmate), si mette di traverso, minaccia di dimettersi e di ritirarsi a San Patrignano se l’Universita’ non verra’ finanziata, se il blocco delle assunzioni dei giovani ricercatori non verra’ annullato, se insomma non verra’ ripristinata quell’autonomia così importante per tutti da essere perfino oggetto di un articolo della Costituzione.

E in questo slancio di ritrovato entusiasmo ci eravamo anche detti che in fondo il modesto vincolo della Finanziaria, la richiesta che gli Atenei presentassero piani triennali di sviluppo, era una cosa sensata.. Per anni ci eravamo riempiti la bocca con appelli alla programmazione, e ora che ci chiedevano di farla per davvero non potevamo certo lamentarci.

E non sono mancati pranzi e cene per festeggiare i neo-assunti, che accettavano con gioia di svolgere compiti piu’ onerosi in cambio del solito stipendio, perche’ questa e’ la natura del docente universitario: vale piu’ un titolo su un pezzo di carta che una cifra maggiore in busta-paga.

Ma ai poveretti era gia’ toccato aspettare per un paio di anni, dopo che avevano vinto i rispettivi concorsi, prima che il Governo vedesse la luce e capisse che il taglio di una spesa (irrisoria) non iscritta nel bilancio dello Stato non aiuta a sanarlo ne’ ad abbassare le tasse (ammesso che questo sia davvero il primo problema del Paese).

Forti della nostra illusione, riuscivamo persino a scandalizzarci solo moderatamente del fatto che le nostre rappresentanze piu’ o meno legittime e piu’ o meno istituzionali, come la Conferenza dei Rettori e il CUN, per dirne due, stessero concludendo a tarallucci e vino una terrificante vertenza sullo stato giuridico dei docenti, e che, ben sazi del classico piatto di lenticchie, aiutassero il Ministro a imbellettare, con una mano di vernice trasparente, un provvedimento il cui iter naturale sarebbe stato invece nella direzione del cestino. In fondo ci era andata comunque meglio che ai magistrati! Potevamo inaugurare gli Anni Accademici senza sfilare con la Costituzione sotto il braccio, e dire ai nostri studenti, ai nostri dottorandi, alle nostre migliaia di precari di ogni genere, specie e varieta’ che, in fondo, lassu’ qualcuno li amava.

Non sono passati quindici giorni, e ci siamo svegliati con la notizia che le elezioni per le commissioni dei nuovi concorsi, quasi tutti destinati ai piu’ giovani, e attesi da piu’ di un anno, erano state rinviate dal Ministero, come minimo per sei mesi, e piu’ probabilmente a tempo indeterminato. E’ stata dura, ma li’ per li’ siamo rimasti sopraffatti dalle profonde motivazioni tecniche: non c’era stato il tempo di ricontrollare le liste elettorali. Poi qualcuno si e’ preso la briga di fare una verifica on line (siamo nell’era di Internet, per fortuna), e ha scoperto che le liste erano gia’ perfettamente in ordine, con ritardi massimi di due giorni, grazie alla solerzia di migliaia di vituperati e malpagati funzionari amministrativi locali che hanno passato le vacanze di Capodanno a fare gli straordinari (non sempre retribuiti) per sistemare le pratiche pendenti.

Ma non c’e’ stato il tempo di metabolizzare il lutto: dopo una settimana si riunisce il Consiglio dei Ministri, e decide che abbiamo due mesi per predisporre una programmazione che nessuno e’ stato capace di fare in vent’anni. Il tutto stabilito per Decreto-Legge, lo strumento-principe della governabilita’ craxiana (a volte ritornano!) e col rischio che poi la maggioranza non lo converta in legge in parlamento entro i sessanta giorni di rito (sto scherzando, ovviamente: “questa” maggioranza approverebbe a scatola chiusa e con voto di fiducia anche la Legge del Menga).

Non importa, ce la siamo voluta, e la faremo, anche a costo di rinunciare per l’occasione al nostro sport preferito, la bega accademica.

Ma il Decreto in questione ci offre un altro regalo (timeo Danaos et dona ferentes, ammoniva Laocoonte davanti al cavallo di Troia): un “formidabile” aumento di stipendio ai giovani ricercatori mediante la riduzione a un anno, rispetto ai tre attuali, del periodo di prova. Ma un momento: e chi paga, visto che ovviamente l’operazione costa ma nel Decreto non pare si parli di vile denaro? Ma un altro momento: non è questo stesso Ministro quello che sta proponendo al Parlamento l’abolizione del ruolo dei ricercatori? E allora per chi è lo sconto di pena, per i pochissimi che sono appena entrati e che comunque si guarderebbero bene dall’andarsene, ormai, dopo averne passate tante? Ma ancora un momento: accorciamo il periodo di prova a persone cui stiamo dando un posto fisso per tutta la vita, e che hanno appena vinto il loro primo concorso, e continuiamo a lasciare in prova per tre anni il neo-professore associato (con un minimo di dieci anni di dimostrata professionalità alle spalle) , e per altri tre anni il neo- ordinario, che intanto si era gia’ fatto i tre anni di cui sopra, e che di anni di professionalita’ alle spalle ne ha almeno venti? Ma un attimo ancora: se davvero la preoccupazione era quella di sanare le discrepanze, e non soltanto quella di gettare fumo negli occhi, perche’ non restituire semplicemente il maltolto e pagare ai giovani ricercatori l’indennita’ di tempo pieno (40% del salario base) che viene loro indebitamente e iniquamente sottratta da tempo immemorabile in virtu’ della solita legge stupida e raffazzonata? Il beneficio economico sarebbe stato all’incirca lo stesso, la perequazione normativa infinitamente maggiore, e il sospetto di truffa un po’ più lontano. Quanto alla durata del periodo di prova, riduciamola a scalare verso l’alto, non verso il basso, se non vogliamo che Aristotele e Cartesio si rivoltino nella tomba.

E fosse finita qui! Passa un altra settimana, l’ultima, e arriva a tutti i Rettori, al CUN, alla CRUI, al CNVSU e, immagino, al Cappellano Militare d’Italia, l’ukase del Ministro:

“bla bla in relazione a quanto sopra bla bla entro il termine ivi previsto bla bla SOSPENDERE L’AVVIO DI NUOVE PROCEDURE CONCORSUALI. (bla bla) SIA A TEMPO INDETERMINATO CHE DETERMINATO, bla bla fino alle previste verifiche di compatibilità da parte di questo Dicastero, bla bla bla”.

Ma se ci vogliono sei mesi per controllare un elenco di nomi, quanto tempo ci vorrà per controllare i piani triennali per tutti i tipi di personale di tutte le settantotto Università italiane? Sei anni? Sei lustri? Sei secoli?

L’autonomia e’ morta, viva l’autonomia. Il blocco annuale del reclutamento e’ abolito, ora si passa al BLOCCO SECOLARE. Il Ministro ha salvato la ricerca: da chi? da se stessa? Perche’ d’ora in poi, state pur tranquilli, la ricerca in Italia non la fara’ piu’ nessuno: i fondi non ci sono, quelli che ci sono vanno all’IIT, che anche a sentire il parere di chi lo aveva proposto e’ il bidone del secolo; l’Italia ha deciso di non partecipare al Consiglio Europeo delle Ricerche; siamo fuori da tutti i programmi congiunti europei di ricerca industriale degni di nota; l’INFM e’ definitivamente assassinato, l’INAF ha zero fondi sul bilancio di previsione 2005, l’INFN non potrebbe reclutare neanche Enrico Fermi se si presentasse redivivo, il CNR e l’ENEA sono navi senza nocchiero ( e senza quattrini).

Ci avviamo a essere la settima potenza industriale a partire dal basso, anziche’ dall’alto, e la nostra ricerca industriale e’ esattamente un quarto di quel che dovrebbe essere.

Nel frattempo abbiamo la meta’ dei ricercatori per abitante e dei docenti per studente rispetto alla media dei Pesi industrializzati e, forse non per caso, abbiamo gli studenti piu’ asini di tutti i Paesi OCSE, vedi il rapporto P.I.S.A. 2003 sulle conoscenze dei quindicenni scolarizzati. E sapete perchè fanno la statistica sui quindicenni? Perchè in Italia, e ormai solo in Italia, a 15 anni finisce la scuola dell’obbligo, e quindi se si prendessero ragazzi piu’ maturi il campione non sarebbe omogeneo.

Godi Fiorenza, godi patria delle scienze e delle arti, godi terra di eroi di santi e di navigatori!

Ma oggi nella busta paga mi sono ritrovato 150 euro in piu’. Mi sono vergognato, ma non potendoli restituire, ne’ versare nelle casse del mio Dipartimento da cui il Governo li ha indebitamente sottratti (fare una donazione a un Ente pubblico e’ infinitamente piu’ difficile che derubarlo), li inviero’ alle vittime dello tsunami. E, per favore, non parlatemi di primarie!

P.S. Mi rendo conto che tutto cio’ che ho scritto e’, per gli standard del nostro Presidente del Consiglio, comunista, e pertanto equiparabile alla Shoah (cronaca del 27.1.05). Vado a prepararmi per Norimberga.

Brecha – Contratapa – Un tsunami de ayudas (virtuales)

Los grandes países prometieron mucho y darán poco a los damnificados por el maremoto del 26 de diciembre. La mayor parte de las ayudas serán sustraídas a otras emergencias y ni hablar de cancelación de la deuda. La moratoria que las mismas víctimas rechazan sólo servirá para cobrar más intereses.


Gennaro Carotenuto, desde Roma


Por el huracán Mitch, que en 1998 mató a más de 9 mil personas en América Central, fueron prometidos 8 mil millones de dólares. Llegaron menos de la tercera parte. Para el terremoto de Bar en Irán, en 2003, donde murieron más de 35 mil personas, se dijo que la ayuda alcanzaría los 1.100 millones; sólo llegaron 17 millones. Son dos ejemplos del riesgo que corren los 4 mil millones de dólares prometidos a los damnificados por el maremoto en Asia.


En esto la corrupción tiene poco que ver. Más intervienen los espejismos, que hacen parecer como enormes ayudas las que no son tales, o no son reales, o que simplemente cambian de rubro. La emergencia misma, la conmoción y la presencia de cámaras de televisión obligan a los políticos a actuar. Así se explica por ejemplo el cambio -mediático- de la administración estadounidense, que ha pasado de ofrecer ayudas insignificantes (35 millones de dólares) a ponerse a la cabeza del mundo en la lucha contra la catástrofe.


En un mundo donde ninguno de los países ricos -con excepción de los escandinavos- cumple con el solemne compromiso de destinar el 0,7 por ciento del pbi a los países subdesarrollados (Estados Unidos, con 0,14, es el peor, y le sigue Italia), ofrecer ayudas a Tailandia no significa destinar a ese fin dinero fresco. Se trata por lo general de sumas que en principio iban a ir hacia otros países afectados por catástrofes que ahora han dejado de ser mediáticas. Por otra parte, en el monto ofrecido se incluye también, por ejemplo, la reconversión de la deuda, y hay que considerar que la gestión de las ayudas ofrece la posibilidad de comprar productos o servicios producidos por el país donante y contabilizarlos como ayuda. Así, de los 1.500 millones de dólares que ofreció la Unión Europea (un tercio del total de la asistencia mundial), parte importante está constituida por facilidades para el pago de los próximos siete años de cuotas de la deuda. Este dinero volverá a ser descontado en el futuro, aumentando, y no desminuyendo a largo plazo la propia deuda. Así funciona la ?cooperación? internacional.


UN ARMA DE ESTRATEGIA POLÍTICA. Para China, el tsunami ha sido una ocasión importante. Un país tradicionalmente receptor de ayudas internacionales puede ahora aparecer en su nuevo rol de donante, tanto público como privado. (De manera distinta, pero coherente, ha actuado India, que ha intentado demostrar que no necesitaba de ayudas externas.) Para el gobierno de Hu Jintao, la región damnificada, empezando por la península de Indochina, es mucho más que una suerte de patio trasero: es el lugar estratégico donde el antiguo celeste imperio juega su papel de actor global planetario. Para China, el estrechamiento de vínculos con India y el control del resto de la región pasan ahora también a través de la política humanitaria. Y hasta Paquistán brilla ante el silencio de dos actores en decadencia política e histórica: Rusia y las ricas monarquías petroleras. Japón apunta a su vez, por un lado, a ofrecer una ayuda masiva, cosa de reforzar su peso regional, y por otro a promover la reforma de las Naciones Unidas.


Estados Unidos ha encontrado una ocasión para actuar como actor global y contrarrestar el papel de China (para un damnificado asiático, que la botella de agua se la entregue un casco azul o un marine da exactamente lo mismo), e igualmente para mostrar que el complejo militar industrial puede desenvolver su potencia también con fines estrictamente humanitarios. La potencia hegemónica aparece de esa manera tendiendo la mano a países islámicos. No es casualidad que los primeros 24 -hoy son 2.200- soldados estadounidenses desembarcados en la zona de desastre se hayan hecho inmediatamente fotografiar junto a niños. Asistir a naciones islámicas en Asia representa para Washington la ocasión soñada de utilizar una catástrofe natural para ocultar la catástrofe artificial que ha creado conscientemente en Irak y que ya ha cobrado más de 100 mil vidas. Al otro islam, el iraquí, no se le tendió la mano y los cadáveres se pudren en las calles de Faluya exactamente como en Sumatra, sin que a ningún periodista le sea dada la oportunidad de mostrarlo gráficamente.


JUGANDO CON LA DEUDA. La cumbre de Yakarta, el viernes 7, sancionó la moratoria de la deuda externa de los países damnificados. Quienes pidieron la condonación pura y simple de la deuda se vieron, nuevamente, frustrados. Entre ellos figuraba el ministro de Relaciones Exteriores de Sri Lanka, Laksman Kadirgamar, que recordó cómo su paupérrimo país siempre honró su deuda. Pero no es seguro que la moratoria sea aceptada por todos los ?beneficiarios?. India (104 mil millones de dólares de deuda), Malasia (48 mil) y Tailandia (59 mil) son economías emergentes que crecen a un ritmo superior al 6 por ciento anual, y prefieren pagar y demostrar que pueden seguir pagando. Quieren evitar que la calificación de su deuda caiga y su riesgo país aumente, con lo cual crecerían también los intereses a pagar, justo en momentos en que han logrado atraer cuantiosas inversiones extranjeras. Indonesia, por su parte, rechaza cualquier tipo de moratoria y pretende que le sea condonada al menos una parte de la deuda externa. Para ello tiene buenos argumentos, que seguramente ninguno de los ?grandes? escuchará.


A Irak, recuerda Yakarta, le fue condonado el 80 por ciento de su deuda en función de que ésta había sido contraída por la dictadura de Saddam Hussein y que no sería justo que fuera heredada por el nuevo gobierno ?democrático?. Esgrime también -tímidamente- que parte considerable de su enorme deuda externa, 132 mil millones de dólares, fue contraída durante las décadas de la dictadura fondomonetarista de Suharto, impuesta por un golpe de Estado genocida organizado por Henry Kissinger. La otra parte se debe a la aplicación estricta de erróneas recetas del propio Fondo durante la crisis financiera de 1997. El único país interesado en la moratoria es Sri Lanka, cuyo crecimiento se debe exclusivamente al turismo. Aplastado por los 9 mil millones de dólares de su deuda, proporcionalmente la mayor de la región, se ve obligado a aceptar hasta la moratoria que los demás rechazan.


¿TODO NEGATIVO? A pesar de todo, es imposible hablar del sistema de ayudas a los damnificados del tsunami del 26 de diciembre sólo de manera negativa. Una primera buena noticia es que los países ribereños del océano Índico podrán contar con un sistema de alerta parecido al que hoy tienen las naciones ricas que miran al Pacífico.


Por otra parte, los 4 mil millones de dólares prometidos atestiguan que en el mundo globalizado la conciencia de la interconexión de los destinos de los distintos pueblos está avanzando. Una porción significativa de ese monto corresponde a ayudas privadas llegadas desde los cinco continentes, incluidos países que hasta ahora nunca se habían movilizado, como China. Solidaridad global, que le dicen. Finalmente, la cumbre de Yakarta mostró que se está procurando cierto orden en el caos institucional. Pero sobre todo apareció como una victoria de la onu, que emerge triunfante de un nuevo ataque frontal lanzado por unos Estados Unidos deseosos de extender su liderazgo mundial desde lo militar a lo humanitario. Debilitado el unilateralismo de Washington, Yakarta brinda una nueva oportunidad de construir un mundo multipolar.

Brecha – Inquietudes para el 2005 – Comunicar Phuket pasando por Caracas

Inquietudes para el 2005 – Comunicar Phuket pasando por Caracas


Brecha – Montevideo – 7 gennaio 2005

Una tragedia del subdesarrollo como la del golfo del Bengala, ha sido contada al Sur por el Norte, privilegiando el drama de los turistas sobre la catástrofe local. Sin embargo otra comunicación, desde el Sur, es posible y necesaria.


por Gennaro Carotenuto

El mundo vive una ola anómala de solidaridad, favorecida por la Navidad y el maremoto. Los europeos compran solidaridad enviando un SMS. Con un mensajito de celular -interactividad es la palabras clave de nuestra modernidad- mandan una moneda de un Euro a un niño de Sri Lanka. Si el mismo niño lavara vidrios en los semáforos, no le tocarían más de 50 centavos. Sin embargo, sólo en Italia, se han recogido más de 5 millones de Euros, más que el gobierno. Éste donó lo que podía: 3 millones. Se ignora cuantos SMS envió Silvio Berlusconi, con su patrimonio personal de 14.000 millones de Euros, pero tuvo una excelente idea: que el G8 cancelara la deuda externa de los países damnificados. Nadie lo tomó en serio y se ignora si él mismo se tomó en serio proponiéndolo.

Su amigo George W Bush se puso a la cabeza del mundo libre para salvarlo del nuevo malo de la película: Tsunami. Ha exhibido pruebas incontrovertibles: es pariente de Saddam, hacía negocios con Osama y es un poco comunista ya que no distinguió entre chozas y hoteles cinco estrellas. De paso ?no reveló George W- salvando el mundo, quedará una base de marines en Phuket o un puertito para los submarinos atómicos en las islas Andamanes.

Lamentablemente los buenos propósitos del comandante en jefe chocan con las miserias humanas. No tenía más de 35 millones de dólares; poquitos para salvar el mundo. Es didascálico y pedante sacar cuentas, pero 35 millones son la cuarta parte de lo que sale un avión de combate -barato- y es el 0,000075 por ciento de lo que gastaron Estados Unidos en el 2004 en ?defensa?. Más: cada estadounidense -cada año- invierte en las guerras el costo de una buena computadora portátil. A cambio a las victimas del maremoto han regalado? ¡medio pucho! Y es la mitad final, por que de fumar un cigarro a medias con un tipo de Bangladesh, al contribuyente de Estados Unidos le da un poco de asquito.

Tony Blair, en un ataque de moralismo de los que exhibe cada vez que miente, se ha indignado desde el 10 de Downing Street. Los gobiernos involucrados no han comprado excelentes patentes anglosajonas que hubiesen prevenido el maremoto, transformando el evento en un excelente escenario para un mundial de surf. Tony olvida que el Fondo Monetario Internacional, del cual Gran Bretaña es socio fundador, reta ?y le dan ataques terribles- todo país endeudado que intente despilfarrar dinero en obras públicas, salud, educación.

Moralismo por moralismo, hay que admitir que en Asia no pasó nada especial y no hay motivo para gastarse tantos mensajitos. 150.000 son los muertos por hambre en cuatro, cinco días cualquiera, sin que nadie mande un SMS, ni siquiera a los parientes.


Maldad por maldad, tanta atención mediática por un evento tan lejano es debida a la globalización. Es esta cosita linda que nos involucra todos en un único planeta auspiciado por Mastercard, y cada Navidad nos hace cantar todos juntos, con una vela en la mano, que ?we are the world?. Sin embargo es la misma globalización que llevó a la Union Carbide a envenenar la ciudad de Bhopal, en India. O que lleva todos los días aviones charter cargados de bandidos ?funcionarios, contadores, maestros, vecinos de mi barrio- a Tailandia como a Brasil, a llenarse de Viagra para violar mejor niñas y niños. O que lleva Nike o Reebook a violarlos de otra manera -las dos firmas tienen más del 40 por ciento de producción entre Indonesia y Tailandia- haciéndolos trabajar, y en condiciones indignas. Y es la misma globalización que hace flotar cadáveres en nuestros televisores, sin ningún respecto para nuestros almuerzos navideños.

Y entonces nos queda la duda que tanta condolencia nazca del hecho que por ahí hubo unos cientos o unos miles de cadáveres cinco estrellas, aunque estos sean probablemente menos del uno por cierto de los muertos y un porcentaje insignificante de los damnificados. Si mil muertos suecos son un drama para Suecia, son apenas un detalle en una tragedia bíblica que hizo cinco millones de sin techo.

SIN EMBARGO Lo escrito hasta ahora atestigua un circo político/mediático de hipocresía, frivolidad, cinismo, avaricia. Son los mismos parámetros con los cuales el Norte del mundo maneja las cuestiones que involucran el 80 por ciento de la humanidad. Y son las mismas reglas informativas de un mundo donde es el Norte a producir y contar la historia del Sur.

También en la lejana -desde Indonesia- Caracas, en ese caótico laboratorio de ideas que es la revolución bolivariana, se observa como las prioridades las sigue eligiendo el Norte: las prioridades en socorrer las víctimas, empezando por los famosos de los resorts superlujo en las Maldivas, la prioridad de exigir de respetar los cadáveres occidentales como si no llevaran el mismo riesgo de epidemias que las víctimas locales y las prioridades en la manera de contar la tragedia.


Los venezolanos sobrevivieron al primer golpe de estado mediático de la historia. En el Encuentro Mundial de Intelectuales en defensa de la Humanidad, que se celebró en la capital venezolana hace un mes, una de las ideas guías fue la necesidad que el Sur encontrara la manera de comunicar al mundo sus prioridades. El planeta está asolado por una información sesgada por medios sólo aparentemente independientes pero que pertenecen a menos de diez multinacionales todas rigurosamente defensoras del neoliberalismo. A la manera de ejemplo cabe recordar que la prestigiosa, rigurosa y ?independiente? BBC, jamás llama a Augusto Pinochet por lo que fue, dictador y asesino, y sigue respetuosamente apodándolo por lo que quiso ser con sus crímenes, presidente: Presidente Augusto Pinochet. El Sur -se afirmó en Caracas- tiene que saber comunicar al Sur mismo y defenderse de la comunicación producida en el exclusivo interés del Norte. Pero también tiene que aprender a inundar el Norte con su información, su cultura, sus prioridades, sus razones, sus necesidades y sus tragedias. Crear, producir, exportar cultura y información, antagonista, comunitaria, pero también de masas, que esté en el mercado imponiendo contenidos donde ?independiente? sea desde los intereses del neoliberalismo y en el interés de los pueblos.

Producir y defender. El Sur debe defender sus contenidos, su cine, su televisión, su información de la penetración del Norte, estableciendo por ley cuotas de mercado, en todos los medios, reservadas a producciones locales o regionales. ¿Qué utilidad social tienen canales televisivos que durante las 24 horas transmitan películas producidas en un único país extranjero? Estos medios, manejados desde miles de quilómetros de distancia, no dejan en el país receptor ni cultura, ni puestos de trabajo, ni riqueza. ¿Es útil a las sociedades civiles del Sur que se concedan licencias para operar de manera tan unidireccional?


De Caracas están a punto de partir iniciativas concretas importantes, como la Tv Sur, que será la CNN del Sur, llegando a todos los cables del Sur y del Norte. También podría nacer pronto una gran agencia de prensa que ofrezca a todos los medios de comunicación del mundo una visión distinta de la ?oficialista? de Associated Press o Reuters. Sería menos útil si no fuera parte de un proceso cultural en el cual todos los Sures dejen de ser receptores de comunicación para transformarse en productores y exportadores.

La pretensión de las grandes empresas transnacionales de comunicación multimedia de declararse objetivos u independientes, sólo por que las mueve la ?mano invisible del mercado?, hace tiempo dejó de ser creíble. Lo atestigua la mentira repetida de las armas de destrucción masiva iraquíes, difundida por los gobiernos del Norte, con la complicidad de medios de comunicación falsamente independientes pero poderosísimos, CNN, FOX, CBS.


En un mundo multipolar, múltiples voces deben comunicar bidireccionalmente. Al Jaazeera no es un medio antagonista, es una televisión comercial. Sin embargo ha demostrado que se pueden comunicar al mundo visiones alternativas. Se tomó la libertad de informar su público, islámico, desde el punto de vista de las víctimas, islámicas, invadidas por los anglosajones. En el unanimismo post-11 de septiembre, era una voz aislada. Pero adquirió así la autoridad para ser escuchada en caudales distintos y mucho más anchos del circuito progresista/antagonista y ser referencia y fuente ineludible incluso para los productores del Norte: ?Afirma Al Jazeera??. No nos equivoquemos: los medios alternativos/comunitarios son fundamentales, pero alcanzan un mundo ?nuestro mundo- sustancialmente autoreferente. Paralelamente es ineludible penetrar en cuotas crecientes de los medios comerciales, que llega a las masas. Hay que producir información, pero también espectáculos, ficción, teleseries. Hay que ser iguales, pero distintos.

Como afirmó Mario Benedetti: ?la peor telenovela venezolana sólo quiere contar una historia. A cambio, la mejor soap opera de Hollywood, siempre quiere imponer un sistema de valores y consumos?. Ahora en Venezuela hay telenovelas bolivarianas, que operan en el mercado de masas, y no sólo en los nichos, ofreciendo valores solidarios y antimperialistas. Si el Sur también existe debe contarlo al mundo.