Friday 25 May 2012, 06:13

Gli articoli con tag: " neoconservatori "

Reporter senza Frontiere: “sì alla tortura”

La notizia è scioccante anche per chi per anni ha denunciato le sospette attività di Reporter senza Frontiere e del Boss di questa organizzazione, Robert Ménard. Questi, in una trasmissione alla radio francese ha legittimato e rivendicato l’uso della tortura.

Il capo di Reporter Senza Frontiere, Robert Ménard (la denuncia è stata rilanciata in Italia da Franco Carlini de Il Manifesto), in un’emissione di France Culture, l’audio della quale è disponibile a questo indirizzo legittima l’uso della tortura. Lo fa con gli argomenti tipici usati dai grandi torturatori della storia, i … Leggi tutto

Lucio Caracciolo, Limes sull’America Latina è inconsistente

E’ necessaria una riflessione sul numero di Limes (2/2007) in edicola, intitolato “Chávez-Castro, l’antiamerica”. Chi scrive ne ha discusso per oltre un’ora nel programma di Radio RAI Radio3Mondo con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, con uno degli autori, Maurizio Stefanini de Il Foglio e con il conduttore, Gian Antonio Stella, firma del Corriere della Sera. La registrazione può essere ascoltata qui.

Nel dibattito radiofonico si è parlato moltissimo di Venezuela e del presidente Hugo Chávez. Molto meno del numero di Limes che eravamo chiamati a presentare. Dal punto di vista dell’ascoltatore, e della riuscita della trasmissione, fa lo stesso. Ma avendo chi scrive scrupolosamente letto un volumotto di oltre 300 pagine, Limes appunto, per dovere professionale sento il bisogno di alcune puntualizzazioni.

La novità più importante è che la “Rivista italiana di geopolitica”, parla ben poco di geopolitica e molto di altre cose. Parla pochissimo di economia. Per esempio ignora un evento capitale come la chiusura dei rapporti con il FMI da parte di mezzo continente latinoamericano. Non c’è un solo pezzo che contestualizzi l’attuale fase storica dopo il crollo dell’ortodossia neoliberale. Dovendosi occupare di Venezuela non c’è un solo articolo sull’ingresso del paese nel Mercosur né sul Mercosur in generale. Non c’è un solo articolo che … Leggi tutto

Alejandro Peña Esclusa, Condoleeza Rice e Manuel Rosales; sveliamo i retroscena

Alejandro Peña Esclusa, uno dei partecipanti* di secondo piano al fallito colpo di stato dell’11 aprile 2002 a Caracas, del viaggio del quale in America ed Europa chi scrive ha dato conto qui, continua a millantare di essere il cugino della vergine Maria e i bollettini dal sito della sua organizzazione, Fuerza Solidaria, sono così trionfali da sembrare i cinegiornali Luce del ’42 o del ’43 sui trionfi della guerra fascista.

Contemporaneamente a tanti presunti trionfi, Peña Esclusa, è però molto preoccupato dal … Leggi tutto

Alejandro Peña Esclusa, Josep Piqué, el Cardenal Martino: piezas de los “neocons” para el pos-Chávez

¿Quién maneja a Alejandro Peña Esclusa, el neofascista venezolano que está de gira desde hace meses por Europa y América? En su tierra no representa a nadie, es un antisemita y un golpista, pero en Roma lo recibe el Secretario del UDC [partido post-democratacristiano, N. d T.], Lorenzo Cesa y el Cardenal Renato Martino y en España se entrevista con el ex Presidente de la Generalitat de Catalunya, Jordi Pujol, y el Presidente del Partido Popular (PP) de Cataluña y ex Ministro de Asuntos Exteriores de España, Josep Piqué. Sigamos paso a paso, desde Washington hasta el Vaticano pasando por los escuadrones de la muerte salvadoreños y los milicos argentinos, la operación (análoga a la que condujo a Ahmed Chalabi, acusado de bancarrota, a ser el hombre de la Casa Blanca para el Irak post-Sadam) con vistas a una solución autoritaria para la Venezuela saneada por Chávez. … Leggi tutto

Alejandro Peña Esclusa, Lorenzo Cesa, il Cardinal Martino, pedine neocons preparando il dopo Chávez

Chi c’è dietro Alejandro Peña Esclusa, il neofascista venezuelano in tournée da mesi tra Europa e America? In patria non rappresenta nessuno, è un antisemita e un golpista, ma a Roma lo ricevono il segretario dell’UDC, Lorenzo Cesa e il Cardinale Renato Martino. Seguiamo passo a passo, da Washington al Vaticano, passando per gli squadroni della morte salvadoregni e i milicos argentini, l’operazione (analoga a quella che portò il bancarottiere Ahmed Chalabi ad essere l’uomo della Casa Bianca per l’Iraq post-Saddam) per la soluzione autoritaria per il Venezuela bonificato da Chávez.

esclusivo per GennaroCarotenuto.it

Lorenzo Cesa, segretario politico dell’UDC: “non conoscevo il signor Peña Esclusa; nessuno mi aveva avvertito che fosse dichiaratamente antisemita e golpista e noi non appoggeremo un colpo di stato in Venezuela. Tuttavia ci è stato presentato da … Leggi tutto

Le prove di Washington contro Teheran

La grande stampa internazionale, tutta unita come per le grandi occasioni, strombazza: ?il generale William Caldwelly, un pezzo da novanta del comando statunitense a Baghdad, ha mostrato le prove, ovviamente inconfutabili, di ordigni e frammenti di ordigni fabbricati in Iran che avrebbero ucciso almeno 170 soldati statunitensi e ne avrebbero feriti più di 620?.

Come per la sceneggiata dell’ex-segretario di stato Colin Powell alle Nazioni Unite, quando esibì le false provette contenenti le false armi batteriologiche di Saddam Hussein, potrebbe essere la ?smoking gun?, la pistola fumante per l’attacco contro Teheran. La grande … Leggi tutto

Fermate George Bush, il piccolo Nerone che vuole il suo Vietnam

Esattamente un mese fa, il 10 dicembre 2006, il quotidiano conservatore britannico The Times riportava una dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, George Bush, che avrebbe dovuto provocare una sollevazione:

“Non mi ritirerò dall’Iraq neanche se restassero ad appoggiarmi solo mia moglie Laura e il mio cane Barney”.

Nessuno si sollevò, neanche i media così attenti a fare le pulci a quello che dicono dirigenti politici mondiali meno amati da chi governa il mondo. I pochi che devono essersi soffermati su questa dichiarazione devono averla trovata puerile, capricciosa, tragicamente frivola, di fronte a una catastrofe che, secondo alcuni calcoli, ha già provocato la morte di … Leggi tutto

Stati Uniti: nessuna svolta in vista

Domani si vota negli Stati Uniti per le cosiddette elezioni di medio termine. Se dovesse prevalere il partito democratico, verrà lanciata una grande operazione d’immagine tesa a presentare una svolta "pacifista" da parte della classe politica statunitense. Ma non sarà così.

Anzi, il partito della guerra probabilmente diverrà ancora più forte da domani negli Stati Uniti. Per esempio il 64% dei candidati democratici si oppone fieramente non alla guerra, ma al ritiro dall’Iraq e rifiuta perfino di discutere su … Leggi tutto

I funerali del soldato – uso pubblico del lutto negli Stati Uniti e in Italia

Radio, Tv e giornali italiani danno discreto spazio al fatto che il quotidiano statunitense New York Times, per la prima volta in tre anni e mezzo, mostri le immagini del funerale di un caduto in Iraq. È il New York Times, non la Fox, eppure la notizia resta rilevante. Se George Bush non è mai andato ad un solo funerale dei 2811 caduti in Iraq finora ufficialmente celebrati, mentre in Italia la presenza delle massime cariche dello Stato è indispensabile, ci sono ragioni e differenze culturali profonde.

La notizia, e la rappresentazione della notizia, offrono la possibilità di molteplici spunti di riflessioni su Stati Uniti, Italia, guerra e rappresentazione della morte. Il primo è l’intimità della cultura dominante statunitense con l’idea della morte in combattimento. Morire in guerra è un fatto possibile negli Stati Uniti laddove in Italia risulta intollerabile. La morte in guerra è accettabile socialmente, redime ed è perfino desiderabile se dà alla legione straniera -guatemaltechi, honduregni…- che in larga misura combatte le guerre statunitensi, l’ambita cittadinanza ?americana?. Come nelle guerre combattute fino alla prima metà del XX secolo, sotto la bandiera a stelle e strisce si cade combattendo, eroicamente, offrendo il petto al nemico. La morte in guerra ha quindi un senso, patriottico e di riscatto personale. Intendere la guerra come ?inutile strage?, per stare a Benedetto XV, non ha cittadinanza in questa parte della cultura statunitense.

Tuttavia, anche negli Stati Uniti, la morte in guerra ha comunque un peso politico che per la classe dirigente è opportuno evitare di sostenere. Dissociare il caduto in guerra dall’evento del funerale di questo è una scelta politica necessaria. Il caduto muore pubblicamente in Iraq, poi viene seppellito privatamente in … Leggi tutto

Migranti: il muro della vergogna – Ich bin Mexikaner

Bush lo ha voluto ed è legge. Il muro che divide l’America in due sarà ampliato a 1.226 km di cemento, metallo e torrette ipertecnologiche per una faraonica commessa da 9 miliardi di dollari a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. Il confine tra Stati Uniti e Messico -violato la scorsa settimana dal Subcomandante Marcos- causerà ancora più lutti e tragedie. In appena un decennio i Vopos a guardia della frontiera statunitense hanno infatti ammazzato almeno 500 cittadini, mentre altri 4.000 sono morti di stenti. Perfino il presidente messicano uscente, Vicente Fox, definisce il muro “vergognoso”.

John F. Kennedy, in quanto presidente degli Stati Uniti d’America, e capo del “mondo libero”, andò a Berlino a dire “Ich bin berliner”, “io sono berlinese”, quando i sovietici nel 1961 costruirono il muro. Oggi, in uno scatto etico, sarebbe necessario andare a Washington a gridare “Ich bin Mexikaner”, “I am Mexican”, “yo soy Mexicano”, “io sono messicano”.

Il muro di Berlino divise il continente europeo in maniera simbolica (salvo che a Berlino dove la divisione era materiale) tra Est ed Ovest dal 1961 al 1989. I neoconservatori al potere negli Stati Uniti, nella persona di un successore di Kennedy, George W Bush, hanno preteso un muro che oggi divide fisicamente e non solo simbolicamente un intero continente, quello americano, in un senso al passo con i tempi: … Leggi tutto

E poi dicono i talebani

“Ci sono solo due tipi di persone: quelle che amano Gesù e quelle che non l’amano”.

Addestramento paramilitare, indottrinamento religioso per … Leggi tutto

Bush: “Dovunque io volga lo sguardo vedo estremisti”

“Dovunque io volga lo sguardo vedo estremisti” ha affermato George Bush nel suo discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ha scelto proprio questa raggelante espressione, che la dice lunga sulle paure di chi, per continuare ad imporre la supremazia statunitense sul pianeta (come scritto dagli ideologi neoconservatori nel “Progetto per il nuovo secolo americano”) ha imposto al pianeta stesso la guerra al terrore, e si rifiuta di vedere come il dolore generi più odio.

Ma se è il reazionario fanatico iraniano Mahmoud Ahmedinejad ad andare a Nuova York a dire che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non rappresenta più nessuno, allora vuol dire che tutti quelli che fanno finta di non sentirlo sono più reazionari e fanatici di lui.

Può nel 2006 il Consiglio di Sicurezza dare il diritto di veto alla Gran Bretagna e non all’India, alla Francia e non al Brasile, ammesso e non concesso che il diritto di veto non sia comunque una zavorra intollerabile?

Hugo Chávez, per scaldare la platea, ha iniziato il suo discorso con una battuta. Ha detto che in quell’aula dopo il discorso di George Bush si sentiva odore di zolfo. I presenti hanno riso, applaudito, poi Chávez ha argomentato seriamente per tutto il tempo che aveva. Per esempio ha invitato gli statunitensi a leggere Noam Chomsky. Poi ha citato lo stesso George Bush con quel suo terrificante “dovunque io volga lo sguardo vedo estremisti” (chissà perché glissato dalla stampa internazionale) ed ha argomentato, ha denunciato, ha proposto. I giornali del nord hanno edulcorato, minimizzato, ridicolizzato: “Quel buffone di Chávez va all’ONU a dire che Bush è il diavolo”. Null’altro.

Evo Morales, il grande lottatore sociale che coniuga il rispetto per la terra proprio della cultura nativa, con la prassi di mastino sindacale in un paese, la Bolivia, dove la classe operaia ha tradizioni sindacali gloriose e rivoluzionarie, con la modernità della democrazia partecipativa, ha fatto un intero … Leggi tutto

Nell’anniversario dell’11 settembre, con l’Iran l’Europa tratta mentre Bush minaccia un’altra guerra

Questo articolo è la traduzione in italiano di quello da me scritto per il quotidiano “La Jornada” di Città del Messico.

Per celebrare l’11, il presidente statunitense George W. Bush non trova di meglio che minacciare una nuova guerra contro il più ovvio e più difficile dei bersagli: l’Iran. Questo paese, secondo Bush, ?è come Al Qaeda?. È la misura del fallimento di cinque anni di “guerra al terrore”.

Nella fase attuale dei negoziati tra Unione Europea (la troika), le Nazioni Unite (i 5+1) e l’Iran, le parole più sagge le ha avute Felipe González. Atterrando a Madrid, dopo di essersi incontrato a Teheran con il presidente iraniano Mahmoud Ahmedinejad, l’ex presidente socialista spagnolo ha affermato che ci sono importanti margini di trattativa, che l’Iran non vuole l’arma atomica, ma esige il rispetto del suo diritto allo sviluppo tecnologico garantito dallo stesso trattato di non proliferazione nucleare. In una situazione nella quale Bush e Ahmedinejad si scambiano quotidianamente insulti che risultano surreali per … Leggi tutto

Afghanistan: dove sono le donne che si levavano il burqa al passaggio dei marines?

Un uomo di 41 anni, il medico Abdul Rahman, è stato condannato a morte per apostasia in Afghanistan. La sua storia è su tutti i quotidiani. Durante una perquisizione la polizia ex e neo-talebana aveva trovato tra le sue cose una bibbia. L’uomo non ha abiurato la sua fede ed anzi ha difeso la sua conversione al cristianesimo. Per la costituzione dell’Afghanistan “democratico”, del gagà Karzai, l’apostasia è un crimine punibile con la morte ed alla pena di morte Rahman è stato condannato.

Sono passati oltre quattro anni da quando i grandi quotidiani euroccidentali insieme alle più prestigiose televisioni del pianeta, tutte appartenenti ad una decina di grandi gruppi mediatici, ci hanno raccontato che in Afghanistan le donne si levavano il burqa e gli uomini si tagliavano la barba al passaggio dei marine liberatori.

Quei pochi, Robert Fisk, Giulietto Chiesa, che osavano contraddire la descrizione del lieto “the end” hollywoodiano della democrazia “for export”, venivano tacciati di disfattismo e condannati al … Leggi tutto

Fukuyama divorzia dai neoconservatori: “sono leninisti”

Francis Fukuyama, il veneratissimo intellettuale neoconservatore, quello che dopo la caduta del muro di Berlino scrisse che la storia era finita e che gli Stati Uniti avevano vinto (pregasi inviare un pernacchio per ogni evento degli ultimi 16 anni che ha trovato posto sui libri di storia), ha divorziato dal neoconservatorismo e ritorna nell’alveo del tradizionale realismo repubblicano.

Forse sarà perché il fondatore del progetto bushiano per un nuovo secolo “americano” (PNAC) sta per lanciare un altro libro e vuole far parlare di sé, ma ci va giù duro con … Leggi tutto