Friday 25 May 2012, 05:19

Gli articoli con tag: " FIAT "

Viva l’altra Italia. Chi ci sta a darle voce?

L’articolo sull’altra Italia, pubblicato venerdì scorso (http://www.gennarocarotenuto.it/10101-viva-litalia-che-resiste-diamole-voce/), è riuscito a dar vita ad un dibattito che ha in qualche modo raccolto la provocazione con cui si chiudeva il pezzo, chiedendo se ci si dovesse veramente arrendere all’idea che l’unica alternativa politica alle destre, sul piano amministrativo, fosse lo stile di Vendola in Puglia. … Leggi tutto

Napoli: licenziati salgono su Maschio Angioino

L’ultimo episodio si è verificato oggi (venerdì 28 agosto) a Napoli. Quattro lavoratori sono saliti sulla torre centrale del Maschio Angioino, minacciando di darsi fuoco e lanciarsi di sotto.

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Maroni o, se volete, "Roberto delle bande verdi"

ronde-di-vauro Dalle parole ai fatti. Il governo verde cavalletta dei celoduristi, sostenuto dai quattrini versati a fiumi da “Roma ladrona”, procede come uno schiacciasassi e appare chiaro: nasce un Principato Gallo-Cisalpino.

A Bossi che straccia il tricolore e a Calderoni che fa il filo alle gabbie salariali, copre le spalle con piglio celtico Maroni, “Roberto delle bande verdi”, con la Guardia Nazionale, gli alpini di Padania e, da ultimo, la Milizia Volontaria per la Sicurezza dell’agiatezza gallo-cisalpina.

E’ il principato dell’egoismo e tanto peggio per i poveri d’ogni contrada: nordici, sudici e comunitari o islamici, marocchini e clandestini.

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La puzza delle donne e l’olezzo del divino

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Sembra che puzziamo molto, la pubblicità  lo  canta in tutti modi: lavati, spruzzati, intimamente…Tanto se orini, tanto se peggio ancora, emetti qualche goccia di sangue che ti ricorda che non hai prodotto ma magari fatto all’amore. Prima durante e dopo, ti devi lavare, nascondere quelle piccole tracce, l’umore…

E così mentre puliamo noi stesse e la casa, l’ufficio e la fabbrica, il centro anziani e le scale del condominio, c’è Qualcuno a cui non basta, s’ ha da fare  piazza pulita dell’ autodeterminazione:  si  pretende l’ Igiene.

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Rutelli trama, la Bindi lo tana

"Rutelli sia leale, basta ambiguità"

Bindi all’attacco: se il Pd non lo convince tragga le conseguenze

FEDERICO GEREMICCA

L’idea del punto al quale potrebbe giungere la situazione, Rosy Bindi prova a darla con una battuta: «Ma sì, forse quel soprannome si può rispolverare. Aveva cominciato a darmi un po’ fastidio, ma dati i tempi…». Il soprannome è quello che la rese famosa durante la battaglia per il rinnovamento della Dc: la pasionaria. E dunque, rieccola sulle barricate. Con messaggi netti e chiari, come al tempo che fu.
Per Franceschini, al quale dice che «con certe polemiche distruttive e false, su faccende tipo i vecchi, il ritorno al passato e il tesseramento, si scivola nel dipietrismo, nel grillismo»; per Ignazio Marino e le sue misteriose dimissioni dall’Università di Pittsburgh e dall’Ismett di Palermo per le quali «spero che chiarisca e che chiarisca anche a me, visto che da ministro della Sanità accompagnai la nascita dell’Istituto»; e per Rutelli, che dice di non essere contento e di temere un Pd «partito di sinistra»: «Deve mettersi in testa che il Pd non può che essere un partito nel quale si riconosca anche la sinistra. Altrimenti…».

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Fenomenologia di Mario Adinolfi

Ci siamo, tra meno di una settimana si consegnano le firme e l’inferno di queste ore di raccolta sotto i cinquanta gradi che bruciano il fiato sarà concluso. Solo un primo passo, per carità, poi tocca prendere le famose cinquantamila firme per presentare le liste nei 475 collegi, senza cui una candidatura alla segreteria nazionale come la mia praticamente non esiste. Ma c’è tempo fino al 21 settembre. Potrò persino regalare le 48 ore di vacanza a Copenaghen promesse alla mia figlia undicenne. Unico lusso di un’estate al fronte.

Si potrebbe cominciare da qui, da quelle 48 ore di vacanza promesse alla figlia. Da onemoreblog del 24 luglio 2007 dove annunciava la sua candidatura alla segreteria del PD:

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Luigia, aquilana in trappola per il G8

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Torna Luigia a scrivere: dove dovrebbe andare, lei in una tenda in Abruzzo, aspettando l’Evento G8 ?

Cosa non dovrebbe fare?

Mi chiedo se serve scrivere, inoltrare, arrivare a poche centinaia di persone, che quando aprono il pc, sempre che ce l’abbiano,  ne hanno piene le tasche di lamentele, appelli e lettere. Che senso ha continuare a farlo, quasi fosse un lavoro e neanche pagato per giunta?

Che senso ha comunicare, a chi e che cosa se tutto è già sotto ai nostri occhi, a portata di mano e di fiato?

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La Tv era un tappeto volante?

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Dico per caso che, oggi lunedì 22 giugno  2009, post ballottaggio-referendum, mi sono trovata da amici a cenare e c’era un piccolo televisore acceso.
Che tuffo al cuore! C’ era il Pippo nazionale, più giovane di almeno 20 anni,  in prima serata su Rai Uno:  replica di Gran Varietà.
A questo punto chiedo di andare sul 2: buio totale. Rimane il 3: il calcio.

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Riassunto degli ultimi giorni di lotta nell’Amazzonia peruviana.

da vaccamagra.blogspot.com

.Iquitos.

In preparazione del paro generale dell’11Giugno il Comitè de lucha indigena ha lanciato una vigilia culturale dalle 20.00 in Piazza 28 Julio.
L’intento è quello di sensibilizzare la gente, di condividere sprazzi di cultura loretana e di prepararsi per attuare i blocchi stradali dalla mezzanotte.
Noi siamo tra i primi ad arrivare e nell’attesa ci sediamo, scattiamo qualche fotografia e facciamo qualche ripresa .
Lentamente la piazza si riempe e la folla si dispone a mezzaluna di fronte al palco allestito per l’occasione.
Tra il pubblico ci sono tantissime famiglie, bambini, anziani, studenti e nativi.
Prima di dare il via alle esibizioni l’amico/presentatore del partito nazionalista fa un riassunto degli ultimi giorni di lotta; elenca le atrocità commesse dal Governo a Bagua, le violenze fisiche e ambientali di cui sono responsabili le grandi transnazionali del petrolio da quarantanni; inneggia al decentralismo e all’orgoglio del popolo della selva e dei nativi.
L’energia che sprigiona contagia la gente che risponde urlando Venceremos!
Gli artisti intanto fanno le prove dietro alla statua che sta alle spalle del palco.
Cantanti, mimi, poeti, ballerini. Giovani, anziani, donne e uomini.
Il primo gruppo ad esibirsi sono stati gli Shalom amazzonico che hanno diffuso nell’aria melodie tradizionali con chitarre tipiche simili a mandolini, flauti, tamburi e zampoñas, strumenti a fiato ricavati da bambù.
Li ha succeduti un signore di mezza età con barba e occhiali; chitarra al collo ha fatto un’introduzione calorosa testimoniando le lotte epocali dei popoli amazzonici per poi invitare la folla attenta ad accompagnare le sue parole in canto.
Gli accordi sono seguiti da una voce poderosa che intona El pueblo unido jamàs serà vencido!
L’atmosfera è quasi commovente dall’energia che unisce le persone cantanti; pensavamo che certi canti popolari fossero finiti con le morti dei Guevara e degli Allende, solo in quella piazza ci siamo resi conti di quanto tutte le lotte dei secoli passati siano ancora attuali.
Ci guardiamo intorno e osserviamo gli occhi dei presenti, raramente si vedono così brillanti e vivi. Ne siamo contagiati, gli occhi sono lucidi.
La loro lotta empaticamente la sentiamo nostra pur venedo da un altro continente, così diverso e così perso in se stesso.
Al Pueblo unido segue un’altra canzone/novella sulla terra e sul petrolio e per un istante in quell’uomo vediamo De Andrè.
La folla impazzisce quando viene attaccato con ironia il presidente Garcìa.
Intanto alle spalle sull’obelisco centrale della piazza viene issato lo striscione del Comitè de lucha indigena.
Al signore segue un mimo che fa gioire i bambini presenti.
Dopo di lui una coppia di ballerini proveniente dalla scuola d’arte di Chiclayo danza per la gente; eleganti si spostano da un lato all’altro del palco fingendo di baciarsi e facendo ridere maliziosamente il pubblico ad ogni incontro ravvicinato e platonico tra le loro labbra.
Passano un paio d’ore e il presentatore ringrazia i presenti e invita questi ultimi a fare un applauso per i ‘giornalisti italiani’ presenti. Ci indica.
Un po’ alla sprovvista per tanta attenzione rivoltaci ci alziamo e rispondiamo imbarazzati agli applausi dei 400 facendo un inchino impercettibile e toccandoci il petto in segno di riconoscenza e rispetto.
Prende la parola Miller Lopèz del Comitè che di fronte alle telecamere annuncia, come rappresentante, l’inizio del blocco.
Ribadisce l’intento decisamente pacifico della mobilitazione, invita a non cadere nelle provocazioni della polizia e dei militari e a non compiere atti vandalici nella paralizzazione di Iquitos.
Esprime il concetto della lotta per la propria terra dichiarando invincibile l’anima della gente nativa, dicendo che le morti e gli assassinii di Stato non fanno altro che rinforzare la lotta popolare.
Vengono prese pubblicamente le difese del lìder indigeno Alberto Pizango.
La piazza lancia unita un unico grido: Alan (Garcìa) Loreto ti ripudia! La selva non si vende, la selva si difende!
Intanto si organizzano i picchetti per bloccare le strade e dopo breve parte un corteo improvvisato dietro allo striscione del Comitato di lotta.
Ad aprire il corteo, ancor prima dello striscione, c’è un uomo che ha superato i 50 con un’asta spessa di legno lungo circa quattro metri; attaccata all’asta una grande bandiera del Perù e una bandiera nera che manifesta il lutto popolare per i 200 e più tra morti e desaparecidos di Bagua e per i 24 poliziotti la cui morte è dovuta all’irresponsabilità e alla corruzione morale del governo.
Il corteo si muove spedito e si ingrossa strada facendo; la gente applaude dalle finestre, i partecipanti urlano orgogliosi e irati.
E’ un grande serpentone illuminato dai ceri portati dalle persone in segno di lutto.
La manifestazione è calda, molto calda.
Arriva la polizia. Due cordoni scortano ai lati ad estrema vicinanza i manifestanti che continuano nel percorso come se non esistessero.
La polizia non è il caso che rischi perchè la presenza della stampa è massiccia e la gente presente è disposta a tutto per rivendicare la propria esistenza.
Tutto scorre tranquillamente.
La mobilitazione continua fino ad arrivare nella centralissima Plaza das Armas per poi tornare in Piazza 28 de Julio.
Qui si dà appuntamento nella stessa piazza per il giorno sucessivo alle 15.00 per la grande manifestazione in programma in favore dei nativi e con i nativi.
Molti tornano a casa verso l’una, le due di notte; alcuni altri occupano le strade giocando a calcio o cucinando pollo e banane alla griglia.
Altri si fermano a chiacchierare condividendo qualche fetta di pane e qualche focaccia.
Ci sediamo sui gradoni ai piedi della statua e conversiamo con una signora; ci racconta gli anni della dittatura di Fujimori, ci parla dei desaparecidos, dei tradimenti nella lotta popolare..dei tradimenti di coloro che alla coerenza delle idee hanno preferito la corruzione politica; ci narra della repressioni, dell’esercito che ha visto sparare sulle folle, ci parla anche di quando per salvare la vita sua e della famiglia ha puntato una pistola alla schiena di un poliziotto che era venuto per saccheggiarle la casa e per intimidirla.
Ci parla dei compagni che continuano a lottare al fianco del popolo e che hanno per questo perso il lavoro, ora dormono per strada. Ci avverte di quanto questi ultimi siano sempre i primi a metterci la faccia.
E cita quelli che una volta erano compagni ed ora sono dall’altra parte della barricata.
Ci avverte anche del rischio che questa lotta per la sopravvivenza possa essere utilizzata da terzi per i loro squallidi giochi politici: La lotta indigena non è politica.
Non trattiene le lacrime, la voce è forte e vibrante allo stesso tempo. Nonostante tutto la sua fiducia è forte come la sua combattività.
Ci contagia.
Ci salutiamo dandoci appuntamento per la mattina quasi alle porte e continuiamo camminando per la città.
Incrociamo un blocco di una decina di persone legate alla Chiesa; la signora con cui parliamo è polacca ed è in mezzo ad un incrocio in Plaza das Armas.
Le chiediamo quale sia la posizione della Chiesa riguardo al blocco.
Ci risponde che i vertici non si schierano, che le scuole cattoliche non chiudono, che i preti di Iquitos (tutti stranieri) non si interessano e al massimo si fanno da intermediari.
Lei è la prima ad accusarli, dice che in Perù è quasi tutto in mano all’Opus Dei.
E’ testimone di quanto siano ignavi coloro che la precedono nella piramide, attacca il Vaticano accusandolo di conservatorismo e immobilismo e un tal cardinale spagnolo che pochi giorni prima ha dichiarato che l’aborto è peggio della pedofilia.
Ma ci parla anche di padre Mario Bartolini che a Bagua aveva aperto Radio La Voz; il Governo lo vuole espellere dal paese, lo accusa di aver istigato i nativi alla rivolta, lo accusa addirittura di terrorismo e gli chiude la radio. Lui continua nella sua battaglia al fianco degli abitanti di Bagua.
La salutiamo, andiamo a casa per ricaricare le batterie della macchina fotografica e della videocamera e dopo un’ora torniamo in piazza aspettando l’alba e la giornata di lotta.
Qui alcuni studenti che stanno bloccando un’arteria cittadina ci invitano alla Casa del Maestro per parlare con Apu Marco Polo Ramirez Arahuanaza, rappresentante della Tribù Ashuar di Andoas.
Lo incontriamo e ci presentiamo.
Lineamenti duri, pelle scura, braccia forti e capelli lunghi, lisci e neri. Non può uscire dalla casa del Maestro perchè come rappresentante indigeno ha sulla sua testa un mandato d’arresto. Nonostante questo ci conferma la sua presenza alla manifestazione insieme a nativi Boras, Cocamas, Yahuas, Aguajun, Shawis e Ticunas.
E’ sotto processo per i fatti di Andoas: Una comunità di 800 persone, vittime da quarantanni dei soprusi di Pluspetrol (corporation argentina), costrette a pescare e cacciare in territorio equadoregno, dopo avere visto le proprie acque contaminate dall’oro nero e i propri animali morire avvelenati, hanno deciso nel Maggio del 2008 di ribellarsi.
Hanno bloccato l’afflusso del greggio sabotando i gasdotti e occupato l’aereoporto; ne sono seguiti scontri con la polizia che, come a Bagua, non ha esitato ad aprire il fuoco.
Negli scontri è morto un poliziotto.
Marco Polo, come John e Josè Fachin, è accusato d’omicidio pur essendo stato fermato e detenuto (negli uffici di Pluspetrol) 24 ore prima dell’accaduto; rischia 23 anni di carcere ed è iniziato il processo giusto in questi giorni.
La comunità di Andoas, al confine con l’Equador, è stata la prima a ribellarsi ed è stata da esempio per le grandi lotte unitarie di cui sono protagonisti oggi i nativi della selva e delle Ande.
Per questo per loro sono previste pene esemplari. Intanto gli hanno bloccato ogni sorta di finanziamento proveniente dalle organizzazioni native e non.
Chiacchieriamo con Marco Polo e Josè Fachin per un’ora; facciamo la colazione comunitaria a base di te bollente con latte, anice e pane secco nella Casa del Maestro.
Nel frattempo arrivano molte persone e ci si organizza per continuare i blocchi e per fare un piccolo corteo per continuare nella sensibilizzazione.
Miller Lopèz del Comitè apre la piccola marcia.
Sono una trentina di persone, come più o meno ad ogni blocco.
Ci si apposta ad un incrocio per fermare i pochi mototaxi che stanno facendo i krumiri; in men che non si dica arriva un pick-up della polizia.
Si cambia incrocio e si gioca al gatto col topo. Lenti ma non fermi si passa da incrocio ad incrocio.
Passa così la mattinata che nonostante tutto scorre tranquilla; il traffico insostenibile, a cui ormai ci siamo abituati, oggi ha una pausa.
La grandissima maggioranza delle attività commerciali è restata chiusa per solidarietà e moltissimi mototaxi quest’oggi non sono in servizio.
Non c’è quasi bisogno dei blocchi perchè la solidarietà dei cittadini sembra essere totale.
Non ce l’aspettavamo.
Alle 15.00 ci concentriamo in Plaza 28 de Julio; alla spicciolata si riempie fino a partorire persone anche sulle strade laterali.
Decine di striscioni e di cartelli con frasi emblematiche, molti nativi, migliaia di persone e anche molti poliziotti. Nell’andare in piazza ci imbattiamo anche con un plotone dell’esercito che marcia rigidamente.
Si aspetta che l’affluire continuo di gente abbia fine per cominciare il corteo aperto sempre dal Comitè.
Alle 16 si parte.
Ai lati, alla testa e alle spalle è dispiegata la polizia in assetto antisommossa.
Ci si imbocca per Avenida Prospero e al primo incrocio ci fermiamo per misurare la lunghezza del serpentone umano. Bisogna attendere più di dieci minuti perchè finisca.
Dopo aver percorso le principali vie della città e il mercato di Belem torniamo in piazza.
Qui prendono parola tutti i rappresentanti indigeni che prima si rivolgono alla folla in Quechua e altre lingue per poi farlo in castigliano (non tutti).
Si chiede rispetto per la propria cultura e la propria terra, si chiede giustizia e dignità, si chiede l’abrogazione di tutti i decreti sulla selva (non solo del decreto 1090 e 1064) e si annuncia un blocco generale in tutto il Perù per il 7, l’8 e il 9 Luglio.
Ascoltare i nativi è toccante, ascoltare la loro rabbia degna è una scossa di vita.

.Domenica 21 Giugno 2009.


Cosa succede ora che Melchiorre è stato fregato??

Melchiorre e la Fiat sono stati fregati. Melchiorre ha persa la partita a poker che stava giocando in Germania. La posta era la Opel, apparentemente, in sostanza la sopravvivenza della Fiat e dell’industria automobilistica. In USA il gioco a bluff era riuscito. Giocando a carte coperte, ha fatto credere di avere un buon punto, tutti ci sono cascati e i sindacati americani, gli operai, sia americani che italiani pagheranno il piatto. Ma partita si giocava su più tavoli. Vinto il rund in USA , Merchiorre ha fatto lo stesso gioco in Germania, Piatto alto, posta in gioco rischiosa, gioco identico. Ha fatto credere di avere un buon punto in mano, I supporter erano pronti a dar man forte, il governo, che sottobanco, con i suoi inviati reconditi premevano sul piano politico, sia in Europa ( il ministro Frattini ha fatto il diavolo in quattro)  sia sul governo tedesco, ( B. pensava di poter con i suoi "cù cù" convincere ancora la donna Merkel). Ma la politica in Germania conta ancora, i sindacati tedeschi da sempre sempre meno convinti della soluzione Fiat , hanno voluto vedere il punto ed hanno convinto la Merkel al rilancio ( altri 300 milioni di euro).

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Resistenza morale al berlusconismo?

La relazione Silvio Berlusconi – Noemi Letizia, di qualunque natura essa sia, sta avendo implicazioni non banali e di segno contrastante sulla vita politica italiana. Da una parte è evidente che il privato del Don Rodrigo (la definizione è di Gad Lerner) che inondò l’Italia con milioni di copie del suo album di famiglia intitolato “una storia italiana” (di sicuro in qualche casa si conserva tra le foto delle prime comunioni dei figli e dei nipoti), sia ineludibilmente pubblico.

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La Ferrari ha sempre ragione

berlusconi-ap Vi ricordate di quando nel 2002 la Fiat andava male e Silvio Berlusconi proponeva per risolverne la crisi di cambiarle nome in Ferrari? Adesso le sorti sembrano ribaltarsi e realtà virtuale per realtà virtuale potrebbe trovare comodo ribattezzare la Ferrari Fiat e la Testarossa Panda. In fondo alla gente basta vendere sogni…

A spiluccare nei media italiani la Ferrari perde (in pista e in tribunale) ma ha sempre ragione e al massimo la rossa è vittima di un complotto comunista ordito da quel nazista di Max Mosley (piena teoria dei totalitarismi).

Così i TG o i GR si trasformano in bollettini della vittoria (dov’è, la chioma ce la siamo rifatta apposta) firmati Armando Diaz anche quando siamo alla rotta di Caporetto.

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Prendiamo Guantanamo

Allargo lo sguardo oltre il mio giardino di casa, oltre la sagoma della mia città, oltre la terraferma, oltre il Mediterraneo e il canale di Sicilia con le sue motovedette italiane di ritorno dalle coste libiche, dove è appena stato scaricato al mittente, per il macero, l’ultimo carico di rifiuti umani, clandestini o potenziali rifugiati che fossero, per accorgermi che lo skyline non cambia nemmeno oltre il mio orizzonte più immediato. Lo scenario del diritto umano resta desolante anche nel mondo nuovo di Obama, il cui avvento messianico -si favoleggiava- avrebbe ripulito e ricostruito tutte le macerie di quell’ecatombe dell’umanità e della democrazia che è stata l’era Bush. No, il mondo non è cambiato e non cambierà nell’immediato, anche e soprattutto perchè, al di là dei soprusi del potere, tanto reiterati e inflazionati da non risultarci più mostruosi, anche e soprattutto perchè ciò che prima scandalizzava e prostrava la nostra coscienza di esseri umani, oggi non la scandalizza e non la scalfisce quasi più.

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Donne migranti

S. è amica di C. La prima ha il permesso di soggiorno e la seconda no. Le incontro spesso assieme ad altre donne migranti. Avevamo in progetto un corso di autodifesa per il quale compagni e compagne si erano resi disponibili al centro sociale. Poi però le mie amiche si sono scontrate con la difficoltà del vivere quotidiano: famiglia, bambini piccoli, tempi di lavoro senza pause in orari civili. Perciò per la prima volta abbiamo deciso di vederci in casa di quella che aveva più difficoltà e così abbiamo continuato. Lei prepara la cena per tutte, le altre portano altre pietanze e ciascuna con i propri carichi e i propri figli arriva a consumare una serata di libertà.

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Fiat e chiusura stabilimenti: il segreto di Pulcinella

per una nuova resistenza operaia… I sindacati italiani sono “arrabbiati” e "preoccupati” perchè hanno saputo oggi, dai loro colleghi tedeschi che la Fiat starebbe progettando la chiusura di Termini Imerese e il ridimensionamento di Pomigliano d’Arco.

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