Friday 25 May 2012, 04:20

Gli articoli con tag: " AIDS "

Lettera da un carcere del Mozambico

Scrivo da Maxixe, piccola cittadina della provincia di Inhambane nel sud del Mozambico. Sono qui come casco bianco e sto facendo il servizio civile all’estero, nello specifico sto insegnando Italiano all’Università. Pochi giorni fa ho visitato un carcere mozambicano e più che un carcere secondo il mio immaginario poteva apparire un cpt, un centro di permanenza temporanea, o come lo chiamano oggi un centro di identificazione ed espulsione.
In 7 mesi mai avevo fatto caso che si trovasse a pochi metri da casa mia. … Leggi tutto

L’epidemia di Dengue nello Stato di Rio mette a dura prova il Brasile: ricordate Cuba?

Il più diffuso quotidiano brasiliano, “O Globo”, riportava nell’edizione di mercoledì 02/04/2008 che il Governatore dello Stato di Rio de Janeiro, Sérgio Cabral, stava valutando la possibilità di chiedere l’aiuto degli specialisti cubani per combattere l’epidemia di Dengue che imperversa nello stato carioca.

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AIDS: speranze dal Brasile

Un farmaco che integra il cocktail della cura dell´AIDS (DDI entérico, in portoghese) ha ottenuto il brevetto di produzione in Brasile alla fine del 2007 e sará prodotto localmente entro il 2008.
Il Brasile pagava 10 milioni di dollari all´anno ad imprese straniere per l´aquisto del farmaco.
Il costo odierno della “pillola” consumata in Brasile in numero di 7 mlioni all´anno, passerá da 1,40 dollari alla metá del prezzo. Ció che cambia é la maniera di fabbricazione dello stesso pricipio attivo in essa contenuto. Il farmaco sará distribuito nell´ambito del Programma di DST/Aids (DST significa: malattie trasmesse sessualmente) del Ministero della Sanitá del Governo brasiliano.

(Fonte: http://br.noticias.yahoo.com/s/17012008/25/manchetes-farmanguinhos-fabricara-remedio-aids.html)

In questo stesso settore dell´AIDS, c´é una notizia commovente e meravigliosa sempre dal Brasile.
Una ragazza brasiliana Luciane Conceição (Luciana Concezione, un nome un programma), che oggi é donna, fin da bambina nata con AIDS a causa di una trasfusione infetta patita dalla madre, era stata accompagnata e curata con il famoso cocktail fin da circa otto anni di etá (12 anni fa). Questo ha fatto in modo che, oggi che lei ha poco piú di 20 anni, ha raggiunto una percentuale di presenza del virus nel suo corpo, e nel suo sistema metabolico quindi, di meno dell´1%. Cosí lei ed il coraggioso marito hanno deciso di avere un figlio. La figlia Ana Vitoria (Anna Vittoria, altro nome-programma) é nata – sana di kg 3,40 e cm 48 – ieri (17/01/2008) e ha il 98% di possibilitá di NON contrarre l´AIDS (naturalmente anche il marito ha le stesse percentuali di speranza per lui stesso).

(Fonte con video della bellissima neonata e della madre in: http://g1.globo.com/Noticias/Ciencia/0,,MUL264695-5603,00-NEM+IMAGINAVA+QUE+SERIA+MAE+UM+DIA+DIZ+MAE+COM+AIDS.html)

Dengue a Cuba, Gianni Riotta non vi racconterà che…

Nell’ottobre del 2006 la "Falsimedia inc." lanciò e riprodusse come una valanga una notizia totalmente inventata: che il dengue a Cuba stesse mietendo migliaia di vittime. Il TG1 del manipolatore professionista Gianni Riotta, ci aprì addirittura un TG delle 20 e gli spettatori si staranno ancora domandando come mai la notizia poi sparì del tutto. Il Corriere della Sera, nella persona della bugiarda universale Alessandra Farkas, ci scrisse un articolo più che compiaciuto: "evviva -era il senso- migliaia di morti a Cuba".

La notizia era totalmente infondata, falsa e tendenziosa, ma non avrete mai le scuse di Riotta o Farkas. Erano così in malafede da arrivare a millantare di

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Obama e Cuba

da LATAM

Ieri, ricordandomi che il mandato del buon G.W. è agli sgoccioli, mi sono riproposto di “spulciare” qualcosa a proposito del candidato Barack Obama. E così ho fatto. Ho dato un’occhiata al programma elettorale, molto dettagliato ed ambizioso. Ovviamente mi sono soffermato con più calma su “Strengthening America Overseas”, ovvero il suo punto di vista sulle “cose” internazionali. Cose grosse, che comunque Obama decide di affrontare direttamente e con grande ambizione: dalla “prima guerra mondiale africana” in Congo (che si protrae da quasi dieci anni) alla crisi epidemica di influenza aviaria, sino ad arrivare all’ecatombe spaventosa del Darfur. Tutte crisi “da poveri”, tutte dimenticate dall’amministrazione Bush. Un piccolo inciso: il sito della candidata – anch’essa repubblicana H. Clinton – alla voce “Restoring America’s Standing in the World” (che già di per sé suona come paradigmico, tipo “manifest destiny”) presenta una paginetta striminzita e nessun riferimento a qualsivoglia situazione concreta. Spulcia, spulcia…e non trovo, sul sito di Obama, nessun riferimento a Cuba o all’America Latina in generale (a livello politico). Peccato. Però noto con piacere che – molto coscientemente – offre la possibilità di tradurre il sito in lingua spagnola. Già, perché negli Usa ci sono più ispano-hablantes che in Spagna. Ma quale sarà la politica di Obama nei confronti di Cuba? Ebbene, su “Latinoamerica” trovo una noticina di S. Lamrani, che di Cuba e Usa se ne intende. Lì si citava un sua intervista del 25 agosto. Parlò proprio di Cuba. Quel discorso venne pronunciato dopo la stesura di un articolo a sua firma per il Miami Herald (!), in cui il candidato alla presidenza criticava decisamente le nuove restrizioni imposte dopo la presidenza Reagan. Egli si schierava definitivamente per un deciso “lifting”. In particolare intendeva garantire ai cubano-americani “unrestricted rights to visit family and send remittances to the island.” Un uomo di grande coraggio, vista e considerata la posizione dell’Herald sulle questioni cubane. Il cambiamento è necessario – sempre secondo Obama – per garantire una maggiore freschezza nei rapporti fra i due paesi: Cuba, se si vuole veramente una “pacificazione” nei rapporti ed una normalizzazione degli stessi, deve poter agire senza stress esterni o pressioni. Obama – nello scritto sull’Herald – individua un aiuto economico in forma indiretta per sostenere lo sviluppo dell’isola: l’aiuto economico delle famiglie emigrate negli Usa verso i propri cari a Cuba. L’amministrazione Bush ha provveduto a rendere impossibile questo passaggio di denaro, che – secondo i repubblicani – favorirebbe il regine castrista. In realtà, Obama trova questa restrizione controproducente poiché ritarda lo sviluppo, che ritarda la formazione di richieste democratiche (“grass-roots democracy”) dal basso. L’apertura a nuove proposte veniva segnalata anche in vista della graduale apertura dell’isola al mondo esterno: “If a post-Fidel government begins opening Cuba to democratic change, the United States is prepared to take steps to normalize relations and ease the embargo that has governed relations between our countries for the last five decades.” Oggi, Cuba si sta aprendo anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la firma di alcuni trattati internazionali che riguardano proprio questi ultimi. Il discorso di Obama a Miami (25 agosto scorso) è nel video qui sotto.

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Ripete un po’ quanto già scritto sul quotidiano di Miami. Occorre considerare alcune situazioni che contraddistinguono “l’anomalia” della politica cubana di Obama. In primo luogo, Barack è uno dei pochi candidati che hanno fatto outing sul problema di Cuba e sul cinquantennale embargo che pesa sulla testa dei cubani. Tutti gli altri hanno più o meno glissato. Come la democratica Clinton che ha ripetuto semplicemente “la politica americana verso Cuba adesso non può cambiare”. E per questo i media si sono stupiti che un candidato riportasse alla memoria la crisi del “pensiero unico” sulle vicende dell’isola. La CNN, questa estate, titolava nel proprio sito: “Obama again stirs up decades-old debate on Cuba”. Come dire che da tempo erano tutti d’accordo e il “pivello” era arrivato a scompaginare le carte! Sulle isole la politica americana sembra essere sempre d’accordo. Due esempi. L’invasione di Cuba alla fine del XIX secolo (1898) e l’invasione di Grenada (1983). In entrambe le occasioni il Congresso fu unanime e nessuno alzò un dito per far presente che si trattava di palesi violazioni. Obama, folle e coraggioso, va a parlare di Cuba non più come nemico direttamente nel covo dell’anticastrismo: la Florida e Miami, in particolare. Molto, molto coraggio. Anche perché – volente o nolente – tra i cubano-americani il partito democratico non va per la maggiore e queste affermazioni hanno creato non pochi grattacapi di “schieramento” anche ai pochi che sostengono i dem. In secondo luogo, l’elettorato cubano negli Usa pesa parecchio: sono diversi milioni a godere del diritto di voto e la loro posizione è molto ferra sui rapporti con l’Isla Grande.

Quindi andare a sconfessare direttamente la città di Miami in pubblico comizio è la prova di una strategia coraggiosa e – si spera – fortunata. Già il fatto che Obama è democratico non è gradito alla comunità cubana di Miami poiché nel 2000 (alle elezioni presidenziali) e nel 2002 (elezioni per il governatorato dello stato) i candidati repubblicani hanno totalizzato circa l’80% delle preferenze della minoranza in questione. Purtroppo, anche Obama deve fare il conto con i numeri e – a mio avviso – nel programma ufficiale della sua campagna presidenziale manca un riferimento esplicito a Cuba proprio per questioni numeriche. Ovvero gli elettori alla fine hanno un peso. Pertanto alla sua visione liberal della politica anti-cubana viene dato un posto di nicchia per non allarmare gli elettori cubani anti-castristi. Di fatto, non si tratta di un unicum storico. Alla fine degli Anni Settanta, il presidente J. Carter fu il primo ad aprire un dialogo serio e significativo con la Cuba di Castro (che oggi è sopravvissuto a 5 decenni di embargo e a 10 presidenti americani). Quella esperienza fu troncata dall’insorgere del muscolarismo reaganiano che portò i neo-con alla presidenza, dove rimasero fino a vedere il crollo del Muro e la fine del bipolarismo. Da allora, cioè dalla fine del tentativo di Carter (che ci prova sempre a dialogare con Cuba attraverso il Carter Center), la politica americana si è appiattita sulle stesse posizioni di quattro decadi prima, sul bipolarismo e sulle postazioni missilistiche dei sovietici sull’isola. Obama, nel suo piccolo, rappresenta una sferzata di novità, una primavera, un pensiero fuori dal coro, meno uniforme alle strategie uniche della politica internazionale americana. Ovvio che questa “guerra” al conformismo e all’interesse economico sull’arena internazionale abbia ricadute politiche. Leggo che tra il programma c’è anche la lotta ai “warlords” africani, con lo stanziamento di $13 milioni per speciali tribunali in Sierra Leone per punire i colpevoli di atrocità durante la guerra civile. C’è anche il raddoppio del finanziamento per la lotta all’Aids nei PVS; c’è “demand more in return”, cioè richiedere più sforzi di accountability e democratizzazione ai paesi che ricevono i fondi (che Obama vuole aumentare in misura consistente) per lo sviluppo. Giusto! Perché, altrimenti, che senso avrebbe demonizzare e affamare Cuba e farsi comprare metà del disavanzo pubblico dalla Cina?! Insomma, tanta, tantissima carne al fuoco per quello che potrebbe essere il primo presidente nero della storia degli Usa. Il fatto è che la sua vittoria non è per niente scontata, anche alle primarie. Secondo “Election Center 2008”, i risultati provvisori darebbero un vantaggio alla Clinton di almeno dieci punti percentuali (grafico). In tal caso, almeno nei confronti di Cuba (anche se dubito che le altre proposte della famiglia Clinton siano così “rivoluzionarie”) si prevede la stessa minestra riscaldata. Un altro problema che trova una soluzione che non mi soddisfa è quello dell’immigrazione messicana. Qui Obama cade nella stessa politica restrittiva che ha contraddistinto l’amministrazione Bush. Anzi, tutti i candidati alla presidenza (in maniera alquanto bipartisan) hanno idee molto chiare sull’immigrazione da sud. E tutte vanno nella direzione già presa da Bush (Fonte: Election Center 2008). Non si può avere tutto. Ma qualcosa dalle parti di Obama si muove. Anche l’America, “eppur si muove”. Nell’attesa, incrociando le dita, si può far trascorre gli ultimi giorni della presidenza di G.W. (che si trascina pesantemente) giocando a “Presidential Pong”. Una specie di ping-pong con i personaggi della campagna elettorale 2008. Trash, ma simpatico. Aiuta a sdrammatizzare la mancanza di idee in un paese che dovrebbe guidare il mondo.
PS: a chi fosse rimasto folgorato dalle politiche di Obama, lascio alcuni link per supportare la sua campagna: trovate alcuni gadget informatici (banner, widgets, ecc.) nella sezione “Downloads” del sito personale. Se volete osare di più, nella sezione “Store” ci sono idee regalo molto accattivanti: felpe, t-shirts, palline da albero di Natale, pins…tutto con il faccione di Obama sopra. In Usa, le campagne elettorali si finanziano (anche) così. Oppure come fa la Clinton che utilizza i fondi neri di Chinatown. Meccanismo più facile a farsi che a dirsi. Si tratta di “spalmare” su più donors (finanziatori privati, che sono illimitati e soggetti a minori controlli) transizioni a finanziamento della campagna ad opera di multinazionali cinesi. Alla fine risultava che a Chinatown (NY) ogni cinese investiva una cifra che una famiglia media non avrebbe mai potuto permettersi. La “truffa” venne scoperta e i fondi in parte restituiti. Cose che capitano anche nelle migliori democrazie!

G8: ci ridono in faccia

Ridono George Bush e il suo famiglio Tony Blair. Praticamente si sganasciano e poche volte una foto rappresenta meglio la realtà del G8 che si sta tenendo a Heiligendamm in Germania.

Cos’avranno da ridere è presto detto. Ieri Bush aveva detto NIET a qualunque controllo delle emissioni di anidride carbonica. Come un baro al tavolo del poker stava bleffando. In realtà aveva una generosissima offerta da fare al mondo (come fosse un marziano e l’ambiente del pianeta Terra non lo riguardasse).

Per comunicare al mondo la sua generosissima offerta ha usato Tony Blair, da anni uno dei suoi migliori portavoce, quasi un ventriloquo. Tony è al suo ultimo G8. Gli mancherà! E così George ha voluto dare proprio a Tony la grande soddisfazione de … Leggi tutto

G8 Rostock: terroristi, teppisti o cosa?

Le parole sono importanti. Al GR2 Rai delle 6.30 di stamattina una redattrice ha raccontato con queste parole la manifestazione e gli incidenti di Rostock, nell’ex Germania democratica, dove questa settimana si terrà il G8:
"la manifestazione era pacifica, quando improvvisamente gruppi di terroristi…".

Orbella, da Losurdo a De Mauro, la redazione del Giornale Radio RAI può trovare abbondantemente di che risciacquare i panni in Arno invece che nel Potomac.

Anche a non voler dar credito a una persona seria come … Leggi tutto

Dengue a Cuba

Gennaro Carotenuto: Ricevo e pubblico da Aldo Garuti questa lettera sull’imprudente copertura informativa della questione Dengue a Cuba. Mi preme sottolineare due cose: In primo luogo è chiaro che è facile scherzare col fuoco quando a bruciarsi sono altri. Un allarme, eventualmente falso o esagerato, che causi gravi danni a un paese terzo come Cuba, in un settore strategico come il turismo, non può essere lanciato su dei sentito dire come fa il TG1 di Gianni Riotta.

Inoltre -ed è il secondo punto- risulta repellente la larvata soddisfazione con la quale molti organi di stampa, dal dal Giornale a Libero, stanno accogliendo la ventilata morte di migliaia di persone … Leggi tutto

Nasce fra la gente l’Africa di domani

La società civile, che per anni si è organizzata e ha resistito nel silenzio, esce allo scoperto e domanda di contare.
di Eugenio Melandri
Pochi qui da noi conoscono Ellen Johnson-Sirleaf. Una sessantenne liberiana che nel novembre scorso è stata eletta Presidente della Libe­ria. La sua elezione alla più alta carica del proprio paese, rappresenta forse il simbolo di un’Africa che sta trasfor­mandosi. Prima donna Presidente nel Continente e in un paese che negli ulti­mi anni è stato protagonista di guerre senza fine. La decisione del … Leggi tutto

Si è parlato davvero di Iraq nelle nostre televisioni nel 2005?

Domani su Brecha esce un mio pezzo sul rapporto di Medici Senza Frontiere sulle dieci crisi più dimenticate dell’anno e che trovate qui, una lettura istruttiva. Si va dal Sudan all’Uganda al Nord dell’India alla Colombia al SIDA (Aids) che da quando ha smesso di essere mortale nel Nord del mondo è retrocesso al rango di malattia dimenticata come la malaria o la Tbc. Brecha, oltre a mille altre cose, offre la possibilità di scrivere dei piccoli saggi andando oltre le ristrettezze degli spazi giornalistici. 9500 caratteri sono ben oltre la media degli articoli di quotidiani e settimanali. Eppure, ne discutevo con Raúl Zibechi, il caporedattore agli esteri, mi sono sentito molto male a scrivere quest’articolo. Molto male perché dedicare 800 caratteri l’anno alla Costa d’Avorio o ad Haiti è un po’ come lavarsi la coscienza lasciando una moneta di elemosina. Non ho mai risolto dentro di me il conflitto su se dare una moneta sia meglio di niente ma nel documentarmi ho scoperto … Leggi tutto

Contro l’AIDS c’è solo il preservativo

Altro che astensione come irresponsabilmente predica chi diseduca gli italiani facendoli astenere anche nei referendum (tanto la partecipazione democratica è un optional)! La lotta all’AIDS (ma sarebbe l’ora di chiamarlo SIDA) si fa innanzitutto prendendo coscienza del problema. Così il governo di Buenos Aires ha celebrato la giornata mondiale di lotta all’AIDS. L’Obelisco all’incrocio tra la 9 de julio y Corrientes è il simbolo mondialmente conosciuto dell’Argentina (e non c’è dubbio abbia un ché di fallico). Ma un governo progressista deve fare il governo progressista e prendere atto che il forro (fodera in lunfardo, la lingua argentina) è indispensabile per la prevenzione! Magari avessimo il governo di Buenos Aires in Italia per dissacrare al servizio del bene pubblico, chennesò, la Torre di Pisa!
foto furlani

Vaticano contro Daniela Mercury: lotta contro l’AIDS

Confesso di essere parziale quando parlo di Daniela Mercury, la grande bahiana, la regina del carnevale di Bahia. Ricordo un suo concerto all’autodromo di Jacarepaguá a Río de Janeiro quando tenne 200.000 persone a ballare fino alle sei di mattina. E per chi mi conosce, non succede che balli tanto spesso fino alle sei di mattina. Solo lei o quasi (e Río, e il Brasile, e la compagnia, confesso) poteva trascinarmi.

Daniela Mercury, che si dichiara cattolica ed è impegnata da sempre con il vescovato di Bahia, oltre che come Ambasciatrice dell’Unaids e dell’Unicef, doveva essere la grande stella del concerto di Natale in Vaticano.

Doveva essere perché il Vaticano ci ha ripensato. La colpa di Daniela Mercury? Avere aderito come testimonial alla campagna del Ministero della Sanità brasiliano per la lotta contro l’AIDS. … Leggi tutto

Chiaroscuro di un papa

Ci sono due immagini che inquadrano il pontificato di Giovanni Paolo II. La prima è la foto dove si affaccia al balcone della Moneda benedicendo Pinochet e la seconda è quella dell’incontro con Fidel Castro. Tuttavia, c’è molto più di questo.

di Gennaro Carotenuto

IN MEZZO c’è una guerra senza quartiere contro la Teologia della Liberazione. Una guerra sporca che è arrivata fino ad oscurare la figura del martire salvadoregno Oscar Romero e che però non ha vinto. Karol Wojtyla non ce l’ha fatta a battere la chiesa dei poveri che è oggi il motore del cattolicesimo anche se non ha cardinali nel concistoro. Questo è stato disegnato come tutto conservatore durante 27 anni di wojtylismo ed ha completamente bruciato per età o isolato politicamente la generazione del Concilio Vaticano II a cominciare da figure quali quella di Carlo Maria Martini. La guerra impossibile da vincere contro la Teologia della Liberazione è simbolica di un pontificato dove ci sono luci ma anche ombre, vittorie ma non poche sconfitte.
Alcune voci critiche esaltano la centralità del conservatorismo del papa. Il silenzio sulle dittature latinoamericane, l’aprire le porte del Vaticano a organizzazioni sinistre come l’Opus Dei, arrivando all’insulto della santificazione di José María Escrivá de Balaguer, complice e supporto di tutti i crimini del franchismo, non possono non causare repulsione.

Le conseguenze nefaste di questo conservatorismo in tema di morale sessuale e per il ruolo della donna, lo fanno accusare addirittura di essere responsabile della diffusione di malattie a trasmissione sessuale come l’AIDS in Africa. Sono accuse ingiuste. Le cause della mortalità in Africa vanno cercate nella persistenza del dominio coloniale che provoca il sottosviluppo. Il cattolicesimo è parte di questo sistema di dominio ma ha compiuto passi oggettivamente importanti per essere anche parte della soluzione del problema. Non è possibile allo stesso tempo criticare una religione -che è sempre di più espressione del terzo mondo e delle sue idiosincrasie- sia per essere paternalista sia per non esserlo non cambiando i suoi dogmi “a la cárte”.

Wojtyla è stato papa e monarca e il secolarismo della società moderna non può pretendere di assolvere i nipoti per gli stessi peccati per i quali furono condannati all’inferno i nonni di questi. Un individuo, una società o uno stato laico possono e debbono regolare e difendere il divorzio o l’aborto e favorire la contraccezione. Ma non possono pretendere che un papa cattolico li approvi. Tuttavia pochi papi hanno vissuto una trasformazione così radicale come quella della società contemporanea vissuta dal papa polacco. Giovanni Paolo II arrivò al soglio di San Pietro quando appena nasceva la tv a colori e muore tra satelliti ed sms. Ha saputo cavalcare questa rivoluzione mediatica. Eppure il suo tempo resta il tempo della massima laicizzazione della società e del massimo allontanamento di questa dai precetti cattolici.

I suoi milioni di giovani -i papaboys- in massima parte reinterpretano i suoi precetti in tema di morale sessuale semplicemente non applicandoli. La chiesa si adegua e la Sacra Rota annulla tanti matrimoni quanti lo stato ne dissolve con il divorzio. L’isteria planetaria che sta caratterizzando la sua morte è parte di questo contesto. La sua morte, come il suo pontificato, si dissolvono in cento grandi eventi mediatici, nei quali tutti applaudono e tutti -a partire dai politici- si sentono autorizzati a fare come a ognuno pare. In qualche modo la chiesa cattolica, che non ha risposte forti di fronte alla modernità, utilizza l’icona del papa, la mediatizzazione dell’icona del papa, per dare una risposta, appena esteriore, alla modernità stessa. Se George W Bush, oggetto di asperrime critiche da parte di Wojtyla in questi anni, assiste tranquillamente al suo funerale, allora è lecito il dubbio che il ruolo di Giovanni Paolo II e la sua capacità comunicativa siano state appena un’innocua icona pop della nostra modernità, una maglietta del Che, una pubblicità della Coca-Cola. E la sua fede, la sua religione cattolica appare allora come una parte di una industria che si fa nuova religione, una “religione catodica”.

ECUMENISMO E GUERRE Col tempo viene alla luce che l’uomo che secondo la vulgata maggioritaria ha sconfitto il comunismo, è prima di tutto un “defensor fidei” e un nazionalista polacco, ovvero antirusso. Non è un caso che nella sua ultima monografia definisca -riaprendo il dibattito- il comunismo come “un male necessario”. E Wojtyla è stato così tanto “defensor fidei”, da essere stato attore della creazione di uno stato cattolico croato che ha aperto le porte alla macelleria balcanica. Col tempo viene alla luce che il papa ecumenico -nel senso di comunione tra cristiani- è in realtà il papa monarca che esaltando il primato di Pietro non ha voluto o non ha saputo dare significativi passi avanti verso protestanti e ortodossi per motivi sia teologici come politici.

D’altra parte, tanto i protestanti come gli ortodossi, non hanno fatto nulla per favorire avvicinamenti. Così, se è stato ecumenico Wojtyla non lo è stato verso gli altri cristiani quanto verso le altre religioni del mondo. Era meno difficile, ma più importante ed ha potuto inquadrarlo in un contesto di valori condivisi che sta tra i suoi contributi fondamentali. Invece, nella secolare diatriba tra cristiani, Wojtyla ha incarnato e indurito la primazia di Roma e la centralità del papato. L’ha incarnata in un contesto mondiale profondamente modificato di un mondo che durante il suo pontificato si fa unipolare e con il neoliberismo trionfante. L’alleato di Ronald Reagan contro il socialismo reale diviene naturalmente il nemico più autorevole di George W Bush e della sua aggressione al mondo islamico. Non è una contraddizione. È il rifiuto dell’etica calvinista dell’individuo contro il solidarismo cattolico di una chiesa cattolica che si fa Sud e per questo condivide i destini di tutti i sud del mondo. Si fa Sud perché i suoi fedeli sono sempre più “Sud” e più poveri e più sconfitti dal modello. Il conservatore Wojtyla, il fiero avversario della teologia della liberazione, l’amico dell’Opus, sa bene che il cattolicesimo del secolo XXI sarà una religione del Sud o non sarà.
Quando il pianeta intero esplode e il “cristiano rinato” George W Bush insieme all’anglicano Tony Blair pretendono imporre la superiorità dell’occidente armandosi della croce e della giustizia infinita, solo Karol Wojtyla ha la forza morale per evitare che il pianeta intero precipiti in una guerra di religione, una nuova crociata del razzismo apocalittico protestante a caccia del dominio sul pianeta. Ebbe -lui solo- l’autorevolezza per dire all’Islam e farsi ascoltare che non erano “i cristiani” quelli che muovevano guerra all’Islam. Questo è l’apporto più importante del pontificato di Giovanni Paolo II e il dialogo tra religioni si fa centrale rispetto al dialogo dentro “la” religione cristiana. È il dialogo che Wojtyla ha saputo tenere aperto con l’Islam con il rifiuto della guerra infinita mossa da George Bush, priorizzando valori solidaristici e spirituali al materialismo della modernità neoliberale che porta con sé l’etica protestante dell’individualismo. Finora è stato il fattore che ha evitato che il pianeta intero precipitasse in una guerra senza quartiere.

Leggi anche: Karol Wojtyla: quello che i media evitano di ricordare (30 aprile 2011)