da LATAM
Ieri, ricordandomi che il mandato del buon G.W. è agli sgoccioli, mi sono riproposto di “spulciare” qualcosa a proposito del candidato Barack Obama. E così ho fatto. Ho dato un’occhiata al programma elettorale, molto dettagliato ed ambizioso. Ovviamente mi sono soffermato con più calma su “Strengthening America Overseas”, ovvero il suo punto di vista sulle “cose” internazionali. Cose grosse, che comunque Obama decide di affrontare direttamente e con grande ambizione: dalla “prima guerra mondiale africana” in Congo (che si protrae da quasi dieci anni) alla crisi epidemica di influenza aviaria, sino ad arrivare all’ecatombe spaventosa del Darfur. Tutte crisi “da poveri”, tutte dimenticate dall’amministrazione Bush. Un piccolo inciso: il sito della candidata – anch’essa repubblicana H. Clinton – alla voce “Restoring America’s Standing in the World” (che già di per sé suona come paradigmico, tipo “manifest destiny”) presenta una paginetta striminzita e nessun riferimento a qualsivoglia situazione concreta. Spulcia, spulcia…e non trovo, sul sito di Obama, nessun riferimento a Cuba o all’America Latina in generale (a livello politico). Peccato. Però noto con piacere che – molto coscientemente – offre la possibilità di tradurre il sito in lingua spagnola. Già, perché negli Usa ci sono più ispano-hablantes che in Spagna. Ma quale sarà la politica di Obama nei confronti di Cuba? Ebbene, su “Latinoamerica” trovo una noticina di S. Lamrani, che di Cuba e Usa se ne intende. Lì si citava un sua intervista del 25 agosto. Parlò proprio di Cuba. Quel discorso venne pronunciato dopo la stesura di un articolo a sua firma per il Miami Herald (!), in cui il candidato alla presidenza criticava decisamente le nuove restrizioni imposte dopo la presidenza Reagan. Egli si schierava definitivamente per un deciso “lifting”. In particolare intendeva garantire ai cubano-americani “unrestricted rights to visit family and send remittances to the island.” Un uomo di grande coraggio, vista e considerata la posizione dell’Herald sulle questioni cubane. Il cambiamento è necessario – sempre secondo Obama – per garantire una maggiore freschezza nei rapporti fra i due paesi: Cuba, se si vuole veramente una “pacificazione” nei rapporti ed una normalizzazione degli stessi, deve poter agire senza stress esterni o pressioni. Obama – nello scritto sull’Herald – individua un aiuto economico in forma indiretta per sostenere lo sviluppo dell’isola: l’aiuto economico delle famiglie emigrate negli Usa verso i propri cari a Cuba. L’amministrazione Bush ha provveduto a rendere impossibile questo passaggio di denaro, che – secondo i repubblicani – favorirebbe il regine castrista. In realtà, Obama trova questa restrizione controproducente poiché ritarda lo sviluppo, che ritarda la formazione di richieste democratiche (“grass-roots democracy”) dal basso. L’apertura a nuove proposte veniva segnalata anche in vista della graduale apertura dell’isola al mondo esterno: “If a post-Fidel government begins opening Cuba to democratic change, the United States is prepared to take steps to normalize relations and ease the embargo that has governed relations between our countries for the last five decades.” Oggi, Cuba si sta aprendo anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la firma di alcuni trattati internazionali che riguardano proprio questi ultimi. Il discorso di Obama a Miami (25 agosto scorso) è nel video qui sotto.
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Ripete un po’ quanto già scritto sul quotidiano di Miami. Occorre considerare alcune situazioni che contraddistinguono “l’anomalia” della politica cubana di Obama. In primo luogo, Barack è uno dei pochi candidati che hanno fatto outing sul problema di Cuba e sul cinquantennale embargo che pesa sulla testa dei cubani. Tutti gli altri hanno più o meno glissato. Come la democratica Clinton che ha ripetuto semplicemente “la politica americana verso Cuba adesso non può cambiare”. E per questo i media si sono stupiti che un candidato riportasse alla memoria la crisi del “pensiero unico” sulle vicende dell’isola. La CNN, questa estate, titolava nel proprio sito: “Obama again stirs up decades-old debate on Cuba”. Come dire che da tempo erano tutti d’accordo e il “pivello” era arrivato a scompaginare le carte! Sulle isole la politica americana sembra essere sempre d’accordo. Due esempi. L’invasione di Cuba alla fine del XIX secolo (1898) e l’invasione di Grenada (1983). In entrambe le occasioni il Congresso fu unanime e nessuno alzò un dito per far presente che si trattava di palesi violazioni. Obama, folle e coraggioso, va a parlare di Cuba non più come nemico direttamente nel covo dell’anticastrismo: la Florida e Miami, in particolare. Molto, molto coraggio. Anche perché – volente o nolente – tra i cubano-americani il partito democratico non va per la maggiore e queste affermazioni hanno creato non pochi grattacapi di “schieramento” anche ai pochi che sostengono i dem. In secondo luogo, l’elettorato cubano negli Usa pesa parecchio: sono diversi milioni a godere del diritto di voto e la loro posizione è molto ferra sui rapporti con l’Isla Grande.
Quindi andare a sconfessare direttamente la città di Miami in pubblico comizio è la prova di una strategia coraggiosa e – si spera – fortunata. Già il fatto che Obama è democratico non è gradito alla comunità cubana di Miami poiché nel 2000 (alle elezioni presidenziali) e nel 2002 (elezioni per il governatorato dello stato) i candidati repubblicani hanno totalizzato circa l’80% delle preferenze della minoranza in questione. Purtroppo, anche Obama deve fare il conto con i numeri e – a mio avviso – nel programma ufficiale della sua campagna presidenziale manca un riferimento esplicito a Cuba proprio per questioni numeriche. Ovvero gli elettori alla fine hanno un peso. Pertanto alla sua visione liberal della politica anti-cubana viene dato un posto di nicchia per non allarmare gli elettori cubani anti-castristi. Di fatto, non si tratta di un unicum storico. Alla fine degli Anni Settanta, il presidente J. Carter fu il primo ad aprire un dialogo serio e significativo con la Cuba di Castro (che oggi è sopravvissuto a 5 decenni di embargo e a 10 presidenti americani). Quella esperienza fu troncata dall’insorgere del muscolarismo reaganiano che portò i neo-con alla presidenza, dove rimasero fino a vedere il crollo del Muro e la fine del bipolarismo. Da allora, cioè dalla fine del tentativo di Carter (che ci prova sempre a dialogare con Cuba attraverso il Carter Center), la politica americana si è appiattita sulle stesse posizioni di quattro decadi prima, sul bipolarismo e sulle postazioni missilistiche dei sovietici sull’isola. Obama, nel suo piccolo, rappresenta una sferzata di novità, una primavera, un pensiero fuori dal coro, meno uniforme alle strategie uniche della politica internazionale americana. Ovvio che questa “guerra” al conformismo e all’interesse economico sull’arena internazionale abbia ricadute politiche. Leggo che tra il programma c’è anche la lotta ai “warlords” africani, con lo stanziamento di $13 milioni per speciali tribunali in Sierra Leone per punire i colpevoli di atrocità durante la guerra civile. C’è anche il raddoppio del finanziamento per la lotta all’Aids nei PVS; c’è “demand more in return”, cioè richiedere più sforzi di accountability e democratizzazione ai paesi che ricevono i fondi (che Obama vuole aumentare in misura consistente) per lo sviluppo. Giusto! Perché, altrimenti, che senso avrebbe demonizzare e affamare Cuba e farsi comprare metà
del disavanzo pubblico dalla Cina?! Insomma, tanta, tantissima carne al fuoco per quello che potrebbe essere il primo presidente nero della storia degli Usa. Il fatto è che la sua vittoria non è per niente scontata, anche alle primarie. Secondo “Election Center 2008”, i risultati provvisori darebbero un vantaggio alla Clinton di almeno dieci punti percentuali (grafico). In tal caso, almeno nei confronti di Cuba (anche se dubito che le altre proposte della famiglia Clinton siano così “rivoluzionarie”) si prevede la stessa minestra riscaldata. Un altro problema che trova una soluzione che non mi soddisfa è quello dell’immigrazione messicana. Qui Obama cade nella stessa politica restrittiva che ha contraddistinto l’amministrazione Bush. Anzi, tutti i candidati alla presidenza (in maniera alquanto bipartisan) hanno idee molto chiare sull’immigrazione da sud. E tutte vanno nella direzione già presa da Bush (Fonte: Election Center 2008). Non si può avere tutto. Ma qualcosa dalle parti di Obama si muove. Anche l’America, “eppur si muove”. Nell’attesa, incrociando le dita, si può far trascorre gli ultimi giorni della presidenza di G.W. (che si trascina pesantemente) giocando a “Presidential Pong”. Una specie di ping-pong con i personaggi della campagna elettorale 2008. Trash, ma simpatico. Aiuta a sdrammatizzare la mancanza di idee in un paese che dovrebbe guidare il mondo.
PS: a chi fosse rimasto folgorato dalle politiche di Obama, lascio alcuni link per supportare la sua campagna: trovate alcuni gadget informatici (banner, widgets, ecc.) nella sezione “Downloads” del sito personale. Se volete osare di più, nella sezione “Store” ci sono idee regalo molto accattivanti: felpe, t-shirts, palline da albero di Natale, pins…tutto con il faccione di Obama sopra. In Usa, le campagne elettorali si finanziano (anche) così. Oppure come fa la Clinton che utilizza i fondi neri di Chinatown. Meccanismo più facile a farsi che a dirsi. Si tratta di “spalmare” su più donors (finanziatori privati, che sono illimitati e soggetti a minori controlli) transizioni a finanziamento della campagna ad opera di multinazionali cinesi. Alla fine risultava che a Chinatown (NY) ogni cinese investiva una cifra che una famiglia media non avrebbe mai potuto permettersi. La “truffa” venne scoperta e i fondi in parte restituiti. Cose che capitano anche nelle migliori democrazie!
Alessandro Badella su http://www.gennarocarotenuto.it