Friday 25 May 2012, 06:49

Gli articoli con tag: " Santa Cruz "

Salvemos a Bolivia – Comunicación de la Casa de las Américas

Concluida la consulta en busca de un aval para implementar los planes secesionistas en Bolivia, las transnacionales de la comunicación comienzan a presentarla como victoriosa para las fuerzas que impulsaron el llamado referéndum.

Se están legitimando resultados de un acto desprovisto de cualquier base jurídica sin ninguna verificación ni supervisión internacional. Se ocultan las cifras que demuestran que la alta abstención, superior al cuarenta por ciento, unida a los votos nulos y en contra, superaría ampliamente más de la mitad de la población cruceña apta para votar, opuesta a la autonomía.

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Bolivia, un si ad un referendum illegale

Ieri, nel referendum sull’autonomia di Santa Cruz il SI ha ottenuto l’86% di voti, contro il 14 % di NO, la percentuale di votanti è stata del 61%, superiore alla maggioranza del 50% necessaria affinché gli stessi proponenti lo considerassero valido. Del resto la Legge boliviana sul referendum dice chiaramente che i referendum dipartimentali si possono tenere esclusivamente “Para temas que hacen exclusivamente al ámbito y competencias de un determinado departamento”. … Leggi tutto

Bolivia, a 24 ore dal referendum: o contro gli autonomisti o con il feudalesimo!

da CamminareDomandando

Mancano solo 24 ore all’incostituzionale referendum pro-autonomia indetto dall’oligarchia di Santa Cruz, quel Comitè Civico espressione delle 40 famiglie che si rimpallano da circa un secolo e mezzo il potere nella città orientale, avita roccaforte della destra razzista e golpista del paese. Il mondo intanto fa finta di non accorgersi: tergiversa, ignora e glissa su quella che si avvia ad essa la polveriera del Sudamerica, la balcanizzazione del cuore del continente, quel piccolo paese incastonato tra le cordigliere andine divenuto negli ultimi anni sempre più strategico, crinale tra ancien regime neo-liberista e neo-coloniale e nuovo mondo possibile (almeno in America Latina). … Leggi tutto

Bolivia, verso la secessione?

da CamminareDomandando

A un mese esatto dall’ incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz. … Leggi tutto

Evo Morales: il destino della Bolivia deve deciderlo il popolo

Marinkovic In Bolivia si sta giocando la partita più difficile. Mentre il governo di Evo Morales convoca al referendum sulla nuova Costituzione per il prossimo quattro di maggio, i sei dipartimenti in mano all’opposizione non lo riconoscono più come presidente.

Evo Morales ha annunciato che i boliviani sono convocati a due referendum di capitale importanza il prossimo quattro di maggio.

Nel primo saranno chiamati ad approvare o meno la nuova Costituzione. Nel secondo si stabilirà la massima estensione delle proprietà terriere, se potranno raggiungere i 10.000 ettari di estensione o se saranno limitate a 5.000 ettari.

Nella foto Branko Marinkovic, capo dell’ultradestra di Santa Cruz.

Scritto in esclusiva per Latinoamerica.

Aldo Moro, l’Europa che svanisce e la Kosova immaginaria

kosovo10G Nel suo studio a Palazzo Chigi, l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, chiese al suo segretario particolare: “Quanti abitanti ha Malta?”

Era l’epoca nella quale gli incrociatori sovietici ormeggiavano nel porto della Cottonera e i marinai russi sorseggiavano birra Cisk e si ustionavano al sole tra le fortificazioni dei cavalieri.

Dom Mintoff, che tutti chiamavano Il-Perit e oggi ha 92 anni, giocava d’azzardo sul tavolo della guerra fredda, flirtando con l’Unione Sovietica, come poi avrebbe fatto con Gheddafi, per ottenere migliori condizioni dagli occidentali. Il segretario di Moro non sapeva quanti abitanti avesse l’arcipelago. Ma la risposta che buttò lì non era lontana dalla realtà: “più o meno come Bari, Presidente”.

Moro rifletté un attimo e poi disse: “allora possiamo pagare”.

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Effetto Kosovo, Francesco Battistini e il Corriere della Sera: cialtroni!

Quel bel richiamo in prima sul Corriere della Sera di ieri non poteva non attrarre come le mosche al miele chi si interessa di popoli e nazioni: “Effetto Kosovo: voglia di secessione. Dalla Spagna al Messico, nuova linfa ai secessionismi”. Il Messico?

Si va all’interno e ci sono ben due pagine, la 12 e la 13. Ovvero è il reportage più importante che il giornale offre ai suoi lettori. Potrebbe essere l’occasione perché il più importante giornale italiano faccia il punto su cosa mette in moto l’invenzione del Kosovo come Stato da parte della Nato. Ma alla lettura del pezzo si rimane indignati per il pressappochismo, la superficialità, le scelte politiche e la vera ignoranza dimostrate dall’articolista Francesco Battistini, già famoso per performance ineleganti in America latina.

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Bolivia, verso la strategia della tensione?

da Camminaredomandando

Il presidente boliviano, Evo Morales

Anche se non ha causato nessuna vittima, l’attentato che, poco più di una settimana fa, il 24 dicembre, ha devastato la sede centrale della Cob (la Confederación obrera boliviana) a La Paz è un segnale decisamente preoccupante. Tanto più se si considera che avrebbe potuto tranquillamente avere un esito molto più drammatico. L’esplosione è avvenuta infatti vicinissimo alla camera da letto del dirigente sindacale Pedro Montes (che vive nella stessa sede della Cob), che ha quindi rischiato di rimanere colpito dall’esplosione.

 

La ola de atentatodos llega a La Paz” titolava la Razon, il principale quotidiano boliviano, l’indomani. Lungi dall’essere un caso isolato, l’attacco terroristico si inscrive infatti in una lunga ed inquietante serie di episodi, che pongono una serie ipoteca sulla democraticità e la pacificità del confronto in atto nel paese tra governo ed autoproclamatisi autonomisti della media luna.

 

La “miccia” viene innescata per la prima volta lo scorso luglio: una bomba casalinga viene lanciata da una jeep all’indirizzo della casa del costituente del Mas Saul Avalos. Poi il 22 ottobre è la volta di due ordigni che esplodono a Santa Cruz, rispettivamente presso la residenza di alcuni medici cubani impegnati in uno dei vari progetti di cooperazione tra l’isola caraibica e il paese andino e all’ambasciata venezuelana. Tutto lascia pensare a un avvertimento contro Evo Morales e la sua politica estera nel seno dell’Alba (l’Alternativa bolivariana para las americas che vede affianco alla Bolivia, il Venezuela di Chávez, Cuba e il Nicaragua di Daniel Ortega).

 

Ma la “strategia della tensione” cresce di livello nel mese di dicembre dopo l’approvazione della costituzione nel Liceo Militar di Sucre e in mezzo alle scorrerie della UJC e di gruppi parafascisti vari in giro per il paese (con l’obbiettivo di sollecitare la cittadinanza boliviana, con le buone o con le cattive, ad aderire agli scioperi convocati dai prefetti della Media luna).

 

Il 10 dicembre infatti vengono lanciate granate contro la casa dell’esponente del Mas Osvaldo Paredo: la figlia undicenne ne esce miracolosamente illesa. Il 15 è poi la volta di un attentato al sesto piano della Corte di giustizia di Santa Cruz. Infine a ridosso del Natale – malgrado la tregua invocata da Evo Morales – si registrano altri tre attentati relativamente all’Hotel “Casa blanca” di Santa Cruz (tre giorni dopo che vi avesse soggiornato lo stesso Evo Morales), all’abitazione del masista Carlos Romero e infine – come detto – alla sede della Cob di La Paz.

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Le due facce della Bolivia

di Diletta Varlese su Andinamedia

16/12/07 Santa Cruz de la Sierra: Ieri la Bolivia si è svegliata con due facce. A La Paz, la capitale, si festeggiava la nuova costituzione e la conclusione dei lavori dell’Assemblea Costituente: in pompa magna, in Plaza Murillo, sede del palazzo di governo.
Il presidente Evo Morales, tutti i suoi ministri, le autorità dello stato, e le forze armate al completo, presenziavano in prima linea alla sfilata delle 32 nazioni indigene del paese che accolgono il nuovo testo costituzionale. La piazza, gremita, era vestita di colori e suoni tradizionali, provenienti sia dalle regioni andine che dalle aree tropicali e amazzoniche.
Sembrava la Bolivia di sempre, dei giorni di festa. Ma nelle ricche e prospere terre d’oriente, a Santa Cruz de la Sierra, era un giorno molto diverso. Ieri il dipartimento e la regione di Santa Cruz dichiaravano ufficialmente il proprio statuto di autonomia regionale: perché, secondo le autorità locali, la costituzione non tiene conto delle istanze della cosiddetta Media Luna, composta dalle sei regioni, i cui governatori si oppongono al governo di Morales.
Le sei regioni richiedono la quasi totale gestione della propria economia, delle risorse naturali, degli idrocarburi, della giurisdizione e delle istituzioni politiche. E la dichiarazione di ieri suonava come una presa di posizione nei confronti della nuova carta costituzionale.
Ma sia la costituzione celebrata a La Paz, che lo statuto di autonomia dichiarato a Santa Cruz dovranno essere approvati da due referendum popolari, che si terranno entro 90 giorni.
Nella piazza 24 di Settembre, nel centro di Santa Cruz, si ritrovavano gruppetti di persone, vestite di bianco e di verde, i colori dello scudo della città. Ovunque venivano issate bandiere che reclamavano «Autonomia! Ya Somos Autonomos!», siamo già autonomi.Nella sede dell’assemblea per l’autonomia si leggevano i 157 articoli dello statuto uno ad uno. Quelli presenti all’assemblea erano visi molto diversi da quelli dei rappresentanti del governo Morales.
La classe politica cruzeña è composta da gente blanca, con la pelle chiara, di classe media. La presenza indigena, ieri, era nettamente minore: solo tre donne portavano un cartello con la scritta «anche noi appoggiamo l’autonomia», avevano un’aria sperduta e poco convinta, ma facevano «presenza», perché non si potesse dire che Santa Cruz, «l’autonoma», fosse razzista ed escludesse gli indigeni.
Sui muri della città, numerose scritte minacciavano di morte il presidente Morales. Nella piazza principale, intanto, si stavano smantellando le installazioni che avevano ospitato per due settimane lo sciopero della fame degli abitanti in appoggio all’autonomia. A scioperare, sono stati soprattutto giovani studenti delle migliori università della città, l’ordine degli avvocati, degli ingegneri, comitati civici, casalinghe e i pensionati: tutti orgogliosamente Camba, come si definiscono le popolazioni dell’oriente boliviano, a differenza dei Kolla andini, considerati un po’ alla stregua dei nostri «terroni». I rimandi con i movimenti secessionisti italiani sono anche molti altri. La croce celtica, di colore verde, è il simbolo della bandiera e della città. Rolando Schruppe, discendente di migranti tedeschi, la porta fiero sulla giubba militare. Saluta con un «camerata» i suoi amici della Brigata per l’autonomia. «Volevamo l’indipendenza – dice – ma abbiamo ottenuto solo l’autonomia. Anche se nel cuore di ogni Camba c’è il sogno della Repubblica Federale di Santa Cruz».
Nella sede dell’Assemblea per l’autonomia prosegue intanto la lettura degli articoli del nuovo statuto. L’argomento terra e gestione delle risorse rinnovabili e non rinnovabili è il punto fondamentale. Produzione, vendita e profitto delle suddette deve restare nelle mani della regione, per migliorare la qualità di vita dei suoi abitanti. Santa Cruz è la regione più ricca di gas di tutta la Bolivia, a cui fornisce il combustibile. Qui si trovano le sedi delle più importanti compagnie multinazionali come la brasiliana Petrobas e la spagnola Repsol. Inoltre, le tenute dei pochi proprietariterrieri della regione sono veri latifondi, carichi di denunce di schiavismo nei confronti delle popolazioni originarie che vi lavorano.
Ieri, tutto pareva tranquillo, a parte un presunto attentato al sesto piano del palazzo di giustizia, che non ha provocato danni. I politici locali hanno ripetuto che non intendono occupare le istituzioni del governo centrale, le caserme di polizia. Dicono di voler restare nel percorso democratico che porta all’approvazione referendaria dello statuto, anche se le falangi piu estremiste fremono e l’appoggio popolare è forte: «Siamo pronti», diceva Schruppe: «Se non ci daranno l’autonomia ce la prenderemo con la forza».
Nessuno vuole la guerra di secessione. La ricca Santa Cruz vuole restare tale, e una guerra brucerebbe tutta la sua ricchezza. Meglio un percorso lento, graduale e pacifico, dicevano. Ma Santa Cruz rappresenta anche l’80% delle entrate del paese, e il governo ha dichiarato incostituzionale lo statuto dell’autonomia.

In difesa della nuova Costituzione boliviana. Con Adolfo Pérez Esquivel, Eduardo Galeano, Luís Sepúlveda

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La situazione in Bolivia si aggrava giorno per giorno. Bande neofasciste che agiscono in sinergia con le amministrazioni locali e che spacciano per autonomismo il loro razzismo secessionista, terrorizzano le città dell’oriente del paese e stanno preparando il colpo di mano per impedire con la forza quello che non possono fermare con il voto e la democrazia. Pertanto ho ritenuto mio dovere essere tra i primi firmatari di questo appello.

Domenica 9 dicembre, 164 componenti dell’Assemblea Costituente su 255 aventi diritto, e rappresentanti delle diverse forze politiche, hanno varato il testo della nuova Costituzione che, venerdì 14, è stato consegnato al legittimo governo boliviano e sarà poi sottoposto, per alcuni articoli, a referendum popolare.

Per la prima volta nella sua storia, il popolo della Bolivia, rappresentato da un’assemblea democraticamente eletta, ha proposto un

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Nasce la Bolivia «comunitaria» La sfida di Morales

Oruro, maratona notturna per la nuova costituzione: no a rielezioni indefinite, sì alla «proprietà comune», mai più basi straniere. Raffinata l’opposizione: «E’ carta igienica usata»
Pablo Stefanoni
La Paz

Quando sembrava già a un passo dalla morte, l’Assemblea costituente boliviana è rinata dalle sue ceneri e ha approvato a tempo di record la nuova Carta magna sostenuta dal presidente Evo Morales. Le critiche della destra per la mossa a sorpresa della riunione di oruro (a tre ore di macchina da La Paz) non hanno fermato i costituenti della sinistra, che hanno scelto questa città arida e fredda nelle Ande boliviane per fuggire ai conflitti di Sucre, la sede originale della convenzione costituente. In una maratona durata l’intera notte dal sabato alla domenica, sono stati approvati gli oltre 400 articoli del nuovo testo costituzionale. «E’ una grande gioia per me e per tutto il movimento indigeno, operaio, contadino e popolare», ha detto Morales, che ha rinunciato a inserire nel nuovo testo la rielezione indefinita del presidente.
Molti costituenti si sono sorpresi nel constatare che questa proposta, rifiutata dall’opposizione e con un rischioso marchio chavista, era stata modificata in favore della più moderata possibilità di essere rieletto una sola volta. In effetti, però, la durata in carica comincerà a essere contata a partire dall’entrata in vigore della nuova costituzione, e in questo modo – se le urne lo assistono – il presidente boliviano può aspirare a restare a Palacio Quemado fino al 2018. Prima di volare a Buenos Aires per assistere alla cerimonia di entrata in carica della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, Morales ha detto che il testo approvato a Oruro garantirà «una rivoluzione sociale con stabilità» ed è tornato a criticare «i settori oligarchici che vogliono frenare il cambiamento».
Un antropologo sprovveduto avrebbe faticato a distinguere l’ultimo appuntamento della Costituente da un’assemblea sindacale. Ai sombreri, sandali, ponchos e polleras (l’abito tradizionale delle donne, ndr) indigeni che abbondavano nel conclave si è unita una «guardia popolare» che, come la polizia sindacale nei congressi contadini, ha sbarrato le porte per impedire che i costituenti più deboli abbandonassero il luogo prima di aver finito il loro compito. A mezzogiorno di domenica i costituenti hanno cantato l’inno nazionale con il pugno alzato – come da recenti istruzioni di Morales – si sono abbracciati piangendo e hanno dato per conclusa la missione. Ora il nuovo testo dovrà essere ratificato dai boliviani attraverso un referendum e, in caso di vittoria del Sì, saranno convocate elezioni anticipate per il rinnovo di tutte le cariche pubbliche.
Nonostante sia stato rispettato il quorum legale, la destra ha denunciato una modifica del regolamento che ha consentito l’approvazione della nuova «legge delle leggi» con i voti dei due terzi dei presenti (e non del totale dei costituenti) e il successivo ricorso diretto al referendum. «Non obbedite alla nuova costituzione», ha detto ieri il presidente del Comitato civico di Santa Cruz, Branko Marinkovic, annunciando il disconoscimento del nuovo testo, rifiutato da cinque dei nove governatori della Bolivia. Marinkovic ha aggiunto che «Santa Cruz lancerà un suo proprio statuto autonomistico», che potrebbe essere approvato questa settimana. Il governatore cruceño Ruben Costas ha «rifiutato totalmente un manifesto politico fatto da assembleisti servili e vassalli obbedienti che vogliono farci credere che sia una costituzione». Costas ha detto che «Santa Cruz è in pericolo» e a chiesto che «ogni angolo, ogni quartiere, ogni paese organizzi la resistenza civile e la lotta per l’autonomia in maniera militante».
Celebre per le sue sparate, il sindaco di Santa Cruz de la Sierra, Percy Fernandez, ha attaccato: «Bisognerà dipingersi e mettersi le penne per esistere, in questo paese». Giorni fa l’ex presidente Jorge «Tuto» Quiroga aveva detto che la nuova costituzione «è un pezzo di carta che vale tanto quanto la carta igienica usata».
La nuova Carta ha un forte tono nazionalista, ma non parla di socialismo. Tra le altre cose, obbliga la proprietà privata «a compiere una funzione sociale», considera tradimento della patria «l’alienazione di risorse naturali a favore di potenze, imprese o persone straniere» e riconosce molti tipi di proprietà, compresa la proprietà comunitaria. Nello stesso tempo separa la chiesa dello stato, garantisce le autonomie regionali e indigene e proibisce l’installazione di basi militari straniere. Stabilisce inoltre l’elezione a suffragio universale dei giudici della Corte suprema e riconosce la giustizia comunitaria indigena. Nonostante ciò, il governo ha fatto un passo indietro nella sua proposta di concedere il diritto di voto ai sedicenni e in quella di eliminare il senato. Il tema del latifondo sarà risolto da un referendum parallelo per determinare il limite massimo di ettari che un proprietario può possedere.
Ieri, tra festeggiamenti e critiche, nessuno si è azzardato a prevedere se la costituzione avrà vita corta o se diventerà il testo che farà superare al paese secoli di discriminazione e povertà della maggioranza indigena.

http://www.ilmanifesto.it/ricerca/ric_view.php3?page=/Quotidiano-archivio/11-Dicembre-2007/art57.html&word=Bolivia

Sotto a chi tocca

Bisogna davvero ringraziare il quotidiano “il manifesto”. Oggi ha dedicato una intera pagina alla situazione che vive la Bolivia o meglio, alla decisa scesa in campo degli americani. Già perchè, a questo punto, riesce davvero difficile tacciare Evo Morales ( che, è bene ricordarlo, alla presidenza vi è arrivato vincendo libere e democratiche elezioni, certificate da parecchi organismi internazionali, oltre che dalla stessa Unione Europea) come un povero sofferente di manie di persecuzione. Morales da tempo denuncia le intromissioni americane negli affari interni, ha parlato apertamente di un colpo di stato e, peggio ancora, di un progetto secessionista da parte del governo locale della provincia di Santa Cruz. Oggi “il manifesto” ha avuto l’accortezza di pubblicare una delle tante foto compromettenti che da un pò girano in Bolivia e che sono finite nelle mani del governo centrale. Che il fulcro dell’opposizione a Morales si trovasse a Santa Cruz ( di fatto il motore economico del paese) lo sapevamo già; la confindustria locale, molto potente, ha ormai preso la guida delle forze del paese andino che si oppongono al presidente. Adesso, con l’arrivo a La Paz del nuovo ambasciatore statunitense, che ha lavorato negli ultimi anni nella ex-Jugoslavia ( dunque esperto di “balcanizzazione” di determinate aree), con i continui proclami della confindustria cruzena “La Paz preclude ogni tipo di sviluppo economico alla nostra provincia” e con paramilitari colombiani in giro per il paese il quadro comincia ad essere un pò più chiaro. Il fatto poi che i media di tutto il mondo non trattino minimamente l’argomento Bolivia ( guardate i giornali italiani quante righe hanno dedicato alla visita di Morales, la scorsa settimana, nel nostro paese, hanno parlato solo dell’incontro avuto con Totti, sic) ci fa capire che qualcosa di grosso si muove. Mentre tutti si aspettano un intervento deciso in Venezuela, ecco che ci appare sempre più evidente come gli Stati Uniti siano in procinto di fomentare un cambio di regime in Bolivia, con metodi che ricordano le operazioni degli anni 80.

Buenos Aires: il giorno di Cristina Fernández de Kirchner

645605_kircher1.1 Con quasi matematica certezza oggi Cristina Fernández de Kirchner, attualmente primera dama (“first lady” in italiano corrente), consorte dell’attuale presidente Nestor, sarà il prossimo presidente argentino, senza neanche passare dal ballottaggio.La porteranno alla Casa Rosada i poveri, le donne e l’enorme interno del paese, mentre i benestanti e le grandi città non la amano. Peronista da tutta la vita, militante della Gioventù Peronista (JP, che in quel partito e in quegli anni voleva dire la sinistra peronista) da prima di conoscere il marito all’Università de La Plata, Cristina è la prima donna eletta … Leggi tutto

Osama Bin Laden, Chávez, lavavetri, scioperanti in Cile, indigeni boliviani… il nemico alle porte!

Con Angelo Nathan, Marco Drudi, Piersabatino Deola, Sergio Mureddu, Alessandro Cassuto, Luca Romeo:

Angelo Nathan: volevo segnalarle un articolo su XL, il supplemento musicale di Repubblica. Nel numero di questo mese c’è un servizio dedicato a Manu Chao e … Leggi tutto

LA STAMPA – In vacanza sulle strade del Che

Si chiamerà il «Cammino del Che», un percorso turistico tropicale sulle tracce del medico argentino-cubano che sognava l’unità latinoamericana e il socialismo. E sarà inaugurato in Bolivia, l’autunno prossimo, in occasione dei 40 anni della morte di Ernesto Guevara.

di Gennaro Carotenuto

Ieri «El Che» avrebbe compiuto 79 anni. Era nato nel 1928 a Rosario, in Argentina. Andò a combattere la sua ultima battaglia in uno dei luoghi più remoti e suggestivi della terra, nel tropico boliviano, non lontano dalla fortezza incaica di Samaipata, che oggi l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità. A Santa Cruz de la Sierra, un dipartimento grande come l’Italia, motore economico della Bolivia, ma con appena 2.5 milioni di abitanti, è facile arrivare.

Ma per andare dal capoluogo a Vallegrande, a 1.900 metri nella sierra che già sale verso le estreme alture andine, il viaggio è sempre stato difficile, anche per il Che, Tania Bunke – l’unica donna del gruppo – e gli altri che morirono al suo fianco. Qualcuno lo bollerà come «turismo rivoluzionario», ma per una generazione … Leggi tutto