giovedì 02 settembre 2010, 17:41

Gli articoli con tag: " repressione "

Il dato rinchiuso nella formula della Coca Cola

Di Gregorio J. Pérez Almeida – Nuestra América/Aporrea

Evo Morales ha detto molte cose che volevamo ascoltare più di cinquecento anni fa dalla bocca da un presidente boliviano. Ha detto anche cose che si ascoltarono in sordina per secoli in America Latina e ha detto finalmente cose che rivelano, e davanti al mondo, una delle cause dell’ostinata presenzia degli yankee in territorio andino e specialmente boliviano: il controllo della Coca attraverso la loro impresa della Coca Cola. Che derivato, o derivati, della foglia di coca è quello che utilizzano per elaborare la base della Coca Cola e che relazione hanno con la Cocaina?
Con la sua parsimonia ancestrale, Evo reclamò davanti alla stampa internazionale il trattamento speciale che danno non solo i governi andini alla commercializzazione della foglia di coca che compra la Coca Cola Internazionale, impresa emblematica dell’Imperialismo yankee, bensì di qualcosa di più profondo ed efficace nella dominazione culturale che esercita su gran parte del mondo: il modo di vita degli Stati Uniti(E’ vero o no che non c’è migliore combinazione che un hamburger o un hot dog con dentro di tutto ed una Coca Cola ben fredda?)

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Oaxaca: lo stato delle cose dove sarebbe stato sequestrato Davide Casinori

Di fronte al selvaggio assalto da parte di paramilitari ad una carovana di movimenti sociali a San Juan Copala, ripubblico il reportage di fine gennaio da me realizzato a Oaxaca, completamente dimenticata dai media nonostante la repressione non si sia mai fermata. Oggi se ne parla solo perché sarebbe stato sequestrato (notizia poi smentita) un militante italiano e assassinato un finlandese. Fino a quando farà notizia solo il Venezuela e mai il Messico o la Colombia?

OAXACA – Tre anni dopo le grandi proteste dell’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (APPO), repressa violentemente dai sicari del governatore del PRI Ulises Ruiz, che causarono più di 20 morti, e con l’intera capitale occupata come in un assedio medievale dall’esercito federale, questo stato meridionale del Messico si approssima alle elezioni del nuovo governatore il prossimo 5 luglio. Ruiz, dopo anni di appropriazioni indebite dalle casse dello Stato, appare ancora più forte tanto a livello locale come nazionale, dove è uno dei simboli del revanscismo priista che punta a tornare a governare il Messico (dopo averlo fatto per 70 anni fino al 2000) approfittando della crisi del PAN di Felipe Calderón. Invece i movimenti social e tutta la sinistra, che continuano a subire una brutale e silenziosa repressione, hanno perso forza e sono divisi tra un’ala dura e un’altra dialogante accusata dalla prima di essersi fatta cooptare e a volte comprare dallo stesso governo. Quello che si vede visitando Oaxaca oggi è una sorta di “meno male che Ulises c’è”.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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20-26 marzo: Giochi mondiali militari in Valle d’Aosta

Aosta. Viale innevato.
Quello che segue è un comunicato stampa di Arci Valle d’Aosta sui primi Giochi mondiali militari di sport invernali che si terranno in Valle d’Aosta a partire da questo sabato (20 marzo).
Per quanto mi riguarda, trovo disgustoso il tentativo di "imbellettare" gli eserciti mettendone in mostra gli atleti, poiché non mi risulta che oggi le forze armate – italiane o estere – si distinguano per il proprio rifiuto della guerra se non come estrema risorsa difensiva (così vorrebbe l’articolo 11 della nostra Costituzione). Non mi risulta che le famose «missioni di pace» (che probabilmente hanno valso il nobel per la medesima al Presidente Obama) siano volte a stabilizzare altro se non gli interessi internazionali delle nazioni economicamente e militarmente più potenti e, in ogni caso, ho sotto gli occhi quasi ogni giorno le vittime innocenti di conflitti che sono quantomeno fallimentari rispetto agli obiettivi dichiarati.

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“Lo sbarco, la nave dei diritti da Barcellona a Genova”

Immagine anteprima YouTubeFonte: www.losbarco.org

Sotto riporto il manifesto dell’iniziativa:

“Siamo un gruppo di italiani/e che vivono a Barcellona.
Insieme ad amici (non solo italiani) assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia. Certo la crisi c’è anche qua, ma la sensazione è che la situazione nel nostro Paese sia particolare, soprattutto sul lato culturale, umano, relazionale.
Il razzismo cresce, così come l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi.
In Spagna, negli ultimi mesi, sono usciti molti articoli raccontando quello che avviene in Italia, a volte in toni scandalistici, più spesso in toni perplessi, preoccupati, sconcertati.
Si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell’aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell’esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam.
Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione (??) volgare e martellante, da logiche di comunicazione davvero malsane.
E allora: che fare? Prima di tutto capire meglio, confrontarci, quindi provare a reagire. Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute.
Al termine di un percorso che abbiamo appena iniziato, vogliamo quindi organizzare una nave che parta da Barcellona e arrivi a Civitavecchia (o a Genova).
Sarà la nave dei diritti, che ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata. Ricorderà che le menzogne immobilizzano, mentre la verità è rivoluzionaria.
Ricorderà che cultura e arte sono i punti più alti del genere umano, sono fonte di gioia e piacere per chi li produce e per chi ne beneficia, non sono fatte per il mercato.
Ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità, conservare la lucidità, il senso critico e la capacità di giudizio.
Creiamo ponti, non muri.
È un grido di aiuto e solidarietà, che vogliamo unisca chi sta assistendo da fuori a un imbarbarimento pericoloso a coloro che già stanno resistendo e non devono essere lasciati/e soli/e.
Non siamo un partito, non siamo una fondazione, non sventoliamo bandiere, tanto meno bianche. Siamo piuttosto un movimento di cittadini/e che non gode di alcun finanziamento.”

QUANDO E COME

“La nave, un servizio di linea di cui occuperemmo una parte, dovrebbe partire giovedì 24 GIUGNO sera e rientrare domenica 27 GIUGNO sera. Durante il viaggio prevediamo di svolgere attività di vario tipo. Se hai qualche proposta, segnalacela.

Stiamo cercando di contrattare dei prezzi accessibili (intorno ai 100 Euro per persona) e penseremo a forme di autofinanziamento (collette, sottoscrizioni, feste…) affinchè anche coloro che hanno difficoltà economiche (studenti, disoccupati, famiglie numerose…) possano partecipare. Aiutaci!

Stiamo lavorando su due possibili destinazioni:

- o Civitavecchia (e quindi: Roma) la nave in questo caso, essendo più grande, offre più servizi e ha saloni a disposizione per riunirsi, fare attività.

- o Genova, con il vantaggio di arrivare subito nel centro urbano.

Si tratterebbe poi di organizzare un’ospitalità per UNA NOTTE e una giornata nella città di destinazione, in una piazza, con eventi, incontri, quanto nascerà.

Vi chiediamo:

· di far girare questa informazione e mandare osservazioni, il lavoro è in progress

·di partecipare al viaggio se vivete qua o di aiutarci a preparare la parte di manifestazione “in Italia”: l’obiettivo è che partano 1000 persone (di tutte le età), altrimenti si penserà ad altro.

·Chiediamo anche un’adesione simbolica a gruppi italiani, europei, extraeuropei e a singole persone, intellettuali o meno, con messaggi di testo o video.”

Fonte: www.losbarco.org

Andare camminare lavorare e tornare a casa

Andare camminare lavorare cantava così Piero Ciampi, era il 1975:

Piero Litaliano

Avevo allora 25 anni e potreste rispondere: e con questo? Con questo mi sembra che io dorma perchè  vengono riciclate certe foto tratte dai muri in Italia, dove è scritto “immigrati x favore, non lasciateci soli con gli italiani”. Giravano in Rete nel 2008, le avevano viste in strada tanti… e spuntano fuori oggi:  si sono svegliati gli Italiani? Mi sono addormentata io? “andare camminare lavorare, il meridione rugge, il nord non ha salite, niente paura, di qua c’è la discesa, andare camminare lavorare, rapide fughe rapide fughe rapide fughe”. E d’altronde non avevamo già le fotografie di certe imposte e porte con su scritto Proibito rigorosamente l’ingresso agli italiani? Ci fu pure la variante del divieto  Ai cani e agli ebrei, ma io non ero ancora nata e ho la giustificazione di dire non ho visto non ho sentito… per tornare alla canzone di quel tipo, che si chiamava Piero Ciampi e  che diceva “andare camminare lavorare i prepotenti tutti chiusi a chiave i cani con i cani nei canili le rose sui balconi i gatti nei cortili… andare camminare lavorare andare camminare lavorare dai, lavorare!” mi chiedo da chi era attaccato, minacciosamente s’immagina,  il nostro Albertone che spernacchiava e poggiava la mano destra sull’avambraccio sinistro dicendo … Lavoratoriii?
Chi non ha sognato di rifare lo stesso gesto, senza conseguenze ovviamente, al Ministro Brunetta e a tutti gli Onorevoli Trombetta dell’Emiciclo? Non è un film neorealista quello che abbiamo visto a Rosarno…ma quale Rosarno? E’ da anni che vediamo certe rappresentazioni tragiche, certi sbarchi, senza alzare un dito. Abbiamo visto, abbiamo sentito, di TUTTO. Ma a noi che ce frega e che ce ‘mporta, mica siamo migranti…”E
che cos’è questo fuoco? Pompieri, pompieri,voi che siete seri, puntuali, spegnete questi incendi nei conventi, nelle anime, nelle banche. Andare camminare lavorare, queste cassaforti che infernale invenzione, viva la ricchezza mobile, andare camminare lavorare, andare camminare lavorare. Lavorare, lavorare!” Toh…arrivano foto in internet mentre scrivo, è  mio figlio che sta a San Francisco, San Francesco in italiano, Homeless a Frisco, per  cambiare aria, fare il gioco del  migrante, e mi manda certe bestie marine appese in vetrina con le scritte cinesi, mi  spiega che costa poco mangiare cinese ed è buono perchè lo cucinano per loro, non per i turisti, come in Itaglia.

Eh, te possin,stavo tanto bene a Napule, diceva pure Totò …Noi dovevamo lasciare cantare con la chitarra in mano Toto Cutugno…sono l’ Italiano, che era fiero e vero, altro che Piero Litaliano, Quell’ Italia che non si spaventa, ed era il 1983. E gli spaghetti e la chitarra ce l’abbiamo ancora, ce l’hanno lasciata e cantiamo, cantiamo …canto anche io, seppure stonata e non fiera. Eccome ero contenta di andare camminare quando avevo vent’anni, con lo zaino  in spalla, quello  da  militare, comprato a via Sannio e andarmene via dall’Italia, a vedere il mondo e a lavorare come dicevo io, cantando la libertà:  ” andare a spada tratta, banda di timidi, di incoscenti, di indebitati, di disperati. Niente scoramenti, andiamo, andiamo a lavorare, andare camminare lavorare, il vino contro il petrolio, grande vittoria, grande vittoria grandissima vittoria…andare camminare lavorare il passato nel cassetto chiuso a chiave il futuro al totocalcio per sperare il presente per amare non è il caso di scappare  andare camminare lavorare dai, lavorare! nutriamo il lavoro, alé! gli agnelli a pascolare con le capre fra i nitriti dei cavalli, questi rumorosi… vigilati da truppe di pastori, andare camminare lavorare.” E come vigilano bene, ci mandano gli eserciti a proteggerci, costruiranno tante carceri  per metterci dentro solo i cattivi nostri e  li mandano via ’sti negroni zozzoni, che ci tolgono pure il lavoro e non solo puzzano ma si ubriacano sono violenti ,per natura…”niente paura, azzurri, azzurri, attaccare attaccare, attaccatevi a calci nel sedere, la domenica tutti sul pordoi a pedalare.Lavorare pedalare lavorare, con i cantanti nell’osteria, con i contanti, con tanti tanti tanti … tanti auguri agli sposi! andare camminare lavorare, la penisola in automobile, tutti in automobile al matrimonio Alé! la penisola al volante, questa bella penisola è diventata un volante. Andare camminare lavorare…”
E mio figlio(ogni scarafone è bello a mamma sua mica solo sul Pianeta Facebook persone vere) mi manda un gabbiano che vola a Frisco, libero di mangiare rifiuti…E quelle Torri, le sequoie…tutto così grande, come lo Stivale che ci contiene...ma esistono i giganti? “Devono essere molti gentili i Giganti se no ci avrebbero già schiacciati”.
Andare camminare lavorare…Nutriamo il lavoro… Abbiamo tutte le carte in regola.

Ho provato una volta ancora, a raccontare il Ritorno a Casa, da dove vivo, anche se ci sarà  e c’è sempre un clandestino come oggi Khadim, che dopo otto anni da tale  in Italia, aveva deciso di tornare a casa sua, in Senegal, acquistando con i soldi suoi un biglietto aereo. Ma è stato arrestato in aeroporto: secondo le leggi dello Stato, potrà tornare in Patria solo da espulso, fra sette mesi, e per di più  a spese della collettività. Voleva andare camminare lavorare e tornare a casa, Khadim, un cittadino senegalese di 41 anni.
Doriana Goracci

Foto  di Federico Maiorani

Honduras: Parla il giornalista sequestrato e torturato

DA www.fabionews.info
Dell’Honduras non sappiamo piu’ nulla.. dopo la farsa delle elezioni che hanno “legittimato” di fatto il colpo di stato l’informazione mainstream non si occupoa piu’ del piccolo paese centroamericano.
Nonostante iol fatto che il presidente legittimo continui a essere “segregato” nell’ambasciata brasiliana, nonostanet la repressine continui in forme sempre piu’ “organizzate”, nonstante tutti i paesi latinoamericani “liberi dal controllo di washington” non riconoscano il risultato elettorale…
Per questo invito a diffondere 1uesti articoli e non lasciare solo il popolo hondureno che continua a resistere!
Ciao
Fabio

Da www.itanica.org

“Vogliono zittire la stampa indipendente e popolare”

Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturato

Lo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell’esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell’Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.

César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un’infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.

Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.

Sirel e la Lista Informativa “Nicaragua y más” si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.

- Come è avvenuto il sequestro?
- Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall’autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti.
Quando sono arrivato nella zona dell’anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi.
Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: “Non è questa m… che c’interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p…”.
Mi hanno fatto salire sull’auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un’ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l’interrogatorio.

- Che cosa è successo dopo?
- L’aggressività di chi m’interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali.
Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando.
Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo.
Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto.
Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un’ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l’accaduto.

- Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
- Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l’isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto.
Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l’usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti.
Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.

- Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
- Credo che non avessero ricevuto l’ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l’obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci.
Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.

- Perché hai deciso di abbandonare il paese?
- Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po’ di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro.
Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po’ di fatica.

© (Testo e foto Giorgio Trucchi – Lista Informativa “Nicaragua y más” di Associazione Italia-Nicaragua – www.itanica.org )

Quattro conti sul nucleare

Leggendo su “Le Monde” ho trovato un articolo interessante: dal titolo “La filière nucléaire française subit un revers majeur” il cui autore discute, con un filo di rammarico per l’economia francese, del fatto che il consorzio industriale del suo paese formato da EDF, GDF Suez, Areva, Total, Alstom e Vinci, ha perso una grossa commessa per la costruzione di 4 centrali nucleari negli Emirati Arabi Uniti.
Tale concorso e` invece stato stato da un consorzio coreano-giapponese in cui figurano Kepco, Hyundai, Samsung e Toshiba-Westinghouse.
vedere http://www.lemonde.fr/economie/article/2009/12/28/la-filiere-nucleaire-francaise-subit-un-revers-majeur_1285357_3234.html#ens_id=1263249
La cosa che sucita interesse e che la costruzione di quattro reattori da 1400 MegaWatt ciascuno costa 20,4 miliardi di dollari ovvero 14,11 miliardi di euro.
Facendo “i conti della serva” deduciamo che: 14110 milioni / 5600 MW = 2500 euro/KiloWatt, ammesso che tutto vada bene e non ci siano spese impreviste.
Questo significa che per produrre un kiloWatt occorrono 2500 euro? No ovviamente, occorre comprare l’uranio (ce n’e` poco) e arricchirlo, pagare il personale, dall’ingegnere alle guardia armata alla porta (non vorremmo lasciare entrare chiunque in una centrale nucleare vero? ) pagare quattro soldi anche al povero “sfruttato” pakistano addetto le pulizie, smaltire le scorie radioative, mantenere l’impianto di refrigerazione, consumare acqua e sali di per il raffreddamento, un po’ di carbone che anche alle centrali nucleari serve.. insomma, le solite spese di amministrazione di una centrale nucleare.
Per fare 1 kW di corrente basterebbero, al sole d’Arbia, 3 metri quadrati di superficie coperta a pannelli solari (se fossimo in italia occorrerebbero anche quattro o cinque metri quadrati a seconda delle regioni) ovvero circa la superficie del tavolo dove abbiamo consumato il pranzo di natale con amici e parenti.
Dunque, riprendiamo la calcolatrice… per fornire la stessa energia (5600MW) occorrono circa 4KWh/m2 * 5600MW * 1000KW/MW = 22.4 km2 insomma un quadrato del lato di meno di 5Km. E` tanto? rappresenta meno dello 0.03% della superficie degli Emirati i cui sultani hanno scelto di costruire le quattro centrali.
Anche senza contare la pericolosita` delle scorie, il rischio di incidenti, anche senza comprare le piu` care centrali francesi ma accontentandosi dei saldi coreani, anche nella speranza di non avere imprevisti nelle costrzioni, pure ammesso che nessun politico o industriale voglia una fettina dell’investimento, ancora: ammesso che non si debba spendere per mantenere forze di polizia che caccino via inopportuni manifestanti, ammesso che la mafia non faccia lievitare i costi, ammesso che i lavori non vengano bloccati per carenza di fondi o per qualsiasi altro impedimento naturale, ammesso che tutta la popolazion partecipi entusiasta in amicizia e armonia alla costruzione, ammesso che poi non si viva nel terrore di incidenti ed attentati, ammesso che nessun governo faciia leva su queste paure per esercitare politiche di controllo e repressione.. il risultato resta sempre lo stesso: le centrali nucleari costano piu` dei pannelli solari.
Non dimentichiamo, quanto dura una centrale nucleare? quarant’anni circa, ovviamente impegnandosi in una continua manutenzione, un pannello? Quelli attuali venti anni, poi perdono gradatamente di efficacia, ma quasi non necessitano di manutenzione.
L’energia solare comincia prudurre dal giorno dell’installazione che richiede poche ore,nel caso di un piccolo impianto domestico, certo di piu` per grandi impianti ma di certo meno rispetto agli anni necessari alla costruzione di una centrale.
E se finissero i soldi a meta` strada? con una centrale termonucleare costruita a meta` o quasi finita avremmo zero kiloWatt, con impiati solari avremo la meta` dell’energia disponibile.
Solo paesi con un bisogno terribile di spendere tanti soldi (gli emirati, la cina) o con condizioni climatiche sfavorevoli (la finlandia) costruiscono nuove centrali nucleari, altrove i lavori sono stati sospesi (sudafrica) o dove progrdiscono, sono drogati da finanziamenti pubblici, e l’avanzamento stenta tra mille difficolta`, rinvii e rincari.
Chi guadagna allora con l’industia nucleare? I lavoratori? portare a casa lo stipendio costruendo centrali o impianti solari o eolici non cambierebbe il peso delle buste paga. Gli utenti? di certo no l’energia solare e` piu` cara e, in caso di guasti, sarebbe piu` complicato riparare una centrale che cambiare un pannello. I possessori dei grandi gruppi industriali? Si, avrebbero cosi` il monopolio dell’energia, per loro sarebbe invece piu` difficile monopolizzare un mercato fatto di piccoli investimenti. Gli stati autoritari? di certo, per un qualsiasi governo e` piu` facile tgliare i cavi anziche` smontare migliaia di pannelli, mantenere i sudditi nel terrore dell’attentato o dell’incidente, e, chissa`? bombardare la centrale dell’odiato vicino.

¡Alerta, alerta que camina la espada de Bolívar por América Latina! Nasce il Movimento Continentale Bolivariano.

Da vaccamagra.blogspot.com

.Caracas.

Abbiamo partecipato, documentandola, alla nascita del Movimiento Continental Bolivariano. La dinamicitá e l’energia sentita ha ,a tratti, commosso e dato speranze. … Leggi tutto

Messico giudicato colpevole di feminicidios e desapariciones

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La “fine del giornalismo”?

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 1 – secondo paragrafo – La “fine del giornalismo”?

Non è stato il calore al fosforo bianco del conflitto iracheno a far regredire il giornalismo delle più grandi democrazie del mondo a una categoria che in qualche caso confina con quella di “stampa di regime”. Per stampa di regime non si intende un sistema classico di censura ma un sistema inattaccabile di reciproci favori e convenienze, in genere più lecito che illecito, ma ugualmente riprovevole e impoverente per il giornalismo. Oliviero Bergamini6, nel suo La democrazia della stampa, denuncia un processo che potrebbe addirittura portare alla “fine del giornalismo”. Aggiunge Furio Colombo dalle pagine de L’Unità7:

“Con l’immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile [...]. Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete”.

I giornali e i giornalisti sogliono parlare della crisi del loro settore analizzando soprattutto il breve termine, evitando di guardare all’interno dei giornali e cercando cause esogene, incolpando spesso Internet e la sua apparentemente irredimibile gratuità. È una maniera per non guardare in faccia alle cause endogene di una crisi di lungo periodo della professione e dell’informazione in generale. Il giornalismo evita così di fare i conti con i quattro fattori, le quattro forze profonde e di lungo periodo che lo stanno minando dall’interno.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il primo fattore è che è in atto un processo che ha assoggettato l’industria editoriale a quella parallela (ma diversissima) della pubblicità. È una cessione di sovranità che trasforma i giornali, e ancor più i TG, in contenitori di spot inframmezzati da notizie scelte meticolosamente tra quelle funzionali agli interessi degli investitori8. Se il giornalismo è sempre più spesso percepito come cinghia di trasmissione di interessi terzi, la perdita di credibilità della professione è una conseguenza non fortuita. Evidentemente ha ragione Furio Colombo quando dice che dei giornalisti in quanto tali non c’è più bisogno.

Il secondo fattore è la ristrutturazione del mercato del lavoro anche giornalistico, determinata dal modello economico vigente. La conseguenza visibile è stata l’aumento del numero di addetti: in Francia sono triplicati dal 1960 al 2000, in Italia sono quadruplicati negli ultimi quarant’anni9. Ciò è però avvenuto in un contesto di crescente precarizzazione, impoverimento culturale e proletarizzazione del giornalismo. In Francia è stato coniato un neologismo: proNétariat10, il proletariato digitale, vale a dire i lavoratori cognitivi coscienti della loro condizione di sfruttamento.

Il terzo fattore coincide con l’avvento di Internet, il nuovo medium con cui l’intera professione giornalistica è costretta a confrontarsi ridefinendo le proprie pratiche lavorative. Infine c’è la crisi, probabilmente irreversibile, del modello economico della carta stampata che da anni perde sistematicamente lettori e investitori, mentre anche televisione e radio così come le abbiamo conosciute nel Novecento attraversano un periodo di grande difficoltà. Tutto questo, come vedremo nel dettaglio, ha cambiato radicalmente, e in peggio, la professione giornalistica, ma soprattutto ha stritolato e postergato l’esigenza di un’informazione di qualità. Riferendosi al caso italiano, lo sostiene con chiarezza il vicesegretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Guido Besana11:

“Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale. Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. […] Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste [del giornalismo dei decenni scorsi], che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero. Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità”.

Tiziano_Terzani Il quadro tracciato da Besana non riguarda solo l’Italia. Nel mondo globalizzato il paradosso è che il giornalista professionista, per meri motivi di tempo e di bilancio, viaggia sempre meno, vede sempre meno con i propri occhi, anche se evita di ammetterlo, e sempre più spesso ha un background culturale inadeguato. Se bisogna coprire da lontano le elezioni nello Zimbabwe, chi lo dice che Nairobi sia meglio di Roma per raccontare Harare? I tempi di Ryszard Kapuściński12, che girava l’Africa permanentemente, o di Tiziano Terzani che viaggiava per l’Asia via terra13, appaiono definitivamente tramontati.

Oggi sono pochi i Robert Fisk14, giornalista del britannico The Independent, a poter stare di stanza a Beirut e consumare scarpe da Baghdad a Gerusalemme facendo un salto ogni volta che serve ad Amman o a San Giovanni d’Acri.

Non è un dettaglio l’esserci o meno e in particolare l’esserci con la cultura, il rispetto e la sensibilità di un grande inviato. Un Ryszard Kapuściński o un Robert Fisk si sono permessi un lavoro metodico di documentazione e indagine, di approfondimento storico e politico riguardo a quelli che vengono regolarmente stuprati dalla grande stampa ed etichettati come inspiegabili “conflitti dimenticati” e “guerre tribali” scatenati da un selvaggio e irrazionale odio etnico15. C’è tutta la differenza tra il vedere per raccontare e il descrivere le guerre coloniali come battaglie tra bianchi belli, buoni, coraggiosi e leali, da una parte, e selvaggi crudeli, fanatici e inclini al tradimento, dall’altra.

Ma se troppi articoli su un avvenimento nella striscia di Gaza sono scritti da qualcuno che sta a Roma o a Los Angeles e che a Gaza non è mai stato e probabilmente sa poco del conflitto israelopalestinese, la conseguenza è che il giornalista, per quanto bene intenzionato, non informa più. Al contrario comunica un’idea di mondo probabilmente standardizzata e sclerotizzata su luoghi comuni, fonti ufficiali o considerate autorevoli sulla fiducia e sotto l’influenza di portatori d’interessi politici ed economici. In tale visione di mondo, costruita da lontano su fonti di terza e quarta mano e su agenzie spesso altrettanto superficiali ed affrettate, la realtà, le cose come avvengono, gli avvenimenti come possono essere verificati andando materialmente a Gaza, Londra o L’Avana, non possono più sorprenderci. Ma se la realtà non viene materialmente verificata, finisce per essere oscurata dalla visione di mondo standardizzata della cultura di appartenenza del giornalista, della testata e del complesso mediatico-industriale. I fatti stessi divengono così non un’opportunità per parlare di un tema o per realizzare uno scoop ma un rischio da evitare. Così il giornalista non è più chiamato a formarsi un’idea sul campo, ma solo a interpretare la realtà attraverso i propri schemi mentali. Così i fatti non sono più quelli che si sono verificati ma quelli che si suppone che debbano essere e che sono altro rispetto alla realtà. Tutto ciò in un contesto dove, come sostiene Besana, all’accuratezza si sostituisce l’approssimazione e alla verifica delle fonti la corrività.

Conseguenza di tale processo è il rafforzarsi di un sempre più schematico, semplificato e avvilente “pensiero unico”, secondo l’espressione coniata da Ignacio Ramonet nel 199516, che filtra la realtà stessa accomodandola all’ideologia dominante.

Quanto conoscono del mondo un precario o un freelance che prende una miseria? Quanto viaggiano anche i ben pagati inviati e editorialisti delle maggiori testate? Anche al tempo dei voli low cost, molto meno che in passato. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù senza essere mai stati a Timbuctù. E tra un’ora staranno già scrivendo di Kabul o di Mumbai o più probabilmente di Londra e New York. Questi giornalisti hanno un vantaggio o uno svantaggio competitivo rispetto a uno studioso di Africa che voglia scrivere, magari sul suo blog, di quel remoto avvenimento a Timbuctù? Si dirà: ma anche il cittadino mediattivo, il blogger, non va sul posto! Non sempre è vero. Inoltre proprio il giornalismo tradizionale ha dimostrato di saper approfittare dell’uso che nel giornalismo partecipativo si fa di strumenti come Twitter, Facebook o YouTube, demonizzati o ignorati nella maggior parte dei casi, esaltati in altri. La morte della giovane Neda Soltan a Teheran il 20 giugno 2009, assassinata durante le proteste seguite alle elezioni dei giorni precedenti, ripresa col cellulare da un anonimo iraniano e ritrasmessa via Internet, fu riproposta abbondantemente dai media tradizionali ed è divenuta un simbolo sia della rivolta in Iran sia della capacità di Internet di supplire ai limiti del giornalismo tradizionale, impedito nel testimoniare i fatti (secondo i giornali stessi) dalla censura e dalla repressione del regime. Andando più indietro, dall’invasione dell’Iraq del 2003 e per molti mesi a seguire, la grande stampa internazionale si appoggiò spesso a un blogger di Baghdad, Salam Pax17, i testi del quale erano disponibili per tutti in Rete. L’uso stesso da parte dei media dei casi di Neda Soltan e Salam Pax testimonia in forme diverse come i giornali perdano ogni vantaggio competitivo rispetto a uno studioso motivato, esperto, colto, spesso titolato, che può, attraverso la Rete, analizzare in tempo reale, incrociare informazioni e pubblicare il proprio lavoro senza mediazioni né condizionamenti.

Ci torneremo sopra. Certo è che il giornalismo è sempre meno reportage e in particolare gli editoriali sono per definizione un lavoro di riflessione e commento (svolto in redazione o meglio nella casa di chi firma) che esprime la linea politica e ideologica del giornale stesso sul tema del giorno, esattamente come fanno molti blogger che dicono la loro sui temi dell’agenda giornalistica generale. In conclusione: de te fabula narratur.

Ma ciò che conta è la materialità ineludibile dei cambiamenti. Nel 1835 a Parigi Charles Luis Havas aveva fondato la prima agenzia di stampa, l’Agenzia Havas, che per oltre un secolo avrebbe mantenuto una posizione dominante in Francia. Nel 1846 oltreoceano cominciò a funzionare l’Associated Press. In Europa Havas fu seguito dalla Wolff a Berlino nel 1849, per la quale lavorò il giovane Paul Julius Reuters che nel 1851 si rese indipendente a Londra. A Torino nel 1853 Guglielmo Stefani fondò l’agenzia omonima che per novant’anni sarebbe stata l’agenzia di stampa italiana per antonomasia18.

Per almeno tre motivi, dal tempo di Guglielmo Stefani, Charles Havas e Paul Reuters a oggi tutto è cambiato nel mondo del giornalismo salvo che la centralità delle agenzie di stampa. In primo luogo queste permettono al giornalista di allontanarsi dalla notizia, ovvero svolgono un ruolo di mediazione tra notizia e giornalista, che a sua volta è mediatore tra agenzia e pubblico. In secondo luogo, creano la prima forma di concentrazione e di oligopolio nella scelta delle notizie che fino a metà Novecento è stata nelle mani della triade Havas, Reuters, Associated Press per poi evolversi in un oligopolio che vede oggi France Press al posto di Havas, fermo restando che le prime cinque agenzie al mondo continuano a produrre il 70% del mercato globale di notizie.

In terzo luogo, fino a ieri, le agenzie sono state a disposizione del solo giornalista e non del pubblico. Quest’ultimo, senza la mediazione del primo, semplicemente non aveva modo di essere informato. L’immagine del giornalista attaccato alla telescrivente è parte della mitologia novecentesca della professione. È attraverso tali strumenti che le notizie più importanti dell’età contemporanea hanno fatto il giro del mondo.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Con l’avvento di Internet le agenzie sono diventate disponibili, in tempo reale o quasi, per tutti. Pochi minuti dopo l’occhio attento può riconoscere frammenti delle agenzie originali dell’ANSA, dell’EFE, della DW, della Reuters, di AP in molteplici fonti. Siamo nell’epoca del copia e incolla e i giornalisti chiusi nelle redazioni spesso copiano anche le virgole. Vi sono costretti perché non sono in grado di aggiungere altro, e non è più loro richiesto di approfondire e contestualizzare il lancio, ma soprattutto lo fanno per arrivare un minuto prima nella catena di montaggio mediatica. Non è tutta colpa loro. La filosofia industriale del just in time, l’ideologia della riduzione di tempi e costi fa premio su tutto19 e in particolare, come vedremo, condiziona il giornalismo online dove il tempismo è considerato di gran lunga più importante dell’accuratezza. La pagina bianca, anche quella digitale, va coperta subito, importa sempre meno come.

La maniera in cui i media hanno seguito il conflitto iracheno è un esempio di come il giornalista tradizionale, al di là di ogni considerazione di natura politica, sia sempre meno padrone delle fonti.

Visti i rischi, indecifrabili ma elevatissimi, che correvano gli inviati sul posto, la stampa occidentale ha dovuto accettare di raccontare l’Iraq senza vederlo. E non lo ha fatto per una guerra dimenticata20 o per un’incomprensibile (agli occhi occidentali) tragedia postcoloniale del Sud del mondo. È stata costretta ad abbandonare il teatro di un conflitto chiave che da due anni riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ci si era andati molto vicini appena dieci anni prima, durante la guerra civile algerina. Per buona parte degli anni ’90 la situazione in questo importante paese del Nord Africa a ridosso dell’Europa fu talmente sinistra che l’unico medium occidentale a mantenere continuativamente un corrispondente da Algeri fu El País. Di mese in mese Jesús Ceberio21, il direttore del quotidiano madrileno, si trovò a fare i conti con una decisione difficilissima da prendere, che metteva a repentaglio la vita dei propri corrispondenti, ma rispondeva alla deontologia di un giornalismo vecchio stile: abbiamo il dovere di esserci a qualunque prezzo per raccontare. Chissà se oggi Ceberio sarebbe ancora dello stesso avviso.

Nel caso iracheno il giornalismo fu indotto ad abdicare e si limitò per lungo tempo a compilare di seconda mano l’informazione sulla guerra del Golfo. Si arrangiò interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, oltre 300 dei quali persero la vita, quello di televisioni arabe come Al Jazeera o Al Arabiya, che ruppero il monopolio informativo occidentale e che per questo furono accusate di intelligenza col nemico. Oppure utilizzò il punto di vista del Pentagono confezionato nella zona verde di Baghdad. Quest’ultima fonte fu spesso considerata obiettiva (a torto, oggi che perfino George W. Bush si è scusato per aver creduto alle informazioni false e tendenziose fornite dai propri servizi segreti22) da redazioni di TG e quotidiani dove l’uso del modo condizionale è sempre più raro.

La sparizione del condizionale, ancor più di quella del congiuntivo, è un sintomo sia dell’impoverimento culturale, che impedisce anche a chi lavora con le parole, come i giornalisti, di usare una lingua ricca, sia della tendenza a considerare alcune fonti ufficiali come oggettive senza prendersi l’impegno di verificarle. Si tratta di una pratica disdicevole ma comoda per due motivi: si evita la fatica di verificare e non si rischia di entrare in conflitto con interessi potenti. Tutto questo fa parte di una logica di news management verso la quale Manuel Castells usa parole durissime affermando che “la copertura della guerra è stata caratterizzata dalla parzialità discorsiva23 […] dalla disinformazione alla mistificazione”. Castells scrive a ragion veduta di disinformazione e mistificazione.

Donald Rumsfeld Continuando con l’esempio della guerra in Iraq, il “Rapporto Waxman”24, redatto da una commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, già nel 2004 rendeva pubblico un elenco verificabile di 237 affermazioni dimostrate come false pronunciate dal presidente George Bush, dal vicepresidente Dick Cheney, dal ministro della difesa Donald Rumsfeld, dal segretario di stato Colin Powell e dalla consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice. L’uso sistematico della menzogna per giustificare la guerra in Iraq, che trovò connivente una parte preponderante della grande stampa, decisiva nel formare l’opinione sulla guerra di decine di milioni di statunitensi e centinaia di milioni di persone nel mondo, è la forma parossistica di una malattia oramai generalizzata.

L’attività nelle redazioni, che in maniera morotea potremmo definire parallela e allo stesso tempo convergente con quella dei migliori blogger (confrontarne il lavoro è argomento centrale in questo libro), si trasforma sempre più da quella di cacciatrice di notizie (andare a vedere) in quella di analista di informazioni, spesso disponibili in Rete a chiunque abbia le competenze per procacciarsele. Il più competente, quello capace di fare le migliori analisi, può ancora essere il giornalista, ammesso che sia specializzato sui temi dei quali scrive e gli venga concesso il tempo necessario per produrre analisi accurate. Ma è una competizione sempre più difficile da vincere. Quando chi scrive lavorava a El País, a Madrid, era bello poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano in pochi secondi una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento, era la metà degli anni ’90, quel grande giornale non aveva ancora un proprio sito web. In tutta la redazione c’era un solo computer collegato alla Rete, in dial-up, su centinaia di terminali disponibili. Nonostante usassi già da tempo Internet, i dati che poteva fornirmi l’ufficio documentazione, proprio sotto l’open space della redazione, potevano ancora essere reperiti (almeno in tempi giornalisticamente ragionevoli) solo se lavoravi per un grande giornale. Pochissimi anni dopo, con la Rete, i grandi giornali avevano già perso la maggior parte del vantaggio competitivo rispetto a milioni di utenti in grado di usare Internet come un enorme ufficio documentazione e di filtrarne e interpretarne criticamente i dati. In tale competizione il cittadino mediattivo25, se è bravo e intelligente, si cimenta sui temi che lo stimolano, si specializza in cose sulle quali è preparato, mentre il giornalista deve dedicarsi agli argomenti dettati dalle esigenze di redazione. In queste condizioni è facile trovare chi abbia competenze e professionalità tali da mettere sotto scacco i mass media producendo un’informazione indipendente sostenibile e giornalisticamente ineccepibile. Inoltre il concorrente del giornalista costruisce la propria autorevolezza in maniera non tradizionale basandola su sistemi di valutazione tra pari e non sulla cooptazione, che ne minerebbe l’indipendenza, e spesso è più specializzato del giornalista nel campo specifico.

Anche se affidare tutta l’informazione allo spontaneismo è probabilmente un’utopia irrealizzabile e forse indesiderabile, in termini di credibilità rappresenta un vantaggio non da poco per il blogger sul giornalista. Inoltre, come vedremo nei prossimi paragrafi, il mainstream è condizionato dal suo stesso enorme potere. Se da una parte appare onnipotente nella misura in cui può scegliere su cosa l’opinione pubblica debba essere informata e su cosa debba rimanere all’oscuro, allo stesso tempo si presta a essere criticato proprio per tale arbitrarietà.

Un esempio tipico è quello dei talk show politici. Vi sono molte maniere per umiliare le competenze di un esperto e far apparire tutti i gatti bigi. Facciamo l’esempio di Porta a Porta e di Bruno Vespa26, che il giorno della condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, per estorsione in associazione col boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, dedicò l’ennesima puntata al pigiama dell’infanticida di Cogne, Anna Maria Franzoni.

Quando Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta su un tema connesso, per esempio, col revisionismo storico o la genetica, in genere invita un solo storico o genetista serio e titolato a parlare di quell’argomento. Inoltre riempie il salotto di varia umanità, pubblicisti che si pubblicizzano, ospiti felici della comparsata e del gettone di presenza, e politici spesso tendenziosi o ideologici o semplicemente impreparati. Tutti vengono messi su un piano di parità, il che significa azzerare l’autorevolezza per livellare tutto, lo studio di una vita come la chiacchiera da bar.

Sarebbe poco interessante parlare di Porta a Porta, non fosse che milioni di italiani si fanno un’idea su temi cruciali guardando trasmissioni dove tra un accavallare di gambe in minigonna (che testimonia anche l’eterno immaginario maschilista della produzione), un po’ di psicologia spiccia, qualche tuttologo e vari politici che si posizionano alzando la voce, il punto di vista di tali soggetti può essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che alla genetica o alla Resistenza hanno dedicato una vita di studio.

Se in televisione, ma anche sui giornali, è sempre possibile tergiversare, in Rete accade un processo diverso. Quella digitale è un’informazione rivolta a un pubblico più selezionato ma la coerenza, la preparazione, l’autorevolezza non sono vittime dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’informazione propri del mezzo televisivo. Beninteso: anche la Rete è piena di cialtroneria ma la parola di un fisico nucleare, quella di un docente universitario esperto di risparmio energetico, oppure di un missionario da vent’anni in Africa non possono essere eluse: può essere restituita loro voce e possono veder riconosciuta la loro autorevolezza.

Nella forma della comunicazione in Rete, infatti, l’utente che cerca informazioni sull’energia nucleare andrà dritto al sodo. Così l’accavallamento di gambe o il politico iracondo che elude la domanda risultano totalmente decontestualizzati e perciò fuori gioco. Al contrario l’autorevolezza dell’esperta o dell’esperto, che il giornalista in TV sa ingabbiare, può essere finalmente fatta valere rispetto al programma televisivo organizzato per presentare una verità edulcorata ed elusiva. Tale modo di comunicare ha presto abbattuto distanze e barriere sociali (magari per erigerne altre rispetto al divario digitale) e ha rappresentato la cifra della Rete fin dall’inizio.

Per oltre un secolo il giornalista tradizionale aveva pensato di avere dalla sua l’autorevolezza, il controllo monopolistico sulle agenzie di stampa, la capacità di accedere a fonti privilegiate, la possibilità di intervistare i protagonisti, il mestiere, il fatto di dedicarsi a tempo pieno al tema in cui era specializzato e la possibilità di viaggiare per verificare con i propri occhi. Ciò rendeva il giornalista, e ancor più l’inviato, un vero sacerdote dell’informazione, un pontefice in grado di mediare tra la notizia e il pubblico. Nell’arco temporale di una generazione la trasformazione neoliberale già in corso del lavoro giornalistico, unita all’irruzione della Rete, ha spogliato il giornalista sacerdote della maggior parte dei suoi paramenti sacri.

Solo un paio di decenni fa era difficile per molti sindacare su quanto scrivevano i grandi inviati, Mimmo Candito, Ettore Mo, Bernardo Valli, di ritorno da un viaggio in uno scenario lontano. In pochi anni quel vantaggio che appariva incolmabile si è quasi azzerato.

Per un’intera generazione le scritture-agenzie sono a disposizione di milioni di persone in tempo reale. Non tutte queste persone, ma molte di loro, hanno la capacità di analisi e le competenze per interpretare la valenza delle agenzie senza alcuna forma di sudditanza nei confronti dell’editorialista di un grande quotidiano.

Alcune persone, tramite un semplice blog o iniziative editoriali più complesse, oppure in maniera estemporanea ma capace di raggiungere tutto il mondo, come ha testimoniato il 20 giugno 2009 l’anonimo iraniano che ha ripreso e ritrasmesso su YouTube la morte di Neda Soltan, la ragazza assassinata dai Basiji mentre manifestava contro il regime, fanno informazione in Rete, ponendosi in concorrenza per qualità ma anche per tempismo con i media tradizionali. Di conseguenza il giornalista tradizionale, già in parte vittima e in parte complice di una professione che cambia in peggio, perdendo il controllo sulle fonti cessa di stare al centro dell’informazione. Estremizzando il discorso del quadro nerissimo tracciato da Guido Besana o la “fine del giornalismo” evocata da Oliviero Bergamini o Furio Colombo, il giornalista in futuro potrebbe anche essere prescindibile, saltato a piè pari da chi è in grado di procurarsi da solo informazioni in Rete e rimpiazzato da propagandisti-comunicatori strapagati affiancati da manovalanza non autonoma e precaria per il resto del pubblico.

Senza interesse a ragionare su apocalittici scenari futuri, già oggi è stata ridisegnata e demistificata la via lattea dell’informazione. Almeno per chi è in grado di muoversi in Rete e di confrontare opportunamente fonti diverse, la salvezza dell’informazione sta nella modificazione dei criteri di attribuzione di autorevolezza. Questa smette di essere basata sulla verticalità, sul fatto che il tal informatore sia considerato autorevole solo perché qualcuno lo ha cooptato a lavorare per un medium ufficiale o vicino alle nostre idee. Al contrario, in un sistema di lettura delle notizie basato sul confronto di diverse fonti, l’attribuzione di autorevolezza diviene orizzontale e le competenze di un giornalista sono sotto verifica giorno per giorno e articolo per articolo indipendentemente dal medium per il quale scrive.

Accettare tale ridisegno sarebbe un fattore di arricchimento sia della dialettica democratica che dell’informazione. Il cittadino mediattivo confronta e sceglie continuamente aumentando in maniera proporzionale la propria coscienza critica rispetto ai media, alla cucina dell’informazione, alla capacità di comprenderne la meccanica. Ciò lo porta a muovere in direzione della riappropriazione dell’informazione come bene comune, lo rende più sensibile alla disinformazione e più portato a svelarla, rivelarla e a criticarla.

E anche se rivelandola o criticandola non è detto che abbia (sempre) ragione, avrà compiuto comunque un passo nella direzione di una maggiore consapevolezza.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

“Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 3 – settimo paragrafo – “Zapatistas in Cyberspace”. Un’email dal Chiapas

Internet nasce carbonara fin dall’epoca delle sue antesignane, le BBS. Ma carbonara non nel senso di Michele Morelli e Giuseppe Silvati67. Se questi, dalle remote Calabrie del Regno delle due Sicilie, lanciavano le guarnigioni al loro comando contro il mondo della Santa Alleanza, facendo leva sul segreto e sulla sorpresa, i nuovi carbonari dei primi anni ’90 del XX secolo, che vedevano nel Fondo monetario internazionale la Santa Alleanza della loro epoca e criticavano le politiche neoliberiste, il “pensiero unico” e la “fine della storia”68, utilizzavano la telematica per fare informazione. Non si può parlare di moltitudini ma furono in parecchi a leggere online a partire dal gennaio 1994 i primi comunicati emessi dagli insorti zapatisti. Quei messaggi giungevano dal remoto Chiapas, il più meridionale degli stati della federazione messicana, la periferia della periferia del mondo vista con occhi occidentali. Gli zapatisti erano indigeni pauperrimi, che vivevano, e vivono tuttora, in una zona appartata del pianeta, sollevatisi per reclamare i diritti più elementari. Proprio il fatto che fossero gli zapatisti, utilizzando Internet, a comunicare (almeno in apparenza) direttamente al mondo senza la mediazione del sistema informativo tradizionale, era una novità epocale. Per la prima volta a chi controllava l’informazione non restava che rincorrere, senza poter scegliere se rappresentare o eludere il loro punto di vista, come avrebbe fatto normalmente se non ci fosse stato Internet.

Ripensiamo a Oriana Fallaci e agli altri grandi cronisti che andarono in Vietnam69 a raccontare quella guerra; comunque lo svolgessero, il loro compito di professionisti dell’informazione era mediare tra gli attori di quel conflitto, i contadini vietnamiti in armi, i sudvietnamiti, l’esercito e il governo statunitense, e le opinioni pubbliche occidentali. In quel gennaio del 1994 fu invece la voce del profondo Sud del Messico, degli stessi indigeni del Chiapas, a mettersi direttamente in marcia (apparentemente) senza mediazioni, confidando nel più tecnologicamente evoluto degli strumenti disponibili. Così evoluto che ben pochi ne conoscevano l’esistenza. Se nel 1970 Hans Magnus Enzensberger, in un celebre saggio pubblicato da New Left Review, Constituents of a Theory of the Media70 aveva invitato la sinistra a superare il pregiudizio verso i media audiovisivi cavalcando perfino la televisione per diffondere un messaggio emancipatorio, senza restare ancorati a quella che definiva “la cultura della carta stampata”, un quarto di secolo dopo la situazione non appariva cambiata. Sarebbe stata la Rete a modificarla, e la modificò alla sua maniera, senza assaltare il palazzo d’inverno, ma agendo da moltiplicatore dell’informazione. Come gli zapatisti non miravano al potere, così si può dire che anche la Rete, che non ambisce a espugnare i media mainstream, ma ad affiancarli offrendo alternative, è essa stessa zapatista nei presupposti teorici.

Fin dagli anni ’80 il mondo delle BBS coglie il potenziale controinformativo della Rete che ne diviene sostanzialmente il nerbo. Forse per una serie di coincidenze fortunate, ma anche e soprattutto per l’incontro tra la coscienza dell’indispensabilità di comunicare e la peculiarità del medium Internet nascente, il caso del Chiapas è il simbolo del far proprio, in senso emancipatorio, un mezzo di comunicazione di massa del quale ancora ben pochi avevano intuito le potenzialità.

Nonostante i primi giorni di guerra (gli unici nei quali si sparò con continuità) fossero stati drammatici, con decine di esecuzioni sommarie di indigeni insorti da parte dell’esercito messicano, l’esercito zapatista (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN), che sapeva di non poter vincere militarmente il conflitto, cominciò subito a vincere il conflitto mediatico e la battaglia delle idee71.

Gli zapatisti, come Morelli e Silvati nel 1820, avevano fatto leva sulla sorpresa. Fin dalle prime ore della rivolta, gli indigeni che dalla selva erano riusciti a prendere militarmente il centro più importante dello stato del Chiapas, San Cristóbal de las Casas, oltre a vari altri municipi minori, presentarono una vera e propria dichiarazione di guerra allo stato federale messicano. Era la “Dichiarazione della Selva Lacandona”72. Nonostante elencasse i motivi per i quali gli zapatisti si sollevavano, i giornali e le televisioni nazionali, solidamente in mano ai gruppi economici e politici dominanti, e anche i media internazionali, a partire da CNN, che vedeva in Chiapas una delle prime occasioni dopo la prima guerra del Golfo per dispiegare il proprio potenziale informativo globale, non si preoccuparono di leggerla se non sommariamente.

Era più semplice liquidare quel conflitto in un angolo remoto del Messico come una guerriglia marxista fuori del tempo e quegli indigeni pauperrimi come terroristi. Gli zapatisti, che si erano preparati per anni, non scelsero un giorno a caso per sollevarsi. Mostrarono anzi un notevole tempismo scegliendo un giorno significativo sia sul piano politico che mediatico, nel quale gli occhi di tutti i media nordamericani erano puntati sul paese. Quel primo gennaio del 1994 entrava infatti in vigore il Trattato di Libero Commercio del Nord America che, nella retorica di quegli anni, sanciva l’ingresso del Messico nel primo mondo nel pieno del trionfo del neoliberismo. Leggere il documento sarebbe stato istruttivo se solo i media avessero avuto l’interesse a farlo. Più che un proclama bellico, era a metà strada tra un cahier de doléance e un formidabile programma mistico/politico per un mondo migliore che gli zapatisti, prima di altri, ritenevano possibile, urgente e indispensabile. Gli indigeni non avevano voglia di uccidere né di morire e neanche di conquistare il potere ma, semplicemente, non ne potevano più delle condizioni miserrime nelle quali erano costretti a vivere. In quel comunicato, e in ognuno dei successivi, emergeva una realtà forse manichea ma credibile e drammaticamente reale nella sostanza. Difatti, secondo Michael Lowy73, “proponeva un confronto diretto tra senza potere e potenti, tra puri e impuri, tra onesti e corrotti. Offriva un’elegante semplicità in un mondo abituato all’ambiguità, o peggio, al relativismo postmoderno. Non sorprende così che milioni di progressisti nel mondo volessero fare qualcosa per aiutare la lotta del Chiapas”.

Una solidarietà che, invita opportunamente a riflettere Hellman, si riferiva spesso e volentieri più a un Chiapas virtuale che le persone conoscevano solo attraverso Internet, che non al Chiapas reale. Ma il fatto che milioni di progressisti fossero (o credessero di essere) aggiornati quotidianamente su ogni minima evoluzione della situazione del Chiapas metteva in evidenza l’opportunità nuova offerta da Internet e soprattutto il fatto che questa si proponesse come mezzo di comunicazione di massa (in fieri) in grado di far circolare informazione alternativa a quella dominante.

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Per Henry James Morello74 anche se ognuno non poteva fare a meno di comprendere il Chiapas attraverso i propri strumenti culturali e politici, tale limite non deve ingannare rispetto al grande passo in avanti rappresentato dalla comunicazione riguardante la sollevazione zapatista. Il medium stabiliva di per sé un rapporto conversazionale e di confronto che nessun altro mezzo di comunicazione avrebbe offerto. Non solo: gli zapatisti seppero dare un nome alla rosa. Un nome che rendeva universale la loro battaglia.

Il loro nemico non era un corrotto ma astratto, per il resto del mondo, governo messicano, oppure l’imperialismo statunitense, concetto concreto ma desueto all’orecchio di molti. Per la prima volta il nemico era il neoliberismo, il libero mercato, la globalizzazione neoliberale, il fondamentalismo mercatista che al Sud come al Nord trionfava ma che molti sentivano di dover fermare. Così quello zapatista divenne un caso simbolo e una sorta di modello politico per battaglie simili. Ed era ciò che quei milioni di progressisti aspettavano per mobilitarsi.

Perché successe proprio allora? Se si pensa che il 1994 è l’anno del G7 di Napoli, con Bill Clinton che può andare tranquillamente a mangiare la pizza in strada, e che per il cosiddetto “movimento di Seattle75” i tempi saranno maturi solo cinque anni dopo, si capisce che la nascita di un movimento mondiale in grado di creare solidarietà globale per gli zapatisti era tutt’altro che scontata. Soprattutto difficilmente poteva nascere senza Internet. Un professore di economia dell’Università del Texas ad Austin, Harry Cleaver, creatore di uno dei primissimi siti, Zapatistas in Cyberspace, lo spiega in un articolo del 200576:

“L’analisi zapatista sul neoliberismo prese immediatamente la conduzione di dibattiti analoghi sul thatcherismo in Inghilterra o sul trattato di Maastricht in Europa, o sui piani di aggiustamento imposti dall’FMI in Africa e Asia. Quando nel luglio del 1996 gli zapatisti convocarono un incontro intercontinentale su questi temi in Chiapas più di 3.000 persone da 42 paesi dei cinque continenti si mossero e si ritrovarono insieme per decidere le forme di lotta contro il neoliberismo su scala globale”.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Non sfugge il fatto che anche il punto di vista degli ultimi della terra e dei loro simpatizzanti in tutto il mondo restasse un “punto di vista”. Ma qualcosa di effettivamente nuovo stava succedendo. E accadeva non tanto o non soltanto nel ridotto del Chiapas, ma interessava la globalizzazione che nell’immediato dopoguerra fredda ben pochi mettevano in discussione. Era l’evidenza di una realtà fastidiosamente ma oggettivamente manichea.

Gli ultimi della terra, senza alcun diritto e destinati a morire di dissenteria e altre malattie curabili, avevano trovato un’inattesa tribuna, Internet, che nessuno aveva previsto per loro. Da quella tribuna smentivano pubblicamente e in maniera mediaticamente innovativa e presentabile i presidenti Bill Clinton e Carlos Salinas de Gortari sul fatto che anche loro fossero entrati nel “primo mondo”. Se era del tutto evidente che si trattava di una menzogna, doveva essere una menzogna anche la verità ufficiale offerta dai media mainstream che li definiva “terroristi” o parlava di “guerriglia vetero-marxista”. Mentre i media generalisti continuavano senza pudore a cucinare tale verità ufficiale, per la prima volta un nuovo medium fungeva da veicolo di un altro punto di vista. E bastava leggere un singolo comunicato zapatista, non foss’altro per l’assoluta assenza di linguaggio vetero-marxista o di minacce terroristiche, per capire che la verità ufficiale non stava in piedi.

Originale era il mezzo, Internet, e originale era il messaggio, il linguaggio degli zapatisti. Per Michael Lowy77 non va sottovalutata la capacità del discorso zapatista di “mescolare elementi di mito, utopia, poesia, romanticismo e speranze che si coniugavano con l’abilità di reinventare e re-incantare il mondo”. È qualcosa di completamente diverso dall’impulso che portò la generazione di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir a leggere I dannati della terra78 di Frantz Fanon e ad abbracciare cause rivoluzionarie nel Terzo Mondo. All’epoca di Fanon e Sartre la rivoluzione era nell’escatologia delle cose. Nel mondo della globalizzazione trionfante quello zapatista è il segnale che sotto il dogmatismo neoliberale le cose stessero andando in tutt’altro modo rispetto a quanto veniva raccontato.

Come era materialmente potuto succedere? Come successe che per l’EZLN, che aveva disperatamente bisogno di comunicare al mondo le proprie ragioni, Internet divenisse quello strumento emancipatorio evocato da Enzensberger, in grado di rendere possibile una mobilitazione internazionale intorno alla causa zapatista? Il quotidiano di Città del Messico la Jornada, con firme di punta come quella di Jaime Áviles, che solo casualmente si trovava in Chiapas quel capodanno, coprì fin dall’inizio l’avvenimento. Evitò il blocco totale della regione voluto dal governo e pubblicò la “Dichiarazione della Selva Lacandona”, e via via decine di altri documenti, non solo in formato cartaceo ma soprattutto nella propria nascente e precoce edizione Internet.

Il ruolo de la Jornada, il maggior quotidiano di sinistra del Messico e uno dei più autorevoli al mondo di quella parte politica, ma pur sempre un medium tradizionale, non va sottovalutato. La rapidità con la quale i comunicati venivano diffusi poteva indurre un osservatore superficiale a pensare che gli zapatisti fossero collegati a Internet direttamente dalla Selva Lacandona. La cosa era parzialmente falsa: Internet non arrivava nella selva ma gli zapatisti intuirono subito che era indispensabile mettere La Jornada in grado di fungere da staffetta partigiana per pubblicare immediatamente, a volte in anteprima, i testi dei comunicati zapatisti, offrendo loro, su carta nella capitale e in tutto il pianeta con la Rete, uno spazio concreto di restituzione di voce79.

Nel giro di poche settimane “due, tre, molti luoghi virtuali”80 nel mondo divennero “due, tre, molti Chiapas”. Furono registrati domini come Ezln.org81, aperte mailing list e forum di discussione in molte lingue. I media mainstream, che non vedevano l’ora di liquidare quel conflitto, mediaticamente prima ancora che militarmente, furono infastiditi da quella straordinaria persistenza di attenzione. Non è un caso che il citato Cleaver, come Justin Paulson e altri cyberzapatisti della prima ora, fossero docenti universitari. In quell’epoca quasi solo gli accademici, possibilmente delle università statunitensi, potevano fare un uso temporalmente illimitato e avanzato nella concezione della Rete, che probabilmente frequentavano già da tempo.

Nonostante si fosse ancora nella prima metà degli anni ’90 “ezln.org” aveva alcune delle caratteristiche del Web 2.0 come oggi noi lo conosciamo: chiunque poteva inviare articoli, immagini, commenti. E ovviamente far girare l’informazione ivi contenuta. C’era dunque già a quell’epoca la possibilità di partecipare, non semplicemente di informarsi, ma di sentire che si stava facendo qualcosa di concreto, una sensazione nuova nel mondo che emergeva dal riflusso anni ’80. I vari siti zapatisti agivano secondo una logica non gerarchica, funzionando in maniera bidirezionale, inviando e ricevendo informazione, dove la circolazione di quelle notizie rispondeva a un’esigenza e a un imperativo di solidarietà. Se dal 1993 in ambienti vicini al Pentagono e al complesso militare industriale statunitense, specificamente alla Rand Corporation82, si parlava dell’imminenza di una cyberguerra informativa, definita netwar, in quegli stessi ambienti, già nel 1995, si indicava nel caso zapatista la dimostrazione che c’era ragione di preoccuparsi. Le caratteristiche stesse di decentralizzazione della Rete impedivano perfino di provare a fermare quei siti che nascevano come funghi in un’Internet che già contava tre milioni e mezzo di server sparsi per il mondo.

Oggi siamo abituati a firmare e smistare petizioni senza neanche soppesarle, ed è la natura stessa della Rete che ci porta a pensare che sia normale. Ma in quella primavera del 1994 era più o meno la prima volta che ci si trovava di fronte a un fatto del genere. Un numero incalcolabile di persone, concentrate a onor del vero in Europa occidentale e nelle Americhe, magari con un PC e un modem appena comprati e senza sapere bene cosa farci, cominciarono a usare Internet sull’onda della fascinazione zapatista. Cercavano negli antesignani di Google, in quel momento il motore di ricerca dominante era Altavista, parole come “Chiapas”, “Zapata”, “Zapatista”, “Ezln”, “Subcomandante Marcos”. Una volta trovato il materiale, straordinariamente copioso per l’epoca e dissonante rispetto al religioso silenzio con il quale i media tradizionali avevano assopito il caso, si esercitavano a girarlo ad amici e conoscenti, per email, ma anche stampando, fotocopiando, affiggendo. Ovvero si esercitavano a partecipare, nella forma nuova e allora sconosciuta data dalla peculiarità della Rete.

Tutto questo non è importante solo per le forme di partecipazione in Rete che si saggiano in quegli anni: è importante anche sul campo, in Chiapas. Gli zapatisti veri capiscono che possono e devono utilizzare la Rete per parlare al mondo. Capiscono che devono farlo in maniera sistematica oltre che nella loro maniera immaginifica: è vitale per la loro sopravvivenza. Ma lo sanno anche fare. Come un blog odierno, se non viene aggiornato costantemente, diviene presto un luogo virtuale deserto, così gli zapatisti capiscono che grazie a un aggiornamento costante si può stabilire una comunicazione bidirezionale. Sanno che solo alimentando quella catena di solidarietà la Rete si trasforma in un grande testimone globale che impedisce o almeno limita le violazioni di diritti umani da parte dell’esercito messicano, dei latifondisti e dei paramilitari.

La riprova si ebbe il 22 dicembre del 1997 con il massacro di Acteal. Nella chiesa di quel minuscolo e isolato villaggio del Chiapas, 45 indigeni tzotziles, 16 bambini, 20 donne e 9 uomini, furono massacrati da un gruppo di paramilitari antizapatisti. Quell’eccidio, che non fu certo impedito da Internet, avrebbe però dovuto sancire l’inizio per gli zapatisti di uno sterminio in stile guatemalteco83. L’incessante clamore internazionale sollevato da quei fatti, che viaggiava e si riproduceva in Rete, impedì che quella strage si consumasse nel silenzio, come decine di stragi simili nel Sud del mondo e conflitti dimenticati anche in quegli stessi anni. Ma soprattutto la mobilitazione internazionale, capace di esercitare pressioni sul governo messicano e sui poteri che lo spingevano alla repressione, fece lievitare i costi politici di quest’ultima e ai mandanti apparve chiaro che lo stragismo, il genocidio, sarebbe stato un cammino impraticabile.

Ancora oggi ci sono un milione di pagine che Google restituisce alla chiave “Acteal”. In altri momenti della storia la presenza dei media ha impedito il perpetrarsi di crimini contro l’umanità, ma per la prima volta in questo caso i media tradizionali avevano elevato una cortina di silenzio per essere sostituiti dall’informazione di Internet. È possibile quindi affermare che la costante attenzione della nascente Rete ebbe un ruolo nel fermare o limitare la paramilitarizzazione del conflitto nel sud del Messico.

Da un lato dunque gli zapatisti seppero comunicare se stessi, dall’altro l’America latina era già ben più avanti dell’Occidente nella critica al neoliberismo (in Venezuela il Caracazo, la sollevazione contro il governo fondomonetarista repressa nel sangue ma dopo la quale si iniziò a parlare di democrazia partecipativa, è del 1989, le contro-celebrazioni del V centenario della Conquista del 1992) e quindi era in condizione di fungere da guida. Ma soprattutto ci fu Internet. E, analizzando la relazione tra l’intero fenomeno zapatista e Internet, si può avere un esempio di come le nuove tecnologie aprano porte di democratizzazione della comunicazione. Senza Internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l’universalità del messaggio zapatista non se ne può sminuire il significato, soprattutto in questa sede. Cominciava ad apparire chiaro il fatto che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di “fine della storia” ma soprattutto che un’altra informazione era possibile. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

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