Wednesday 08 February 2012, 19:24

Gli articoli con tag: " NAFTA "

Le forze progressiste in America Latina godono del consenso popolare

In America Latina vincono e rivincono le forze progressiste. Le ultime elezioni in Bolivia ed Uruguay ci confermano questo. Le masse popolari, escluse ed umiliate nei decenni trascorsi dalle oligarchie servili, riprendono la parola. Il processo di cambiamento nell’ex continente desaparecido è in marcia.

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Nel Messico ridotto alla carestia esploderà nel 2010 una nuova Rivoluzione?

hidalgo Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.

Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.

E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.

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Ciudad Juárez si dissangua, già 280 morti nel 2009

juarez

Ucciso il capo della polizia a Ciudad Juárez, l’epicentro della catastrofe messicana.

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Migliaia di contadini messicani bloccano l’ambasciata degli USA protestando contro il TLC

Dal primo gennaio sono entrati in vigore alcuni dei capitoli più conflittuali del Trattato di Libero Commercio del Nord America (TLCAN o NAFTA in inglese) e sono definitivamente liberalizzati prodotti fondamentali come il frijol, il mais, la canna da zucchero e il latte in polvere. E immediatamente numerose organizzazioni contadine si sono mobilitate, per chiedere la revisione del trattato. “E’ il colpo di grazia ai contadini messicani” hanno gridato…

Scritto in esclusiva per Latinoamerica.

Perù, sempre più a stelle e striscie

Alan Garcia e George BushAnche se l’informazione italiana non se n’è accorta, distratta com’è sulle notizie che vengono dall’area andina, lo scorso 4 dicembre il Senato statunitense ha approvato definitivamente il Trattato di Libero commercio con il Perù. Nel paese andino invece l’accordo era già stato ratificato un anno fa’. Ovviamente con i voti determinanti dell’Apra di Alan García, malgrado quest’ultimo, in campagna elettorale, avesse parlato di rinegoziazione e revisione.

Il Perù si appresta così a percorrere una strada che già altri paesi sudamericani hanno percorso nel passato prossimo del subcontinente e con risultati tutt’altro che lusinghieri: si veda su tutti il caso del Messico e del Nafta. I ministri del gabinetto García si affannano in questi giorni a dire che la misura rappresenta una grande opportunità per il paese e che non produrrà contraccolpi neppure nel settore più a rischio: l’agricoltura. Rassicurazioni che non sembrano sortire grande effetto dal momento che in Perù si ripetono continui scioperi e manifestazioni contro la politica economica del governo.

Qualche settimana fa, l’indomani del voto alla camera Usa, Plaza San Martin si è riempita nuovamente di manifestanti: 25 000 persone. Non tantissimi in verità, ma neanche pochi tenendo conto che la risposta da parte delle forze dell’ordine e dell’establishment agli scioperi degli ultimi mesi è stata tutt’altro che tenera. Se da un parte García ripete da mesi alla televisione – con toni che ricordano qualche personaggio delle nostre latitudini – che dirigenti sindacali “comunisti e sovversivi” tramano contro il suo governo, dall’altra le forze dell’ordine hanno lasciato sul terreno già una decina di morti da quando il presidente si è reinsediato. Effetto di una legislazione su scioperi è questioni sindacali che non solo non è mai cambiata dai tempi di Fujimori, ma che è addirittura stata inasprita, la scorsa estate, da una serie di decreti liberticidi, tra i quali spicca quello che depenalizza gli assassini compiuti dalle forze dell’ordine in caso di scioperi e manifestazioni

Quello che è certo è che l’approvazione del Tlc rischia di logorare i rapporti del paese con gli stati confinanti, soprattutto all’interno della Comunità Andina, dove fortunatamente si respira un’aria differente. In particolare il Tlc rischia di rovinare le già fragili relazioni del Perù con Bolivia ed Ecuador fautori di un progetto d’integrazione regionale che esclude i “legami carnali” con Washington del passato.

Proprio le relazioni con la vicina Bolivia sono un chiaro esempio della politica ondivaga di Alan García. Quest’ultimo appena insediatosi l’anno scorso – non molti mesi dopo l’elezione di Morales – dichiarò che in Sudamerica “cresce un nuovo fondamentalismo, un fondamentalismo andino, che muove grandi moltitudini etniche e in molti casi vincolate alla coltivazione della coca. Questo fondamentalismo […] può avere conseguenze tanto importanti quanto quello musulmano, può significare un pericolo d’instabilità in Sudamerica”. Che si riferisse al suo collega boliviano non è un mistero per nessuno e tuttavia García ha ricevuto lo stesso Morales in pompa magna quest’agosto a Lima (con tanto di consegna cerimoniale della chiavi della città) indicandolo come alleato e partner privilegiato. Giochi delle parti a cui chi, vuole mantenere un paese nell’orbita di Washington, nel periodo di massima crisi storica del “Washington consensus”, si trova irrimediabilmente costretto.

Non è tuttavia solo la ratifica del Tlc a segnare un’intensificazione dei rapporti (di sudditanza) del Perù con gli Stati Uniti. Lo scorso ottobre infatti il Congresso peruviano ha autorizzato l’ingresso di militari statunitensi nel paese. Ufficialmente per esercitazioni congiunte contro il narcotraffico – giustificazione questa ormai un po’ logora, a dir la verità – ma con buona probabilità con tutt’altro tipo di intenti. Tra meno di due anni gli Stati Uniti infatti dovranno abbandonare la base di Manta in Ecuador, dal momento che il governo di Correa ha deciso di non rinnovarne la concessione. E’ quindi più che probabile che gli Stati Uniti siano decisi a spostare i loro uomini in Perù. Eventualità che avrebbe due indubbi vantaggi: consentirebbe di spingere più a fondo la penetrazione Usa nel Cono Sud e, considerato che gli Stati Uniti hanno un’altra base in Paraguay lungo la triplice frontiera, permetterebbe di stringere come in una tenaglia la Bolivia di Morales, (nella quale a quanto pare, i piani di destabilizzazione perpetrati dalle oligarchie cruceñe con l’avallo dell’ambasciatore Goldberg non stanno dando, per ora, i risultati sperati). Il Perù in questo scenario si avvia a divenire una delle pedine più importanti di Washington nello scacchiere sudamericano, a fianco alla sempre alleata Colombia (anch’essa con Tlc di rito in fase di approvazione) e al Paraguay ancora “colorado”, in cui tutti tramano perché Lugo non vinca le prossime elezioni.

Un’ultima inquietante sintonia unisce poi di questi tempi il Perù agli Usa. Nella votazione Onu a favore della moratoria contro la pena di morte, il paese andino è stato praticamente l’unico paese latinoamericano di un qualche peso (a parte – dispiace dirlo – Cuba) a non votare la mozione italiana. Anzi con particolare viltà la delegazione peruviana si è assentata dall’aula al momento della votazione. Anche qui la ragione è semplice: García insiste da mesi nella sua proposta di reintrodurre la pena di morte per i reati sessuali e quelli di terrorismo – malgrado Sendero sia morto e sepolto. Una manovra populista che serve probabilmente da “arma di distrazione di massa” per stornare l’attenzione da altre questioni, ma che nondimeno rilancia la questione dei diritti umani in Perù. Se la notizia della condanna di Fujimori a 6 anni di reclusione lascia ben sperare in un passo avanti sulla via della giustizia rispetto agli anni della guerra civile – salvo manovre e ricatti del gruppo fujimorista in Parlamento, fedele alleato fin qui di Alan García – dall’altra nessun tipo di verità sembra all’ordine del giorno rispetto ai massacri compiuti negli anni del primo mandato dell’attuale presidente. Nessuna giustizia sembra in arrivo per i morti nelle carceri di Lurichango, El Fronton, Santa Barbara e per tutte le vittime del quinquennio 1985-1990

Insomma mentre il resto del Sudamerica va, pur con ogni sorta di problema, verso tempi migliori e meno bui, il Perù non sembra riuscire a staccarsi dal proprio passato e dalla propria dipendenza atavica da Washington. E forse alla luce di questa considerazione si spiega anche il crescente autoritarismo di Alan García, volto a creare quella pace sociale necessaria a spianare la strada al Tlc e ad attrarre le multinazionali americane, come da manuale di economia neoliberale.

Tutti siamo Elvira Arellano

“Per gli Stati Uniti una donna come me è una minaccia” ha dichiarato Elvira Arellano, appena deportata in Messico. Chissà se adesso la sua voce giungerà più o meno forte in difesa dei diritti dei clandestini negli Stati Uniti.

Elvira Arellano, 32 anni, originaria dello stato messicano di Michoacán, lottava per poter rimanere vicino a suo figlio Saúl. Lui è cittadino statunitense. Lei è solo messicana. Ma per le leggi statunitensi non possono stare insieme, almeno … Leggi tutto

Migranti: il muro della vergogna – Ich bin Mexikaner

Bush lo ha voluto ed è legge. Il muro che divide l’America in due sarà ampliato a 1.226 km di cemento, metallo e torrette ipertecnologiche per una faraonica commessa da 9 miliardi di dollari a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. Il confine tra Stati Uniti e Messico -violato la scorsa settimana dal Subcomandante Marcos- causerà ancora più lutti e tragedie. In appena un decennio i Vopos a guardia della frontiera statunitense hanno infatti ammazzato almeno 500 cittadini, mentre altri 4.000 sono morti di stenti. Perfino il presidente messicano uscente, Vicente Fox, definisce il muro “vergognoso”.

John F. Kennedy, in quanto presidente degli Stati Uniti d’America, e capo del “mondo libero”, andò a Berlino a dire “Ich bin berliner”, “io sono berlinese”, quando i sovietici nel 1961 costruirono il muro. Oggi, in uno scatto etico, sarebbe necessario andare a Washington a gridare “Ich bin Mexikaner”, “I am Mexican”, “yo soy Mexicano”, “io sono messicano”.

Il muro di Berlino divise il continente europeo in maniera simbolica (salvo che a Berlino dove la divisione era materiale) tra Est ed Ovest dal 1961 al 1989. I neoconservatori al potere negli Stati Uniti, nella persona di un successore di Kennedy, George W Bush, hanno preteso un muro che oggi divide fisicamente e non solo simbolicamente un intero continente, quello americano, in un senso al passo con i tempi: … Leggi tutto

Commercio Sud-Sud: il gas all’Argentina è il carburante della nuova Bolivia di Evo Morales

Un gigantesco accordo commerciale è stato firmato ieri a Santa Cruz de la Sierra dal presidente boliviano Evo Morales e dal suo omologo argentino Nestor Kirchner. Nei prossimi venti anni l’Argentina acquisterà 17 miliardi di dollari di gas boliviano, il quintuplo di quanto ne acquistava finora e pagandolo a un prezzo equo e solidale del 43% in più. E’ un altro esempio di integrazione regionale latinoamericana e di come il commercio Sud-Sud cambia il mondo e sconfigge il colonialismo.

Per Evo Morales è un accordo strategico che lo leva dall’angolo nel quale si era trovato dopo gli scontri tra minatori statali e cooperativisti, ne rilancia immagine, azione politica e credibilità e allontana il golpismo strisciante dell’opposizione e delle multinazionali. Per Nestor Kirchner è un’alternativa di lungo periodo nella politica energetica del paese ed una scelta di campo nello schierarsi chiaramente a fianco di un governo amico in difficoltà e riconfermare la centralità delle imprese pubbliche latinoamericane in campo energetico.

Nei prossimi vent’anni la Bolivia arriverà a fornire 27,7 milioni di metri cubi di gas al giorno all’Argentina. Lo farà attraverso un accordo tra le imprese pubbliche dei due paesi, la YPFB boliviana e l’Enarsa argentina. Sono esattamente 20 milioni di metri cubi in più -oltre il quintuplo- rispetto a quanto l’Argentina acquistava … Leggi tutto

Le “alchine”, Alan García, Hugo Chávez ed il commercio con il grande fratello statunitense

Alan García, il candidato alla presidenza peruviana, già corrottissimo capo dello stato dall’85 al ’90 e molto molto amico di Bettino Craxi, ha attaccato frontalmente Hugo Chávez: “è uno svergognato. Pretende che gli altri paesi latinoamericani non facciano affari con gli Stati Uniti mentre lui gli vende petrolio per 50 miliardi di dollari l’anno”. Lo ha fatto in risposta alla decisione di Hugo Chávez di fare uscire il Venezuela dalla Comunità Andina (CAN) per protesta contro gli accordi bilaterali di libero commercio firmati dai singoli stati invece di trattare come blocco da una posizione più forte. Secondo Chávez, le “alchine” rendono oggettivemente inutile la Comunità Andina.

Rispondere a García è come sparare sulla croce rossa. Le “alchine”, le piccole ALCA … Leggi tutto

Stati Uniti: “le nostre leggi sono universali”

E’ la notizia con la quale aprono da tre giorni tutti i media messicani ed è tra le notizie di apertura in tutto il continente.

L’antefatto è la cacciata dall’Hotel Sheraton di Città del Messico di alcuni funzionari cubani che si stavano incontrando con una delegazione di imprenditori statunitensi. Il Messico è da sempre il campo neutro dove  alcune imprese statunitensi possono trattare con funzionari cubani. Fin’adesso ciò era stato tollerato dai governi statunitensi, anche per l’effettiva impossibilità di limitare tali incontri.

Il fatto è la giustificazione statunitense all’ottenuta cacciata degli ospiti. Il portavoce del Dipartimento di Stato, riferendosi alla legge Helms di embargo contro Cuba, ha dichiarato: … Leggi tutto

Gennaro Carotenuto a Rai Utile per parlare di America Latina

Martedì 24 gennaio 2006, la RAI dedicherà un’ora di trasmissione all’America Latina. Gianni Minà e Gennaro Carotenuto dibatteranno del grande cambiamento politico in atto nel continente, del Mercosur, del Nafta, dell’Alca e della sua alternativa, l’Alba, dei movimenti sociali e delle svolte elettorali in atto, dalla Bolivia, al Cile al Messico.

Il programma andrà in onda dalle 8 alle 9 in diretta ed in replica dalle 16 alle 17 e dalle 22 alle 23 di martedì 24 gennaio su Rai Utile.

Rai Utile trasmette sul digitale terrestre, sul canale Sky 873 e in streaming dal sito http://www.raiutile.rai.it/

NB: L’intera trasmissione può essere scaricata da questo link.