Thursday 09 February 2012, 09:16

Gli articoli con tag: " classe operaia "

Lo scudo fiscale e la scuola del tradimento

Lo scudo fiscale è stato approvato. Una manciata di voti è stata sufficiente per far passare una delle leggi più criminose di questo governo. Ma ciò che più sbalordisce è il fatto che se l’opposizione fosse stata al completo, questa legge non passava. 270 a favore, 250 contrari. Un’occasione persa. 22 deputati del PD e 6 dell’UDC assenti, hanno fatto sì che la destra, nonostante fosse sfavorita dalle molte assenze, licenziasse una legge-truffa. Queste assenze sono centrali, decisive, per leggere il livello di militanza politica contro questo governo complice degli evasori. La prova di questa impostura ideologica ce la fornisce il comportamento assunto dal PD (il maggior partito di “opposizione”) al momento di votare la pregiudiziale di incostituzionalità (29 settembre 2009) promossa dall’IDV. Alla camera erano presenti in tutto 485 deputati, per avere la maggioranza erano sufficienti 242 voti. Votanti 482, astenuti 3, a favore dello scudo 267, contro 215. E’ sbalorditiva l’assenza di ben 51 parlamentari del PD e 8 dell’UDC che ha determinato il fallimento della pregiudiziale di incostituzionalità. Adesso sono recidivi. Non hanno scusanti. A ciò si aggiunge pure la beffa mediatica. Urlano davanti ai microfoni dei giornalisti contro questo governo, dissimulando la loro irresponsabilità verso la società civile. Un livello di opposizione inesistente nei fatti, ma mediaticamente infarcito di parole urlate. Lacrime di coccodrillo davanti alle telecamere, assenteismo alla camera. Come leggere questo fenomeno? Se messo a fianco ad altri fenomeni analoghi, scopriamo un ruolo tutt’altro che oppositivo dell’opposizione.

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La classe operaia c’è ancora. Tanto è vero che le danno mazzate da ogni parte

TG nazionale su RAI3 delle 14, in coda a tutto, ma meglio questo che niente, un filmato proveniente dalla Korea del Sud dove si vedono scontri tra poliziotti ed operai.

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Lettera impossibile a Giuseppe Di Vittorio.

Caro Giuseppe,

mi sei tornato in mente quando ti ho rivisto in televisione, qualche settimana fa.

Capisco che possa esserti difficile pensare all’Italia di cui ti scrivo oggi, ma ti basti sapere che quella scatola elettronica, che ai tuoi tempi era sconosciuta ai più, è entrata pian piano nelle nostre case e ha finito, come già qualcuno ai tuoi tempi aveva previsto, per imprigionarci, senza alcuna via di scampo, nel mondo mediatico della falsità e dell’ipocrisia.

Sì, lo so che non riesci proprio ad immaginarla, questa Italia, e d’altronde non penso nemmeno che sarebbe adatta a te: ormai, anche a “sinistra”, si è persa l’abitudine al dialogo e al confronto, e sono sempre meno quelli che sembrano interessati a recuperarla.

Immagino ti faccia piacere sapere qualcosa del sindacato, della “tua” CGIL; bene, la Confederazione non gode certo di ottima salute: è costantemente umiliata e ignorata dal potere della destra ma, ancora una volta, i lavoratori hanno dimostrato di essere dalla sua, dalla tua, parte. E noi comunisti, se possibile, stiamo pure peggio. Il blocco sovietico si è sgretolato vent’anni fa e, com’era prevedibile, questo ha finito con il causare numerosi danni piuttosto che i fantomatici benefici sbandierati dal liberismo occidentale che proprio adesso sta attraversando una crisi profonda che attacca alla base i diritti dei lavoratori. Il PCI, il tuo partito, non esiste più; i tanti che erano comunisti, salvo rare e preziose eccezioni, dicono di non esserlo mai stati e fanno a gara a rinnegare il loro passato, finendo per rimanere senza un presente e senza un futuro.

In compenso al governo sono rimasti gli stessi, fascisti, massoni, democristiani, che hanno solo sostituito all’olio di ricino e ai manganelli, sempre pronti a colpire nei casi più gravi, con il controllo delle masse attraverso la (dis)informazione.

Il problema è un altro, ed è il motivo di questa lettera: quando vedo che di fronte alla crisi, non solamente economica ma anche sociale e culturale del nostro Paese, di fronte alla spregiudicata offensiva dell’Italia più reazionaria, clerical-fascista e padronale, sono sempre meno coloro che si oppongono con forza e che si rendono conto dei rischi che corriamo, mi sento perso, senza un punto di riferimento a cui guardare.

Ti scrivo perché sento il bisogno di chiederti qualche indicazione, di pregarti di indicare la via giusta al sindacato, ai tuoi “figli”, e, con loro, ai lavoratori di questo Paese, di reinsegnarci come si può, quando tutto sembra remare contro, a decidere di non arrendersi, di continuare a lottare per un ideale, contro ogni ingiustizia piccola e grande, dai piccoli campi del sud alle grandi fabbriche del nord, a farlo con passione, riuscendo ad instaurare rapporti umani e politici con chi, come te, come noi, soffre e sogna un mondo diverso, costruito sull’uguaglianza e sulla libertà.

Ormai qua sono sempre di più coloro che dimenticano, per disinteresse o per convenienza, da dove provengono quelle conquiste sociali che vengono date per scontate, senza accorgersi di quanto possono essere svuotate ed erose se non sono difese con l’impegno quotidiano a migliorare la condizione dei lavoratori con la lotta, senza mai elemosinare levandosi il cappello ciò che spetta di diritto.

Mi manchi, Giuseppe. Mi manca quello spirito di giustizia che ti ha spinto, e conte tanti altri, a superare qualunque ostacolo pur di riuscire ad unire ovunque i lavoratori per fare, e farla davvero, la rivoluzione.

Mi manca un uomo, un comunista, un antifascista e un democratico che di questa parola, rivoluzione, non aveva timore.

Ci manca un compagno che credeva davvero nelle uniche due cose capaci di riscattare tutti gli sfruttati e gli oppressi, di ieri e di oggi: unità e lotta.

Mattia Nesti.

I comunisti e gli scioperi

In che rapporto sono i comunisti con i proletari in genere?

I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato.

I comunisti non pongono principi «settari» (secondo alcune traduzioni francesi e inglesi, NdA)

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Circo Massimo: aspettando il partito…

CircoMassimo Chi può negare che al Circo Massimo ci fosse la parte migliore di questo paese, adeguatamente rappresentata dalla frase di Vittorio Foa che campeggiava sul palco?

«Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente» è il minimo comune denominatore di quello che si considera sinistra. Solo il minimo comune denominatore purtroppo, e vent’anni fa quella frase sarebbe stata banale, mentre oggi ci appare altissima. Di questi tempi di fango qualunque cosa di elevato è meglio di niente.

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Gesto “insano” di un’operaia a Suzzara

Ha 40 anni, separata con due figli,  16 e 20 anni, vive a Suzzara(Mn) in una casa in affitto con alcune mensilità arretrate, lavora da un anno alla fabbrica della Plastal, a tempo determinato, la cui sede è a Oderzo in provincia di Treviso: lavorava… non le hanno rinnovato  il contratto e lei si è  inghiottita un tubo sano di antidepressivi, per fare quello che un volta si chiamava un “gesto insano”. … Leggi tutto

La “tendenza marxista” ovvero il “marxismo di tendenza”

La nota di merito fattami da Gennaro per il mio scritto “Mai più senza marxismo” (http://www.gennarocarotenuto.it/2755-mai-piu-senza-marxismo-sulla-debacle-elettorale) mi sprona.

Non si può mettere il punto finale a questo scritto, senza aggiungere due parole che analizzino nel dettaglio anche la corrente che dovrebbe prendersi la responsabilità di guidare il Partito. Di striscio, alcuni difetti sono già stati segnalati, ora verrà sviscerato il problema di fondo, senza il superamento del quale, la corrente di FalceMartello spingerà più contro che a favore del marxismo. Chi scrive, ha avuto brevi contatti con quei compagni, ha provato anche ad entrare nei loro quadri. Non ha potuto farlo perché è stato considerato più un oppositore che un simpatizzante. Qui, però, non troveranno spazio beghe personali che il lettore non potrebbe verificare e che inoltre potrebbero interessarlo solo se fosse appassionato di Novella 2000. Dovere di marxista è analizzare nella maniera più sobria possibile, senza lasciarsi condizionare da amarezze o sentimenti personali, i fatti “oggettivi”. Di seguito, quindi, si troverà solo ciò che chiunque sarà in grado di controllare da sé. … Leggi tutto

Mai più senza marxismo -sulla debacle elettorale-

Pubblico un po’ in ritardo le mie considerazioni sulla disfatta di Rifondazione alle ultime elezioni. Del resto gli ultimi post di Gennaro su Giordano, e soprattutto l’elezione di Vendola alla guida del Partito, le rendono ancora incredibilmente attuali.

Dai de profundis sulla Caporetto elettorale che girano in rete, ritengo mio personale dovere, dovere di marxista, far sentire anche questa voce impertinente per contrastare come posso l’eco del revisionismo che, vincente o perdente, ancora la sovrasta. Provare a far ascoltare la voce del marxismo a un Partito sordo ormai anche a quella dell’incoscienza, è un’impresa al limite della follia. Tale e quale alla rivoluzione, però. Non c’è, dunque, fallimento più grande, che restarne al di qua, senza averci nemmeno mai provato. … Leggi tutto

Piccoli operai non crescono

Allego a questo articolo che ho scritto una risposta che ho ricevuta, senza dubbio più interessante delle mie riflessioni o meglio, forse ci siamo servite, diciamo, una dell’altra .

La signora Marcegaglia, pragmatica donna cresciuta a trasmissioni del tipo “Ok , il prezzo è giusto”, ha rintracciato di recente il male oscuro che affligge l’Italia:”Negli ultimi dieci anni il costo del lavoro è salito in Italia in linea con la media europea ma non altrettanto ha fatto la produttività. Solo con un forte recupero di produttività sarà possibile conciliare crescita e occupazione, competitività e incremento dei salari: tutti obiettivi essenziali per il Paese”. Per alleggerire il contratto nazionale va quindi conseguito l’aumento di produttività e dei risultati aziendali. Ligio al dovere dell’Informazione e della Discussione, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi,fà trascorrere ai pensionati garantiti il tempo pre-feriale con dissertazioni su Prima Pagina, pregevole Forum di Rai Tre, domandando: ” “Salari e Produttività: gli aumenti dei salari ci saranno solo se questi saranno ancorati alla produttivita’e agli utili d’impresa. Siete d’accordo?”.
Ma allora vale la pena tornare ai consigli per gli acquisti della signora Marcegaglia.
1) “L’eta’ della pensione andrebbe indicizzata all’aumento della speranza di vita. Il welfare italiano e’ particolarmente inefficiente e iniquo:
quasi il 60 per cento della spesa sociale serve a coprire dal rischio di vecchiaia, perche’ l’eta’ media dei pensionati e’ bassa e il pensionamento avviene tre anni prima che nella media dell’Ocse”
2)”Va aggiornato il quadro dei diritti dei lavoratori, bisogna adottare modelli di flexicurity. Non e’ il posto di lavoro che deve essere garantito, ma un reddito e una formazione adeguati, come accade nei Paesi con sistemi di sicurezza sociale piu’ moderni e attivi”. … Leggi tutto

Un po’ di coca e il turno se ne vola via

Questo è giornalismo, e non solo.

(2/continua)

Nello stabilimento gioiello della Fiat si «tira» per reggere i ritmi del Tmc2. Ma la cocaina detta anche tutti i tempi della vita e permette un commercio che per molti consumatori si trasforma in un bel business

Loris Campetti Melfi (Potenza)

All’inizio era il «prato verde», messi di grano a perdita d’occhio nella straordinaria piana di San Nicola. Il grano ha lasciato il posto allo stabilimento Fiat-Sata di Melfi e la collina che si arrampica verso il paese è ferita da una strada costruita tutta in sopraelevata. Quando venne inaugurata la fabbrica, nel ’94, speranze di emancipazione e retorica postdemocristiana si mescolarono in una narrazione inedita in questa terra lucana: arriva il capitalismo serio, si può uscire da una povertà contadina dominata per decenni dal paternalismo di Emilio Colombo. Arriva l’industria, arriva il progresso. Il vecchio applaudiva al passaggio dei nuovi padrini: «Romito, salutateci Agnello», aveva scritto su un cartello ripreso da cento telecamere e alla Fiat veniva concesso tutto, dalla deroga al divieto del lavoro notturno per le donne a una rivisitata forma di gabbie salariali che condannavano i futuri operai a guadagnare meno dei loro compagni di Mirafiori e a lavorare di più. «Prato verde» chiamarono lo stabilimento di San Nicola. Perché nasceva dal nulla (il grano, si sa, è nulla) e nell’assenza di memoria dell’industria e del conflitto. Ci sono voluti 10 anni esatti perché gli operai di Melfi esplodessero decretando la fine della pace sociale, per 21 giorni bloccarono i cancelli, ressero alle cariche della polizia e ruppero un isolamento che inutilmente, in tanti nella politica, nei media e persino nei sindacati avevano cercato di costruire intorno ai nuovi briganti in tuta blu. Vinsero, con il sostegno quasi solitario della Fiom, diventarono maggiorenni conquistando diritti che altri, in altre stagioni, avevano conquistato e che ora, tutti insieme, rischiano di perdere di nuovo. Quasi 15 anni dopo la nascita, Melfi è uno degli stabilimenti di punta della Fiat. 5.300 dipendenti diretti, 10 mila con l’indotto. Gli operai arrivano a San Nicola ogni mattina, pomeriggio e notte da tutti i paesi della Basilicata, dal nord della Puglia e in parte dalla Campania. Ore e ore di pullman o di macchina, centinaia di incidenti stradali con tanti morti e feriti accumulati in 15 anni di pendolariato. Anche qui, come alla Sevel in Val di Sangro, lavora una classe operaia molto giovane che spesso non riesce a reggere i ritmi ossessivi della fabbrica modello, come testimonia un turnover molto alto. Anche qui, come alla Sevel, impazza la cocaina. Mentre ci lasciamo alle spalle la piana e il paese viaggiando verso Potenza, un delegato Fiom senza nome ci racconta la «normalita» del consumo e dello spaccio lungo le linee di montaggio – pardon, le Ute, un acronimo che sta per Unità produttive elementari che viaggiano sui ritmi della famigerata metrica Tmc2, responsabile di strappi, ernie, tunnel carpali, tendiniti. «La cocaina circola in fabbrica dall’inizio, ma solo da pochi anni ha assunto dimensioni di massa. Un carrellista che lavora nella mia Ute vende una quantità di dosi incredibili agli altri operai, ai capi, ai vigilanti che tirano da matti, alle donne. Lo spaccio è quotidiano come il consumo, ma il venerdì e prima delle vacanze il volume degli affari va alle stelle perché vengono acquistate le dosi per il sabato sera in discoteca, o per le ferie. Il mio amico carrellista prima di Natale ha tirato su 15 mila euro, in poco tempo si è fatto casa». Ci si droga anche dentro la fabbrica? «Gli operai – risponde – si fanno durante le pause, li riconosci perché riprendono il lavoro eccitati, tirano su col naso, è una specie di tic, e per una mezz’ora producono come pazzi, poi si danno una calmata. All’inizio sono solo consumatori saltuari, ma quando prendono il vizio si trasformano in piccoli spacciatori per pagarsi la dose. Le canne se le fanno direttamente sulla Ute: sentissi che profumo…». Droga di sostegno I prezzi della cocaina si aggirano tra i 70 e i 100 euro a grammo, i soliti 20-25 euro a quartino. Arriva soprattutto da Foggia portata dai soliti camionisti che riforniscono la fabbrica di pezzi, componenti e sogni di gloria, o di fuga che dir si voglia. «C’è anche qualcuno che si buca – continua il racconto del nostro amico delegato – e spesso viene aiutato dall’azienda a recarsi qualche periodo in comunità per tentare di disintossicarsi». Perché si drogano? «Anni di lavoro in questa fabbrica ti spompano. Il ritmo è stressante, i viaggi quotidiani per raggiungere o lasciare il lavoro fanno il resto e la vita nei paesi è banale, noiosa. C’è chi si fa per reggere lo stress, ma spesso le motivazioni sono altre: per stare bene con gli amici, per stare bene con la moglie o il marito. Molti si portano la coca a casa e fanno sniffare anche la moglie per scopare meglio». Vuol dire che con gli amici si sta male senza farsi? E che non si riesce a divertirsi in discoteca o a letto senza l’uso di cocaina? Il delegato scuote le spalle, e va avanti nel suo racconto. Insiste sul legame con il sesso: «Quando tirano, anche in fabbrica, non li ferma più nessuno. Qui si dice «inculare la formica» quando sei preso dal raptus e ti senti Rambo, e succede che il tuo compagno di lavoro, un po’ per gioco e un po’ no, venga a toccarti il culo, non avendo una donna a portata di mano». Tra i consumatori ci sono anche iscritti al sindacato? «Ce ne sono, ce ne sono. Anche delegati. Uno dell’Ugl è stato anche bastonato perché era in ritardo con il pagamento allo spacciatore. I delegati Fiom? Qualche spinello, quello tutti. Sì, qualcuno usa anche la cocaina. La maggior parte dei consumatori – cambia discorso – è sposato e ha figli». Qual è la percentuale dei cocainomani? «C’è chi dice il 40%, chi corregge la cifra al rialzo: uno su due». Stress, noia, sesso, voglia di essere diverso anche se poi finisce che sei esattamente uguale a tutti gli altri tuoi coetanei. «Di notte c’è meno controllo ma si sniffa in tutti i turni. In questa fabbrica si può comprare fumo, coca, eroina ma anche perizoma, canottiere, elettrodomestici. Tutti sanno nessuno parla. Per paura, per convenienza, per quieto vivere». In realtà c’è chi parla: i blitz dell’antidroga fuori dai cancelli, sui piazzali dello stabilimento, finiscono spesso con arresti, dunque le spiate non mancano. Chi viene pizzicato con le mani nella farina viene spinto dall’azienda a dimettersi, oppure viene degradato e spostato in altre unità, «è successo recentemente a un quarto livello del montaggio». Dalla lotta vittoriosa dei 21 giorni, Michele è assessore di Rifondazione alle politiche sociali della provincia di Potenza, in distacco dalla Fiat di Melfi dove fa l’operaio: «Ho assistito personalmente – ci racconta – all’arresto di due operai sul pullman che ci riportava al paese dopo il turno di notte: sono saliti in tre, uno in borghese dalla porta davanti e due in divisa da quella posteriore per bloccare le uscite e sono andati a colpo sicuro mettendo le manette a due operai, direttamente sul pullman. Per fortuna quella volta non avevano roba con sé e sono stati rilasciati». In qualche caso, però, scatta il licenziamento ma sempre con motivazioni diverse: «Due ragazzi – ci racconta l’avvocato Lina Grosso che segue le cause di lavoro per la Fiom – sono stati licenziati per assenza ingiustificata, ma è noto che si trattava di due tossicodipendenti. Noi avviamo la procedura ma in questi casi la Fiat punta sempre a monetizzare, offrendo soldi a chi di soldi ha bisogno come il pane, pur di non arrivare a sentenza. Per noi è difficile convincere questi ragazzi a non accettare l’offerta, anche perché non abbiamo alcuna certezza di vincere la causa». E questo è uno dei tanti problemi a Melfi, dove le procedure d’urgenza (il 700 contro i licenziamenti) durano mesi e mesi e le sentenze, quando ci si arriva, rarissimamente sono a favore del sindacato. «C’è invece il caso di un altro operaio, dipendente da alcol, che l’azienda metteva regolarmente in postazioni per lui insostenibili. Una volta chiese di poter uscire per andare in ospedale perché stava male. Lo bloccarono più volte finché non riuscì a scappare determinando momenti di forte tensione. Fuggì in automobile dopo una colluttazione con due capi in stato confusionale ed ebbe un incidente d’auto. L’azienda l’ha licenziato e noi abbiamo fatto causa. Abbiamo perso in primo grado e siamo andati in appello, anche perché una perizia medica ha stabilito che non era in grado di intendere e di volere per cui non è stato condannato in sede penale. Dopo una seconda perizia che ha confermato la prima, la Fiat ha proposto la transazione, cioè la monetizzazione per non arrivare a sentenza. Il nostro assistito non ha accettato e ora aspettiamo il verdetto del giudice». Finalmente, all’inizio della settimana è avvenuta una cosa che ha ridato qualche speranza all’ufficio legale della Fiom: il giudice di melfi ha accolto il ricorso contro il licenziamento di un operaio Sata, Michele Passannante, «senza giusta causa», dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria in cui è indagato per una presunta appartenenza all’area del terrorismo. Ora la Fiat dovrà riaprirgli le porte della fabbrica e pagargli gli stipendi arretrati. Un’emergenza che dilaga La Regione Basilicata si occupa della Fiat di Melfi dal giorno della sua apertura, e lo fa manifestando talvolta un certo grado di autonomia rispetto allo strapotere esercitato nel territorio dalla multinazionale torinese. Ha attivato incheste («magari la Procura fosse altrettanto attiva», ci dicono gli avvocati che difendono gli operai) sul mutamento della vita nei paesi in cui vivono i dipendenti Sata e dell’indotto, sugli infortuni stradali stradali legati al pendolarismo, sul mobbing. La Regione si è occupata anche di tossicodipenza in fabbrica. In particolare c’è un’inchiesta curata dall’equipe della Cooperativa Marcella sulla percezione delle droghe da parte dei lavoratori dell’area industriale di Melfi: «Tutti sono concordi nell’affermare che l’uso delle sostanze è gravemente nocivo per la salute», pur ritenendo che alcune, come le droghe leggere, possano aumentare la capacità lavorativa e insieme a quelle sintetiche migliorino la resistenza alla fatica, a differenza di alcol e psicofarmaci. In molti pensano che l’uso di droghe pesanti e sintetiche facciano correre rischi all’interessato e ai compagni di lavoro. Sono al corrente del consumo crescente di droghe in fabbrica, o per conoscenza diretta, o per lo spaccio evidente, le siringhe abbandonate, i furti, l’eccesso di assenze per malattia, qualche episodio di violenza. Solo il 21% degli intervistati esclude che nella sua azienda si consumino sostanze stupefacenti. Un dato allarmante su cui riflettere è segnalato da un intervistato su due: chi si fa si infortuna di più. Il 50% sostiene che chi si droga è «una persona normale». L’altro dato che non deve sorprendere è che il consumatore «non si ritiene tossicodipendente» (44,9%). Per il 77,3% del campione, infine, «le imprese dovrebbero avere un programma di lotta contro la droga». Qualche mese fa, nel terzo stabilimento meridionale della Fiat per importanza, quello di Cassino, fu realizzato un video con un operaio intervistato di spalle che raccontava il consumo di droga durante il turno di notte. Diceva molte verità, e proponeva qualche certezza di troppo e troppo politicamente corrette: ci si fa di cocaina solo per resistere a un lavoro altrimenti insopportabile. E’ così, ma non è solo così. Ne parleremo nelle prossime puntate. Finora abbiamo indagato solo grandi fabbriche metalmeccaniche, anzi Fiat, perché è più facile stabilirvi relazioni e perché il tasso di vent’enni è altissimo. Non si creda però che si tratti di un fenomeno circoscritto a queste realtà. In tutti i settori dell’industria e dei servizi il consumo della cocaina è drammaticamente alto e crescente. Lo è nei lavori faticosi, come nell’edilizia, nei lavori ripetitivi, in quelli che prevedono il rapporto con il pubblico. Lo è soprattutto tra i giovani e i precari. C’è chi pensa che ci sia un rapporto tra la diffusione delle droghe e la riduzione dei conflitti sul lavoro. Ipotesi, naturalmente, tutte da verificare.

da “Il Manifesto”

Quanto tira la classe operaia – Da Il Manifesto un’indagine sul consumo di droga nelle fabbriche

Un vero e proprio pugno nello stomaco.

La cocaina va a ruba nelle fabbriche tra i più giovani.

Prima puntata

Alla Sevel in Val di Sangro un operaio su due consuma sostanze stupefacenti. Lo stesso avviene dove l’età media è molto bassa. Si sniffa per reggere «un lavoro e una vita di merda», perché così fan tutti, perché la fabbrica non è più una comunità. Lo spaccio, i furti, i blitz. La polvere bianca cambia il rapporto con il lavoro e il sindacato Al montaggio ci sono stati casi di ragazze che si prostituivano per pagarsi la dose. Adesso meno e solo quando finisce lo stipendio

Loris Campetti – il manifesto 14.5.08

Atessa (Chieti)

«Il proletariato non è soltanto una classe che soffre… La vergognosa situazione economica nella quale si trova lo spinge irresistibilmente in avanti e lo incita a lottare per la sua emancipazione definitiva». Così scriveva nel 1840 Friedrich Engels nella sua magistrale «Indagine sulla condizione della classe operaia in Inghilterra». E’ un’idea semplice quanto straordinaria quella di Engels e Marx, che ha mosso centinaia di milioni di uomini e donne in tutto il pianeta nel corso dei due secoli alle nostre spalle. Un’idea che ha cambiato il mondo, emancipando grandi masse da una condizione di miseria e subalternità attraverso la lotta di classe, il «motore della storia». … Leggi tutto

L’associazionismo culturale: nuovo soggetto politico (sui limiti della forma partito) di Lidia Menapace

Rientro dalla splendida esperienza abruzzese (Chieti e Pescara), arrivo a Roma per tempo lunedì’ 14 e trovo anche il portatile rivisto e aggiustato dall’apposito ufficio del Senato (sicchè d’ora in poi posso ricevere allegati) e mi preparo a scrivere una lettera.

Ci ho pensato durante il percorso del ritorno, in una bella e fredda mattinata (alla partenza da Pescara 5 gradi e fino a 1, nei tratti di maggiore altitudine) in mezzo alle grandi catene appenniniche, Maiella e Gransasso e molte altre innevatissime fino quasi alle porte di Roma, dove pian piano le schiene delle montagne appaiono spruzzate o pezzate di neve, comunque molto più delle Alpi che ho visto tra Capodanno e l’Epifania. E quando sono a Roma ho ormai delineato in testa uno schema di esposizione, che sarà sul metodo delle iniziative e sul merito dei temi trattati. Non è una grande invenzione teorica, ma spero che sarà utile e chiara.

A Chieti l’11 mattina un dibattito nell’aula magna di una scuola, dove erano convenute scolaresche di vari istituti e si è presentato anche il sindaco: ma queste notizie le avete già da Luciano (ndr: Luciano Martocchia, curatore del libro “Lettere dal Palazzo” di Lidia Menapace) e quindi passo subito al metodo e al merito: l’iniziativa è stata preparata con l’aiuto e per mezzo -direi così- di varie associazioni, attive in città, sicchè abbiamo un primo ed efficace esempio di azione culturale e politica promossa da soggetti autonomi collegati tra loro, proprio quel che a mio parere ci vuole di fronte alla crisi della politica per non scivolare nell’antipolitica di massa o nella chiusura a riccio partitica.

Nel merito si è visto che vi è una acuta sensibilità fra le ragazze per il linguaggio inclusivo e domande sono state poste sulla laicità, sulla nonviolenza e sulla campagna vaticana contro la 194.

Nel pomeriggio in altra sede, il Museo di Scienze biomediche dell’Università, un altro incontro rivolto alla cittadinanza, pure costruito con la formula felice di “pool di associazioni politico-culturali in relazione con le istituzioni”: la cittadinanza ha mostrato gradimento (la sala colma con persone in piedi) e anche il dibattito, in parte previsto (domande predisposte), in parte spontaneo (questo momento si sviluppa anche in una permanenza di crocchi dopo le conclusioni) è stato molto buono.

L’indomani nel pomeriggio in una bellissima Book&Wine a Pescara, la formula è stata ricollaudata e a mio parere si può dire che ha passato l’esame. Ne sono molto contenta e ringrazio chi ha dato l’input e ha seguito lo svolgersi dell’iniziativa, sicchè ora ci metto su il “cappello” teorico da lungo tempo pensato sognato e agognato. Secondo me comunque funziona e potrebbe essere l’avvio di un tipo di riaggregazione, che andando contro la frammentazione mortale della sinistra, via via costruisca una rete molteplice di soggetti politici, adeguata alla società complessa nella quale viviamo. Evviva!

Alcune caratteristiche già emergono: si tratta di associazionismo politico-culturale autonomo, e di spazi pubblici (scuole, università) e di esercizi economici di tipo non speculativo che in parte rinnovano la formula dei club, salotti, osterie e caffè, luoghi cioè di esercizio della cittadinanza in forma ancora prioritaria rispetto all’ impegno partitico, prioritaria e fondativa, intendo. Non uso per queste aggregazioni il termine riduttivo di “prepolitica”: esse sono associazioni politiche e praticano un esercizio della politica, che è fondato sui diritti della cittadinanza: essere informata, controllare i mandati, consultarsi sul da farsi, insomma politicare senza ancora vincoli disciplinari, ma invece costruendo relazioni responsabili e privilegiando l’interlocuzione. Anche i luoghi conviviali che accompagnano questo modo non sono un particolare insignificante, anzi. Come non lo è l’uso delle tecnologie informatiche per la comunicazione veloce.

Anni fa, di fronte alla evidente crisi dei partiti (si parlava molto della “crisi della forma-partito”) ho cominiciato ad elaborare un possibile modello differente di azione politica. Premetto che considero il partito politico di massa una delle più straordinarie invenzioni che siano esistite. Per questo è tanto difficile rimediare o tenere il passo o trovare forme sostitutive quando entra in crisi.

Infatti il partito politico di massa (di sinistra o di centro o di destra) rappresenta un veicolo straordinario di politicizzazione diffusa, di informazione orientata, di conoscenza del mondo. Come strumento di azione si connette con un’area di movimenti rivendicativi, collegati e posti in posizione meno eminente, in una specie di gerarchia soft, ma precisa. Questa gerarchizzazione tra partito e movimento viene dal fatto che tradizionalmente a sinistra si definì la classe operaia per sè incapace di orizzonti politici (limite tradunionistico), sicchè per diventare soggetto politico generale avrebbe bisogno della mediazione e direzione del partito. Sia pure con questa formula gerarchica che privilegia la formazione di un ceto politico dirigente spesso non molto collegato alle masse che dirige, il partito di massa ha esercitato una straordinaria funzione di pedagogia politica in tempi di scarsa scolarizzazione e organizzazione.

Tutto ciò premesso e affermato, oggi non è più così. La società è complessa, contro le idee generali è stata fatta una lotta vitoriosa da destra, il programma pedagogico è andato perso e addirittura la memoria storica è confezionata da altri, non ci sono più scuole di partito. Le ragioni sono anche molte altre, ma mi fermo qui.

Oggi la crisi di rappresentanza e direzione del partito è palese: sono cadute anche le tradizioni di onestà correttezza e responsabilità tipiche della sinistra, è un fatto doloroso e sconcertante, ma vero. Non sto dicendo che invece nella società tutto è limpido puro e disinteressato, non è possibile sostenerlo, una società limpida e disinteressata non intreccerebbe relazioni spesso disoneste con i finanziamenti pubblici. Ma invece soggetti politici nuovi che vengono costituendosi e costreundo culture politiche differenti, portano con sè anche forme diverse di organizzazione e di controllo e -forse anche perchè sono allo stato nascente- sono meno legate a interessi consolidati e a pratiche disoneste.

Per conto mio dunque è necessario liberare il livello della cittadinanza da sudditanze partitiche, appoggiare la costruzione e organizzazione di un assetto politico autonomo che esprime varie culture e pratiche e soggettività, insomma dare vita a un nuovo blocco storico democratico, intrinsecamente democratico ed egualitario, non indistinto, ma molto individuato e molteplice anche per forme di organizzazione e di insediamento sociale e culturale.

L’azione politica è complessa e tale deve rimanere resistendo a riduzioni autoritarie. Il partito rimane uno dei soggetti che compongono il blocco o sottoscrivono il patto, in funzione di esperto delle istituzioni che colloquia alla pari con gli altri soggetti organizzati e li adegua al livello della rappresentanza.

Sembra già deciso: è l’unico argomento che interessa, non discutono d’altro.

Infatti tornata a Roma ho trovato che la sinistra stava già litigando e dividendosi sulla legge elettorale, mentre il Pd osserva che lui invece unifica anche culture politiche molto diverse. E suggerisce di imitarlo. Il fatto è che se Pd e Fi restano gli unici punti di unificazione, l’esito che propongono è il bipartitismo e non il bipolarismo, cioè l’anticamera della democrazia autoritaria, il nuovo fascismo, per di più clericale. Peccato!

Capisco che fare di tre o quattro partiti una sola forma vuol dire ridurre di molto i posti da dirigente e se poi pensano che dovranno anche lasciarne la metà a donne, certo hanno incubi notturni. Ma pensino qualche trucco per contentare tutti e possibilmente non scontentare troppo tutte, via!

Originale in: http://coopmate.splinder.com/

Cambio di epoca in America del Sud (bilancio 2007 – prospettive 2008)

Vista in comparazione con i nostri giorni, la targa di inaugurazione dell´edificio della sede del Mercosur nella Rambla Presidente Wilson, ai margini del Rio della Plata, a Montevideo – che é datata 15 dicembre 1997 – é l´esatta espressione simbolica del cambiamento di epoca nell´attuale America del Sud. La lista dei presidenti dei paesi membri a quel tempo, in relazione a quelli di oggi, fa ricordare al visitante l´espressione coniata dal presidente dell´Ecuador Correa, che – ottimista – arriva a parlare di fine della lunga e triste notte neoliberale nella regione.

Nella targa del 1997, figura l´anfitrione, Julio Sanguinetti del liberale Partito Colorato uruguagio, l´ultraliberale Carlos Menem, per l´Argentina; Fernando Henrique Cardoso, per il Brasile; Juan Carlos Wasmosy, colorato di destra, per il Paraguay; l´ex-dittador Hugo Banzer, per la Bolivia, che allora si era convertito al neoliberalismo radicale; e finalmente, Eduardo Frei, democristiano di centro-destra, presidente del Cile.

Non figurano nella targa, ma fanno parte della lista dei presidenti sud-americani di allora, il peruviano Alberto Fujimori, attualmente sotto processo in Perú; per l´Equador, Fabian Alarcon, un interino, prodotto di una soluzione incontrata tra una deposizione e l´ajtra che si succedettero in quel paese per anni; per la Colombia, il liberale Ernesto Samper; e per finire, per la Venezuela, il democristiano del Copei, Rafael Caldera.

Appena 10 anni dopo, nella lista dei dieci sud-americani, solo la Colombia di Uribe ed il Perú di Alan Garcia – quest´ultimo recentemente convertito – permangono ideologicamente nella lista anteriore, conservatrice e neoliberale. Questo é il segnale dei nuovi tempi nel continente.

Con la vittoria dei governi di stampo progressista e con una certa ascenzione delle lotte popolari e sociali in tutta la regione é possibile affermare che tutta l´America del Sud si trova di fronte alla questione del “cambiamento di epoca” come fattore fondamentale della scena politica o, in altre parole, di come transitare dal ciclo anteriore (neoliberale) ad un nuovo ciclo. Cosí, la lotta per il cambiamento, in distinti ritmi e gradazioni, é la marca e l´espressione della tendenza democratica e progressista, con differenti espressioni di anti-imperialismo e di contestazione dell´ordine mondiale, nel segno della multipolaritá.

La lotta per l´integrazione sud-americana registra passi positivi nel 2007, anche se con una velocitá insufficiente. Il Mercosul, nucleo piú sviluppato dell´integrazione, come abbiamo indicato, giá non é piú lo stesso del 1997, ma é pressionato a rendere effettiva in maniera piú accelerata la nuova agenda dei governi progressisti, il cui centro é la diminuzione delle asimmetrie regionali per la promozione della industrializzazione, della complementazione produttiva e dello sviluppo economico. Questo é il suo stadio attuale e tre risultati importanti sono stati raggiunti nella lotta per l´integrazione in 2007.

Primo, nella Cupola energetica sud-americana realizzata nell´Isola Margarita, in aprile – che ha istituito l´Unione delle Nazioni Sud-americane (Unasul), la decisione di mettere al centro dell´integrazione la questione energetica, cioé la convergenza delle distinte matrici energetiche come base della superazione delle asimmetrie.

Secondo, la firma degli atti della costituzione del Banco del Sud a Buenos Aires, alla vigilia della proclamazione della presidente Cristina Fernandez. Sicuramente, al materializzarsi, la creazione del Banco del Sul é un evento di grandi dimensioni, effettivamente contrastante con il ricettuario neoliberale, futuro strumento per il finanziamento dell´integrazione sud-americana e base per una futura convergenza delle politiche macroeconomiche e per una moneta unica regionale.

Terzo, l´effettiva entrata in funzionamento del Parlamento del Mercosul, con sede in Montevideo, le cui prime elezioni dirette si dovranno tenere nel 2010.

Dal punto di vista di ognuno dei paesi membri, la lotta per il cambiamento é il segno dell´attuale congiuntura. É il caso del Brasile, dell´Argentina e dell´Uruguay, paesi governati da ampie coalizioni di centro-sinistra che tentano di abbandonare il paradigma neoliberale, mantenendo nel frattempo posizioni ibride in politica economica. In questi tre paesi, il superavit fiscale e la difesa della stabilitá sono combinati con un certo riscatto del protagonismo e della iniziativa statale, diretti a promuovere i temi dello sviluppo economico e sociale.

In Venezuela, Bolivia e Equador, troviamo due segnali comuni: il tentativo di “rifondazione dello Stato”, attraverso e soprattutto a partire dalle Assemblee Costituenti e dalla proclamazione, nei tre casi, per conto delle rispettive lideranze, di obiettivi di transizione al socialismo.

In Venezuela, la recente sconfitta nel referendum costituzionale, che proponeva una osata e ampia proposta, limiterá, per lo meno per adesso, la “velocitá” della rivoluzione bolivariana. Le cause sono varie, vanno dalla alta astenzione della base chavista, fino alla polemica quanto all´opportunitá tattica, il merito e la forma di alcune proposte. Ma gli sviluppi di questa sconfitta, come osservano i comunisti venezuelani, potrá rendere possibili migliorie e correzioni – e questo é compito essenzialmente dei rivoluzionari venezuelani – nel processo di costruzione del socialismo del secolo XXI.

La Bolivia é oggetto di grandi tensioni nella lotta per il cambiamento. Nella disputa tra Costituente versus autonomie regionali sono presenti progetti antegonisti del paese, i cui sviluppi minacciano l´unitá territoriale e la stabilitá democratica. Diamo atto alla positiva attitudine del Brasile che, in questo scenario, annuncia investimenti di un miliardo di dollari nel paese, con un messaggio chiaro in appoggio al governo del cambiamento di Evo Morales – ed in risposta all´isteria della destra brasiliana all´eposa della nazionalizzazione del gas (maggio 2005). In Bolivia, di fatto nel 2008, il popolo entrerá in scena per decidere il contenzioso in per lo meno quattro votazioni: sulla nuova Costituzione, sugli statuti economici, sulla proposta di limitare i latifondi e nel referendum che permette la revoca del mandato presidenziale e dei governatori dei dipartimenti.

In Equador, che ha concluso l´isitutuzione della Assemblea Costituente, non tarderanno ad apparire i conflitti con l´opposizione oligarchica, che finora é stata sconfitta pesantemente dal popolo nelle elezioni della Costituente. Nella misura in cui saranno presentate le proposte di cambiamento, inevitabilmente la reazione si reggrupperá per tentare di broccarle.

Il Paraguay elegge il suo presidente in aprile del 2008. tre attori saranno in scena: l´ex-vescovo Fernando Lugo, appoggiato dalla sinistra e da parte del centro, come il tradizionale partito liberale (PLRA); il generale Lino Oviedo, autore del frustrato tentativo di golpe del 1996 e recentemente assolto dalla giustizia paraguaia, con il chiaro obiettivo di dividire l´opposizione; e finalmente la ex-ministra dell´educazione Blanca Ovelar, del movimento progressista colorato, candidata dell´atuale presidente Nicanor Duarte. Resta da sapere come si comporterá la destra di Luis Castiglioni, ex-vice di Nicanor e difensore dell´uscita del paese dal Mercosul, dopo aver perso le elezioni interne del governista Partito Colorato.

Anche in Cile, Colombia e Perú – i tre paesi sud-americani che hanno firmato Trattati di Libero Commercio con gli USA – la lotta per il cambiamento é il segnale piú forte.

In Cile, la sempre maggiore evidenza del fracasso del modello neoliberale in vigore da piú di tre decenni fa esplodere manifestazioni e scioperi periodici e la presidente Michele Bachelet, del Partito Socialista, incontra molte difficoltá nell´avanzare in direzione di una democratizzazione del paese.

In Colombia, Uribe é sempre piú pressionato a moderare la sua politica di sicurezza su posizioni fascistoidi ed aprire negoziazioni con le FARC ed altri gruppi rivoluzionari, ma é ancora fermo sulla sua posizione di “linea dura”, cosí come piace a Washington. Intanto é da registrare l´importante vittoria del Polo Democratico Alternativo, una coalizione di centro-sinistra, nelle recenti elezioni municipali.

Infine, in Perú il quadro é marcato di recente dalla approvazione del TLC con gli USA e dal processo a Fujimori, in uno scenario di crescenti lotte sociali e popolari.

La sconfitta della riforma costituzionale in Venezuela e l´attuale crisi politica in Bolivia sono i fattori quindi piú preoccupanti che marcano la controffensiva della destra locale in combutta con gli interessi dell´imperialismo nordamericano e danno il segnale delle lotte che si intensificheranno nel 2008 tra le forze reazionarie e quelle che pretendono di avanzare nei cambiamenti in direzione del progresso, della democratizzazione e della conquista del protagonismo per conto delle masse popolari dell´America del Sud.

(Articolo pubblicato originariamente sul giornale “La Classe Operaia”, organo del Partito Comunista del Brasile, come bilancio del 2007 e prospettive per il 2008)

Autore: Ronaldo Carmona, membro della Commissione delle Relazioni Internazionali del Comitato Centrale del Partito Comunista del Brasile (PCdoB).

Pubblicato in data 11/01/2008 in: http://www.vermelho.org.br/base.asp?texto=30867

Tradotto e adattato in italiano da Alessandro Vigilante

Il secolo della precarietà


Brecha mi ha chiesto di introdurre uno speciale per il primo maggio su lavoro e precarietà con una storia del lavoro in 3.000 caratteri. Ne è venuto fuori un quasi Haiku in un po’ più, ma non molto, di 17 sillabe.
Buon primo maggio a tutti gli amici di GennaroCarotenuto.it

In principio fu la fabbrica. Prima della fabbrica neanche esisteva il lavoro. O se esisteva, quelli che lavoravano erano mille pedine prese singolarmente. Ma non erano né individui né collettività. Senza fabbrica non c’erano le masse. La fabbrica creò la classe, i sindacati, i partiti, la coscienza di sé.

Quando Karl Marx e Mijail Bakunin smisero di litigare, cominciò … Leggi tutto

Da Salvador Allende a Hugo Chávez. A cinque anni dal golpe in Venezuela

A cinque anni dal colpo di stato a Caracas dell’11 d’aprile 2002, propongo un saggio da me scritto nel 2003, ma ancora oggi ritengo attualissimo, per uno studio comparato delle reazioni delle masse latinoamericane al golpismo contro governi popolari: dal caso di Juan Domingo Perón, a quello di Salvador Allende fino a Hugo Chávez. Questo saggio, tra il 2003 e il 2004, in diverse versioni fu pubblicato su Latinoamerica, Storia e problemi contemporanei e Zapruder. A quest’ultima si riferisce la versione pubblicata.

Sono passati 30 anni da quando, l’11 settembre del 1973, un colpo di stato mette fine alla Rivoluzione con empanadas[1] e vino rosso di Salvador Allende in Cile. Non è solo uno slogan: riafferma la pacificità di una transizione al socialismo che si spera tranquilla come una gita domenicale. Fa da contraltare alla Rivoluzione in libertà, onda Alleanza per il progresso kennediana, della presidenza del democristiano Eduardo Frei Montalva (1964-1970).

di Gennaro Carotenuto

In Venezuela, l’11 d’aprile del 2002, per la prima volta, un colpo di stato classico, contro un governo ascrivibile alla categoria dei “governi popolari”, viene sconfitto dalla mobilitazione di chi si riconosce nella Costituzione bolivariana e nel governo di Hugo Chávez.

Nel mezzo vi sono i tre decenni neoliberali, che trasformano le classi popolari – sempre meno operaie, sempre più lumpen – storia dei movimenti, immaginario, coscienza ed orgoglio di classe, forme di lotta. In società dove l’agenda politica è dettata e svilita dal modello economico, il dato guida è la radicale polarizzazione … Leggi tutto