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Il benaltrismo alla rovescia di Massimo Cavallini

tabladiario

CIUDAD JUÁREZ – Massimo Cavallini, per negare il dramma di paesi come il Messico o l’Honduras e continuare a presentare una realtà virtuale dove le vene aperte dell’America latina sarebbero sempre e solo a Cuba, inventa il benaltrismo alla rovescia.

Nei giorni nei quali ritrovano i corpi martoriati di Marcela Yarce Viveros e Rocío González Trápaga a Itzapalapa, che portano a 78 il numero di giornalisti ammazzati in Messico da quando il PAN (destra) è al governo, lui sceglie di divagare parlando -guarda caso- di Cuba per il visto ritirato (male) ad un giornalista spagnolo di una testata –El País- che negli ultimi dieci anni (stime di Pascual Serrano), ha dedicato in media 10 articoli a Cuba (dove succede perfino troppo poco) per ognuno dedicato al Messico dove è invece in corso una narcoguerra civile già costata 50.000 morti e in continuo peggioramento come l’attentato terroristico di Monterrey della settimana scorsa testimonia.

Sa bene Cavallini che il suo struggimento monotematico e a comando, così come quello del País, è impresentabile e allora mette le mani avanti da quei cattivoni pronti a sputtanarlo osando mettere sulla bilancia i corpi martoriati di Marcela, Rocío e altri 76 loro colleghi contro il visto ritirato al giornalista spagnolo e allora li accusa preventivamente di benaltrismo, categoria ben nota alla cultura politica di provenienza di Cavallini. “Io l’ho detto che c’è di peggio di un visto ritirato” avvisa Cavallini mettendo le mani avanti… “epperò…”.

D’altra parte abbiamo più volte fatto notare la comodità della condizione di Massimo Cavallini che spara a palle incatenate da Miami o da Roma contro Cuba o contro il Venezuela o contro qualunque governo pallidamente critico col defunto “Washington consensus” mentre i giornalisti veri rischiano la pelle o vengono direttamente ammazzati.

Proprio l’altro ieri qui a Ciudad Juárez (dove si concentrano quasi un terzo dei morti ammazzati della guerra di Calderón) ho avuto occasione di andare a rendere omaggio, nella redazione del Diario, al Choco, José Armando Rodríguez Carreón, ammazzato tre anni fa per aver fatto il suo dovere di giornalista. C’è ancora la sua scrivania, le sue foto, i fiori, la collega della scrivania a fianco continua a raccogliere e collezionare i bossoli delle pallottole ogni volta che va sulla scena di un delitto e alle spalle di quello che era il posto di lavoro del Choco (foto mia) i colleghi della redazione cronaca continuano ad aggiornare sulla stessa lavagna il numero dei morti ammazzati.

E dire che l’anno scorso gli amici di Cavallini di El País erano riusciti nell’impresa di pubblicare un editoriale nel quale si favoleggiava di un ipotetico miracolo a Ciudad Juárez dove l’amico Calderón (per il quale avevano fatto campagna elettorale militante contro il candidato di centro-sinistra Andrés Manuel López Obrador) aveva risolto tutti i problemi (sic) e la gente era finalmente tornata ad uscire per strada. 1.623 morti nel 2008, 2.754 nel 2009, 3115 nel 2010, più di 1700 finora nel 2011, è questo il miracolo di sangue che entusiasma tanto El País tanto da occultarlo preferendo scrivere di Cuba.

Cavallini, El País e i loro molti epigoni italiani e non continuano a guardare all’America latina con gli stessi paraocchi da guerra fredda e scelgono cosa conviene vedere e cosa no. Il Messico che si dissangua meglio non vederlo. Meglio riscrivere lo stesso articolo scritto già cento volte su Cuba e se non ha nulla a che vedere con qualunque agenda informativa credibile non importa, tanto loro sono tutti (ex) comunisti e i lettori, come si sa, sono popolo bue. Patetici.

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