Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani

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A Donna Sara, 76 anni, originaria di un paesino vicino a Ciudad Juárez, nel Nord del Messico, hanno già ammazzato quattro dei suoi dieci figli, un nipote e una cognata, tutti militanti per i diritti umani. Adesso, dopo l’ennesimo sequestro, tutta la famiglia chiede asilo negli Stati Uniti.

CIUDAD JUÁREZ – Tredici persone della famiglia Reyes Salazar si sono presentate venerdì ad uno dei ponti internazionali che uniscono Ciudad Juárez (Chihuahua, Messico) a El Paso (Texas, Stati Uniti). Da poche ore, nel Municipio di Guadalupe, 60 chilometri a sud-est nella Valle di Juárez, che corre lungo la frontiera e chiave per il passaggio di droga verso gli USA, era stata sequestrata una loro familiare, Isela Hernández Lara, ennesima violenza in uno Stato, il Chihuahua, dove si sono concentrati un terzo dei 50.000 morti della guerra per il narcotraffico voluta dal presidente messicano Felipe Calderón. Il sequestro era il triste definitivo segnale che per quella famiglia, impegnata da sempre sul fronte dei diritti umani, non ci sarebbe stata né pietà né protezione da parte dello Stato.

La persecuzione era cominciata a novembre 2008. Julio César Reyes Reyes, nipote di Sara, fu sequestrato e assassinato. Colpivano sua madre, Josefina Reyes Salazar, da oltre un decennio una figura pubblica nei movimenti contro i femminicidi, per i diritti umani e contro la militarizzazione della lotta al narcotraffico. Denunciò in maniera dettagliata le responsabilità dell’esercito messicano nel sequestro e nell’assassinio del giovane. La Procura della Repubblica neanche aprì un’inchiesta.

Per zittirla un altro figlio di Josefina, Miguel Ángel, fu arrestato per spaccio. Giurando sull’innocenza del ragazzo, Josefina entrò in sciopero della fame. Ne ottenne la liberazione per vederselo riarrestato poche settimane dopo. Josefina fu assassinata il 3 gennaio del 2010 sulla porta del suo negozietto di barbacoa, carne arrostita alla messicana. Ad agosto fu la volta del fratello Rúben che cadde sotto i colpi dei sicari con le mani bianche di farina dopo una notte a fare il suo lavoro di panettiere.

Il 9 febbraio 2011 Marisela e Claudia, si presentarono a denunciare –in una città di 1.5 milioni di abitanti dove l’impunità è assoluta- il sequestro di Magdalena, Elías e Ornela, moglie di quest’ultimo. Sull’auto dove viaggiava con i due figli e la cognata c’era anche Donna Sara e un nipotino. Le sorelle decisero di accamparsi sotto il tribunale di Ciudad Juárez per esigere –come da decenni i parenti dei desaparecidos fanno in questo Continente- la restituzione in vita dei familiari.

In risposta fu bruciata la casa di Donna Sara, a meno di cento passi da una caserma dell’Esercito. Allora andarono a Città del Messico, sotto il Senato della Repubblica: “non abbiamo né denaro né conoscenze; possiamo solo chiedere giustizia” disse Marisela. Appena tre politici, tra i quali il candidato di centro-sinistra alla presidenza, Andrés Manuel López Obrador, vollero incontrarle. La riunione fu interrotta dalla notizia del ritrovamento dei tre corpi torturati, riesumati da una fossa clandestina: tanto vi basti, sembravano dire quei poveri resti.

Francia, Canada, Venezuela e Stati Uniti offrirono asilo politico all’intera famiglia. “Grazie –affermò Marisela- restiamo qui, e comunque non andremo negli Stati Uniti, paese che consideriamo corresponsabile di ciò che avviene da noi”. I Reyes Salazar, come molte delle associazioni di Ciudad Juárez, denunciano sistematicamente che la maggior parte dei crimini verrebbe da parte delle forze armate che, concordano molteplici osservatori, tra i quali Anabel Hernández, sono parte in causa in una guerra per il controllo dell’export di droga verso gli Stati Uniti.

Le accuse di anni degli attivisti, confermate questa settimana dal New York Times, stigmatizzano il ruolo del vicino del Nord. Chi si oppone diviene un nemico comune per tutti i contendenti e sono almeno venti, solo negli ultimi tre anni, gli attivisti per i diritti umani assassinati. Nello scorso giugno la famiglia ha partecipato alla “Carovana per la pace con giustizia e dignità”, della quale figura principale è il poeta Javier Sicilia, che ha unito Città del Messico a Juárez, 2.000 km più a nord. Olga (la sua testimonianza), altra figlia di Sara, era al fianco di Sicilia alla testa del corteo.

La risposta a tanta dignità, in questo agosto juarense, è stata il sequestro di Isela. Un sequestro, insieme alla richiesta d’asilo che Sara e i suoi figli avevano sempre cercato di evitare, che grida al mondo quanto ingannevole sia la politica orchestrata dal governo Calderón. Se neanche ad una sola famiglia, da anni nell’occhio del ciclone, è stato possibile garantire sicurezza, tutto quanto propagandato ai quattro venti dal governo è una irresponsabile, se non criminale, illusione.