Wednesday 22 February 2012, 17:49

Perché Mariastella Gelmini odia Scienze della Comunicazione

Nell’epoca della società dell’informazione, il Ministro dell’Università Mariastella Gelmini va in televisione (Ballarò, RAI3, servizio pubblico) a dichiarare che le Facoltà di Scienze della Comunicazione sono inutili.

Gelmini (in buona compagnia, da Bruno Vespa a Maurizio Sacconi) prende così per l’ennesima volta partito dalla parte di un “fare” tecnico-scientifico sul quale investire (ma la realtà tremontiana è che i tagli sono anche lì) contrapposto ad uno sterile “pensare” delle scienze socio-umanistiche sulle quali considera bene invece disinvestire, nella presunzione che sia auspicabile una società zoppa in grado di reggersi prescindendo da una delle due gambe del sapere. E’ una guerra, quella di Gelmini, dichiarata fin dall’incipit della sua legge che, per la prima volta, espunge dalle funzioni dell’Università quella della trasmissione critica del sapere che perfino Letizia Moratti aveva mantenuto.

Quello che il Ministro trova urticante, e vorrebbe quindi eliminare insieme alle odiate facoltà di Scienze della Comunicazione, è il fatto che migliaia di giovani acquisiscano nell’Università pubblica strumenti per decodificare e quindi difendersi dal monopolio informativo nel quale viviamo, dove la concentrazione editoriale e l’orientamento al profitto dei media è inconciliabile con l’interesse sociale al pluralismo garantito dalla Costituzione repubblicana.

Così proprio nelle Facoltà di Scienze della Comunicazione (che qualunque studioso serio considera un motore del progresso economico e culturale nella nostra era post-industriale) il governo vede invece un pericolo per la propria narrazione sociale, per il proprio latifondo informativo e per l’egemonia sottoculturale incarnata dal gruppo Mediaset e più in generale dal berlusconismo.

Nelle facoltà di Scienze della Comunicazione gli studenti non si preparano solo alle professioni della comunicazione di massa, d’impresa, pubblicitaria. Apprendono a pensare la comunicazione come plurale e partecipativa. Acquisiscono strumenti che permettono loro di inventare nuovi media altri. Studiano per innovare forme, tecniche e contenuti rispetto al format da pensiero unico sul quale si regge il modello. Lavorano per fare comunicazione e informazione con la propria testa e non per compiacere qualcuno.

Nel latifondo mediatico berlusconiano si fa carriera col conformismo, l’omologazione, il servilismo. La colpa dell’Università pubblica (e delle Facoltà di Scienze della Comunicazione che Gelmini vorrebbe eliminare), è di offrire strumenti per stare con la schiena dritta ed insegnare a pensare e comunicare che esistono altre vie.

Gennaro Carotenuto, ricercatore, insegna Storia del giornalismo e dei nuovi media ed è autore di Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet.



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  1. Enrico Marsili | 13 gennaio 2011 11:29 | Rispondi

    Caro Gennaro,
    sono dàccordo con lo spirito del post. La facolta`ideale di scienze della comunicazione che tu descrivi sembra pero`una buona facolta`di sociologia, in cui si insegni a decodificare la realta`e il sistema di poteri e controlli incrociati su cui si regge la societa`.

    In alcuni posti (penso a Roma, ad esempio) la facolta`di SdC e` intasata da studenti in parcheggio, mancano laboratori, cè`un rapporto docenti/studenti troppo alto, etc.

    Dei miglioramenti sono necessari, ma non e`questa riforma ch potra`provvedere.
    Nel lontano `90 il movimento della pantera protestava contro i tagli alle facolta`del pensare (per usare la tua sintesi). Nulla e`cambiato, solo le condizioni si sono ulteriormente deteriorate.

    Riguardo alle facolta`scientifiche (lo dico da ricercatore in biotecnologia), a parte il fatto che i tagli sono gia`arrivati, e da un bel po`(a parte laboratori e universita`di eccellenza, si intende), sai bene che ogni dipartimento o quasi (in buona parte d`Europa) ha assunto un giornalista, o una persona con master in comunicazione scientifica, per comunicare al pubblico, interagire, fare outreach, gestire siti web, etc. E`impensabile oggi fare scienza senza una buona struttura comunicativa.
    Al di la`di qualche master, di scarsa utilita`, a sentire alcuni dei partecipanti, la comunicazione scientifica in Italia e` ancora agli albori, e l`Universita`non ha recepito fino in fondo questa possibilita`di innovazione.

    Saluti,

  2. giovannacosenza | 14 gennaio 2011 15:26 | Rispondi

    Da presidente di un corso di laurea del settore della comunicazione, ecco il mio contributo:

    http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/01/14/scienze-della-comunicazione-amenita-contro-dati/

5 Trackback(s)

  1. Da www.blog-news.it | gen 13, 2011
  2. Da Da “Ballarò” DELL’11 GENNAIO 2011 « Gabriellaraffaele's Weblog | gen 13, 2011
  3. Da Scienze delle Comunicazioni e altre Amenità | The Brain Machine | gen 17, 2011
  4. Da Si scredita per paura | Giovanni Calia | gen 18, 2011
  5. Da dove si pensa l’innovazione… | Armanni Luca Laboratorio – ALL | gen 20, 2011

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