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“La Repubblica” e il voto degli indiani

Quando becco con le mani nella marmellata un disinformatore di professione, un Omero Ciai, un Rocco Cotroneo, e le varie sfumature tra il prezzolato di stanza a Miami e il precario incatenato al desk che scrive bestialità per cialtroneria, ignoranza, fretta, mi domando sempre cosa accade quando leggo articoli su quel 99% di temi sui quali non ho una competenza specifica e costantemente aggiornata. Probabilmente subisco, subiamo, la disinformazione del mainstream più o meno come uno spettatore del TG4.

Non so se posso definire amico Nello del Gatto, Indonapoletano, corrispondente dell’ANSA dall’India, ma sicuramente ho da tempo una grande simpatia e stima per lui. Simpatia e stima trasformatasi in boato di entusiasmo quando ho letto il post che segue che mi ha ricordato questa storia venezuelana (gc).

“L’effetto Rampini”, quel processo per il quale uno scrive cazzate su un luogo pur non avendoci mai messo piede, si estende, come per un effetto chimico o fisico anche al suo giornale, a Repubblica. Ieri c’è stato il primo turno elettorale nel paese e Repubblica on line ha pensato bene di fare un fotoracconto. Peccato che le quattro righe contendono una cazzata madornale. In India gli elettori non vengono riconosciuti tramite le impronte digitali, ma tramite un tesserino elettorale con foto.

Anzi: questa volta, per la prima volta, l’80% degli elettori viene riconosciuto grazie ad un Electroroll, una sorta di data base elettronico delle persone con le loro fotografie.

Questo perché molti non hanno documenti o, comunque, ci sono molti omonimi o persone registrate con il solo nome. Spesso ho visto passaporti che ad esempio contenevano il solo nome di battesimo. Non esiste un certificato di voto: la certificazione viene attestata marcando con inchiostro blu indelebile (va via dopo due settimane minino, molto di più se, come fanno molti indiani soprattutto delle campagne, non ci si lava le mani con il sapone) l’unghia, di solito, dell’indice della mano destra.

Attestazione di voto (foto Reuters)

Attestazione di voto (foto Reuters)

Altro che impronte digitali. E’ vero che viene usato il voto elettronico, ma in India è un bisogno più che una scelta. Quando ero giovane e facevo il galoppino per le elezioni nella mia città per guadagnare qualche soldo, mi ricordo che con amici andavamo a distribuire agli anziani e agli analfabeti, dei normografi, quelle laminelle di plastica di solito verde che contenevano il nome del candidato. La povera vecchina o l’analfabeta, che non sarebbero stati in grado di votare perchè non sapevano scrivere, dovevano solo ricalcare il nome del candidato attraverso il normografo, seguendo gli spazi della laminella. In India hanno trovato un altro sistema. La macchinetta elettronica che serve per votare è in definitiva una pulsantiera. Ad ogni pulsante corrisponde un candidato, un partito politico. C’è il nome del candidato, ma più importante, c’è il suo simbolo che di solito è un oggetto molto riconoscibile. Una mano, un fior di loto, falce e martello, una bombola del gas, elefante, occhiali, bicicletta, cocco, pianta e oggetti simili. L’elettore entra nella cabina e pigia il tasto corrispondente al simbolo del partito che deve votare. Semplice. Anche per coloro che non sanno leggere. Ma niente impronte digitali.

Al voto

Al voto

Ecco una spiegazione di come funziona il voto elettronico, presa dal sito della Commissione Elettorale Indiana.

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