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Toni Negri, imperialismi, subimperialismi, nuovi imperialismi

Con Fabrizio de Doni, con risposta mia.

Fabrizio de Doni: ho letto delle tesi esposte da Toni Negri a La Paz. Ora l’impero non sarebbe più guidato da Washingoton-New York ma da Brasilia-Bruxelles-Calcutta.
A me Negri non mi è mai piaciuto, trovo nelle sue analisti un 90% di condivisibile (la parte ovvia, non negabile) ed un 10% di indirizzo (canalizzazione): come dire un colpo a destra ed uno a manca. Dal mio punto di vista è naturalmente molto più significativo quel 10% : come fa Negri a parlare di Brasilia-Bruxelles-Calcutta?
Mi sono perso qualche passaggio? O Negri è fuorviante?
Capisco la questione del ritorno al mondo bipolare (con i poli compositi); è che Bruxelles e Brasilia come testa di ponte del vero imperialismo (contrapposto a quello che per me è quello vero e del quale Bruxelles fa parte) ma dare una interpretazione che penso sia falsa mi ripropone vecchi dubbi sul signore di 74 anni.

Gennaro Carotenuto: Ben raramente concordo con Toni Negri e questa è una di quelle volte. Negri usa delle categorie contingenti cercando di arrivare a conclusioni generali immaginifiche. La chiusura dei conti con l’FMI da parte di tutti i più grandi debitori, soprattutto latinoamericani, chiude un’epoca, quella della sostituzione del colonialismo con il debito estero come grimaldello per continuare il saccheggio. E’ un passaggio importante ma non vuol dire la fine della dipendenza, anche se la crescita del mercato interno regionale e quello sud-sud, dei quali sia Lula che Chávez sono protagonisti, va in quella direzione.

Capisco ancor meno la sostituzione di Washington con Brasilia-Bruxelles-Calcutta. Di sub imperialismo brasiliano si parlava già negli anni ’70. C’è di vero, ma c’è anche di falso nel senso che il sub imperialismo brasiliano risponde comunque a una logica armonica continentale, laddove l’ALCA (l’imperialismo gringo) rispondeva alla più classica logica del giardino di casa, laddove l’America latina doveva essere la Cina degli Stati Uniti, un’immensa maquilladora che permettesse agli Stati Uniti di competere con la Cina anche sui prezzi.

E Bruxelles? Per stare in termini di contingenza quali sono quelli di Negri, Bruxelles oggi non esiste e continuerà a non esistere (anche grazie a chi ha votato contro la costituzione) almeno fino al 2017. Ma si sa, l’idiosincrasia eurocentrica del pensiero di Negri non può vedere l’Europa marginale. E Calcutta? Calcutta è un partner.

Personalmente preferisco utilizzare una categoria diversa per l’America latina di inizio XXI secolo. Che è quella dei forni di andreottiana memoria. Al tempo del Washington Consensus esisteva un forno solo. Oggi ci sono più forni, ai quali i dirigenti politici latinoamericani possono servirsi. Ci sono gli Stati Uniti, in difficoltà nell’esercitare la loro egemonia che si è ridotta, ma non sparita, c’è l’integrazione regionale, prospettiva cancellata in epoca neoliberale perché quest’ultima riproduceva esattamente le logiche del colonialismo classico, c’è l’Europa, c’è la Cina, l’India, il Sudest asiatico, l’Africa (soprattutto Nigeria e Sud Africa) con la quale sta aumentando l’interscambio in maniera esponenziale. E’ il crimine massimo del commercio Sud-Sud che il Nord non può perdonare al Sud in uno schema classico di dipendenza. Nel caso di Chávez c’è l’alleanza con l’OPEC, con la Russia, con l’Algeria che sono partner strategici che la politica estera venezuelana non può non considerare prioritari.

Tutto questo cambia molte cose, ma non nella direzione prospettata da Negri. Il ruolo degli Stati Uniti è ancora importantissimo, e anzi, sono sicuro che siamo all’interno di un percorso, del quale la fine è ancora lontana, nel quale ‘molti imperialismi uguale nessun imperialismo’.

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