domenica 01 agosto 2010, 05:29

Gli articoli con tag: " Gaza "

20-26 marzo: Giochi mondiali militari in Valle d’Aosta

Aosta. Viale innevato.
Quello che segue è un comunicato stampa di Arci Valle d’Aosta sui primi Giochi mondiali militari di sport invernali che si terranno in Valle d’Aosta a partire da questo sabato (20 marzo).
Per quanto mi riguarda, trovo disgustoso il tentativo di "imbellettare" gli eserciti mettendone in mostra gli atleti, poiché non mi risulta che oggi le forze armate – italiane o estere – si distinguano per il proprio rifiuto della guerra se non come estrema risorsa difensiva (così vorrebbe l’articolo 11 della nostra Costituzione). Non mi risulta che le famose «missioni di pace» (che probabilmente hanno valso il nobel per la medesima al Presidente Obama) siano volte a stabilizzare altro se non gli interessi internazionali delle nazioni economicamente e militarmente più potenti e, in ogni caso, ho sotto gli occhi quasi ogni giorno le vittime innocenti di conflitti che sono quantomeno fallimentari rispetto agli obiettivi dichiarati.

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GAZA Dichiarazione dal Cairo contro l’Apartheid Israeliana

gaza sotto assedio

Invio la “Dichiarazione dal Cairo” redatta dalla Gaza Freedom March, di cui vi ho dato nota nei giorni passati. Aggiungo solo e chiedo di leggere attentatamente fino alla fine. Troverete dei nomi, per la precisione 131. La prima firmataria è Hedy Epstein, 85enne, sopravvissuta all’Olocausto.

Doriana Goracci

http://www.unimondo.org/var/unimondo/storage/images/notizie/eventi/gaza-freedom-march/548567-1-ita-IT/Gaza-Freedom-March_imagelarge.jpg

I partecipanti alla Gaza Freedom March hanno redatto la “Dichiarazione dal Cairo” per terminare l’Apartheid Israeliana I partecipanti alla Gaza Freedom March hanno approvato oggi una dichiarazione finalizzata ad accelerare la campagna globale per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro l’Apartheid Israeliana. Per ora, i firmatari della dichiarazione sono circa 130. Circa 1.400 attivisti da 43 paesi si sono riuniti al Cairo sulla via per Gaza per unirsi ai Palestinesi che marciavano per interrompere l’illegale assedio Israeliano. Le autorità Egiziane hanno impedito loro di entrare a Gaza.Come risultato, I partecipanti alla Gaza Freedom March sono rimasti al Cairo. Hanno dato luogo ad una serie di iniziative non violente finalizzate a far pressione sulla comunità internazionale per porre fine all’assedio come passo iniziale della lotta per rendere giustizia ai Palestinesi sparsi ovunque nella storica Palestina.
Questa dichiarazione deriva dalle seguenti azioni: Basta con l’Apartheid Israeliana

Dichiarazione dal Cairo

1 Gennaio, 2010

Noi, delegati internazionali riuniti al Cairo durante la Gaza Freedom March 2009, come risposta collettiva ad un’iniziativa della delegazione Sud Africana, dichiariamo:
In considerazione di quanto segue:
o l’attuale punizione collettiva che Israele infligge ai Palestinesi attraverso l’occupazione e l’assedio illegale di Gaza; o l’occupazione illegale della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e il proseguimento della costruzione illegale del muro dell’Apartheid e delle colonie; o il nuovo muro che stanno costruendo Egitto e USA che addirittura rafforzerà l’assedio di Gaza; o il disprezzo per la democrazia Palestinese mostrato da Israele, USA, Canada, Unione Europea ed altri dopo le elezioni Palestinesi del 2006; o i crimini di guerra commessi da Israele durante l’invasione di Gaza un anno fà; o la continua discriminazione e repressione che i Palestinesi affrontano all’interno di Israele; o la continuazione dell’esilio per milioni di rifugiati ; o tutti i suddetti atti di oppressione trovano fondamentalmente origine nell’ideologia sionista che è alla base di Israele; o sappiamo che i nostri governi hanno dato ad Israele diretto supporto economico, finanziario, militare e diplomatico, consentendogli di agire con impunità; o e memori della Dichiarazione ONU dei Diritti dei Popoli Indigeni (2007)
Riconfermiamo il nostro impegno per:
L’Auto-Determinazione dei Palestinesi
La fine dell’Occupazione
Pari diritti per tutti all’interno della storica Palestina
Il pieno diritto al ritorno per i rifugiati Palestinesi
A tal fine confermiamo il nostro impegno nei confronti della richiesta di United Palestinian, del luglio 2005, di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) per costringere Israele a rispettare le leggi internazionali.
Fino a quando ciò non accadrà, noi cerchiamo e speriamo di dar luogo ad un movimento globale di massa, democratico, anti-apartheid per lavorare di comune accordo con la società civile Palestinese e implementare la richiesta Palestinese di BDS.
Consci delle tante e forti similitudini tra l’apartheid praticata da Israele e la precedente apartheid del regime in Sud Africa, proponiamo:
1) Un giro di conferenze nei primi sei mesi del 2010 tenuto da
sindacalisti e attivisti delle società civili Palestinese e Sud Africana, a
cui si uniranno sindacalisti e attivisti impegnati in questo progetto
all’interno degli stati in cui si andrà, per insegnare a fondo le tecniche
BDS direttamente ai sindacati e più largamente a pubblico internazionale;
2) La partecipazione alla Settimana dell’Apartheid Israeliana nel
Marzo 2010;
3) Un approccio sistematico e unitario nel boicottare i prodotti
Israeliani, coinvolgendo consumatori, lavoratori e sindacati dei settori di
commercio, magazzinaggio e trasporto;
4) Di sviluppare il boicottaggio Accademico, Culturale e Sportivo;
5) Campagne presso i sindacati di settore e fondi pensionistici per
incoraggiare il disinvestimento da compagnie direttamente coinvolte
nell’Occupazione e/o nelle industrie militari Israeliane;
6) Azioni legali contro il reclutamento esterno di soldati posti al
servizio delle milizie Israeliane, e procedimento penale contro i criminali
di guerra del governo Israeliano; coordinamento dei Citizen’s Arrest Bureaux
per identificare, condurre una campagna per denunciare e procedere contro i
criminali di guerra Israeliani; sostenere il Rapporto Goldstone e
l’implementazione delle raccomandazioni in esso contenute;
7) Campagna contro lo status di “fondazione di beneficienza” del
Jewish National Fund (JNF).
Facciamo appello ad organizzazioni e ad individuali che si riconoscono in
questa dichiarazione affinchè la firmino e lavorino con noi per realizzarla.
Inviateci una mail a : cairodec { chiocciolina } gmail(.)com

Firmata da:
(* Affiliazione a solo scopo identificativo.)Contact:


1. Hedy Epstein, Holocaust Survivor/ Women in Black*, USA

2. Nomthandazo Sikiti, Nehawu, Congress of South African Trade
Unions (COSATU), Affiliate International Officer*, South Africa

3. Zico Tamela, Satawu, Congress of South African Trade Unions
(COSATU) Affiliate International Officer*, South Africa

4. Hlokoza Motau, Numsa, Congress of South African Trade Unions
(COSATU) Affiliate International Officer*, South Africa

5. George Mahlangu, Congress of South African Trade Unions (COSATU)
Campaigns Coordinator*, South Africa

6. Crystal Dicks, Congress of South African Trade Unions (COSATU)
Education Secretary*, South Africa

7. Savera Kalideen, SA Palestinian Solidarity Committee*, South
Africa

8. Suzanne Hotz, SA Palestinian Solidarity Group*, South Africa

9. Shehnaaz Wadee, SA Palestinian Solidarity Alliance*, South Africa

10. Haroon Wadee, SA Palestinian Solidarity Alliance*, South Africa

11. Sayeed Dhansey, South Africa

12. Faiza Desai, SA Palestinian Solidarity Alliance*, South Africa

13. Ali Abunimah, Electronic Intifada*, USA

14. Hilary Minch, Ireland Palestine Solidarity Committee*, Ireland

15. Anthony Loewenstein, Australia

16. Sam Perlo-Freeman, United Kingdom

17. Julie Moentk, Pax Christi*, USA

18. Ulf Fogelström, Sweden

19. Ann Polivka, Chico Peace and Justice Center*, USA

20. Mark Johnson, Fellowship of Reconciliation*, USA

21. Elfi Padovan, Munich Peace Committee*/Die Linke*, Germany

22. Elizabeth Barger, Peace Roots Alliance*/Plenty I*, USA

23. Sarah Roche-Mahdi, CodePink*, USA

24. Svetlana Gesheva-Anar, Bulgaria

25. Cristina Ruiz Cortina, Al Quds-Malaga*, Spain

26. Rachel Wyon, Boston Gaza Freedom March*, USA

27. Mary Hughes-Thompson, Women in Black*, USA

28. David Letwin, International Jewish Anti-Zionist Network (IJAN)*,
USA

29. Jean Athey, Peace Action Montgomery*, USA

30. Gael Murphy, Gaza Freedom March*/CodePink*, USA

31. Thomas McAfee, Journalist/PC*, USA

32. Jean Louis Faure, International Jewish Anti-Zionist Network
(IJAN)*, France

33. Timothy A King, Christians for Peace and Justice in the Middle
East*, USA

34. Gail Chalbi, Palestine/Israel Justice Project of the Minnesota
United Methodist Church*, USA

35. Ouahib Chalbi, Palestine/Israel Justice Project of the Minnesota
United Methodist Church*, USA

36. Greg Dropkin, Liverpool Friends of Palestine*, England

37. Felice Gelman, Wespac Peace and Justice New York*/Gaza Freedom
March*, USA

38. Ron Witton, Australian Academic Union*, Australia

39. Hayley Wallace, Palestine Solidarity Committee*, USA

40. Norma Turner, Manchester Palestine Solidarity Campaign*, England

41. Paula Abrams-Hourani, Women in Black (Vienna)*/ Jewish Voice for
Just Peace in the Middle East*, Austria

42. Mateo Bernal, Industrial Workers of the World*, USA

43. Mary Mattieu, Collectif Urgence Palestine*, Switzerland

44. Agneta Zuppinger, Collectif Urgence Palestine*, Switzerland

45. Ashley Annis, People for Peace*, Canada

46. Peige Desgarlois, People for Peace*, Canada

47. Hannah Carter, Canadian Friends of Sabeel*, Canada

48. Laura Ashfield, Canadian Friends of Sabeel*, Canada

49. Iman Ghazal, People for Peace*, Canada

50. Filsam Farah, People for Peace*, Canada

51. Awa Allin, People for Peace*, Canada

52. Cleopatra McGovern, USA

53. Miranda Collet, Spain

54. Alison Phillips, Scotland

55. Nicholas Abramson, Middle East Crisis Response Network*/Jews Say
No*, USA

56. Tarak Kauff, Middle East Crisis Response Network*/Veterans for
Peace*, USA

57. Jesse Meisler-Abramson, USA

58. Hope Mariposa, USA

59. Ivesa Lübben. Bremer Netzwerk fur Gerechten Frieden in Nahost*,
Germany

60. Sheila Finan, Mid-Hudson Council MERC*, USA

61. Joanne Lingle, Christians for Peace and Justice in the Middle
East (CPJME)*, USA

62. Barbara Lubin, Middle East Children’s Alliance*, USA

63. Josie Shields-Stromsness, Middle East Children’s Alliance*, USA

64. Anna Keuchen, Germany

65. Judith Mahoney Pasternak, WRL* and Indypendent*, USA

66. Ellen Davidson, New York City Indymedia*, WRL*, Indypendent*,
USA

67. Ina Kelleher, USA

68. Lee Gargagliano, International Jewish Anti-Zionist Network
(Chicago)*, USA

69. Brad Taylor, OUT-FM*, USA

70. Helga Mankovitz, SPHR (Queen’s University)*, Canada

71. Mick Napier, Scottish Palestine Solidarity Campaign*, Scotland

72. Agnes Kueng, Paso Basel*, Switzerland

73. Anne Paxton, Voices of Palestine*, USA

74. Leila El Abtah, The Netherlands

75. Richard, Van der Wouden, The Netherlands

76. Rafiq A. Firis, P.K.R.*/Isra*, The Netherlands

77. Sandra Tamari, USA

78. Alice Azzouzi, Way to Jerusalem*, USA

79. J’Ann Schoonmaker Allen, USA

80. Ruth F. Hooke, Episcopalian Peace Fellowship*, USA

81. Jean E. Lee, Holy Land Awareness Action Task Group of United
Church of Canada*, Canada

82. Delphine de Boutray, Association Thèâtre Cine*, France

83. Sylvia Schwarz, USA

84. Alexandra Safi, Germany

85. Abdullah Anar, Green Party – Turkey*, Turkey

86. Ted Auerbach, USA

87. Martha Hennessy, Catholic Worker*, USA

88. Louis Ultale, Interfaile Pace e Bene*, USA

89. Leila Zand, Fellowship of Reconciliation*, USA

90. Emma Grigore, CodePink*, USA

91. Sammer Abdelela, New York Community of Muslim Progressives*, USA

92. Sharat G. Lin, San Jose Peace and Justice Center*, USA

93. Katherine E. Sheetz, Free Gaza*, USA

94. Steve Greaves, Free Gaza*, USA

95. Trevor Baumgartner, Free Gaza*, USA

96. Hanan Tabbara, USA

97. Marina Barakatt, CodePink*, USA

98. Keren Bariyov, USA

99. Ursula Sagmeister, Women in Black – Vienna*, Austria

100. Ann Cunningham, Australia

101. Bill Perry, Delaware Valley Veterans for Peace*, USA

102. Terry Perry, Delaware Valley Veterans for Peace*, USA

103. Athena Viscusi, USA

104. Marco Viscusi, USA

105. Paki Wieland, Northampton Committee*, USA

106. Manijeh Saba, New York / New Jersey, USA

107. Ellen Graves, USA

108. Zoë Lawlor, Ireland – Palestine Solidarity Campaign*, Ireland

109. Miguel García Grassot, Al Quds – Málaga*, Spain

110. Ana Mamora Romero, ASPA-Asociacion Andaluza Solidaridad y Paz*,
Spain

111. Ehab Lotayef, CJPP Canada*, Canada

112. David Heap, London Anti-War*, Canada

113. Adie Mormech, Free Gaza* / Action Palestine*, England

114. Aimee Shalan, UK

115. Liliane Cordova, International Jewish Anti-Zionist Network
(IJAN)*, Spain

116. Priscilla Lynch, USA

117. Jenna Bitar, USA

118. Deborah Mardon, USA

119. Becky Thompson, USA

120. Diane Hereford, USA

121. David Heap, People for Peace London*, Canada

122. Donah Abdulla, Solidarity for Palestinian Human Rights*, Canada

123. Wendy Goldsmith, People for Peace London*, Canada

124. Abdu Mihirig, Solidarity for Palestinian Human Rights-UBC*,
Canada

125. Saldibastami, Solidarity for Palestinian Human Rights-UBC*,
Canada

126. Abdenahmane Bouaffad, CMF*, France

127. Feroze Mithiborwala, Awami Bharat*, India

128. John Dear, Pax Christi*, USA

129. Ziyaad Lunat, Portugal

130. Michael Letwin, New York City Labor Against the War (NYCLAW)

131. Labor For Palestine

Botte a Sinistra date e prese e Giulietto Chiesa

http://www.arezzonotizie.it/images/stories/news/personaggi/giulietto_chiesa.jpg

“L’atmosfera sociale è quella di una città assediata… E allo stesso tempo la consapevolezza di essere in guerra, e perciò in pericolo, fa sì che il trasferimento di tutto il potere a una piccola casta sembri la naturale, inevitabile condizione di sopravvivenza.Non importa che la guerra stia davvero avvenendo, e, poiché nessuna vittoria decisiva è possibile, non importa che la guerra stia andando male. Tutto quel che serve è che uno stato di guerra esista”.  Tutto questo lo scrisse nel 1948, George Orwell, in  1984 e l’ho ritrovato nel frontespizio del blog di Pino Cabras, direttore di Megachip.  Rimane del sito, cambiato nell’impaginazione totalmente, Giulietto Chiesa, con le sue analisi . Non entro nel merito del giudizio critico sulla nuova, non lo è più da tempo , linea editoriale ma ritengo possa interessarvi quanto espone un lettore di “sinistra” e la risposta di Giulietto Chiesa. L’articolo su Megachipdue, si intitola Una risposta fuori tempo massimo ed è scritto da Marco Cappella: inizia con un virgolettato in anteprima,  la domanda del lettore e  poi la risposta di Chiesa. Ecco se devo esprimere la mia opinione,  la rubrica dei lettori si è un po’ persa tra le finestre che ballano sul video, si aprono e non rimangono  fisse a meno che ne vogliamo fermare una. Ma tutto questo è irrilevante e personale, so che se si scrive a Giulietto, lui risponde sempre. Sono altri figuri che non rispondono mai alle aspettative di chi li ha eletti ma questo è un altro problema, da me superato, perchè non voto nessuno da tempo e anche questo l’ho scritto, pure a Giulietto  in occasioni passate come in un ormai  lontano 20 ottobre 2007 .

Intanto” l’atmosfera sociale ” è quella anticipata da Orwell, 61 anni fa: fuori tempo massimo? Lo stato di guerra esiste, muoiono in piazza sperando di trovare la libertà con un altro padrone, i “nostri” con altri Inguaribili utopisti internazionali tentano di superare il valico in Egitto e stare per la fine dell’anno a Gaza, anche se notizia dell’ultima ora annuncia che il convoglio di “Viva Palestina” rompe l’embargo ed è arrivato a Gaza. Di quale anno parliamo, quante volte abbiamo già visto la guerra arrivare, affacciarsi, vestirsi di pace e democrazia, andare in vacanza e assopirsi e poi riprendere il suo cammino in ogni parte del mondo, come un missionario invasato e tenace? Oggi mi è stato riproposto un breve amaro video da Leandra Negro, è del 2004  di Fabio Roberti, e spiega come un barbone  ha risolto con la stampa di sinistra l’ Asilo politico: mi sembra che niente sia cambiato del “panorama”…sinistro e il Grande Fratello ha indici di ascolto elevatissimi.Non so che anno sia e cosa ci sia da festeggiare ma se questo vi fa stare meglio: auguri gente che lavora lotta costruisce…. era il 1984?

Doriana Goracci

“Perchè questa tragedia, vera e propria, per molti, che la vivono ancora oggi, increduli, sgomenti? Io credo che la sinistra abbia perduto tutti i suoi ancoraggi. E non sia proprio più capace di capire. Perchè da tempo ha smesso di conoscere. E, senza conoscere, non si può nemmeno analizzare. Diciamo che sono stati soverchiati dai mutamenti. E, mentre avvenivano, loro hanno continuato a parlare come se essi non ci fossero stati. Così loro combattevano da una parte e il corpo sociale era andato da un’altra parte.”

Gentile Giulietto Chiesa,
sono un suo estimatore da anni … ho 38 anni, mi colloco a “sinistra” per quanto ormai questo termine sarebbe forse da definire meglio, e come è facile immaginare ho il dilemma di chi votare alle prox elezioni europee (l’ultima volta ho votato per Lei, per fortuna, nonostante fosse con di Di Pietro che, invece, non stimo molto); mi sto orientando per la lista Sinistra e Libertà … Le chiedo quindi un Suo parere su questa lista. è troppo pretendere in Italia una lista “di sinistra” …che non sia quindi, ovviamente, il PD, e che non sia una listina di vetero-comunisti (parlo di rifondaroli + comunisti italiani, che mi sembrano alquanto ridicoli, nulla da obiettare sul termine “comunista” in sè per sè, per quanto mi riguarda) …
e quindi mi chiedo, può essere Sinistra e Libertà un tentativo serio di costruire una forza nuova di sinistra, “decente”, non dico l’ottimale…insomma, ci sono persone stimabili a mio avviso, Vendola, la Frassoni, Fava, Flamigni …mi dispiace non votare  annullare la scheda, non mi piace, e non c’è nessun altro che voterei (mi dispiacerebbe se sparissero i radicali, ma non li posso votare, troppo filo-israeliani, troppo “liberisti” negli anni scorsi, a volte non li capisco proprio) Insomma, in finale, sempre turandosi un po’ il naso come si fa in Italia, non Le sembra che Sinistra e Libertà potrebbero essere i meno peggio?
Grazie
Cordiali saluti

Stefano Nassetti

Caro Nassetti,

il titolo che ho dato io alla sua lettera vale per il grande ritardo con cui le rispondo, e me ne scuso, ma accade che le mail si perdano e riappaiano quando hai il tempo materiale di guardare indietro. Ma quel titolo vale anche per le sue considerazioni su “Sinistra e Libertà” e sulla sinistra in generale.
Sono tutti fuori tempo massimo.
Non parlo qui delle qualità morali individuali  delle persone che lei cita per nome e cognome. Persone che stimo, con le quali ho lavorato dentro e fuori il Parlamento Europeo. Scrivo a cose fatte e a sconfitta archiviata. Ma ho scritto della inevitabile ormai sconfitta ben prima del voto, perchè era per me evidente, lampante, che sarebbero stati sconfitti.  Scrissi, prima delle ultime politiche: “tutti contro il PD o la sinistra muore”. Ma loro, i fondatori di “Sinistra e Libertà”, pensarono diversamente. Si allearono, di fatto con quel PD che li stava seppellendo. Si sbagliavano, come ben sappiamo.
Perchè questa tragedia, vera e propria, per molti, che la vivono ancora oggi, increduli, sgomenti? Io credo che la sinistra abbia perduto tutti i suoi ancoraggi. E non sia proprio più capace di capire. Perchè da tempo ha smesso di conoscere. E, senza conoscere, non si può nemmeno analizzare. Diciamo che sono stati soverchiati dai mutamenti. E, mentre avvenivano, loro hanno continuato a parlare come se essi non ci fossero stati. Così loro combattevano da una parte e il corpo sociale era andato da un’altra parte. Due soli esempi: la sinistra non ha capito assolutamente la portata del cambiamento prodottosi nella società della comunicazione. Quando, sollevando il problema dell’11 settembre, ho cercato di svegliarli, ho visto che non capivano niente di quello che stavo dicendo. E ho visto anche che, avendo accettato la logica dell’Impero, non erano più in condizione di metterne in discussione i crimini.
La sinistra non ha capito il mutamento del significato del lavoro. Così diceva cose che i lavoratori non potevano più nemmeno capire, perchè loro erano già altrove, e votavano Lega e Berlusconi, o Alleanza Nazionale.
Ho capito, standoci dentro, a questa sinistra, che non era più capace di produrre idee. Quando mi candidai con Di Pietro e Occhetto, scrissi un libretto elettorale e lo intitolai “invece di questa sinistra”. Era l’inizio di una riflessione che sfocia oggi nella mia ferma intenzione di starne fuori.
Occorre una nuova visione del mondo. Che ancora non c’è ma che bisogna costruire. Ma non possono essere gli spezzoni di questo crollo culturale a crearla. Naturalmente nessuno di loro deve essere escluso, ma è il loro contenitore che non può produrre questa svolta.
Inoltre il guasto che si è prodotto è irrimediabile. Sotto quelle insegne, sotto quel nome, c’è un esercito in rotta. Ci vorrebbe ben altro che un Napoleone del XXI secolo per rimetterne in ordine le fila. Vasti spezzoni della sinistra si sono compromessi con la corruzione. Altri si sono arresi. Una generazione intera di giovani non sa cos’è la sinistra. Una grande massa di gente la disprezza. Ed è un disprezzo meritato.
Come si possa ripartire da lì, francamente, non capisco. E’ un’inerzia, sono posti da coprire, sono pensioni da raggiungere, sono rapporti personali da conservare. Non c’è molto d’altro.
Dunque ci vuole una nuova visione della politica, dei rapporti sociali, del rapporto uomo-natura. Che prescinda (non che sia contro) da quel modo di fare politica e di vedere la società in cui viviamo. Io chiamo “Alternativa” (senza simboli, senza giaculatorie, senza le parole come  socialismo, comunismo, sinistra). Capisco che, per molti, per gli abitanti dello “zoccolo duro”, è una rinuncia dura da digerire. Ma a loro bisogna spiegare che questo zoccolo è ormai troppo piccolo. A loro bisogna tornare a spiegare che le alleanze si fanno con grandi gruppi sociali e questi – che si muovono nella lotta di classe dei tempi nostri – non si riconoscono in quei nomi, in qui simboli. Anzi: mettere avanti quei simboli, quei nomi, significa precludersi ogni possibilità di sfondare, di parlare a grandi masse. Anche perchè la comunicazione (ecco quello che la sinistra non ha capito) è interamente nelle mani del nemico. Ovvio che a nessuno si può chiedere di cancellare se stesso e la propria storia. Io, prima degli altri, non intendo cancellare la mia. Non lo farò mai. Non credo nelle abiure. Non rifiuto le mie idee di sempre, la mia formazione nel Partito Comunista, la mie letture di Gramsci e di Marx. Ma, mentre difendo il mio stesso passato, la mia cultura, la mia etica, capisco perfettamente che non posso chiedere a milioni di altri, con i quali posso discutere e, come scopro sempre più spesso,  trovare punti d’ intesa, di mettersi sotto bandiere e simboli che non conoscono, che avversano, che non possono accettare perchè sono al di fuori della loro esperienza.
La strada per costruire questa “Alternativa” non sarà né facile né breve.  Ma è l’unica che ritengo percorribile. L’unica che ci consentirà, a noi o , più probabilmente, ai nostri figli, di tornare in corsa. La crisi arriva a grandi passi e non c’è riparo per difendersi. Dobbiamo cominciare a costruirlo con uno sforzo comune della gente che ancora ragiona e che è molta di più di quella che vota a sinistra.
Cordiali saluti

Giulietto Chiesa

1984-Big-Brother

Gaza un anno dopo

gaza

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Per questo io ci sarò a Gaza

talpa con trapanoQuanto sto per scrivere parte da una lettera privata che mi scrisse un amico, Zag, il 4 dicembre 2009, quando si prendeva la briga di dire le sue ragioni dell’assenza dalla Piazza Viola  a Roma il 5 dicembre Per questo io non ci sarò: “Ne approfitto Do, per salutarti e farti gli auguri di passare queste scorcio di festività con famiglia o amici in serenità ( la felicità non ci appartiene e non ci interessa) . Devo scappare  perchè invitato in Palestina a preparare il Natale ai piccoli palestinesi. Non so cosa farò, ne quanto tempo starò via.  Mi raccomando di tenere il presidio sulla rete. E continua a raccontare e a parlarci. Ti leggerò comunque al mio ritorno, non credo in quella terra disastrata se potrò.Zag” … Leggi tutto

“Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 2 – ultimo paragrafo – “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”: l’incubo del Quinto potere

Nel gennaio 2009 l’allora direttore del TG1 Gianni Riotta, oggi al Sole 24 Ore, per attaccare dalle colonne de Il Corriere della Sera il giornalismo partecipativo citò addirittura il Vangelo di San Giovanni116: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce” (Giovanni 3,19). Riecheggiando più che altro l’Apocalisse dello stesso San Giovanni, Riotta arrivò a sostenere che chi sceglie di informarsi attraverso i blog espone a un pericolo mortale i mass media e la democrazia stessa. Per uno dei maîtres à penser del giornalismo mainstream l’opinione pubblica è tale ed esiste solo se filtrata e orientata dai mass media, dai sacerdoti del grande giornalismo, ovvero da una cerchia ristretta, di cui lui stesso fa parte, in grado di garantire gli interessi degli sponsor e della politica partitica. Non esisterebbero dunque altre forme di sviluppo di un’opinione pubblica senza la concentrazione su poche voci deputate a pensare per tutti. Per Riotta gli autori dei blog, se riusciranno (ma è questo l’obiettivo?) a cancellare i mass media, cancelleranno l’opinione pubblica critica e di conseguenza la democrazia stessa.

Riotta, che continua a credere alla veridicità della provetta all’antrace esibita da Colin Powell all’assemblea dell’ONU nel 2003 per giustificare la guerra in Iraq, nonostante già a maggio del 2004 il New York Times abbia fatto ammenda per non aver verificato quella e altre menzogne117, sostiene che “nel caleidoscopio dei siti Internet [la verità] è deformata dallo specchio astuto degli specialisti della propaganda”. Se Riotta ha sicuramente ragione sul fatto che anche in Internet siano attivi professionisti della disinformazione e della propaganda, chi come lui ha governato l’informazione politica del servizio pubblico con la citata impudica logica del panino induce a citare un altro Vangelo, quello di Luca (6,41): “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”.

Secondo la logica tridentina di Gianni Riotta, uguale e contraria a quella di Hewitt che come vedremo di qui a poco non a caso parla del giornalismo partecipativo come di una “Riforma protestante”, solo attraverso i media mainstream e non attraverso i media partecipativi è possibile il dibattito critico, il confronto razionale, l’opinione pubblica, la democrazia. Concorda con lui a distanza Lucia Annunziata, ex-collega di Riotta a Il Manifesto e al Corriere della Sera ed ex-presidente della RAI, che il 15 gennaio 2009 nel corso di una polemica puntata di Anno Zero118, programma televisivo condotto da Michele Santoro su RAI2, affermò che “compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”. Orientare, non informare.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Dunque proprio Internet rappresenta per i papaveri del giornalismo mainstream il pericolo di una rottura del controllo da parte di un’élite selezionata dell’informazione stessa. La posizione estremista di Riotta è molto diffusa, soprattutto tra i giornalisti più compromessi col potere, ma non è del tutto egemone. Più equilibrata è quella del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli che, pur continuando a vedere la centralità del mainstream, non demonizza il giornalismo partecipativo al quale attribuisce anzi un ruolo sinergico destinato a crescere nel prossimo futuro119. In questo contesto il giornalista tradizionale può avere molteplici approcci. Il più regressivo consiste nella negazione o demonizzazione del fenomeno. Sentendosi criticato contrattacca. De Bortoli dà prova di un atteggiamento più positivo, conversazionale, intavolando un dialogo con i lettori/autori, ai quali fin dal 1995 Alberto Berretti e Vittorio Zambardino addossavano “un’inquietante identità ibrida”120. È un dialogo che comporta una propria personale crescita professionale e una rigenerazione partecipativa dei codici del giornalismo tradizionale121. In questo contesto vari paradigmi si modificano: se la verifica delle fonti resta una pietra miliare ineludibile, l’onestà intellettuale e la capacità di mettersi in gioco sembrano caratteristiche esaltate dell’incontro/scontro tra giornalisti tradizionali e lettori/autori che riescono a stabilire relazioni collaborative.

La posizione di de Bortoli, Berretti o Zambardino è più isolata rispetto a quella di Riotta. Lo confermò, tra gli altri, il massmediologo del Corriere della Sera Aldo Grasso quando, dalle pagine de Il Foglio122, disse pubblicamente quello che nei grandi giornali molti pensano. Ovvero che Internet è un incubo (tra l’altro) perché democratizza l’informazione annullando la verticalità e le gerarchie precostituite nelle Vie Solferino. Internet è un incubo perché permette un confronto (teoricamente) alla pari tra idee. Grasso afferma:

“Per millenni la comunicazione è stata verticale: una fonte da cui discendono i fiumi del sapere. L’archetipo è la Bibbia. La Rete fa saltare le gerarchie: il grande scrittore, il grande giornale, vale come il ragazzino che dice la sua, che fa un copia-incolla da un sito all’altro”.

Quello che a molti appare un processo positivo, e che si basa su meccanismi trasparenti di riconoscimento di autorità, per Aldo Grasso, che ritiene il suo punto di vista talmente autorevole da compararlo alla Bibbia, è considerato alla stregua di una catastrofe. Come se fosse un funzionario addetto alla censura della dittatura comunista cinese o un Lord vittoriano contrario al suffragio universale, nella stessa invettiva Grasso arriva a esigere da Google la cancellazione di tutti i blog dai motori di ricerca: “I blog ormai intasano la Rete, è più il tempo che perdi a buttar via le cose inutili prodotte dai blog che il resto. È puro inquinamento”.

Grasso vuole esser certo di poter trovare anche in Rete solo l’informazione prodotta da quelli che considera suoi pari perché, in quanto alfiere della superiorità del giornalismo mainstream e del rifiuto di quest’ultimo a confrontarsi con forme che considera inferiori, pretende di far sparire dalla propria vista tutta l’informazione non omologata e non paludata. È tutta quell’informazione che non discende dall’alto verso il volgo e che non è immediatamente controllabile facendo il solito giro di telefonate.

Quello di Aldo Grasso è solo l’intervento più noto in merito in Italia ma è allo stesso tempo rappresentativo di forme di autoritarismo mediatico largamente diffuse, che potrebbero presto trovare una consacrazione legislativa. Ma Grasso conosce il medium e sa perfettamente valutarne l’importanza. In altri casi il nervosismo dei giornalisti mainstream affonda nell’ignoranza del contesto. All’inizio del 2009 l’editorialista de Il Giornale Geminello Alvi123 lanciò una sorta di anatema contro i blog facendo proprie generalizzazioni, inesattezze e luoghi comuni speculari a quelli che dice di voler condannare:

“Quegli orrori che si chiamano blog sono un nervosismo di insulti svogliati, sfoghi di invidia o meschinità di cui si è felici: luoghi precari insomma, dove la coscienza e l’essere desti sono sospesi. [...] A me invece paiono luoghi di frustrazione e sciatteria, nei quali bisognerebbe io credo vergognarsi di scrivere, e certo non inorgoglirsi di averli creati. Invece c’è tutto un culturame e persino il senso comune a elogiarli, a vedere in essi una forma superiore di informazione e democrazia. Ma quelli che valgono qualcosa sono pochi siti a pagamento nei quali si limitano o si cooptano i partecipanti. Gli altri, la maggioranza, invece amplificano solo dei luoghi comuni e non erudiscono in alcun modo. Infatti chi abbia un qualunque mestiere e lo sappia davvero lo vede subito: sui blog si parla di tutto, ma sapendo ben poco, e informando ancor meno. Il loro fine è in effetti un altro: assecondare qualche frasetta, alla quale l’insulto serve da sfogo e surroga svogliatamente pensieri assenti. E peggio ancora: si sente in questo mai firmarsi col suo vero nome di chi invia messaggi una caduta ulteriore. Sia chi sia, impiegato o signora snob, arrabbiati di destra o sinistra, studenti o professorini: tutti costoro scrivono al riparo dell’anonimato cose che mai si direbbero in faccia. Altra diseducazione. Internet diseduca anzitutto perché solo una persona ch’è già molto colta è in grado di orientarsi nella sua infinità di voci, ma allora non ne ha bisogno. [...] Insomma il blog non è da persone serie”.

Se il blog non è da persone serie sarebbe interessante interrogare Alvi, Grasso, Riotta e magari Lucia Annunziata sul perché, come abbiamo visto nel paragrafo “Un lettore nomade per una stampa in crisi”, la credibilità dei media mainstream sia caduta così in basso. È difficile sapere se Alvi o Riotta abbiano letto dell’impulso nichilista a bloggare del quale parla Geert Lovink nel suo Zero Comments124, ma è comprensibile che il giornalista vestale del proprio ruolo di mediatore unico tra notizia e pubblico veda criticamente tale allargamento della libertà d’espressione e del diritto di critica così come garantito dall’Articolo 21 della Costituzione italiana.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Massimo Mantellini, uno dei più attenti osservatori del giornalismo online nel paese, elenca molteplici casi di nervosi riduzionismi, diffidenze aperte, analisi antipatizzanti125. La realtà è che vent’anni fa il corrispondente del Corriere della Sera dal Brasile poteva scrivere qualunque cosa senza alcun controllo da parte dei lettori. Questi, se stavano in Brasile, non potevano sapere quello che scriveva il corrispondente del Corriere della Sera in Italia. Se invece si trovavano in Italia molto probabilmente non avevano altre fonti per verificare se affermasse o meno il falso. E quand’anche avessero reperito queste fonti, avrebbero potuto condividere le loro informazioni solo con una ristretta cerchia di conoscenti o tentare l’incerto cammino della “lettera al direttore”. Oggi uno, dieci, cento controllori, lettori informati, esperti, appassionati, possono fare le pulci al corrispondente dal Brasile del Corriere e svelarne ignavie, asservimenti, amnesie e manifeste manipolazioni. Se il corrispondente del Corriere dal Brasile afferma il falso o nega informazioni il suo Quarto potere trova oggi un Quinto che lo controlla.

Rispetto al fiorire di un giornalismo alternativo nel quale non esiste alcun sistema di cooptazione possibile, nessuna redazione che ti sceglie o rifiuta i pezzi, nessun ordine professionale né esame di stato e spesso nemmeno la necessità di far quadrare i conti, la reazione naturale del giornalismo ufficiale è trincerarsi. Anna Masera de La Stampa, citata da Mantellini, bolla: “Proliferano i diari online, sono uno status symbol, ma di fatto esprimono solo un inutile e noioso trionfo dell’io”. I diari adolescenziali online sono un calcio d’angolo nel quale si rifugia chi tenta di cancellare la realtà di centinaia di siti che fanno giornalismo in un contesto di differen- te interpretazione basato su un sistema orizzontale di valutazione dell’autorevolezza che coprono palesi buchi del giornalismo e sono letti nell’insieme da milioni di lettori.

Lo dimostrò il fatto che il blog del cooperante Vittorio Arrigoni126, probabilmente l’unico cittadino italiano residente a Gaza durante l’attacco israeliano del dicembre 2008-gennaio 2009, passò, secondo le rilevazioni di Blogbabel, da oltre il centesimo al primo posto tra quelli più letti in Italia superando anche vacche sacre del mezzo come Beppe Grillo. Ai media tradizionali, che non vollero o poterono “vedere per raccontare” Gaza, il pubblico degli inclusi rispetto al divario digitale dimostrò di essere perfettamente capace di orientarsi e rintracciare in rete informazione alternativa a quella negata o travisata dai media tradizionali. A un mainstream omologato o disattento il caso Arrigoni testimoniò che la mancanza di equilibrio dell’informazione tradizionale porta una quota consistente di pubblico a cercare un immediato riequilibrio nel giornalismo partecipativo. Quest’ultimo in quel momento prese il nome del cooperante italiano Vittorio Arrigoni ma prima e dopo ha preso e prenderà quello di un altro pulviscolo della nebulosa informativa in un sistema di attribuzione di autorevolezza continuamente in costruzione.

Nel giornalismo ufficiale un redattore del Corriere della Sera è più importante di uno del Corriere Adriatico. Tale gerarchia è sostanzialmente immutabile indipendentemente da chi dei due giornalisti sia più rigoroso, scriva cose più interessanti o sia professionalmente più capace. Nel mondo del giornalismo personale chiunque può scrivere e pubblicare, senza cooptazioni. Se qualcuno capita su un sito e lo ritiene interessante comincerà a linkarlo. Quante più persone linkeranno quel sito tante più occasioni di avere lettori si svilupperanno. È difficile affermare in buona fede che blog con varie migliaia di lettori al giorno per anni possano essere solo “un inutile e noioso trionfo dell’io”. Nella peggiore delle ipotesi tale “inutile e noioso trionfo dell’io” può applicarsi alla vanità di alcuni editorialisti dei grandi giornali, spesso imposti a vita ai lettori da sponsor politici ed economici. Ai lettori di blog invece nessuno impone nulla. Se smetterai di scrivere cose utili, interessanti, credibili, le persone smetteranno di leggerti e di linkarti rapidamente. Sic transit gloria blogging.

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Forse è naturale che il giornalismo tradizionale veda come fumo negli occhi il giornalismo che fiorisce in Internet e che in questa sede definiamo “giornalismo partecipativo”. Forse è naturale che sia così visto che là fuori, nell’oceano mare di Internet, vi sono milioni di intelligenze, piene di quella curiosità per il mondo che ci circonda che dovrebbe essere alla base del mestiere giornalistico. Coscienze, soprattutto, libere di pensare con la propria testa. Sono intelligenze che spesso sperimentano per il gusto di sperimentare, che fanno ricerca pura laddove le testate commerciali non possono che fare ricerca applicata. E, come nella vita accademica, chi fa ricerca applicata spesso la svolge con risorse funzionali volte al raggiungimento di un beneficio economico a breve termine.

Sembra addirittura che la Rete, che quasi in ogni altro ambiente viene comunemente rappresentata come un mare di opportunità e di futuri sviluppi127, solo in parte già palesati nel trentennio appena trascorso, faccia porre agli editori una e una sola domanda: come può farmi risparmiare soldi? Risparmiare piuttosto che guadagnare. Risparmiare per esempio precarizzando e pagando sempre meno giornalisti sempre più flessibili e ricattabili, piuttosto che saper pensare un modello nuovo che nasca online ma che restituisca al giornalismo almeno parte della credibilità perduta. Perché questo è il punto: se la fiducia del pubblico nei media è crollata e sta crollando da ben prima di Internet, come testimoniano i dati analizzati in questo capitolo, non è colpa della maledizione tecnologica dell’invenzione della Rete ma anche del fatto che l’informazione si è piegata al modello non solo come garante di interessi economici ma anche come organizzazione del lavoro.

Con la pistola puntata dei bilanci ha ristrutturato tagliando dipendenti e facendo lavorare peggio i sopravvissuti. Ciò ha avuto contraccolpi gravi sulla qualità del prodotto giornalistico già di per sé omologato tra sempre meno fonti e sempre meno pilastro della vita democratica. Ciò ha innestato una spirale che abbiamo cercato di mostrare in tutto questo capitolo per la quale il giornalismo di minor qualità non conquista nuovo pubblico a minore scolarizzazione ma ne perde in tutte le fasce, comprese quelle che hanno sempre letto i giornali. Così, come sostengono tra gli altri Beha, Bergamini, Furio Colombo, il giornalismo rischia di divenire prescindibile. Alzi la mano chi tra i lettori forti non sta spostando sempre più le proprie abitudini di lettura dal cartaceo all’online e non viva sempre più stancamente il rituale del passare dal giornalaio la mattina.

Al momento il mondo dell’editoria e dei media tradizionali, con eccezioni nel campo dei servizi, si pensi al print on demand, nonostante sia sbarcato in Rete ormai da tre lustri (un tempo lungo o brevissimo?), è in grande misura ancora pensato per la comunicazione del XX secolo. Soprattutto per l’innovazione rappresentata da Internet spesso percepisce ancora di avere innanzitutto da perdere posizioni oligopolistiche prima di poterne guadagnare di nuove. La forza trainante dell’informazione del XX secolo allora, quella che spinge l’innovazione e il cambiamento, entrambi sia sul piano tecnologico che dei contenuti, è la diffusione di media nati e pensati in Rete e per la Rete, commerciali e non. La trasformazione di Internet stessa in una piattaforma, il cosiddetto Web 2.0, che però come vedremo nel prossimo capitolo è un’evoluzione di un imprinting già chiaro nella comunicazione digitale, le reti sociali (con la loro conversazione continua da Facebook a Twitter a Friendfeed) e il fenomeno, venuto per restare, dei media personali, spesso noti come blog ma che non sono riassumibili solo con questo termine. Liberi cittadini che hanno qualcosa da dire, che finalmente possono farlo in conflitto, competizione, sinergia con i media tradizionali. Che questi ultimi lo vogliano o no.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

La “fine del giornalismo”?

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Capitolo 1 – secondo paragrafo – La “fine del giornalismo”?

Non è stato il calore al fosforo bianco del conflitto iracheno a far regredire il giornalismo delle più grandi democrazie del mondo a una categoria che in qualche caso confina con quella di “stampa di regime”. Per stampa di regime non si intende un sistema classico di censura ma un sistema inattaccabile di reciproci favori e convenienze, in genere più lecito che illecito, ma ugualmente riprovevole e impoverente per il giornalismo. Oliviero Bergamini6, nel suo La democrazia della stampa, denuncia un processo che potrebbe addirittura portare alla “fine del giornalismo”. Aggiunge Furio Colombo dalle pagine de L’Unità7:

“Con l’immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile [...]. Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete”.

I giornali e i giornalisti sogliono parlare della crisi del loro settore analizzando soprattutto il breve termine, evitando di guardare all’interno dei giornali e cercando cause esogene, incolpando spesso Internet e la sua apparentemente irredimibile gratuità. È una maniera per non guardare in faccia alle cause endogene di una crisi di lungo periodo della professione e dell’informazione in generale. Il giornalismo evita così di fare i conti con i quattro fattori, le quattro forze profonde e di lungo periodo che lo stanno minando dall’interno.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il primo fattore è che è in atto un processo che ha assoggettato l’industria editoriale a quella parallela (ma diversissima) della pubblicità. È una cessione di sovranità che trasforma i giornali, e ancor più i TG, in contenitori di spot inframmezzati da notizie scelte meticolosamente tra quelle funzionali agli interessi degli investitori8. Se il giornalismo è sempre più spesso percepito come cinghia di trasmissione di interessi terzi, la perdita di credibilità della professione è una conseguenza non fortuita. Evidentemente ha ragione Furio Colombo quando dice che dei giornalisti in quanto tali non c’è più bisogno.

Il secondo fattore è la ristrutturazione del mercato del lavoro anche giornalistico, determinata dal modello economico vigente. La conseguenza visibile è stata l’aumento del numero di addetti: in Francia sono triplicati dal 1960 al 2000, in Italia sono quadruplicati negli ultimi quarant’anni9. Ciò è però avvenuto in un contesto di crescente precarizzazione, impoverimento culturale e proletarizzazione del giornalismo. In Francia è stato coniato un neologismo: proNétariat10, il proletariato digitale, vale a dire i lavoratori cognitivi coscienti della loro condizione di sfruttamento.

Il terzo fattore coincide con l’avvento di Internet, il nuovo medium con cui l’intera professione giornalistica è costretta a confrontarsi ridefinendo le proprie pratiche lavorative. Infine c’è la crisi, probabilmente irreversibile, del modello economico della carta stampata che da anni perde sistematicamente lettori e investitori, mentre anche televisione e radio così come le abbiamo conosciute nel Novecento attraversano un periodo di grande difficoltà. Tutto questo, come vedremo nel dettaglio, ha cambiato radicalmente, e in peggio, la professione giornalistica, ma soprattutto ha stritolato e postergato l’esigenza di un’informazione di qualità. Riferendosi al caso italiano, lo sostiene con chiarezza il vicesegretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Guido Besana11:

“Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale. Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. […] Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste [del giornalismo dei decenni scorsi], che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero. Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità”.

Tiziano_Terzani Il quadro tracciato da Besana non riguarda solo l’Italia. Nel mondo globalizzato il paradosso è che il giornalista professionista, per meri motivi di tempo e di bilancio, viaggia sempre meno, vede sempre meno con i propri occhi, anche se evita di ammetterlo, e sempre più spesso ha un background culturale inadeguato. Se bisogna coprire da lontano le elezioni nello Zimbabwe, chi lo dice che Nairobi sia meglio di Roma per raccontare Harare? I tempi di Ryszard Kapuściński12, che girava l’Africa permanentemente, o di Tiziano Terzani che viaggiava per l’Asia via terra13, appaiono definitivamente tramontati.

Oggi sono pochi i Robert Fisk14, giornalista del britannico The Independent, a poter stare di stanza a Beirut e consumare scarpe da Baghdad a Gerusalemme facendo un salto ogni volta che serve ad Amman o a San Giovanni d’Acri.

Non è un dettaglio l’esserci o meno e in particolare l’esserci con la cultura, il rispetto e la sensibilità di un grande inviato. Un Ryszard Kapuściński o un Robert Fisk si sono permessi un lavoro metodico di documentazione e indagine, di approfondimento storico e politico riguardo a quelli che vengono regolarmente stuprati dalla grande stampa ed etichettati come inspiegabili “conflitti dimenticati” e “guerre tribali” scatenati da un selvaggio e irrazionale odio etnico15. C’è tutta la differenza tra il vedere per raccontare e il descrivere le guerre coloniali come battaglie tra bianchi belli, buoni, coraggiosi e leali, da una parte, e selvaggi crudeli, fanatici e inclini al tradimento, dall’altra.

Ma se troppi articoli su un avvenimento nella striscia di Gaza sono scritti da qualcuno che sta a Roma o a Los Angeles e che a Gaza non è mai stato e probabilmente sa poco del conflitto israelopalestinese, la conseguenza è che il giornalista, per quanto bene intenzionato, non informa più. Al contrario comunica un’idea di mondo probabilmente standardizzata e sclerotizzata su luoghi comuni, fonti ufficiali o considerate autorevoli sulla fiducia e sotto l’influenza di portatori d’interessi politici ed economici. In tale visione di mondo, costruita da lontano su fonti di terza e quarta mano e su agenzie spesso altrettanto superficiali ed affrettate, la realtà, le cose come avvengono, gli avvenimenti come possono essere verificati andando materialmente a Gaza, Londra o L’Avana, non possono più sorprenderci. Ma se la realtà non viene materialmente verificata, finisce per essere oscurata dalla visione di mondo standardizzata della cultura di appartenenza del giornalista, della testata e del complesso mediatico-industriale. I fatti stessi divengono così non un’opportunità per parlare di un tema o per realizzare uno scoop ma un rischio da evitare. Così il giornalista non è più chiamato a formarsi un’idea sul campo, ma solo a interpretare la realtà attraverso i propri schemi mentali. Così i fatti non sono più quelli che si sono verificati ma quelli che si suppone che debbano essere e che sono altro rispetto alla realtà. Tutto ciò in un contesto dove, come sostiene Besana, all’accuratezza si sostituisce l’approssimazione e alla verifica delle fonti la corrività.

Conseguenza di tale processo è il rafforzarsi di un sempre più schematico, semplificato e avvilente “pensiero unico”, secondo l’espressione coniata da Ignacio Ramonet nel 199516, che filtra la realtà stessa accomodandola all’ideologia dominante.

Quanto conoscono del mondo un precario o un freelance che prende una miseria? Quanto viaggiano anche i ben pagati inviati e editorialisti delle maggiori testate? Anche al tempo dei voli low cost, molto meno che in passato. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù senza essere mai stati a Timbuctù. E tra un’ora staranno già scrivendo di Kabul o di Mumbai o più probabilmente di Londra e New York. Questi giornalisti hanno un vantaggio o uno svantaggio competitivo rispetto a uno studioso di Africa che voglia scrivere, magari sul suo blog, di quel remoto avvenimento a Timbuctù? Si dirà: ma anche il cittadino mediattivo, il blogger, non va sul posto! Non sempre è vero. Inoltre proprio il giornalismo tradizionale ha dimostrato di saper approfittare dell’uso che nel giornalismo partecipativo si fa di strumenti come Twitter, Facebook o YouTube, demonizzati o ignorati nella maggior parte dei casi, esaltati in altri. La morte della giovane Neda Soltan a Teheran il 20 giugno 2009, assassinata durante le proteste seguite alle elezioni dei giorni precedenti, ripresa col cellulare da un anonimo iraniano e ritrasmessa via Internet, fu riproposta abbondantemente dai media tradizionali ed è divenuta un simbolo sia della rivolta in Iran sia della capacità di Internet di supplire ai limiti del giornalismo tradizionale, impedito nel testimoniare i fatti (secondo i giornali stessi) dalla censura e dalla repressione del regime. Andando più indietro, dall’invasione dell’Iraq del 2003 e per molti mesi a seguire, la grande stampa internazionale si appoggiò spesso a un blogger di Baghdad, Salam Pax17, i testi del quale erano disponibili per tutti in Rete. L’uso stesso da parte dei media dei casi di Neda Soltan e Salam Pax testimonia in forme diverse come i giornali perdano ogni vantaggio competitivo rispetto a uno studioso motivato, esperto, colto, spesso titolato, che può, attraverso la Rete, analizzare in tempo reale, incrociare informazioni e pubblicare il proprio lavoro senza mediazioni né condizionamenti.

Ci torneremo sopra. Certo è che il giornalismo è sempre meno reportage e in particolare gli editoriali sono per definizione un lavoro di riflessione e commento (svolto in redazione o meglio nella casa di chi firma) che esprime la linea politica e ideologica del giornale stesso sul tema del giorno, esattamente come fanno molti blogger che dicono la loro sui temi dell’agenda giornalistica generale. In conclusione: de te fabula narratur.

Ma ciò che conta è la materialità ineludibile dei cambiamenti. Nel 1835 a Parigi Charles Luis Havas aveva fondato la prima agenzia di stampa, l’Agenzia Havas, che per oltre un secolo avrebbe mantenuto una posizione dominante in Francia. Nel 1846 oltreoceano cominciò a funzionare l’Associated Press. In Europa Havas fu seguito dalla Wolff a Berlino nel 1849, per la quale lavorò il giovane Paul Julius Reuters che nel 1851 si rese indipendente a Londra. A Torino nel 1853 Guglielmo Stefani fondò l’agenzia omonima che per novant’anni sarebbe stata l’agenzia di stampa italiana per antonomasia18.

Per almeno tre motivi, dal tempo di Guglielmo Stefani, Charles Havas e Paul Reuters a oggi tutto è cambiato nel mondo del giornalismo salvo che la centralità delle agenzie di stampa. In primo luogo queste permettono al giornalista di allontanarsi dalla notizia, ovvero svolgono un ruolo di mediazione tra notizia e giornalista, che a sua volta è mediatore tra agenzia e pubblico. In secondo luogo, creano la prima forma di concentrazione e di oligopolio nella scelta delle notizie che fino a metà Novecento è stata nelle mani della triade Havas, Reuters, Associated Press per poi evolversi in un oligopolio che vede oggi France Press al posto di Havas, fermo restando che le prime cinque agenzie al mondo continuano a produrre il 70% del mercato globale di notizie.

In terzo luogo, fino a ieri, le agenzie sono state a disposizione del solo giornalista e non del pubblico. Quest’ultimo, senza la mediazione del primo, semplicemente non aveva modo di essere informato. L’immagine del giornalista attaccato alla telescrivente è parte della mitologia novecentesca della professione. È attraverso tali strumenti che le notizie più importanti dell’età contemporanea hanno fatto il giro del mondo.

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Con l’avvento di Internet le agenzie sono diventate disponibili, in tempo reale o quasi, per tutti. Pochi minuti dopo l’occhio attento può riconoscere frammenti delle agenzie originali dell’ANSA, dell’EFE, della DW, della Reuters, di AP in molteplici fonti. Siamo nell’epoca del copia e incolla e i giornalisti chiusi nelle redazioni spesso copiano anche le virgole. Vi sono costretti perché non sono in grado di aggiungere altro, e non è più loro richiesto di approfondire e contestualizzare il lancio, ma soprattutto lo fanno per arrivare un minuto prima nella catena di montaggio mediatica. Non è tutta colpa loro. La filosofia industriale del just in time, l’ideologia della riduzione di tempi e costi fa premio su tutto19 e in particolare, come vedremo, condiziona il giornalismo online dove il tempismo è considerato di gran lunga più importante dell’accuratezza. La pagina bianca, anche quella digitale, va coperta subito, importa sempre meno come.

La maniera in cui i media hanno seguito il conflitto iracheno è un esempio di come il giornalista tradizionale, al di là di ogni considerazione di natura politica, sia sempre meno padrone delle fonti.

Visti i rischi, indecifrabili ma elevatissimi, che correvano gli inviati sul posto, la stampa occidentale ha dovuto accettare di raccontare l’Iraq senza vederlo. E non lo ha fatto per una guerra dimenticata20 o per un’incomprensibile (agli occhi occidentali) tragedia postcoloniale del Sud del mondo. È stata costretta ad abbandonare il teatro di un conflitto chiave che da due anni riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ci si era andati molto vicini appena dieci anni prima, durante la guerra civile algerina. Per buona parte degli anni ’90 la situazione in questo importante paese del Nord Africa a ridosso dell’Europa fu talmente sinistra che l’unico medium occidentale a mantenere continuativamente un corrispondente da Algeri fu El País. Di mese in mese Jesús Ceberio21, il direttore del quotidiano madrileno, si trovò a fare i conti con una decisione difficilissima da prendere, che metteva a repentaglio la vita dei propri corrispondenti, ma rispondeva alla deontologia di un giornalismo vecchio stile: abbiamo il dovere di esserci a qualunque prezzo per raccontare. Chissà se oggi Ceberio sarebbe ancora dello stesso avviso.

Nel caso iracheno il giornalismo fu indotto ad abdicare e si limitò per lungo tempo a compilare di seconda mano l’informazione sulla guerra del Golfo. Si arrangiò interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, oltre 300 dei quali persero la vita, quello di televisioni arabe come Al Jazeera o Al Arabiya, che ruppero il monopolio informativo occidentale e che per questo furono accusate di intelligenza col nemico. Oppure utilizzò il punto di vista del Pentagono confezionato nella zona verde di Baghdad. Quest’ultima fonte fu spesso considerata obiettiva (a torto, oggi che perfino George W. Bush si è scusato per aver creduto alle informazioni false e tendenziose fornite dai propri servizi segreti22) da redazioni di TG e quotidiani dove l’uso del modo condizionale è sempre più raro.

La sparizione del condizionale, ancor più di quella del congiuntivo, è un sintomo sia dell’impoverimento culturale, che impedisce anche a chi lavora con le parole, come i giornalisti, di usare una lingua ricca, sia della tendenza a considerare alcune fonti ufficiali come oggettive senza prendersi l’impegno di verificarle. Si tratta di una pratica disdicevole ma comoda per due motivi: si evita la fatica di verificare e non si rischia di entrare in conflitto con interessi potenti. Tutto questo fa parte di una logica di news management verso la quale Manuel Castells usa parole durissime affermando che “la copertura della guerra è stata caratterizzata dalla parzialità discorsiva23 […] dalla disinformazione alla mistificazione”. Castells scrive a ragion veduta di disinformazione e mistificazione.

Donald Rumsfeld Continuando con l’esempio della guerra in Iraq, il “Rapporto Waxman”24, redatto da una commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, già nel 2004 rendeva pubblico un elenco verificabile di 237 affermazioni dimostrate come false pronunciate dal presidente George Bush, dal vicepresidente Dick Cheney, dal ministro della difesa Donald Rumsfeld, dal segretario di stato Colin Powell e dalla consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice. L’uso sistematico della menzogna per giustificare la guerra in Iraq, che trovò connivente una parte preponderante della grande stampa, decisiva nel formare l’opinione sulla guerra di decine di milioni di statunitensi e centinaia di milioni di persone nel mondo, è la forma parossistica di una malattia oramai generalizzata.

L’attività nelle redazioni, che in maniera morotea potremmo definire parallela e allo stesso tempo convergente con quella dei migliori blogger (confrontarne il lavoro è argomento centrale in questo libro), si trasforma sempre più da quella di cacciatrice di notizie (andare a vedere) in quella di analista di informazioni, spesso disponibili in Rete a chiunque abbia le competenze per procacciarsele. Il più competente, quello capace di fare le migliori analisi, può ancora essere il giornalista, ammesso che sia specializzato sui temi dei quali scrive e gli venga concesso il tempo necessario per produrre analisi accurate. Ma è una competizione sempre più difficile da vincere. Quando chi scrive lavorava a El País, a Madrid, era bello poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano in pochi secondi una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento, era la metà degli anni ’90, quel grande giornale non aveva ancora un proprio sito web. In tutta la redazione c’era un solo computer collegato alla Rete, in dial-up, su centinaia di terminali disponibili. Nonostante usassi già da tempo Internet, i dati che poteva fornirmi l’ufficio documentazione, proprio sotto l’open space della redazione, potevano ancora essere reperiti (almeno in tempi giornalisticamente ragionevoli) solo se lavoravi per un grande giornale. Pochissimi anni dopo, con la Rete, i grandi giornali avevano già perso la maggior parte del vantaggio competitivo rispetto a milioni di utenti in grado di usare Internet come un enorme ufficio documentazione e di filtrarne e interpretarne criticamente i dati. In tale competizione il cittadino mediattivo25, se è bravo e intelligente, si cimenta sui temi che lo stimolano, si specializza in cose sulle quali è preparato, mentre il giornalista deve dedicarsi agli argomenti dettati dalle esigenze di redazione. In queste condizioni è facile trovare chi abbia competenze e professionalità tali da mettere sotto scacco i mass media producendo un’informazione indipendente sostenibile e giornalisticamente ineccepibile. Inoltre il concorrente del giornalista costruisce la propria autorevolezza in maniera non tradizionale basandola su sistemi di valutazione tra pari e non sulla cooptazione, che ne minerebbe l’indipendenza, e spesso è più specializzato del giornalista nel campo specifico.

Anche se affidare tutta l’informazione allo spontaneismo è probabilmente un’utopia irrealizzabile e forse indesiderabile, in termini di credibilità rappresenta un vantaggio non da poco per il blogger sul giornalista. Inoltre, come vedremo nei prossimi paragrafi, il mainstream è condizionato dal suo stesso enorme potere. Se da una parte appare onnipotente nella misura in cui può scegliere su cosa l’opinione pubblica debba essere informata e su cosa debba rimanere all’oscuro, allo stesso tempo si presta a essere criticato proprio per tale arbitrarietà.

Un esempio tipico è quello dei talk show politici. Vi sono molte maniere per umiliare le competenze di un esperto e far apparire tutti i gatti bigi. Facciamo l’esempio di Porta a Porta e di Bruno Vespa26, che il giorno della condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, per estorsione in associazione col boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, dedicò l’ennesima puntata al pigiama dell’infanticida di Cogne, Anna Maria Franzoni.

Quando Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta su un tema connesso, per esempio, col revisionismo storico o la genetica, in genere invita un solo storico o genetista serio e titolato a parlare di quell’argomento. Inoltre riempie il salotto di varia umanità, pubblicisti che si pubblicizzano, ospiti felici della comparsata e del gettone di presenza, e politici spesso tendenziosi o ideologici o semplicemente impreparati. Tutti vengono messi su un piano di parità, il che significa azzerare l’autorevolezza per livellare tutto, lo studio di una vita come la chiacchiera da bar.

Sarebbe poco interessante parlare di Porta a Porta, non fosse che milioni di italiani si fanno un’idea su temi cruciali guardando trasmissioni dove tra un accavallare di gambe in minigonna (che testimonia anche l’eterno immaginario maschilista della produzione), un po’ di psicologia spiccia, qualche tuttologo e vari politici che si posizionano alzando la voce, il punto di vista di tali soggetti può essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che alla genetica o alla Resistenza hanno dedicato una vita di studio.

Se in televisione, ma anche sui giornali, è sempre possibile tergiversare, in Rete accade un processo diverso. Quella digitale è un’informazione rivolta a un pubblico più selezionato ma la coerenza, la preparazione, l’autorevolezza non sono vittime dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’informazione propri del mezzo televisivo. Beninteso: anche la Rete è piena di cialtroneria ma la parola di un fisico nucleare, quella di un docente universitario esperto di risparmio energetico, oppure di un missionario da vent’anni in Africa non possono essere eluse: può essere restituita loro voce e possono veder riconosciuta la loro autorevolezza.

Nella forma della comunicazione in Rete, infatti, l’utente che cerca informazioni sull’energia nucleare andrà dritto al sodo. Così l’accavallamento di gambe o il politico iracondo che elude la domanda risultano totalmente decontestualizzati e perciò fuori gioco. Al contrario l’autorevolezza dell’esperta o dell’esperto, che il giornalista in TV sa ingabbiare, può essere finalmente fatta valere rispetto al programma televisivo organizzato per presentare una verità edulcorata ed elusiva. Tale modo di comunicare ha presto abbattuto distanze e barriere sociali (magari per erigerne altre rispetto al divario digitale) e ha rappresentato la cifra della Rete fin dall’inizio.

Per oltre un secolo il giornalista tradizionale aveva pensato di avere dalla sua l’autorevolezza, il controllo monopolistico sulle agenzie di stampa, la capacità di accedere a fonti privilegiate, la possibilità di intervistare i protagonisti, il mestiere, il fatto di dedicarsi a tempo pieno al tema in cui era specializzato e la possibilità di viaggiare per verificare con i propri occhi. Ciò rendeva il giornalista, e ancor più l’inviato, un vero sacerdote dell’informazione, un pontefice in grado di mediare tra la notizia e il pubblico. Nell’arco temporale di una generazione la trasformazione neoliberale già in corso del lavoro giornalistico, unita all’irruzione della Rete, ha spogliato il giornalista sacerdote della maggior parte dei suoi paramenti sacri.

Solo un paio di decenni fa era difficile per molti sindacare su quanto scrivevano i grandi inviati, Mimmo Candito, Ettore Mo, Bernardo Valli, di ritorno da un viaggio in uno scenario lontano. In pochi anni quel vantaggio che appariva incolmabile si è quasi azzerato.

Per un’intera generazione le scritture-agenzie sono a disposizione di milioni di persone in tempo reale. Non tutte queste persone, ma molte di loro, hanno la capacità di analisi e le competenze per interpretare la valenza delle agenzie senza alcuna forma di sudditanza nei confronti dell’editorialista di un grande quotidiano.

Alcune persone, tramite un semplice blog o iniziative editoriali più complesse, oppure in maniera estemporanea ma capace di raggiungere tutto il mondo, come ha testimoniato il 20 giugno 2009 l’anonimo iraniano che ha ripreso e ritrasmesso su YouTube la morte di Neda Soltan, la ragazza assassinata dai Basiji mentre manifestava contro il regime, fanno informazione in Rete, ponendosi in concorrenza per qualità ma anche per tempismo con i media tradizionali. Di conseguenza il giornalista tradizionale, già in parte vittima e in parte complice di una professione che cambia in peggio, perdendo il controllo sulle fonti cessa di stare al centro dell’informazione. Estremizzando il discorso del quadro nerissimo tracciato da Guido Besana o la “fine del giornalismo” evocata da Oliviero Bergamini o Furio Colombo, il giornalista in futuro potrebbe anche essere prescindibile, saltato a piè pari da chi è in grado di procurarsi da solo informazioni in Rete e rimpiazzato da propagandisti-comunicatori strapagati affiancati da manovalanza non autonoma e precaria per il resto del pubblico.

Senza interesse a ragionare su apocalittici scenari futuri, già oggi è stata ridisegnata e demistificata la via lattea dell’informazione. Almeno per chi è in grado di muoversi in Rete e di confrontare opportunamente fonti diverse, la salvezza dell’informazione sta nella modificazione dei criteri di attribuzione di autorevolezza. Questa smette di essere basata sulla verticalità, sul fatto che il tal informatore sia considerato autorevole solo perché qualcuno lo ha cooptato a lavorare per un medium ufficiale o vicino alle nostre idee. Al contrario, in un sistema di lettura delle notizie basato sul confronto di diverse fonti, l’attribuzione di autorevolezza diviene orizzontale e le competenze di un giornalista sono sotto verifica giorno per giorno e articolo per articolo indipendentemente dal medium per il quale scrive.

Accettare tale ridisegno sarebbe un fattore di arricchimento sia della dialettica democratica che dell’informazione. Il cittadino mediattivo confronta e sceglie continuamente aumentando in maniera proporzionale la propria coscienza critica rispetto ai media, alla cucina dell’informazione, alla capacità di comprenderne la meccanica. Ciò lo porta a muovere in direzione della riappropriazione dell’informazione come bene comune, lo rende più sensibile alla disinformazione e più portato a svelarla, rivelarla e a criticarla.

E anche se rivelandola o criticandola non è detto che abbia (sempre) ragione, avrà compiuto comunque un passo nella direzione di una maggiore consapevolezza.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

L’Honduras resiste

Aggiornamento sulla situazione in Honduras al 29 settembre.
Attraverso alcuni canali informativi dell’America latina, mainstream e alternativi, cerchiamo di capire qualcosa di più.
L’ambiguità dell’amministrazione USA. La doppia faccia di Micheletti. Chi e cosa c’è dietro?

Dal quotidiano peruviano La República apprendiamo che

Reprimono gli honduregni con i gas della polizia peruviana.
23/9/09 – La polizia del regime di fatto di Micheletti in Honduras usa i lacrimogeni per reprimere la popolazione che respinge colpo di stato e sostiene Manuel Zelaya. In ciò non ci sarebbe nulla di strano, se non per il fatto che questi gas provengono dal Perù. Il ministero degli Interni avrebbe dovuto spiegare come questi gas possono venire in Honduras se appartengono alla polizia peruviana.
In un
video si vede chiaramente (a 1 min. 30 secondi) che l’etichetta sul lacrimogeno riporta: Polizia Nazionale del Perù.

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Attività per la libertà della Palestina in Argentina. Una lotta colpita dalla repressione. Intervista

Come compagni delle Brisop (Brigate per la solidarietà e per la pace) abbiamo intervistato il compagno Dario, di Buenos Aires, venuto in Italia per intervenire al campo estivo organizzato a Viareggio dall’Unione democratica arabo-palestinese.

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99 Posse da Brindisi e per Gaza, era il 19 settembre 2009 e Vik scriveva…

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Il messaggio che accompagna il video dei 99 Posse a Brindisi,19 settembre 2009,  dice: “C’era la finanza con i cani antidroga. Non m’era mai capitato a nessun concerto”.

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Una road map di letture per la pace

ImmagineParafrasando un recente post di Paola Caridi, non sono esente dalla malattia del voler affermare la mia verità sul conflitto israelo-palestinese: prendo spunto dalla notizia dell’autorizzazione concessa da Netanyahu a favore dei coloni israeliani per circa 500 nuovi insediamenti abitativi in Cisgiordania, nonostante le riserve espresse sia dagli USA che dall’Europa.

Credo che chiunque sia onestamente intenzionato al raggiungimento della pace in Palestina dovrebbe considerare come principale ostacolo a questo traguardo l’ininterrotto processo di occupazione dei Territori palestinesi da parte dei coloni israeliani. Non è che consideri trascurabili le responsabilità palestinesi: nella definizione della road map, venivano loro richiesti l’abbandono della violenza terroristica e l’avvio di riforme in senso democratico. (Al proposito segnalo un paio di articoli di Foreign Affairs che analizzano i progressi, ma anche le difficoltà, di Hamas nel farsi partito capace di governare con sempre maggiore efficienza, oltre che con maggiore senso democratico e meno condizionamenti ideologici. Per quanto mi riguarda, devo ancora affrontare la necessaria lettura di “Hamas”, di Paola Caridi.)

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Meditate che questo è stato (Primo Levi)

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Oggi, 1° settembre, è stato il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia, il primo vagito della seconda guerra mondiale, probabilmente l’esperienza bellica più devastante dell’intera storia del genere umano, non solo per l’altissimo numero di morti, militari e soprattutto civili, ma per la tipologia, la natura, la quantità dei massacri, degli eccidi, dei crimini contro l’umanità.

La seconda guerra mondiale ha coinciso con l’accelerazione dei progetti di sterminio del popolo ebraico da parte di Hitler. Ha visto affermarsi l’uso su larga scala dei bombardamenti a tappeto contro obiettivi civili, una pratica inaugurata nel ’36 in Spagna dai nazifascisti e replicata negli anni ’40 tanto dall’aviazione tedesca, quanto da quella alleata. Ha visto succedersi gli eccidi di civili, passati per le armi in risposta alle azioni dei partigiani. Si è conclusa, infine, con gli unici bombardamenti atomici mai condotti, nella storia, contro bersagli umani.

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L’ingiustizia dell’occupazione non costa nulla agli Israeliani

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Più americanista degli americani: un PD che, così, è senza futuro

Ormai è del tutto evidente che il contingente italiano in Afghanistan, ripetutamente sotto attacco negli ultimi giorni, stia compiendo vere e proprie operazioni di guerra contro l’esercito talebano e che questa guerra (il vocabolo "missione di pace" è ormai sparito anche dai discorsi di La Russa) non serve affatto alla sicurezza del popolo italiano, e, come ha confermato anche l’ex  Capo di Stato Maggiore del comando NATO Fabio Mini (L’Unità, 28 Luglio), "il terrorismo che si combatte in Afghanistan non è più quello né di Al Qaeda né della Jihad islamica (sempre che lo sia mai stato, fatto discutibile se si considerano gli scarsi risultati ottenuti, ad esempio, nella caccia ai "latitanti" Bin Laden e Mullah Omar, ndr). Le forze contrapposte in Afghanistan non sono in grado di portare alcuna minaccia al nostro sistema".

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Dopo «Piombo fuso» Gaza muore di sete e di malattie

Disegno di Carlos Latuff
Pubblico volentieri questo appello delle Ong italiane all’Unione europea in aiuto a Gaza, vittima oggi – dopo i bombardamenti del dicembre e gennaio scorsi che hanno ucciso indiscriminatamente più di 1400 esseri umani – dell’embargo israeliano che impedisce la ricostruzione (20mila le abitazioni distrutte e mai ricostruite per mancanza di materiali) e persino l’accesso nella Striscia della quantità di aiuti umanitari necessaria a garantire la vita di un milione e mezzo di persone.
Come si vive a Gaza è documentato
da alcune immagini della Croce rossa (lo dico anche per quelle persone che di solito storcono il naso e parlano di «propaganda anti-israeliana», se non addirittura di antisemitismo, quando si cerca di denunciare il massacro). Le trovate nel blog LogicoKaos, pubblicate da Audrey. In Gran Bretagna sono state messe online sul sito della BBC; non mi risulta che in Italia la Rai abbia fatto altrettanto.

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