giovedì 11 marzo 2010, 23:18

Gli articoli con tag: " Freedom House "

Perù-Venezuela. Stranezze della libertà d’espressione

15210_1 Un giorno sì e l’altro pure i nostri media si dicono preoccupati per la libertà di espressione in Venezuela. Per mesi hanno seguito con trepidazione la vicenda di una televisione, RCTV, che, nonostante abbia attivamente partecipato ad un colpo di Stato, quello dell’11 aprile 2002, ha trasmesso liberamente fino alla naturale scadenza della licenza.

Da settimane riportano compitando le parole dello scrittore ultraliberale peruviano Mario Vargas Llosa che va a Caracas a stracciarsi le vesti per dire (va da sé liberamente) che a Caracas non c’è libertà di espressione. Eppure chissà cosa farebbe Silvio Berlusconi se fosse nelle scarpe di Hugo Chávez e avesse a che fare con i media dell’opposizione venezuelana che dal 1998 in avanti disegnano il Presidente come un novello Hitler con tanto di baffetti senza che questo (o dimostrate il contrario) abbia mai mosso un dito.

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Gianni Minà: le dimenticanze della bloggera di moda, Yoani Sanchez

mina4 Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sanchez, “la bloggera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi poltici.

Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su.

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Il nastrino rosso dei calciatori per la Birmania: come funziona l’info-solidarietà internazionale?

redguards3 I giocatori di calcio di Serie A sono scesi in campo con dei curiosi nastrini al braccio, che bizzarramente facevano tanto guardie rosse maoiste, in solidarietà con i monaci birmani.

La solidarietà con i monaci e il popolo birmano oppresso da una dittatura atroce, è cosa positiva e pienamente condivisibile. Ma, siccome il cervello ci ragiona ancora, ci facciamo qualche domanda. Antipatica … Leggi tutto

Piero Sansonetti lo chiama Castro, ma per milioni resta Fidel

Fidel, sì Fidel, che problema è Fidel. Perfino come chiamarlo è un problema, un discrimine, un Rubicone. Piero Sansonetti, direttore del quotidiano del PRC Liberazione, è molto attento a scrivere sempre Castro. Non scrive mai Fidel, come tutti i cubani, e centinaia di milioni di sfruttati di questo pianeta lo continuano a chiamare. E’ una cartina tornasole potentissima. Per star bene in società, con i Gianni Riotta, i Lucio Caracciolo, i Pierluigi Battista, gli Omero Ciai, è necessario dire “Castro”, e nonsiamai farsi scappare “Fidel”. Chissà, forse Sansonetti conosce Emir Sader, il filosofo brasiliano, tra i fondatori dei Fori Sociali Mondiali. In un magistrale articolo intitolato “come diventare un ex-intellettuale di sinistra” Sader lo mette al primo comandamento: “non chiamare mai più Fidel, Fidel. Da oggi in poi chiamalo sempre Castro”.

Con Nello Margiotta, Sabatino Annecchiarico, Mirko del Medico e Fabio Amato:

Continuano, su questo sito e sulla stampa nazionale (la polemica è dilagata sulla stampa che una volta quelli del partito di Sansonetti definivano “borghese”, dalla Repubblica al Giornale, che se la ridono grassamente), gli eco del caso Nocioni-Liberazione-Cuba. Il giorno 2 giugno Sansonetti ha dedicato un … Leggi tutto

BRECHA – El cierre de RCTV y los medios venezolanos Entre Fellini y el reggaeton

Desde el día 27 de mayo uno de los cuatro canales comerciales y golpistas venezolanos, rctv, pasará a trasmitir sólo por cable ya que expiró su licencia. Para la oposición es un atentado a la libertad de expresión. Sin embargo es también la señal de que "otra comunicación es posible". Pública y con responsabilidad social … Leggi tutto

La “chiusura” di RCTV in un Venezuela tra Fellini e il Reggaeton

CARACAS – L’industria del falso digitale è tollerata in Venezuela. Come in tutto il mondo. Ma in poche capitali del mondo trovi decine di bancarelle che vendano come il pane Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, L’Orfeo Negro di Marcel Camus, La voce della Luna di Federico Fellini e tutta la cinematografia latinoamericana, dalla Notte dei forni di Pino Solanas, a … Leggi tutto

Partito Radicale, National Endowment for Democracy, Freedom House, Venezuela

Francesco Zurlo: su un numero di Latinoamerica di qualche tempo fa, in un articolo di Gianni Minà, lessi che i Radicali Italiani stavano costituendo (o avevano costituito) un organismo collegato al NED americano. E’ vero? Perché se fosse così, ben si capirebbero certe esternazioni della Bonino su Chávez, commentate anche in questo blog qualche tempo fa…

Gennaro Carotenuto: Non credo sia andato in porto. L’ "Organizzazione mondiale delle democrazie", una pseudoriforma dell’ONU voluta da Emma Bonino in modo che gli Occidentali potessero monopolizzarla definitivamente, è abortita anni fa. Allo stesso modo non credo nascerà mai l’ “Italian and European Endowment for Democracy” che era una boutade elettorale della Rosa nel Pugno e una testimonianza in più del colonialismo mentale del quale è vittima il Partito Radicale.

In ogni caso la sinergia tra Partito Radicale e organizzazioni come il NED e Freedom House è totale. Matteo Mecacci, uomo di raccordo tra i radicali e il governo statunitense, tanto da trovare ampio spazio sulle pagine del quotidiano di riferimento del Pentagono e di Donald Rumsfeld, il Washington Times (quello che parla di "asse del male latinoamericano da colpire"), lavora in … Leggi tutto

Como CNN intentó provocar caos en Caracas y Telesur logró que fracasara

La guerra civil que no fue

Telesur, el canal público multiestatal latinoamericano, salió al aire con los resultados reales a boca de urna, violando la ley venezolana pero anticipando la noticia del triunfo de Hugo Chávez. Sólo se entiende esta decisión de Telesur si se sabe que la cadena estadounidense CNN, antes que Telesur, difundía rumores falsos sobre irregularidades en las elecciones y afirmaba que Manuel Rosales iba a la cabeza. Era la señal para crear el caos en Venezuela.

Brecha – Montevideo – 8 diciembre 2006

Gennaro Carotenuto desde Caracas

Informes reservados destinados a hombres de negocios, a los que BRECHA accedió, diagnosticaban que había 70 por ciento de posibilidades de caos en Venezuela en la proclamación de los resultados de las elecciones presidenciales del pasado domingo. En el 10 por ciento de los casos se hubiese podido manifestar una situación al borde de la guerra civil. Esta es la verdadera historia de la guerra civil que no fue.

Una semana antes de las elecciones … Leggi tutto

Come la CNN ha tentato di provocare il caos a Caracas e Telesur ne ha smantellato il piano

Anticipo, oramai di ritorno a Oaxaca, per i lettori di GennaroCarotenuto.it in italiano uno degli articoli che usciranno domani su Brecha sulle elezioni venezuelane.

Telesur, il canale pubblico multistatale latinoamericano, nel pomeriggio di domenica ha diffuso per prima i risultati reali delle elezioni venezuelane, violando la legge venezuelana e anticipando la notizia del trionfo di Chávez. Quella di Telesur era una risposta a CNN che –libera di violare qualunque legge- aveva diffuso rumori falsi su irregolarità nelle elezioni e ventilando -nonostante la realtà fosse nota a CNN con Chávez avanti 20 punti- che Rosales stesse vincendo. Era il segnale per creare il caos in Venezuela.

CARACAS Rapporti riservati, destinati a uomini d’affari, che Brecha ha potuto consultare, pronosticavano che c’era almeno il 70% di possibilità di caos in Venezuela alla proclamazione dei risultati delle Presidenziali della scorsa domenica. Nel 10% dei casi si sarebbe potuta creare una situazione al limite della guerra civile. Ma come si doveva creare il caos? Con un mix esplosivo di falsi dati e strapotere informativo. Questa è la vera storia della guerra civile che domenica si è evitata in Venezuela.

Una settimana prima delle elezioni … Leggi tutto

Bush e Berlusconi: Prodi come Lukashenko

Neanche una telefonata, neanche un SMS ha mandato George Bush a Romano Prodi. Non sappiamo se alla Casa Bianca stiano studiando perfino sanzioni contro l’Italia, come se Romano fosse un Lukashenko bielorusso qualsiasi. Ma è chiaro che a quasi 48 ore dalla chiusura dei seggi in Italia, l’amministrazione statunitense ha scelto una grave presa di distanza verso il voto democratico degli italiani.

Bush avrà creduto a Berlusconi, che gli ha descritto Prodi comunista, amico dei … Leggi tutto

L’Italia come il Messico: cosa c’è dietro il sondaggio taroccato di Berlusconi

Silvio Berlusconi ha presentato un sondaggio taroccato che lo lancerebbe verso la riconferma. Gran parte della stampa lo ha criticato ma non sono i motivi sociopolitologici a doverci preoccupare. Il problema è che Berlusconi si è rivolto ad un’agenzia specializzata nei “regime change” (cambiamenti di regime), nei trucchi sporchi e nella manipolazione dell’opinione pubblica. Il sondaggio è solo un passaggio di una strategia occulta? Con la casa di sondaggi PSB sono al lavoro in Italia anche le altre agenzie che solitamente la accompagnano, la Freedom House, la National Endowment for Democracy, o “Democracy Watch”? Per la PSB il sondaggio è un’operazione commerciale o è parte di un progetto politico statunitense per influenzare il voto politico italiano? Ecco perché quelli che stanno dietro questo sondaggio devono preoccuparci molto.
di Gennaro Carotenuto … Leggi tutto

Brecha – Asia Central. La segunda caída del imperio soviético

En la remota Bishkek, en la frontera con China, cayó otro monarca postsoviético. En Kirguizstán, así como en Georgia, Ucrania y próximamente en Belarús, a la nomenklatura pro rusa se le superpone otra pro estadounidense. Otros actores, China, India e Irán, quieren jugar su partido en una región donde los equilibrios geopolíticos son extremadamente frágiles.


Gennaro Carotenuto,
Desde Roma


CAYÓ OTRO PEDAZO de los ex imperios zarista y soviético. Askar Akayev, considerado padre de la patria en Kirguizstán, abandonó el país y fue sustituido por su ex primer ministro, Kurmandek Bakiev, que podría ser el nuevo hombre fuerte del país y que por ahora recibe aplausos de Estados Unidos y de la Unión Europea. Si las protestas de los primeros días han sido protagonizadas por campesinos pobres urbanizados, que habían sido fáciles de reprimir por el caudillo Akayev, la repentina fuga de este tiene otras explicaciones que hay que buscar en la nomenklatura del país, del mismo régimen donde un grupo de la nueva generación dio un golpe blanco con el apoyo de actores externos. Las elecciones presidenciales han sido fijadas para el próximo 26 de junio. Si la situación en Bishkek sigue siendo compleja, lo que es clara es la estrategia –exitosa- con la cual Estados Unidos consigue otro cambio de régimen en el país que ya hospeda la más importante base militar en la región.


ESTRATEGIA FREEDOM HOUSE. La doctrina Bush insertó en el escenario postsoviético la democracia; su particular concepción de democracia. Así, mágicamente, el ex jefe de la policía Felix Kulov y el ex primer ministro Bakiev que -junto con Akayev reprimieron a los que protestaban contra la imposición del neoliberalismo en una cultura ligada al nomadismo-, antes de pasar a la oposición se reciclan como demócratas. Lo son porque pueden derrocar una democracia burocrática y corrupta para sustituirla con otra más a gusto del imperio. La estrategia ya es conocida y utiliza ONGs que dependen y actúan en concierto con el gobierno estadounidense: financiar masivamente a la oposición, protestar por elecciones alteradas, llamar al pueblo a la calle con cantos folklóricos, poetas nacionales y colores vivaces. Todo esto sucede mientras se tiene ya lista una nomenklatura de recambio para que la invocación al pueblo no se les escape de las manos transformándose realmente en democracia. Hoy son los tulipanes, ayer en Ucrania era el color naranja, anteayer en Georgia las rosas.
El Moscow Times del 31 de marzo entrevista al jefe local de la Freedom House que se jacta de haber acelerado el paso de la oposición kirguisa. Esta ONG neoconservadora, en el último año imprimió los cuatro diarios opositores al gobierno. La generosidad hacia la oposición democrática en Kirguizstán, es la misma con la cual en los últimos años se derrocan déspotas o menos déspotas, casi todos elegidos democráticamente y que solo simplificando brutalmente o falsificando abiertamente la realidad se pueden definir como comunistas. La mayoría de éstos, desde Slobodan Milosevic hasta Akayev, son simplemente ex amigos caídos en desgracia. Es una generosidad que está a cargo de unas cuantas organizaciones, casi todas estadounidenses. Generosísima es la USAID, organismo gubernamental estadounidense, como la IRI, Instituto Internacional del partido Republicano o su mellizo demócrata, la NDI, o la fundación Soros, las alemanas Friedrich Ebert y Konrad Adenauer, o la británica Westminster. Pero la más importante es la Freedom House, que fue fundada hace sesenta años por Eleanore Roosevelt y que en Serbia infiltró, financió y le modificó el perfil a la organización opositora Otpor. También actuó en Ucrania, mientras en Georgia quien se hizo cargo fue la fundación Soros. Y fue este río de dinero que, utilizando el modelo Otpor, creó de la nada la organización Kmara -Ya Basta!- en Tibilisi y Pora -Ahora- en Kiev.
Para esta ONG estadounidense que tiene como objetivo la conversión no violenta de regimenes no gratos para Washington, trabajan personajes como el coronel de la CIA Robert Helvi, activo en la guerra sucia en Myanmar y que hoy, “convertido” a la no violencia, viaja por la región dando seminarios y gestionando ingentes financiaciones. Las próximos etapas, ya se está trabajando, son Belarús y Azerbaiján.


PETRÓLEO, GAS Y CORÁN. El “gran juego” decimonónico era la lucha entre el imperio zarista que buscaba una salida al Océano Indico y el imperio británico que con éxito se oponía. Los grandes actores regionales, China e India, eran un enano político el primero, y una colonia británica el segundo. El imperio otomano ya no era un factor decisivo –se derrumbó con la primera guerra mundial- como el panarabismo. Hasta el petróleo no tenía el papel estratégico que tiene actualmente. Si Gran Bretaña era el imperio, la naturaleza del mundo del colonialismo clásico era incomparable con el ajedrez actual donde el actor global se llama Estados Unidos.
Sin embargo, aún hoy, el lugar de la contienda es el antiguo cordón sanitario colonial con el cual el núcleo ruso del imperio zarista se protegió y al mismo tiempo expandió sus fronteras sur y oeste. Permaneció incambiado en la época soviética y hasta la tardía época de Mijail Gorbachov cuando intentó sobrevivir con la Comunidad de Estados Independientes. Los contextos de fricción son tres. El europeo, que vivió la caída de Ucrania en el invierno boreal. El Cáucaso, que además del genocidio chechenio, conoció en Georgia la sustitución del exministro de exteriores de Gorbachov, Edward Shevardnadze, con el “Chicago boy” Mijail Saakashvili. Este, en enero de 2004, ganó con el 96 por ciento de los votos y se instaló en Tbilisi. Shevardnadze no era un dictador ni un burócrata, era un amigo de Occidente. Era el hombre que había gestionado la viabilidad de una de las más difíciles transiciones de la historia, mimado durante años, hasta que su parlamento, democráticamente electo,  fue invadido por una banda de violentos que representaban mejor los intereses petrolíferos estadounidenses. La crisis económica -por la mixtura explosiva del fracaso soviético junto el fanatismo neoliberal- hacen que la desesperación popular apueste al cambio.
Resurge de la historia un viejo concepto geopolítico decimonónico, la Atlántida desaparecida de “Eurasia”. Es más una faja que un continente, pero es altamente sísmica. Entre zarismo y sovietismo había sido mantenida unida por Rusia y sus políticas imperiales. Había sido el centro político, cultural y religioso del imperio, pero también un violento colonizador, el primer y obligado socio comercial en una relación centro-periferia sublimada por la economía planificada soviética y que recuerda la teoría de la dependencia de Theothonio dos Santos. Ahora, entre antiguas vías de la seda, recursos naturales, nuevos actores, renacimiento cultural islámico y regimenes corruptos y frágiles, la historia ha cambiado y Rusia no puede detenerla. Desde los Balcanes al Golfo Pérsico, hasta las guerras caucásicas, en todas han derramado sangre. No sólo en Chechenia, sino también en Transnistria, Osetia, Nagorno-Karabaj. Y más allá, hasta la última provincia china, en Xinjiang, donde viven los uighuros, musulmanes. Urumqi, la capital, está a 72 horas de tren desde Pekín y es la frontera con Kirguizstán. Y al sur-oeste está Afganistán donde todo empezó con la invasión de 1979. Y entre Xinjiang y Afganistán están las cinco repúblicas postsoviéticas de Asia Central. Estas, antes y después del 11 de septiembre –la guerra en Afganistán fue decisiva- se han desmoronado hasta ingresar, o presumir de ello, en la esfera de influencia estadounidense.


DEL NOMADISMO AL NEOLIBERALISMO. La llegada de Estados Unidos al área, con el apoyo a los mujaidin afganos antisoviéticos, ha favorecido el resurgimiento del principal factor de alejamiento de la región desde Moscú, la cohesión cultural y religiosa islámica. Entre todas las áreas de expansión del imperio estadounidense, la de Asia Central es probablemente la más exitosa. Uzbekistán y Turkmenistán ya desde inicios de los noventa entraron en su órbita. El 11 de setiembre otorgó a Estados Unidos la extraordinaria posibilidad de expandirse y consolidar sus posiciones en Tayikistán, Kirguizstán y Kazajstán. Sin Al-Qaeda y los atentados a las Torres Gemelas no hubiese sido posible. Es así que Askar Akayev, al que hoy Washington pretende desconocer, jugó la sobrevivencia de su régimen sirviendo a dos amos, el Kremlin y la Casa Blanca. Kirguizstán es un símbolo de todas las paradojas de la región. Ahí conviven bases militares rusas y bases militares estadounidenses. Hasta hace poco Akayev, a quien la prensa occidental describe ahora como el último comunista del planeta, ha sido uno de los ahijados más queridos por Washington. Fue él quien en 1991 rebautizó como Bishkek la capital Frunze, nombre de un general soviético. Y Bishkek, en el idioma kirguiz, es el balde donde se hace fermentar la leche en un país que tiene 5 millones de habitantes, diez millones de ovejas y cabras, y varios millones de caballos. Durante años Akayev, un físico importante en la Unión Soviética, había sido el más ortodoxo gestor de la transformación de una cultura nómada en un paraíso del libre mercado. Un fracaso que ha llevado a la caída de estos días.