Friday 25 May 2012, 04:49

Gli articoli con tag: " CNN "

Viaggio alla Casa Bianca di Gabriel Garcia Marquez (Fidel, Clinton, Colombia e terrorismo)

La mia visita alla Casa Bianca, con un messaggio di Fidel Castro al presidente Usa sul rischio terrorismo.

A fine marzo 1998, dopo aver confermato alla Princeton University il mio laboratorio letterario del 25 aprile, contattai telefonicamente Bill Richardson per chiedergli di organizzare una visita privata al Presidente Clinton per discutere della situazione della Colombia. Richardson mi chiese di chiamarlo una settimana prima del viaggio per la risposta. Alcuni giorni dopo andai a L’Avana per avere alcuni dati per un servizio giornalistico che avrei scritto in occasione della visita del Papa, e mentre parlavo con Fidel menzionai la possibilità di un incontro con il Presidente Clinton. … Leggi tutto

Obama e Cuba

da LATAM

Ieri, ricordandomi che il mandato del buon G.W. è agli sgoccioli, mi sono riproposto di “spulciare” qualcosa a proposito del candidato Barack Obama. E così ho fatto. Ho dato un’occhiata al programma elettorale, molto dettagliato ed ambizioso. Ovviamente mi sono soffermato con più calma su “Strengthening America Overseas”, ovvero il suo punto di vista sulle “cose” internazionali. Cose grosse, che comunque Obama decide di affrontare direttamente e con grande ambizione: dalla “prima guerra mondiale africana” in Congo (che si protrae da quasi dieci anni) alla crisi epidemica di influenza aviaria, sino ad arrivare all’ecatombe spaventosa del Darfur. Tutte crisi “da poveri”, tutte dimenticate dall’amministrazione Bush. Un piccolo inciso: il sito della candidata – anch’essa repubblicana H. Clinton – alla voce “Restoring America’s Standing in the World” (che già di per sé suona come paradigmico, tipo “manifest destiny”) presenta una paginetta striminzita e nessun riferimento a qualsivoglia situazione concreta. Spulcia, spulcia…e non trovo, sul sito di Obama, nessun riferimento a Cuba o all’America Latina in generale (a livello politico). Peccato. Però noto con piacere che – molto coscientemente – offre la possibilità di tradurre il sito in lingua spagnola. Già, perché negli Usa ci sono più ispano-hablantes che in Spagna. Ma quale sarà la politica di Obama nei confronti di Cuba? Ebbene, su “Latinoamerica” trovo una noticina di S. Lamrani, che di Cuba e Usa se ne intende. Lì si citava un sua intervista del 25 agosto. Parlò proprio di Cuba. Quel discorso venne pronunciato dopo la stesura di un articolo a sua firma per il Miami Herald (!), in cui il candidato alla presidenza criticava decisamente le nuove restrizioni imposte dopo la presidenza Reagan. Egli si schierava definitivamente per un deciso “lifting”. In particolare intendeva garantire ai cubano-americani “unrestricted rights to visit family and send remittances to the island.” Un uomo di grande coraggio, vista e considerata la posizione dell’Herald sulle questioni cubane. Il cambiamento è necessario – sempre secondo Obama – per garantire una maggiore freschezza nei rapporti fra i due paesi: Cuba, se si vuole veramente una “pacificazione” nei rapporti ed una normalizzazione degli stessi, deve poter agire senza stress esterni o pressioni. Obama – nello scritto sull’Herald – individua un aiuto economico in forma indiretta per sostenere lo sviluppo dell’isola: l’aiuto economico delle famiglie emigrate negli Usa verso i propri cari a Cuba. L’amministrazione Bush ha provveduto a rendere impossibile questo passaggio di denaro, che – secondo i repubblicani – favorirebbe il regine castrista. In realtà, Obama trova questa restrizione controproducente poiché ritarda lo sviluppo, che ritarda la formazione di richieste democratiche (“grass-roots democracy”) dal basso. L’apertura a nuove proposte veniva segnalata anche in vista della graduale apertura dell’isola al mondo esterno: “If a post-Fidel government begins opening Cuba to democratic change, the United States is prepared to take steps to normalize relations and ease the embargo that has governed relations between our countries for the last five decades.” Oggi, Cuba si sta aprendo anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, con la firma di alcuni trattati internazionali che riguardano proprio questi ultimi. Il discorso di Obama a Miami (25 agosto scorso) è nel video qui sotto.

Attiva Javascript e Flash per poter vedere questo Flash video.

Ripete un po’ quanto già scritto sul quotidiano di Miami. Occorre considerare alcune situazioni che contraddistinguono “l’anomalia” della politica cubana di Obama. In primo luogo, Barack è uno dei pochi candidati che hanno fatto outing sul problema di Cuba e sul cinquantennale embargo che pesa sulla testa dei cubani. Tutti gli altri hanno più o meno glissato. Come la democratica Clinton che ha ripetuto semplicemente “la politica americana verso Cuba adesso non può cambiare”. E per questo i media si sono stupiti che un candidato riportasse alla memoria la crisi del “pensiero unico” sulle vicende dell’isola. La CNN, questa estate, titolava nel proprio sito: “Obama again stirs up decades-old debate on Cuba”. Come dire che da tempo erano tutti d’accordo e il “pivello” era arrivato a scompaginare le carte! Sulle isole la politica americana sembra essere sempre d’accordo. Due esempi. L’invasione di Cuba alla fine del XIX secolo (1898) e l’invasione di Grenada (1983). In entrambe le occasioni il Congresso fu unanime e nessuno alzò un dito per far presente che si trattava di palesi violazioni. Obama, folle e coraggioso, va a parlare di Cuba non più come nemico direttamente nel covo dell’anticastrismo: la Florida e Miami, in particolare. Molto, molto coraggio. Anche perché – volente o nolente – tra i cubano-americani il partito democratico non va per la maggiore e queste affermazioni hanno creato non pochi grattacapi di “schieramento” anche ai pochi che sostengono i dem. In secondo luogo, l’elettorato cubano negli Usa pesa parecchio: sono diversi milioni a godere del diritto di voto e la loro posizione è molto ferra sui rapporti con l’Isla Grande.

Quindi andare a sconfessare direttamente la città di Miami in pubblico comizio è la prova di una strategia coraggiosa e – si spera – fortunata. Già il fatto che Obama è democratico non è gradito alla comunità cubana di Miami poiché nel 2000 (alle elezioni presidenziali) e nel 2002 (elezioni per il governatorato dello stato) i candidati repubblicani hanno totalizzato circa l’80% delle preferenze della minoranza in questione. Purtroppo, anche Obama deve fare il conto con i numeri e – a mio avviso – nel programma ufficiale della sua campagna presidenziale manca un riferimento esplicito a Cuba proprio per questioni numeriche. Ovvero gli elettori alla fine hanno un peso. Pertanto alla sua visione liberal della politica anti-cubana viene dato un posto di nicchia per non allarmare gli elettori cubani anti-castristi. Di fatto, non si tratta di un unicum storico. Alla fine degli Anni Settanta, il presidente J. Carter fu il primo ad aprire un dialogo serio e significativo con la Cuba di Castro (che oggi è sopravvissuto a 5 decenni di embargo e a 10 presidenti americani). Quella esperienza fu troncata dall’insorgere del muscolarismo reaganiano che portò i neo-con alla presidenza, dove rimasero fino a vedere il crollo del Muro e la fine del bipolarismo. Da allora, cioè dalla fine del tentativo di Carter (che ci prova sempre a dialogare con Cuba attraverso il Carter Center), la politica americana si è appiattita sulle stesse posizioni di quattro decadi prima, sul bipolarismo e sulle postazioni missilistiche dei sovietici sull’isola. Obama, nel suo piccolo, rappresenta una sferzata di novità, una primavera, un pensiero fuori dal coro, meno uniforme alle strategie uniche della politica internazionale americana. Ovvio che questa “guerra” al conformismo e all’interesse economico sull’arena internazionale abbia ricadute politiche. Leggo che tra il programma c’è anche la lotta ai “warlords” africani, con lo stanziamento di $13 milioni per speciali tribunali in Sierra Leone per punire i colpevoli di atrocità durante la guerra civile. C’è anche il raddoppio del finanziamento per la lotta all’Aids nei PVS; c’è “demand more in return”, cioè richiedere più sforzi di accountability e democratizzazione ai paesi che ricevono i fondi (che Obama vuole aumentare in misura consistente) per lo sviluppo. Giusto! Perché, altrimenti, che senso avrebbe demonizzare e affamare Cuba e farsi comprare metà del disavanzo pubblico dalla Cina?! Insomma, tanta, tantissima carne al fuoco per quello che potrebbe essere il primo presidente nero della storia degli Usa. Il fatto è che la sua vittoria non è per niente scontata, anche alle primarie. Secondo “Election Center 2008”, i risultati provvisori darebbero un vantaggio alla Clinton di almeno dieci punti percentuali (grafico). In tal caso, almeno nei confronti di Cuba (anche se dubito che le altre proposte della famiglia Clinton siano così “rivoluzionarie”) si prevede la stessa minestra riscaldata. Un altro problema che trova una soluzione che non mi soddisfa è quello dell’immigrazione messicana. Qui Obama cade nella stessa politica restrittiva che ha contraddistinto l’amministrazione Bush. Anzi, tutti i candidati alla presidenza (in maniera alquanto bipartisan) hanno idee molto chiare sull’immigrazione da sud. E tutte vanno nella direzione già presa da Bush (Fonte: Election Center 2008). Non si può avere tutto. Ma qualcosa dalle parti di Obama si muove. Anche l’America, “eppur si muove”. Nell’attesa, incrociando le dita, si può far trascorre gli ultimi giorni della presidenza di G.W. (che si trascina pesantemente) giocando a “Presidential Pong”. Una specie di ping-pong con i personaggi della campagna elettorale 2008. Trash, ma simpatico. Aiuta a sdrammatizzare la mancanza di idee in un paese che dovrebbe guidare il mondo.
PS: a chi fosse rimasto folgorato dalle politiche di Obama, lascio alcuni link per supportare la sua campagna: trovate alcuni gadget informatici (banner, widgets, ecc.) nella sezione “Downloads” del sito personale. Se volete osare di più, nella sezione “Store” ci sono idee regalo molto accattivanti: felpe, t-shirts, palline da albero di Natale, pins…tutto con il faccione di Obama sopra. In Usa, le campagne elettorali si finanziano (anche) così. Oppure come fa la Clinton che utilizza i fondi neri di Chinatown. Meccanismo più facile a farsi che a dirsi. Si tratta di “spalmare” su più donors (finanziatori privati, che sono illimitati e soggetti a minori controlli) transizioni a finanziamento della campagna ad opera di multinazionali cinesi. Alla fine risultava che a Chinatown (NY) ogni cinese investiva una cifra che una famiglia media non avrebbe mai potuto permettersi. La “truffa” venne scoperta e i fondi in parte restituiti. Cose che capitano anche nelle migliori democrazie!

Sulla Venezuela democratica

Qualcuno ha letto gli articoli sottoposti al referendum?

Personalmente avrei preferito ascoltare, leggere o vedere commenti, dibattiti e riflessioni sulla proposta costituzionale.

Ma per lo meno qui, in Argentina e per quello che ho potuto leggere in giro su internet l’attenzione dei media solo si posava sulla così detta ‘elezione indefinita’. Sulla quale si potrebbe comunque discutere. Cito l’articolo in questione: “El período presidencial es de siete años. El Presidente o Presidenta de la República puede ser reelegido o reelegida”. Dove parla di elezione indefinita? O per caso si da per scontato che l’opposizione in Venezuela non potrà mai recuperare lo spazio politico a tal punto da poter vincere un’elezione presidenziale?

Ovviamente, come cittadina preferirei si stabilisse un limite a livello costituzionale. Ma questo è per sottolineare come il discorso mediatico è tutto fuor che informativo.

C’erano molte altre cose su cui discutere, forse altrettanto importanti.

Con estrema facilità si poteva incontrare su internet tutto il materiale sia riguardo la proposta sia riguardo lo svolgimento dell’elezione -per lo meno in questo senso, si potrebbe riconoscerne la transparenza. Mi domando perchè la maggior parte dei giornalisti, cui finalità dovrebbe essere informare, non abbiamo compiuto il loro dovere. In questo concordo con te: la critica al chavismo è ideologica, senza dubbio.

Tornando alla proposta di riforma, ciò che sicuramente ha giocato a sfavore del ‘si’ è stata la quantità di articoli da riformare e l’ “accoppiamento” nelle due sottoproposte.

Il passo era certamente più lungo della gamba.

Forse, una delle due avrebbe passato l’esame dei venezuelani se fossero state conformate in altro modo.

Per esempio, la parte dei diritti culturali, articoli 98 (libertà culturali che implicano la libertà della proprietà intellettuale) e 100 (riconoscimento della molteplicità culturale che conforma l’identità venezuelana; fomento della cultura; riconoscimento dei lavoratori in ambito culturale) : personalmente avrei votato si per il 100, che mi sembra sia in linea alla cosìdetta Agenda 21 della Cultura, ma non per il 98. Ma qui si aprirebbe un dibattito che va più in là del semplice problema di ‘sintassi’, e che approda alla questione certamente ideologica.

O l’articolo sulle ore lavorative (90) e sugli straordinari: a parte l’ideologia, non ti sembra sono questioni che potrebbero essere regolamentate in altra sede da quella costituzionale?

Queste pochi cenni erano per sottolineare che non era solo una proposta che appuntava a che Chavez rimanesse al potere, così come banalmente si è definita.

In molti articoli era una proposta decisamente progressista e forse con principi democratici dei quali, per lo meno in Italia, non possiamo vantarci nè dell’esistenza e nè che vengano rispettati.

Per quanto riguarda la tranquillità con cui si è svolta la votazione, non concordo affatto. Quanto hanno tardato per il primo comunicato officiale? Non si suppone che una delle caratteristiche del voto elettronico è la velocità con la quale si ottengono i risultati? Qui erano le 2 di notte quando hanno trasmesso il primo comunicato stampa officiale (l’1 in Venezuela).

Gli elettori che votavano con il sistema normale, erano una piccola percentuale. Se consideriamo che la chiusura dei seggi era fissata per le 4.00pm, ora venezuelana, non ti sembra ci sia stato un eccessivo ritardo?

E comunque ,per lo meno nelle immagini che mostrava CNNespanol, il CNE (Consejo Nacional Electoral) era assediato dall’esercito, che a sua volta bloccava i leaders dell’opposizione.

Ma come proprio lo scorso sabato Chavez ha detto, CNN è di parte e non è solo il fatto di trasmettere una notizia, ma anche con che mirada si fa. Quindi non posso mettere la mano sul fuoco di quel che ho visto.

Sul fatto che Chavez abbia riconosciuto la sconfitta è abbastanza ambiguo: le doti oratorie del presidente venezuelano sono innegabili, ma di quanto chiare siano le sue posizioni è altra questione.

Bisogna riconoscere che nonostante il clima elettorale, Hugo si era ampliamente dedicato nella missione da mediatore tra il governo Colombiano e la FARC. Erano innegabili gli ottimi risultati: vorrei sapere se il presidente Uribe può addursi altrettanto. Eppure, una volta ancora, si è strumentalizzato un fatto e dal fatto si è strumentalizzata la notizia: Chavez e il papelon con Colombia.

Chissà perchè la madre di Ingrid Betancourt non pensa la stessa cosa. Chissà perchè la stessa ha chiesto ad Uribe di tornare sui suoi passi. Chissà perchè la FARC ha dichiarito che sarà necessario che cambi il governo in Colombia..

Forse per noi è più difficile domandarci che cosa c’è dietro il cambio repentino di Uribe nei confronti dei successi della mediazione di Chavez…

Iran, disinformazione, Myanmar, “Che” Ratzinger

Con Guy Maruzzo, Mario Gabrielli Cossellu, Piero De Luca:

monacibuddistibirmani

Mario Gabrielli Cossellu: In questi giorni sono specialmente indignato e schifato dal trattamento dei "media mainstream" italiani riguardo all’Iran e alla visita del presidente Ahmadinejad a New York per l’assemblea ONU. L’ennesimo esempio del … Leggi tutto

Piero Sansonetti lo chiama Castro, ma per milioni resta Fidel

Fidel, sì Fidel, che problema è Fidel. Perfino come chiamarlo è un problema, un discrimine, un Rubicone. Piero Sansonetti, direttore del quotidiano del PRC Liberazione, è molto attento a scrivere sempre Castro. Non scrive mai Fidel, come tutti i cubani, e centinaia di milioni di sfruttati di questo pianeta lo continuano a chiamare. E’ una cartina tornasole potentissima. Per star bene in società, con i Gianni Riotta, i Lucio Caracciolo, i Pierluigi Battista, gli Omero Ciai, è necessario dire “Castro”, e nonsiamai farsi scappare “Fidel”. Chissà, forse Sansonetti conosce Emir Sader, il filosofo brasiliano, tra i fondatori dei Fori Sociali Mondiali. In un magistrale articolo intitolato “come diventare un ex-intellettuale di sinistra” Sader lo mette al primo comandamento: “non chiamare mai più Fidel, Fidel. Da oggi in poi chiamalo sempre Castro”.

Con Nello Margiotta, Sabatino Annecchiarico, Mirko del Medico e Fabio Amato:

Continuano, su questo sito e sulla stampa nazionale (la polemica è dilagata sulla stampa che una volta quelli del partito di Sansonetti definivano “borghese”, dalla Repubblica al Giornale, che se la ridono grassamente), gli eco del caso Nocioni-Liberazione-Cuba. Il giorno 2 giugno Sansonetti ha dedicato un … Leggi tutto

RCTV, puntualizzazioni e commenti

Con Domenica Trovato, Mirko Del Medico, Stefano Decarli, Luca Romeo, Elena Arcenni, Giuseppe Colucci, Leandro Rufini, Eva La Rosa, Granfranco Coccoli, Luciano Torresani, Filippo Bovo, Eugenio Lorenzano, Andrea Glorioso, Francesca Gisbussi, Fabio Bovi con interventi miei

Giuseppe Colucci: Scrivendo io su una piccola testata on line, ed essendo  un convinto sostenitore di Chávez, avevo scritto con estremo disincanto ed un pizzico di delusione (senza risparmiarmi, però, dure critiche al presidente sulla questione), un articolo sull’argomento, prendendo come fonte proprio repubblica.it. Avendo letto la Sua testimonianza su giannimina-latinoamerica.it, ho avuto l’occasione non di correggere, ma per lo meno di riportare entrambe le tesi (con un articolo suppletivo sulla prima pagina di oggi)a beneficio e ad esaltazione della pluralità d’informazione. grazie mille, dieci, cento, mille blog d’informazione indipendente come il Suo e quello del dott. Minà.

Gennaro Carotenuto: Caro Giuseppe, c’è un problema in quello che mi scrivi. I media alternativi non possono rincorrere l’informazione mainstream, magari per riprenderla pedissequamente come avevi fatto tu, di fatto copiando. I media alternativi possono e devono fare due cose: o produrre … Leggi tutto

BRECHA – El cierre de RCTV y los medios venezolanos Entre Fellini y el reggaeton

Desde el día 27 de mayo uno de los cuatro canales comerciales y golpistas venezolanos, rctv, pasará a trasmitir sólo por cable ya que expiró su licencia. Para la oposición es un atentado a la libertad de expresión. Sin embargo es también la señal de que "otra comunicación es posible". Pública y con responsabilidad social … Leggi tutto

Gente di Caracas. La restituzione di voce, le bugie dei media e le svastichine di Teodoro Petkoff

CARACAS – La capitale del Venezuela deve piacerti piano piano. All’inizio prevale lo choc; è una città difficile e neanche è detto che succeda mai che ti piaccia. Sono oramai molte volte che la visito, per periodi più o meno brevi e solo adesso comincio a sentirla meno ostica e a provare affetto. Anche se i contrasti intollerabili degli anni ’90 vanno lentamente riducendosi, continuano a choccare. E a volte ad impaurire.

Ma è solo una scorza, sotto la quale pulsa un’umanità meravigliosa. L’opposizione sta chiusa nei quartieri per ricchi e il resto della popolazione si ingegna per cambiare il … Leggi tutto

Brecha – El día en que el choque de civilizaciones se derritió bajo las cámaras de tevé

La liberación televisada en directo de 15 marinos ingleses ?obsequiada al pueblo británico? por parte del presidente iraní Mahmud Ahmadineyad y la visita a Siria de la presidenta de la Cámara de diputados estadounidense, Nancy Pelosi, modificaron la agenda mediática y mostraron la … Leggi tutto

Alejandro Peña Esclusa, Condoleeza Rice e Manuel Rosales; sveliamo i retroscena

Alejandro Peña Esclusa, uno dei partecipanti* di secondo piano al fallito colpo di stato dell’11 aprile 2002 a Caracas, del viaggio del quale in America ed Europa chi scrive ha dato conto qui, continua a millantare di essere il cugino della vergine Maria e i bollettini dal sito della sua organizzazione, Fuerza Solidaria, sono così trionfali da sembrare i cinegiornali Luce del ’42 o del ’43 sui trionfi della guerra fascista.

Contemporaneamente a tanti presunti trionfi, Peña Esclusa, è però molto preoccupato dal … Leggi tutto

Sul pluralismo informativo in Venezuela – in risposta ad un articolo di Peacereporter.

Anna Artemisia: ho appena letto su Peacereporter.net che [il presidente venezuelano Hugo] Chávez nei giorni scorsi ha minacciato di non rinnovare la licenza a Radio Caracas Television, la seconda emittente più grande del paese e notoriamente favorevole all’opposizione. Ammetto che la notizia mi ha lasciata perplessa: insomma non sarà una scelta sbagliata che attirerà critiche strumentali sulla rivoluzione bolivariana e su Chávez che proprio in un momento come questo ha un sostegno popolare tanto che non avrebbe davvero bisogno di rispondere alle sfide dell’opposizione con gesti antidemocratici come questi. Tuttavia sono anche cosciente di non avere tutte le informazioni sulla questione , per cui avrei piacere se lei volesse esprimere la sua opinione a riguardo [...]

Gennaro Carotenuto: Cara Anna, anche l’articolista di Peacereporter sembra non avere tutte le informazioni in merito. Frequento da tempo il Venezuela e i media venezuelani e, come Osservatore Internazionale, ho partecipato all’Osservatorio sui media durante le ultime elezioni del 3 dicembre 2006 in Venezuela. Ho quindi avuto occasione di studiare approfonditamente il tipo di copertura tanto dei media filogovernativi, quanto di quelli dell’opposizione.

I fatti inconfutabili sono:

1) Non c’è un solo paese al mondo dove continua ad esserci uno strapotere informativo dell’opposizione come in Venezuela. In tutto il mondo è in genere il governo a godere di vantaggi. In Venezuela, fin dal 1998, succede l’opposto. Ancora nell’ultima campagna elettorale è stato attestato che l’83% dei servizi televisivi, radiofonici, articoli di giornale, erano favorevoli all’opposizione. Se questa può essere ?come la definisce Peacereporter- una ?deriva totalitaria?, io sono la Befana. Al tempo del colpo di stato dell’11 aprile 2002, tale cifra sfiorava il 100%. Eppure i venezuelani non hanno creduto ai media né allora né oggi. E sicuramente non crederebbero a … Leggi tutto

Como CNN intentó provocar caos en Caracas y Telesur logró que fracasara

La guerra civil que no fue

Telesur, el canal público multiestatal latinoamericano, salió al aire con los resultados reales a boca de urna, violando la ley venezolana pero anticipando la noticia del triunfo de Hugo Chávez. Sólo se entiende esta decisión de Telesur si se sabe que la cadena estadounidense CNN, antes que Telesur, difundía rumores falsos sobre irregularidades en las elecciones y afirmaba que Manuel Rosales iba a la cabeza. Era la señal para crear el caos en Venezuela.

Brecha – Montevideo – 8 diciembre 2006

Gennaro Carotenuto desde Caracas

Informes reservados destinados a hombres de negocios, a los que BRECHA accedió, diagnosticaban que había 70 por ciento de posibilidades de caos en Venezuela en la proclamación de los resultados de las elecciones presidenciales del pasado domingo. En el 10 por ciento de los casos se hubiese podido manifestar una situación al borde de la guerra civil. Esta es la verdadera historia de la guerra civil que no fue.

Una semana antes de las elecciones … Leggi tutto

Come la CNN ha tentato di provocare il caos a Caracas e Telesur ne ha smantellato il piano

Anticipo, oramai di ritorno a Oaxaca, per i lettori di GennaroCarotenuto.it in italiano uno degli articoli che usciranno domani su Brecha sulle elezioni venezuelane.

Telesur, il canale pubblico multistatale latinoamericano, nel pomeriggio di domenica ha diffuso per prima i risultati reali delle elezioni venezuelane, violando la legge venezuelana e anticipando la notizia del trionfo di Chávez. Quella di Telesur era una risposta a CNN che ?libera di violare qualunque legge- aveva diffuso rumori falsi su irregolarità nelle elezioni e ventilando -nonostante la realtà fosse nota a CNN con Chávez avanti 20 punti- che Rosales stesse vincendo. Era il segnale per creare il caos in Venezuela.

CARACAS Rapporti riservati, destinati a uomini d’affari, che Brecha ha potuto consultare, pronosticavano che c’era almeno il 70% di possibilità di caos in Venezuela alla proclamazione dei risultati delle Presidenziali della scorsa domenica. Nel 10% dei casi si sarebbe potuta creare una situazione al limite della guerra civile. Ma come si doveva creare il caos? Con un mix esplosivo di falsi dati e strapotere informativo. Questa è la vera storia della guerra civile che domenica si è evitata in Venezuela.

Una settimana prima delle elezioni … Leggi tutto

Chávez fa esplodere le vendite di Carotenuto

Il presidente venezuelano Hugo Chávez mette le ali a uno storico di Unimc e le vendite esplodono.

September 21 2006: 5:40 PM EDT

New York, (CNNMoney.com) Le vendite di un poco conosciuto critico della politica estera degli Stati Uniti sono schizzate al cielo su Amazon.com dopo il discorso di di fuoco del presidente Hugo Chávez che ha brandito il libro durante il suo discorso alle Nazioni Unite mercoledì.

Gennaro Carotenuto’s “Franco e Mussolini“, Sperling&Kupfer 2005, è passato dal posto n. 20.664 nella classifica di vendite mercoledì al posto n. 4 di giovedì, secondo i portavoce di Amazon.com. [...] Il fenomeno non è nuovo, sebbene sia nuovo nel caso di Carotenuto. [...]

CNN contributed to this report

Afghanistan: dove sono le donne che si levavano il burqa al passaggio dei marines?

Un uomo di 41 anni, il medico Abdul Rahman, è stato condannato a morte per apostasia in Afghanistan. La sua storia è su tutti i quotidiani. Durante una perquisizione la polizia ex e neo-talebana aveva trovato tra le sue cose una bibbia. L’uomo non ha abiurato la sua fede ed anzi ha difeso la sua conversione al cristianesimo. Per la costituzione dell’Afghanistan “democratico”, del gagà Karzai, l’apostasia è un crimine punibile con la morte ed alla pena di morte Rahman è stato condannato.

Sono passati oltre quattro anni da quando i grandi quotidiani euroccidentali insieme alle più prestigiose televisioni del pianeta, tutte appartenenti ad una decina di grandi gruppi mediatici, ci hanno raccontato che in Afghanistan le donne si levavano il burqa e gli uomini si tagliavano la barba al passaggio dei marine liberatori.

Quei pochi, Robert Fisk, Giulietto Chiesa, che osavano contraddire la descrizione del lieto “the end” hollywoodiano della democrazia “for export”, venivano tacciati di disfattismo e condannati al … Leggi tutto