Lascia una volta di più gelati la frivolezza criminale con la quale molte chiese protestanti credono o fingono di credere di aiutare il sud del mondo e l’America latina in particolare pretendendo di poter cancellare l’identità e il libero arbitrio delle persone e dei popoli. Convinti come sono del “destino manifesto” della superiorità degli Stati Uniti, quando non cercano di esportare a suon di bombe la democrazia, si sentono in diritto di sequestrare il diritto e la vita di singole persone e di interi popoli.
Così non sorprende che i dieci pseudo-missionari battisti arrestati ad Haiti per associazione a delinquere finalizzata al sequestro di 33 minori haitiani si difendano fingendosi ingenui: “abbiamo agito a fin di bene”, “negli Stati Uniti quei bambini avrebbero avuto un avvenire migliore”. Addirittura Laura Silsby, riconosciuta come capo dell’organizzazione, arriva ad affermare: “non credevo che fosse necessario verificare che i bambini avessero documenti”.
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 3 febbraio 2010, 20:18
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Italia, Legalità
Sono a Managua cercando di capire cosa resti del Sandinismo (presto qui) e per errore scopro che in Italia un cantante viene fatto fuori dal Festival di Sanremo perchè fa uso di cocaina.
I media fanno così schifo da ribaltare il senso del notiziabile: la notizia sarebbe stata un cantante che non ne fa uso, non il cane che morde l’uomo.
E’ dai tempi di Lelio Luttazzi che dura quest’ipocrisia in un paese dove il Tevere e il Po sono piedi di residui di cocaina, dove si considera che a Milano ci siano 150.000 consumatori abituali ma nessun potente paga mai per un narco di consumo su giri d’affari secondi solo a quelli statunitensi e dove solo i poveri disgraziati come Branzino e Cucchi muoiono massacrati in carcere insieme a centinaia di poveri pusher algerini o nigeriani.
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di Gennaro Carotenuto, venerdì 29 gennaio 2010, 21:45
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America latina, Honduras
Non avevo mai visto aspirare colla. Tantomeno in strada, nel centro di una capitale come Tegucigalpa, in pieno giorno. Qui si vede con facilità. A me prende alla bocca dello stomaco, ai ragazzini al cervello. … Leggi tutto
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Varie chiavi di lettura descrivono il momento politico vissuto mercoledì 27 a Tegucigalpa dove nell’eclissi del dittatore Roberto Micheletti si è insediato il nuovo presidente Porfirio Lobo e dove il presidente legittimo, ma esautorato dal golpe, è partito per l’esilio acclamato dai suoi.
Gennaro Carotenuto da Tegucigalpa
La prima chiave, con un golpe di stato conservatore completamente riuscito ed uscito di scena solo dopo aver portato a termine il proprio compito, è quella della sconfitta politica per la sinistra, che era al governo e lo ha perso, sia pur con la forza, e per la democrazia centroamericana tutta. Il successo del golpe è infatti un monito e un’ipoteca per l’America centrale (vi sono governi di centro-sinistra molto light sia in Salvador che in Guatemala) e per tutta l’America latina integrazionista.
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Alle 11.40 circa di oggi a Radio3Mondo, Radio3 Rai, Anna Maria Giordano intervista Gennaro Carotenuto in diretta da Tegucigalpa sul passaggio di poteri presidenziali in Honduras e l’esilio di Mel Zelaya. ASCOLTA LA REGISTRAZIONE DELL’INTERVISTA.
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TEGUCIGALPA Secondo le organizzazioni in difesa dei diritti umani honduregne e in particolare per il presidente del CODEH Andrés Pavón, che ha tenuto una conferenza stampa in merito, i golpisti in Honduras dal 28 giugno ad oggi avrebbero ucciso 132 persone e ferito almeno 453 altre. Di queste circa 30 sarebbero state uccise durante mifestazioni pubbliche e il resto assassinate da sicari, squadroni della morte o durante detenzioni arbitrarie. … Leggi tutto
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TEGUCIGALPA, 26 gennaio. – Sembra tutto pronto a Tegucigalpa per voltare pagina. Domani con una grande festa nello stadio nazionale, ci sarà il passaggio di poteri dal dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti a Porfirio “Pepe” Lobo. Sarà una grande occasione per rappresentare la nuova “pax americana” in Centro-America e per alcuni paria, come il presidente taiwanese, che ben raramente viene invitato ad eventi internazionali. Ma molte cose non quadrano e per le strade di Tegucigalpa si vedono i segnali che da tutto il paese l’opposizione democratica saprà dimostrare ancora una volta la sua forza.
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GUATEMALA (Alta Verapaz) – “Sono stato un sottufficiale dell’esercito del Guatemala per 11 anni e ho raggiunto mete che in pochi riescono a raggiungere. Ho dovuto fare cose molto dure, ma era quello che andava fatto”. In un paese dove migliaia di bambini sono stati torturati, bruciati, assassinati, sono parole che aprono le porte sull’orrore. Le ‘Verapaces’ (Alta e Bassa) sono una regione abitata da popoli indigeni fatta di montagne, boschi, agricultura povera così lontana dalle ricche piantagioni di caffè della costa pacifica. Terrazzette di poche piante di mais si inerpicano tra paesaggi mozzafiato facendo da cerniera tra il Chiapas e il Centroamerica. Le ‘Verapaces’, con il Quiché, furono uno degli epicentri dell’etnocidio maya degli anni ’80 quando la dittatura militare usò senza limiti le strategie di guerra a bassa intensità contro una popolazione civile quasi totalmente inerme. Alla fine si contarono in 250.000 tra assassinati e desaparecidos, nella stragrande maggioranza maya. Di questi un buon quinto viveva nei due dipartimenti contigui di Alta e Bassa Verapaz. Il ricercatore, che pure ha risalito queste montagne sulle tracce dell’etnocidio, non avrebbe mai immaginato che la prima testimonianza dell’orrore non sarebbe venuta dalle vittime o da chi le vittime ha aiutato o studiato, storici, antropologi, sociologi, giuristi (l’agenda è carica di contatti) ma dalla voce tranquilla di uno che fu aguzzino e che ora, conscio di esser tra le fila dei vincitori, si racconta con l’asetticitá di chi si sa intoccabile. … Leggi tutto
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Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di Sebastián Piñera. Il Berlusconi cileno, per semplificare attenendosi al libretto, rappresenta quella concentrazione di potere economico, mediatico, perversione e capacità di corruttela e menzogna per la quale il modello neoliberale, l’informalizzazione di ogni rapporto di lavoro, l’azzeramento dello Stato come strumento di difesa dei deboli e il favorire senza limiti la concentrazione della ricchezza, sarebbe tuttora il destino naturale dell’uomo. Ciò nella presunzione che tale destino naturale rappresenti il “cambio” necessario per il paese a vent’anni dalla fine della dittatura e nonostante vent’anni di centro-sinistra non si siano mai discostati dal modello neanche quando sono stati a guida socialista, con Ricardo Lagos e Michelle Bachelet.
La storia della Concertazione è finita così in un caldissimo pomeriggio di gennaio in un hotel a cinque stelle di Santiago, un buon posto per una coalizione che ha da tempo smarrito la sua storia. Poche facce ricordano quelle dell’88, quando donne e uomini feriti, mutilati e umiliati dalla dittatura ma non sconfitti, pensavano che ci fosse finalmente l’opportunità di costruire, sia pure con l’ipoteca della Costituzione pinochetista, un paese e una democrazia nuova. In pochi oggi ascoltano le parole di circostanza del candidato sconfitto, il bolso democristiano Eduardo Frei, una minestra riscaldata (era stato già grigio presidente negli anni ’90), che ha rappresentato il tentativo suicida di far passare equilibri di partito come necessità del paese. Una militante, mostrando rara capacità di sintesi, gli grida inascoltata: “abbiamo perso per la nostra superbia e la nostra incapacità”.
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