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L’America Latina ha un amico a Washington?

Chi ha detto che “la lotta contro le disuguaglianze è la chiave dello sviluppo dell’America Latina”? Hugo Chávez, direte voi, o forse Lula da Silva, o Nestor Kirchner o perfino Fidel dal suo letto di dolore. Ebbene sbagliate, lo dice George Bush, che è sul piede di partenza per un tour latinoamericano che non solo la BBC definisce “anti-Chávez”.

“Il mio messaggio -ha detto due giorni fa il presidente statunitense con toni inconsapevolmente e svagatamente leninisti- è rivolto ai lavoratori e ai contadini latinoamericani. Io affermo -ha enfatizzato- che voi avete un amico negli Stati Uniti che si preoccupa per voi nei momenti difficili“. Poi, con toni probabilmente autoironici, ha concluso:I lavoratori e i poveri latinoamericani hanno bisogno di un cambiamento e gli Stati Uniti rappresentano il cambiamento“.

Il paternalismo, il blabla, la retorica vuota, in bocca a George Junior sono oramai decodificati facilmente non solo dalla stampa latinoamericana ma anche da quella statunitense e solo quella italiana sembra preferire stendere un velo pietoso d’oblio.
Il Washington Post boccia come mero esercizio retorico quello di Bush di dire che “l’America Latina ha un amico negli Stati Uniti” e, sulle stesse colonne, l’editorialista Dan Froomkin scrive testualmente: “Se consideriamo l’agenda mantenuta [da Bush] negli ultimi sei anni, totalmente concentrata a favore delle imprese, del libero commercio e nella lotta al terrorismo, allora il giro in America Latina è perso prima di cominciare e le sue pretese sono al limite del ridicolo“.

Il giro di Bush in America Latina è segnato dalla necessità di marcare il territorio e limitare la continua crescita d’influenza geopolitica della Repubblica Bolivariana del Venezuela, contro la quale Bush stesso organizzò il fallito colpo di stato dell’11 aprile 2002, e dei fattori integratori regionali dei quali non solo il Venezuela ma anche il Brasile sono le locomotive. Tali fattori hanno portato l’area del Mercosur ad incrementare il proprio interscambio del 250% in appena tre anni e, da quando quest’area si è liberata dei consigli interessati del Fondo Monetario Internazionale, viaggia quasi tutta intorno al 10% di crescita del PIL all’anno.

George Bush giocherà apparentemente sul velluto in Colombia e Messico, i due grandi paesi più allineati sulla vecchia retorica del “Consenso di Washington”. Troverà un’attenzione e un’amicizia fredda in Brasile e in Argentina. Proverà a giocare pesante con il piccolo Uruguay, che continua ad avere seri problemi con l’Argentina per la questione delle cartiere e con il quale tanto lui come Tabaré Vázquez possono provare a capitalizzare dei vantaggi. Tuttavia è escluso che si possa arrivare ad un Trattato di Libero Commercio che, per Statuto, provocherebbe l’espulsione dell’Uruguay dal Mercosur, organizzazione che ha come capitale proprio Montevideo.

Al di là della retorica, George Bush si presenta con le mani vuote. Recentemente ha dovuto ridurre gli aiuti alla lotta al narcotraffico a Ecuador e Bolivia e non lo ha fatto per inimicizia politica verso Rafael Correa ed Evo Morales ma perché più prosaicamente non aveva i fondi. Non è nemmeno riuscito a far ratificare al Congresso i TLC faticosamente firmati con i governi amici del Perù e della Colombia, e non ha risposte da dare ai problemi migratori laddove anche ascari come Felipe Calderón hanno disperato bisogno di atti concreti che facilitino la vita agli immigrati messicani e latinoamericani negli Stati Uniti. Gli aiuti, in altri tempi anche recenti, erano uno dei termometri dell’adesione dei governi al “Washington Consensus”. Oggi testimoniano le difficoltà di Washington di ribattere all’attivismo anche economico del Venezuela che sarà il convitato di pietra di ogni colloquio che terrà George Bush nella prossima settimana in un’America Latina se non ostile almeno antipatizzante. Oggi gli Stati Uniti non possono offrirle né il bastone né la carota.

Il grande fratello del Nord, da mattatore della scena politica latinoamericana nell’epoca delle dittature fondomonetariste e poi del liberalismo più ortodosso caratterizzato dal “Consenso di Washington”, oggi è solo uno dei forni al quale i governi latinoamericani possono servirsi se conviene loro e da posizioni di almeno relativa forza. C’è la Cina, sempre più anche l’India, la Spagna e ci sarebbe anche l’Unione Europea, ma questo è un lungo discorso e una serie di altri soggetti minori che, tutti insieme, stanno offrendo concrete alternative alla dipendenza da Washington.
Ma, soprattutto, c’è una politica d’integrazione regionale che sta modellando, con prudenza e realismo ma con decisione, una nuova America Latina. I dati macroeconomici stanno confermando che la via dello sviluppo è quella dell’integrazione regionale e del commercio Sud-Sud e non il modello neocoloniale, proposto ma sempre meno imposto e imponibile, da Bush. Venga da amico e controparte seria -se ci riesce- George Bush, ché da imperatore non può più presentarsi in nessun posto.


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