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Alla festa senza pagare il biglietto

Ho apprezzato l’alluvione zoologica di insulti piovutimi addosso per avere osato desacralizzare, non la vittoria della selezione italiana nei mondiali di calcio, ma alcune forme triviali di festeggiamento. Tra queste l’esposizione di croci celtiche da parte del nostro valoroso portiere, o le svastiche nel ghetto di Roma o le parole razziste gravissime dell’ex-ministro Calderoli.

Non replicherò (ovviamente) alla fantasiosa serie di invettive, ma vorrei fare una riflessione. Da una parte è chiaro che c’è (non lo scopro certo io) un limite di Internet che porta un soggetto estraneo a mettere per iscritto giudizi che senz’altro non replicherebbe faccia a faccia, in un bar, in un luogo pubblico, magari prendendo la parola in una conferenza ed esponendo il dissenso alle idee altrui attraverso sequenze logiche di concetti e contenuti.

E’ curioso. Da qualche parte in rete c’è un sito filoisraeliano che mi definisce “cerebroleso antisemita” mentre, contemporaneamente, la signora Denise Shomaly, una studiosa con tanto di PhD negli Stati Uniti (capperi!) me ne dice di tutti i colori perché, criticando le sue liste nere di ebrei statunitensi, dimostrerei di essere un ultrasionista amico e complice della presunta lobby ebraica incastonata nel showbiz nuovayorkese. Né all’una né all’altra parte viene in mente che forse faccio semplicemente con onestà il mio lavoro.

Andando al merito di quelli che si sono sentiti scandalizzati dal mio dubitativo scritto sui festeggiamenti per i mondiali, credo che in loro ci sia molto dell’idiosincrasia caratteriale di questo paese.

In quel “fieri di essere italiani”, c’è una sana voglia di esserlo davvero, purtroppo frustrata da un paese che dà ben poche occasioni non ludiche di esserlo. Mi piacerebbe uscire in strada col tricolore per festeggiare un premio Nobel italiano della fisica o della medicina. Oppure per l’abbattimento di un ecomostro che deturpa coste tra le più belle del pianeta, ma che non sono necessariamente le più belle al mondo, come pure sarebbero pronti a spergiurare gli arcitaliani, fino a ieri e da domani altrettanto convinti di avere perfino il campionato più bello e addirittura gli arbitri migliori al mondo.

Oppure scenderei in piazza e mi rifarei tingere le guance per il ritrovamento di alcuni sapori dell’infanzia oramai occultati dall’obbligatorietà della grande distribuzione. Mi rinchiuderebbero.

Quell’essere fieri, quel giù le mani dalla festa di Buffon, è una sorta di voler entrare alla festa senza pagare il biglietto. Questo paese, con la classe dirigente più corrotta in Europa (non lo dico io, ci sono studi oggettivi), con meno quotidiani venduti, meno libri letti, laureati sempre più scadenti e un’evasione fiscale che da sola testimonia il senso di appartenenza a questo paese che dimostrano molti di quelli che poi dichiarano di esserne fieri, può essere orgoglioso di se stesso? Fieri del calcio italiano poi è un paradosso. Fieri del calcio di Moggi, Cannavaro e della Gea? Abbiamo vinto i mondiali ed è bastato perché si sollevasse un partito trasversale per l’amnistia! Si può essere felici, strafelici per la vittoria dei mondiali, ma si può da questo dedurre di essere fieri di questo paese? Sono due cose diverse e fonderle resta un’operazione perlomeno azzardata.

Quando Salvo chiede ripetutamente a chi si è scagliato contro di me, se sono preoccupati dalle svastiche sulle case dei deportati, nessuno risponde. Non sono preoccupati, evidentemente, o considerano quel sinistro segnale alla stregua di un gioco. Se non lo vogliono condannare sarebbe da parte loro intellettualmente onesto che allora lo rivendicassero: sì, abbiamo fatto le svastiche nel ghetto, perché… la comunità ebraica gufava contro l’Italia. Abbiamo fatto le svastiche perché non ce li vogliamo. Abbiamo fatto le svastiche perché siamo antisemiti. Eppoi, siamo in democrazia, e siamo liberi -qualcuno lo ha rivendicato- di fare tutte le svastiche che vogliamo anche sulle case dei deportati.

Invece no. Di fronte alle svastiche, al più lugubre simbolo della storia incise sulle case delle vittime, rispondono: ragazzate. Altri tirano fuori -a vanvera- il comunismo. E non serve più ricordare che i comunisti – con i liberali, con i democristiani…- hanno costruito questa democrazia nata dall’antifascismo. Altri ancora -ripresa dai media più volte negli ultimi anni- si precipitano ad assolvere Buffon: la legge dunque ammette ignoranze, a patto che tu sia il portiere della nazionale. Forse è vero che Buffon non sia davvero fascista ma sia solo un ragazzo ignorante, viziato e con problemi psichiatrici. Forse… io credo che sia un ragazzo ignorante viziato, con problemi psichiatrici e fascista. Del resto è difficile essere colti e rimanere fascisti.

La realtà è che questo paese assolve e si autoassolve continuamente. Le centinaia di migliaia di antitaliani evasori fiscali sono forse fieri del paese che gli permette di evadere? O sono fieri del paese che boicottano evadendo? Le svastiche nel ghetto le hanno disegnate per gioco. Buffon è ignorante. Questo paese amnistia se stesso continuamente, giorno per giorno. Come la Teresa Batista di Jorge Amado, gli italiani e l’Italia ritornano sempre vergini. E così si autocondannano a ripetere gli stessi errori.

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