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Il record di Michelle Bachelet

Notiziola nascosta: la popolarità della presidentessa cilena Michelle Bachelet, a quattro mesi dall’entrata in carica, cade già in picchiata.

Quando entrò in carica come presidentessa costituzionale a Santiago del Cile l’11 marzo, Michelle Bachelet aveva circa l’80% di approvazione e poco più di zero di disapprovazione. Tutti sembravano orgogliosi della presidenta. Ma il voto è una cosa e il consenso ben altra, soprattutto quando si è promesso di fare delle cose pensando di fare (e facendo poi) esattamente l’opposto. Se Bachelet, dopo tre giorni (3) da presidente eletta con i voti degli elettori di sinistra, fa bastonare selvaggiamente dai carabinieri, con metodi pinochetisti e tanto di guanaco (il mitico idrante dei “pacos”), il popolo dei senzatetto, si capisce subito dove vuole andare a parare.

E quindi, in aprile, l’indice di approvazione era già sceso al 62.1% mentre quello di disapprovazione faceva capolino in doppia cifra, all’11.5%. Passava un mese ed in maggio l’approvazione era scesa al 54.5% e la disapprovazione raddoppiava al 20.9%.

Arriviamo a giugno. Il mese nel quale centinaia di migliaia di studenti medi (ma in minima parte gli universitari, una banda di privilegiati in Cile) scendono in piazza per la prima volta da 33 anni reclamando cose semplici ma essenziali. Vogliono il biglietto dell’autobus, poter studiare in scuole pubbliche ridotte in macerie dal neoliberismo. La presidenta, impegnata a comprare l’ultimo sottomarino da guerra, risponde che “no se puede”, fa una commissione, elude e tergiversa.

L’Adimark, la casa di sondaggi, anche in giugno ha effettuato il suo sondaggio mensile. E non è più un caso che la presidenta continui a perdere la stima di un cileno ogni 10 ogni mese che passa. Adesso è già sotto il 50%. Oggi la approvano appena il 44.2% dei cileni, praticamente la metà di quanti la approvassero l’11 marzo. Quelli che le si dichiarano apertamente contrari sono già saliti al 34.8%, il triplo in tre mesi. Un disastro, in democrazia. Un disastro, ma in democrazia, se il Cile fosse una democrazia. Se il Cile fosse una vera democrazia e non una oligarchia dove il potere e il consenso sono riservati a chi con il conto in banca di papà si è preso un PhD a Chicago negli SU o a Lovanio in Belgio.

Tranquilli dunque. La presidenta socialista non rischia nulla. Al più potrebbe battere il record del suo omologo peruviano Alejandro Toledo, che durante tutto il suo mandato girò intorno ad un indice di approvazione del 10%. Bachelet ha una maggioranza blindatissima in parlamento e la destra come ruota di scorta. E poi continua ad avere l’approvazione di chi veramente conta nel paese, i grandi magazzini Falabella, la destra economica, i PhD di cui sopra e Condoleeza Rice. Soprattutto.

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