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Pace: occhio alla logica dei grandi numeri.

Il 15 di febbraio a Roma c’erano tre milioni di persone. A Londra un paio. A Barcellona uno e mezzo. In totale, nel mondo, avrebbero marciato contro la guerra, da 100 a 110 milioni di persone nella più grande mobilitazione della storia.

Ma, secondo il bollettino del Foro Sociale Mondiale, è un risultato epocale il fatto che si siano mobilitati, forse, 30 milioni di persone. Il Foro Sociale Mondiale non è una fonte tendenziosa e sicuramente non è favorevole alla trimurti delle 3B, Bush, Blair, Berlusconi, che sta spingendo il pianeta verso l’aggressione contro l’Iraq, ma, come una questura qualsiasi, valuta i manifestanti in un quarto di quelli indicati trionfalmente da altre fonti.

Anche lo stesso Foro non scherza con i numeri: Porto Alegre 1, 15.000, Porto Alegre 2, 60.000, Porto Alegre 3, 100.000. Ma cosa succederebbe se il prossimo anno o tra due anni questo numero si assottigliasse? Si parlerebbe di fallimento? Il capo del governo italiano, spara lì che i manifestanti siano stati appena 10 milioni, e lo racconta come se dieci milioni di persone che escono di casa, passano magari una notte in pullman, al freddo e vanno a dire che non sono d’accordo, fossero niente.

Fa sorridere, come forse agli scettici provocano repulsione anche i 110 milioni. Ebbene sì, abbiamo moltissima ragione perché siamo 110 milioni. Se la prossima volta saremo 70 milioni avremo meno ragione. Nella fase finale dell’epoca dei partiti di massa e dei sindacati fordisti, una manifestazione multitudinaria mobilitava 100.000 persone, e non vi era meno partecipazione politica.

Oggi, in epoca di Fori Sociali e di Girotondi, una manifestazione da meno di un milione di persone sarebbe un fallimento? E’ un meraviglioso bene che la società faccia politica senza la mediazione dei partiti, ma questa conta plebiscitaria nelle piazze porta con sé dei rischi.

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