Gaza: se guardano vedono!
Quello di Lorenzo Cremonesi del “Corriere della Sera” è il primo reportage di un giornalista italiano entrato nella Striscia di Gaza. E chi ha occhi per guardare vede e se vede racconta: “almeno l’80 per cento delle vittime –si legge nel pezzo sul Corriere- sono bambini, anche piccolissimi, donne, anziani. Qui si sta sparando contro la società civile senza porsi troppi problemi”.
Tra le vittime di Gaza: il sangue e le accuse
Viaggio nella Striscia arrivando dall’Egitto. I racconti nell’ospedale: «Colpiti soprattutto i civili»
YUNIS (Striscia di Gaza) — Entriamo verso le 14.00 con il bus egiziano scalcagnato dal posto di frontiera a Rafah. C’è un’atmosfera tesissima, Israele per tutta la mattina ha bombardato i tunnel lungo il confine. I caccia nel cielo, il fischio, lo scoppio, profondo, terrificante. Alcune bombe sono cadute poche decine di metri da qui, infrangendo parte delle vetrate al terminal egiziano. Sul bus siamo in due. L’altro passeggero è un dottore palestinese che rientra a casa. Dall’altra parte, in «Hamasland», non ci sono sentinelle armate, solo un paio di uomini barbuti con vestiti bruni impolverati che parlano al walkie talkie.
Per lasciare il terminal ci si muove in ambulanza: tutti, indistintamente. Le strade sono vuote. Solo tre vecchie Mercedes lungo i quattro chilometri che portano all’ospedale europeo nella zona palestinese di Rafah. Qui è la regione dei tunnel, la più colpita dagli israeliani. Chi può se ne sta ben lontano. Molte case sono abbandonate, alcuni capannoni sono chiusi, serrati. Si notano invece molti carretti tirati da muli, non utilizzano benzina (ora costa un dollaro e mezzo al litro, il triplo di un mese fa). La maggioranza dei negozi è chiusa, ma dicono che qui le scuole sono aperte di mattina e a ogni tregua i contadini tornano a lavorare nei campi, anche quelli più a rischio.
L’entrata all’ospedale è accompagnata dal grido corale « shahìd, shahìd » (martire). Sono due barelle arrossate di sangue e sopra due morti. Uomini, giovani, il cervello che cola dalla testa. Alcune donne vestite di nero, il volto scoperto, invocano Allah, piangono. Quando vedono un giornalista occidentale inveiscono contro Israele e i suoi «crimini nazisti». Seguono alcuni feriti, almeno sei. Uno è scosso da tremiti continui. Anche lui ferito alla testa. Il volto è irriconoscibile, il naso aperto, gli occhi sbarrati.
Oggi Israele ha colpito duro i villaggi della zona sud orientale, quelli che guardano al deserto del Negev. Risuonano continuamente i nomi di due località: Abasan e Kuza, rispettivamente 25.000 e 16.000 abitanti. «Praticamente tutte le vittime gravi delle ultime ventiquattro ore vengono da quei due villaggi. Il nostro ospedale manda i casi più difficili all’ospedale più importante, il "Nasser" di Khan Yunis », spiega Kamal Mussa, direttore amministrativo dell’istituto. Qui regna il caos. I guardiani lasciano entrare tutti al pronto soccorso. I medici appaiono professionali, molti di loro hanno studiato all’estero, al Cairo, ma anche in Italia, Francia e negli Stati Uniti. Non mancano medicinali, né macchinari. Pure la folla è troppa, il pronto soccorso ne è sommerso. «Gli israeliani non hanno umanità, sparano nel mucchio, non distinguono tra soldati e civili, mirano ai bambini, sparano sulle case», gridano i membri dei clan tribali più colpiti, i Qodeh e Argelah.
Un dato sembra evidente, almeno per il sud di Gaza: non c’è malnutrizione. Nonostante l’aumento dei prezzi, la mancanza di alcuni generi alimentari, il blocco dei movimenti, a Gaza nessuno muore di fame. «La situazione è molto peggiore nei grandi campi profughi più a nord, come quello di Jabaliah. Ma qui nel sud il cibo non manca», dice Saber Sarafandi, dottore internista di 30 anni. Lui e il suo collega infermiere, Mohammad Lafi, appena tornato da un lungo corso di perfezionamento negli Stati Uniti, a New Orleans, sono evidentemente dei moderati. Hanno ben poco da spartire con la cultura della guerra santa e del fondamentalismo islamico propagandata da Hamas. Anzi, guardano con un certo fastidio ai ragazzi dalla barba lunga e l’uniforme nera che si muovono nell’atrio dell’accettazione. Eppure di un fatto sono convinti: «E’ vero che Hamas ha rotto la tregua e ha fatto precipitare l’inizio dei combattimenti il 27 dicembre. Ma Israele ci stava prendendo per il collo, non avevano alternativa. I fatti gravi non sono neppure tanto gli omicidi mirati, perpetrati da Israele anche ai tempi della tregua. Sono piuttosto il sigillare Gaza come una grande prigione. La scelta di Hamas è stata tra l’essere uccisi a fuoco lento, oppure velocemente nella guerra. E hanno giustamente scelto lo scontro subito, un grido al mondo. E così facendo sta catturando le simpatie della popolazione. Hamas è oggi più forte che mai tra la nostra gente».
Alle sette di sera cala il buio. Non c’è illuminazione pubblica. Le finestre delle abitazioni sono serrate. E’ allora che un’ambulanza nuova fiammante, appena arrivata dall’Egitto, offre un passaggio per l’ospedale centrale di Khan Yunis. Il viaggio nella notte più nera prende meno di venti minuti. Le strade sono semivuote, ma comunque più popolate del pomeriggio. Si vedono soprattutto giovani uomini, apparentemente disarmati. Per un secondo il mezzo si ferma a raccogliere un medico che porta con sé un bambino di quattro giorni. Vicino c’è una botteguccia che vende bombole di gas da cucina. «Sono diventate una rarità — spiega Amal, l’ambulanziere —. Prima costavano 35 shequel israeliani, adesso superano i 400». Così ci si industria a cercare legna da ardere per cucinare sul pavimento.
Il «Nasser» è presidiato da centinaia di ragazzi. Tanti perdono tempo, si sentono importanti a contare i morti. Tanti altri sono però palesemente militanti di Hamas, che guardano con un misto di sospetto e curiosità ogni occidentale che entra. E’ il direttore amministrativo del «Nasser», We’am Fares, a fornire nel dettaglio le cifre della guerra. Sul muro dietro la sua scrivania c’è la foto di Yasser Arafat e frasi del Corano incorniciate. Tutti i 350 letti dell’ospedale sono occupati. «Solo oggi abbiamo ricevuto 12 morti e 48 feriti di età comprese tra i 13 e 75 anni. Dal 27 dicembre i morti da noi sono stati 680, i feriti curati 183, tra tutti almeno il 35 per cento sono bambini minori di 14 anni ».
Appare invece difficilissimo trovare risposte certe all’uso delle bombe al fosforo. Gli israeliani le hanno utilizzate o no, è possibile vedere qualche ferito? «Certo che le hanno usate, contro tutte le convenzioni internazionali. Qui a Khan Yunis abbiamo contato almeno 18 feriti e 7 morti», dicono all’unisono medici e infermieri. C’è un problema però: «Non si possono vedere. Tutti i feriti da armi al fosforo sono già stati trasferiti all’estero, specie in Egitto e Qatar». Resta vago anche Christophe Oberlin, un chirurgo di Parigi arrivato 3 giorni fa per conto del governo francese: «Io personalmente non ne ho visti di feriti da fosforo e non so se potrei davvero distinguerli dagli altri feriti, non sono un medico di guerra». Però di un fatto è sicuro: «Gli israeliani dicono che solo il 30 per cento delle vittime palestinesi sono civili. Questa è una palese menzogna, sono pronto a testimoniarlo davanti a qualsiasi tribunale internazionale. È vero il contrario: almeno l’80 per cento delle vittime sono bambini, anche piccolissimi, donne, anziani. Qui si sta sparando contro la società civile senza porsi troppi problemi. E le ferite che ho visto sono orribili. Moltissimi dei pazienti muoiono sotto i ferri». Verso le dieci di sera arrivano altre ambulanze cariche di feriti. Una scena carica di dolore, alleviata solo dal grande sorriso di Asma, una bambina di 10 anni ferita al torace, ma che parla veloce, quasi allegra e promette che da grande andrà all’università.
Lorenzo Cremonesi
14 gennaio 2009
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
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8 Commenti
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- Da Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione : Giornalismo partecipativo | gen 16, 2009
- Da - Michele Santoro e Gaza, la televisione tra narrazione e conversazione -Nazione Indiana | gen 17, 2009
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mariarubini | 14 gennaio 2009 21:28 | Rispondi
Cosa vedono Gennaro, cosa vedono!
Vallo a chiedere ai nostri parlamentari che hanno sfilato oggi sotto Montecitorio pro-israele quello che vedono. Se hai il coraggio di andare a chiederglielo. Io li ho elencati tutti, uno per uno. A futura memoria.
Che vergogna!
Sei hai stomaco forte leggi il comunicato di oggi di Paolo Guzzanti. Se sei delicato evita.
Vergogna!
Molti mi dicono che ho interpretato mailiziosamente D’Alema. Non credo. Ha detto chiaro e tondo che Hamas non ha poi tutti i torti, e che Israele invece ha tutti i torti.
In lingua semplice questo si sintetizza così: Hamas ha ragione e Israele torto. Questo dice D’Alema.
Quando alle manfrine contro il fondamentalismo, si tratta di chiacchiere di cui sono buoni tutti, tutti sanno dire che amano tutti i bambini del mondo e che è meglio non uccidere o che la pace è più carina della guerra. Luoghi comuni che fanno parte dell’ufficio stampa di Hamas.
A noi importa dire che Israele ha ragione, che nessun Paese puà vivere senza reagire nei rifugi perché piovono dal cielo migliaia di oggetti esplosivi spediti da gente rinchiusa nelle gallerie e che chiede l’impunità facendosi scudo di donne e bambini.
Quindi piantiamola con le ipocrisie, con le equidistanze, di dire che sì però ma anche.
Basta.
Se i palestinesi non hanno ancora un loro Stato è perché non l’hanno voluto, l’hanno rifiutato con sdegno, puntando ancora come Hamas non su uno stato palestinese ma sulla distruzione dello Stato di Israele,
Quindi smettiamola di raccontare e farci raccontare favole senza reagire.
Noi stasera reagiremo, parlando nell’Israel Day promosso dai parlamentari pro Israele, di cui è promotrice la carissima e bravissima Fiamma Nirenstein.
Venite in tanti, venite e fatevi vedere e sentire.
Viva la pace nella giustizia, abbasso le bugie e le ipocrisie, viva l’unica democrazia del Medio Oriente, viva la libertà di vivere in pace e di difendere la propria pace e la propria libertà.
Paolo Guzzanti
Annalisa Melandri | 15 gennaio 2009 00:43 | Rispondi
Maria pensavo per un attimo fossi impazzita! Invece era il comunicato di Guzzanti…
a prop. dell’articolo del Corriere…mi sembra sempre più guidato dal Vaticano, loro parlano e il Corriere della Sera scrive.
Chissà cosa ne pensa PANEBIANCO che ha avuto il coraggio di scrivere che “gli israeliani cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile”…
Carino, ha inventato un vocabolario tutto suo, ora un genocidio si chiama “ingiuria”.
A proposito la redazione quasi al completo insieme alle facce di c… a Montecitorio stasera, vero?
Annalisa Melandri | 15 gennaio 2009 11:26 | Rispondi
L’imbarcazione del Free Gaza Movement, SPIRIT OF HUMANITY, ha lasciato il porto di Cipro ieri mattina, mercoledì, con a bordo medici, giornalisti, attivisti, parlamentari e circa una tonnellata di medicinali.
Prima di partire, il viaggio verso Gaza è stato ufficialmente notificato al governo israeliano e l’imbarcazione è stata perquisita minuziosamente dalle autorità cipriote per accertare che a bordo fossero presenti solo beni di supporto e aiuti umanitari.
Questa notte verso l’una, a 100 miglia dalle coste di Gaza, 5 navi da guerra israeliane hanno circondato la SPIRIT OF HUMANITY bloccandone l’avanzata e intimandole di tornare indietro o, altrimenti, avrebbero aperto il fuoco.
Alla domanda: “Siete consapevoli di commettere un crimine di guerra attaccando civili disarmati?”, la risposta è stata che avrebbero usato “qualsiasi mezzo” per fermare la barca.
La SPIRIT è tornata indietro.
Ricordo che il 30 dicembre un altro tentativo di raggiungere Gaza era fallito dopo che le navi israeliane avevano quasi affondato la SPIRIT costringendola, poi, a riparare in Libano.
CHIAMATE il governo israeliano chiedendo che gli attacchi alla popolazione civile di Gaza cessino IMMEDIATAMENTE e che non venga mai più impedito che aiuti e supporto umanitario possano raggiungere il popolo palestinese.
Mark Regev – ufficio del Primo Ministro:
+972 2670 5354 or +972 5 0620 3264
mark.regev { chiocciolina } it.pmo.gov(.)il
Shlomo Dror al Ministero della Difesa:
+972 3697 5339 or +972 50629 8148
mediasar { chiocciolina } mod.gov(.)il
Portavoce della Marina Israeliana:
+ 972 5 781 86248
da http://guerrillaradio.iobloggo.com
Doriana Goracci | 15 gennaio 2009 12:32 | Rispondi
Basta vi prego di far convergere l’attenzione su tutti i servi e le servette dei Media e del Potere, non troverete nelle stanze dei palazzi alcuna voce che racconta e diffonde la guerra e i crimini che l’accompagnano. Divideranno le resistenze dalle offese e difese, ci danno numeri che servono e servirannnno a sondaggi e voti.
Diffondiamo altro e sappiamo bene che non vogliono in alcun caso sia diffuso, nè pensiero nè azione.
Doriana
Gaza City, la guerra casa per casa: colpiti gli studi tv, in fiamme la sede Onu
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=100966
La guerra entra in Gaza City : colpiti un ospedale, la torre tv, la sede Unrwa. L’Onu: “Intollerabile numero di vittime”
http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=100966
emanuele | 15 gennaio 2009 12:53 | Rispondi
L’attacco alla sede dell’ONU (anche loro fiancheggiatori di Hamas?) comincia forse a dare la giusta dimensione dell’arroganza di Israele che è disposto a sacrificare la vita di CHIUNQUE, compresio il personale delle Nazioni Unite pur di raggiungere il suo obiettivo di polverizzare Gaza.
Del resto fra poco dovranno dare il contentino all’opinione pubblica occidentale e dimostrare quanto sono “generosi e umani” accettando un cessate il fuoco. Certo nulla vieta che prima di quel cessate il fuoco i bombardamenti e la mole di distruzione giornaliera vengano incrementati al massimo, in maniera tale che allo scattare della tregua Gaza sia ormai ridotta ad un ammasso di macerie e carne fumante…
Annalisa Melandri | 15 gennaio 2009 14:52 | Rispondi
chiamasi genocidio…
marino patti | 15 gennaio 2009 21:34 | Rispondi
Ma perché mai, guarda caso, la prima volta che in 20 giorni di bombardamenti l’esercito israeliano fa entrare nella striscia di Gaza le telecamere del telegiornale Rai, nel giorno di un attacco violentissimo nel cuore di Gaza città, porta le telecamere in campagna?
E così stasera il corrispondente Rai da Gerusalemme che entra per la prima volta nella striscia, ci fa vedere – se ho ben capito – alcune fattorie palestinesi che hamas avrebbe espropriato ai proprietari legittimi.
Certo, il servizio non poteva prescindere dalla notizia del giorno, con le immagini orribili della carneficina e dell’attacco alla sede onu, a quella della croce rossa e del media centre. Ma le immagini proprie, quelle girate dall’operatore Rai presentato con nome e cognome sono quelle che deviano dall’orrore e ci portano nei campi.
Che l’esercito attui questa strategia di media management è comprensibilissimo. Ma il servizio pubblico…
Paolo Camatini | 15 gennaio 2009 23:30 | Rispondi
ben venga che finalmente il corriere ne parli, ma stavolta il ” pulizer ” va alla rete, agli EROI come Arrigoni che lottano sul posto e a tutti voi che vi adoperate per farci sapere le notizie. grazie. Questa volta i sedicenti giornali di informazione avevano cominciato a scrivere con pigrizia le solite frasi fatte e l’utilizzo di foto vecchie di 4 anni ne è la conferma, ma hanno dovuto adeguarsi in fretta alla velocità con cui su internet si trovavano le notizie.