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Venezuela, finale di partita?

hugo-chavez

Il meglio della rivoluzione bolivariana, nata dal fallimento sia economico che etico del modello neoliberale che le destre vogliono riportare in auge in tutto il Continente, è dietro le spalle. Il colpo di timone evocato da Hugo Chávez difficilmente potrà essere dato dal governo attuale, dalla burocrazia statale, chavista e antichavista insieme, unita nella ricerca del vantaggio personale, dallo stalinismo di un discorso antiquato e opportunista, che vede in ogni critico un traditore della patria. Tanto meno potrà essere dato dopo la sconfitta nelle elezioni parlamentari di ieri.

Se colpo di timone dovrà esserci, di qui alle elezioni presidenziali, o anche dopo, se queste dovessero premiare l’opposizione, dovrà essere dal basso e a sinistra, sapendo che il senso del chavismo, fare in parti uguali la mela del petrolio che cresce spontanea nel giardino dell’Eden che è il Venezuela, e che pure ha ridonato dignità a milioni di venezuelani, non è bastato e non basterà a dare stabilità a un modello di paese non escludente. Ieri come allora, la chiave di tutto è nel creare il potere popolare ma soprattutto nel creare lavoro degno e di massa, qualunque cosa ciò significhi nel XXI secolo e ammesso e non concesso che ciò non sia una mera utopia, in Venezuela come in qualunque parte del mondo. Se c’è una chiave comune, la partita, mi si permetta, dal Venezuela alla Francia alla Siria, è innanzitutto quella contro la sparizione del lavoro degno, come era stato concepito dal movimento operaio tra XIX e XX secolo, come motore del futuro per le generazioni oggi giovani e per quelle future. Sarà chi scioglierà il rebus del lavoro nel mondo post-industriale a conquistare le menti e i cuori delle masse nel XXI secolo.

Non è obbiettivo di questa nota fare un bilancio storico del chavismo, peraltro più volte abbozzato in queste pagine. Va riconosciuto che il grande merito del reinserimento di milioni di proletari nella vita sociale, politica ed economica, dalla quale erano completamente esclusi durante la IV Repubblica, quella che invece li massacrava nelle piazze, al quale si aggiunge quello del pieno diritto di un paese e di una regione considerato fino a ieri una semi-colonia a svolgere una politica estera proattiva, non è stato controbilanciato dal superare altre dipendenze storiche. Chi scrive ne discusse con Chávez stesso almeno dal 2004; tali dipendenze rendono ogni conquista, anche la più importante, come provvisoria.

Mi riferisco in particolare alla dipendenza dal petrolio. 17 anni nella Storia sono un periodo medio, non lungo rispetto a ritardi plurisecolari, ma neanche breve per impostare una trasformazione di lungo periodo. Il Venezuela ha reso meno ingiusta ma non ha trasformato la propria economia, non ha creato né una base industriale forse fuori tempo, né riattivato la propria produzione agricola in senso cooperativo e artigianale, in larga misura perdendo (e forse è un bene) anche il treno della velenosa trasformazione agroindustriale che tanto danno fa dall’Argentina alla Colombia passando per il Brasile. Il Venezuela , in buona sostanza, non si è liberato della rendita petrolifera come unica risorsa con la quale si fa tutto il bene e tutto il male della storia di questo paese.

Il petrolio, la dipendenza secolare dal petrolio (tanto più a 40$ al barile), è il cavallo di Troia che permette oggi l’aggiotaggio e la guerra economica, che sta minando le conquiste del chavismo e la fiducia che questo possa essere il modello futuro del paese. Al nemico si può legittimamente dare nome e cognome, nei tagliagole della guarimba, i Leopoldo López e le María Corina Machado, la parte di opposizione eversiva ed assassina che solo la malafede dei media mainstream ridipinge come democratica, ma questi vedono solo la faccia visibile di un’aggressione mai arrestata in 17 anni e che per molti versi, non solo col golpe dell’11 aprile 2002, ricordano l’esperienza di aggressione, demonizzazione, delegittimazione, vissuta da ben prima di essere eletto il 4 settembre 1970 dal presidente Allende in Cile, attaccato da destra e da sinistra esattamente come si è fatto in questi anni con Chávez, per poi rimpiangerlo dopo l’epilogo dell’11 settembre.

Ma faremmo torto alla nostra intelligenza se non vedessimo che nel petrolio, oltre alla possibilità di fare giustizia sociale e dare tetto, educazione, salute -ma non lavoro- c’è anche il germe dell’inefficienza, del clientelismo, della corruzione e, soprattutto del mancato superamento della dipendenza storica da questo. Ha ragione Nicolás Maduro a parlare di guerra economica contro il paese, ma come poteva un Venezuela che continua a dovere tutto all’oro nero, ed è un demerito storico della rivoluzione bolivariana non aver alleviato tale dipendenza quando il prezzo era altissimo, non essere vittima oggi della tempesta data dal crollo del prezzo del greggio?

Il risultato elettorale del 6 dicembre è netto ed è in favore del MUD, il cartello delle destre. Come sempre in questi diciassette anni hanno parlato le urne e una partecipazione elettorale eccezionale; sono dati che rendono ammirevole la storia democratica del paese in questo scorcio di XXI secolo. In quel che resta del suo mandato Nicolás Maduro dovrà governare con il parlamento contro, i media come sempre contro, le classi dirigenti contro, la guerra economica contro, un quadro internazionale revanscista che affiderà al neo-presidente argentino Mauricio Macri il lavoro sporco, una parte della classe dirigente chavista, quella che in questi anni si è solo data una patina di rosso, che farà il suo gioco preparandosi al dopo. È un compito titanico per il quale difficilmente basterà la dedizione del collaboratore più stretto del presidente Hugo Chávez, lo straordinario dirigente politico scomparso a meno di 60 anni il 5 marzo 2013.

Restano da dire due cose: da Felipe González fino all’ultimo velinaro dei nostri giornali, tutti quelli che in questi mesi avevano spergiurato che le elezioni non si tenessero, o che ci fossero dei brogli governativi o addirittura un auto-golpe, sono stati come sempre smentiti in tutta la loro malafede e volontà di disinformare, diffamare, distruggere un processo democratico e popolare. Ancora una volta il Venezuela è andato a votare in pace e ancora una volta i trinariciuti chavisti hanno accettato la sconfitta. Nella sua caoticità il Venezuela chavista in tutti questi anni ha dimostrato di essere una democrazia rappresentativa, rispettosa della volontà popolare e sarebbe bene se ne prendesse atto.

E qui va la seconda e finale questione: alla democrazia rappresentativa e quindi all’alternanza in America latina non c’è alternativa e proprio il rispetto nei processi elettorali che le sinistre hanno saputo vincere per quindici anni in Venezuela e altrove lo testimonia. Nell’ora nella quale l’opposizione di destra vuole tornare a essere governo, sta alla sinistra difendere quanto conquistato. Sta alla sinistra dimostrare se davvero in questi quindici anni, nel Continente più politicizzato del mondo, questa ha modificato i rapporti egemonici rispetto all’epoca delle dittature e della notte nera neoliberale. Se è così, se qualcosa di solido è stato costruito in questi anni, vorrà dire che ripartiremo da equilibri più avanzati e meno escludenti e questa non tornerà.

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9 Responses to Venezuela, finale di partita?

  1. Luigi 7 dic 2015 at 11:20 #

    “ma come poteva un Venezuela che continua a dovere tutto all’oro nero, ed è un demerito storico della rivoluzione bolivariana non aver alleviato tale dipendenza quando il prezzo era altissimo, non essere vittima oggi della tempesta data dal crollo del prezzo del greggio?”
    Qui c’e’ la risposta alla netta sconfitta del regime, dove hanno distrutto tutto l’apparato produttivo creando sacche di parassitismo improduttivo, creando il mostro del bachaqueo, gestito dai dirigenti del psuv e dai militari e vai cosi’!

    • kikko 7 dic 2015 at 19:42 #

      Mi chiedo se chi scrive certe cose abbia mai vissuto in Venezuela…Oggi forse questo Paese puo’ iniziare a pensare di avere un futuro…

      • malcom 9 dic 2015 at 19:06 #

        il futuro? in mano a fascisti come Leopoldo lopez o capriles? che bel futuro davvero….se lo tenga per lei il suo futuro

    • malcom 9 dic 2015 at 19:09 #

      bei tempi invece prima di chavez vero luigi? il caracazo se lo ricorda? quando centinaia e centinaia di venezuelani, scesi in strada per la disperazione creata dalle misure del FMI,vennero massacrati dai militari? lei non sa cosa dice, si vergogni

    • Guido 16 gen 2016 at 15:38 #

      Distrutto l’apparato produttivo? Quale? E quando ne hanno mai avuto uno? Bisogna essere settari e servi volontari per sparare cazzate del genere.

  2. franco 7 dic 2015 at 20:44 #

    Certamente è una sconfitta, non c’è dubbio. Così come molti sono stati gli errori degli eredi di Chavez, anche se dovremmo farla finita di spararci sempre addosso, noi di sinistra. Di errori ne commettono tantissimi tutti i governi neo liberali nel mondo eppure nessuno li schioda dal potere. E quando li schiodano è per merito di chi ha vestito i panni di quello che doveva essere l’avversario. Se vogliamo analizzare la sconfitta di Maduro occorre dire che le cause non sono solo la caduta del prezzo del petrolio e le inevitabili “pecche” che un governo può avere sulla coscienza in tanti anni di potere, ma anche la “guerra” economica, mediatica, finanziaria e politica che, soprattutto gli USA, hanno condotto, in questi anni, contro il Venezuela. Non potevamo certo pensare che i nord americani sarebbero stati con le mani in mano mentre in Venezuela si stava costruendo un Paese con finalità socialiste molto affini a Cuba.
    Basterebbe rileggersi la storia degli ultimi vent’anni del Latino America. L’ALBA, la CELAC, sono delle istituzioni sovranazionali che danneggiano fortemente il capitalismo. D’altro canto
    accettare la sfida su un terreno favorevole alla borghesia “compradora” è un errore fatale.
    La storia, in questo caso quella di Cuba, ci dimostra che uscire dal “patio trasero” comporta non solo sacrifici immensi ma anche sistemi politico-costituzionali diversi. Sono inutili altre analisi: accettare il multipartitismo significa accettare l’alternanza, cioè, almeno e non solo in Latino America, accettare che chi fino a ieri ha sfruttato e dominato, spesso con la violenza, intere popolazioni, annulli in un attimo, per cause spesso anche esterne, anni di tentativi spesi per ridare dignità a milioni di persone. Non ci sono scorciatoie, questo è il capitalismo. Prendere o lasciare.
    Comunque, la storia non è finita!

    • Cla 9 dic 2015 at 16:06 #

      Verissimo, anzi durare cosi a lungo è stata una impresa eroica

  3. altrestorie 8 dic 2015 at 21:58 #

    Condivido pienamente l’analisi sullo chavismo, la cui storia ho seguito con interesse come esperimento diverso dalla scelta unica del neoliberismo d’assalto. Più che esprimere giudizi però mi interessava sottolineare come Maduro ha accettato il risultato elettorale senza rovesciare il tavolo nè tentare sortite militaresche. Smentendo che lo chavismo fosse una feroce dittatura. Perchè in Italia, ma nel mondo occidentale in genere Chavez era dipinto come dittatore , oltraggiato, insultato con epiteti come mestizo o scimmia . In Italia omero ciai ha scritto pagine insultanti e feroci. Ma perfino un giornale illuminato come Il Fatto dipingeva Chavez come un sanguinario dittatore . Mi piacerebbe leggere delle scuse, un’ammissione di errore magari. Ovviamente non ci sarà.
    Perchè fin dall’inizio Chavez era stato individuato dai centri di potere liberisti come un nemico pericoloso. La vittoria e la riuscita dell’idea chavista avrebbe significato una dura batosta per il neoliberismo che non sarebbe più apparso come scelta ineluttabile. Cosi come fu per Allende. Anche lui messo in ginocchio economicamente creando penuria di beni di prima necessità. Poi ebbero gioco facile nell’assassinarlo.
    Nella lettura dello chavismo bisogna anche ricordare che l’avventura militare fu tentata contro di lui è fu il popolo ad opporsi. Insomma al di fuori di Carotenuto sembra impossibile avere una lettura onesta di Chavez e dello chavismo

  4. Alvise 10 dic 2015 at 08:19 #

    Non c’è stata frode elettorale solo perché i militari si sono opposti e on tato il generalato, quanto i livelli intermedi che hanno obbligato il Gen. Padrino Lopez a dichiarare alle dieci di sera che i militari avrebbero accettato il responso delle urne e avrebbero mantenuto la pace. Questo perché Maduro e Cabello volevano, dopo aver mantenuto le urne aperte dopo le sei di sera, illegalmente, laciare nelle strade i collettivi armati.

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