Menu 2

Il problema non è Matteo Renzi, è il Partito Democratico

Renzi-680x412

Il problema non è Matteo Renzi, il problema è che il Partito Democratico, rappresentando a dir tanto un terzo dei votanti, ha vocazione da partito-Stato. No, non la Democrazia Cristiana, della quale è per molti versi calco ancor più che del PCI, ma ben di più; solo un gradino meno del PRI messicano o del baathismo iraqueno, rispetto ai cui modelli è però meno laico. Ovviamente vi sono differenze irriducibili tra la forza egemone del centro-sinistra italiano e un regime semiautoritario da un lato e una spietata dittatura dall’altro. Ma la volontà di essere strutturalmente al centro del quadro politico e l’imporre al paese la battaglia interna al partito stesso, come se questo coincidesse con le sorti del paese, sono identiche. Possono essere indicati molteplici episodi che allontanano per prassi politica il PD dalla tradizione liberal-democratica alla quale sostiene di rifarsi. La staffetta alla quale il paese sta assistendo stupita in questi giorni è solo l’ultimo episodio. Nessuno può spiegare il passo di Renzi in queste ore se non in due maniere: il fiorentino (ma Mitterand era ben altro) è nuovo nella comunicazione ma vecchissimo nella prassi; la classe politica intera lo costringe ad essere ultima trincea prima di un crollo sistemico.

Fatta la giusta tara, perfino la recente tradizione delle primarie, che a parole dovrebbe restituire potere agli elettori/militanti di base è stata sempre interpretata dalla classe dirigente del partito non come una competizione tra due o più opzioni (con la parziale eccezione di quelle di fine 2012 vinte da Bersani) ma in maniera confermativa del leader già designato, Prodi, Veltroni, lo stesso Renzi che ha sbaragliato a mani basse la vecchia nomenklatura: dei costosi bagni di folla propagandistici, mascherati da democrazia diretta.

Per quanto riguarda la classe dirigente, spogliandosi di nostalgie tanto per il PCI che per la DC, la nuova generazione ha fatto propria l’idea del mestiere della politica nel più deleterio dei modi: non militanza, ma carriera in un partito che era e resta per molti versi una scatola vuota, non post-ideologica ma opportunista e flessibile per tutte le stagioni. A ciò si aggiunga infine la viscerale volontà egemonica sul campo democratico. Alla fine l’unico sincero fu Walter Veltroni con la sua vocazione maggioritaria. Dopo la sconfitta della gioiosa macchina da guerra occhettiana, e dopo la caduta di Romano Prodi nel 1998, non c’è mai più stato spazio per una “gauche plurielle” di sorta e il PDS/DS/PD ha sparato a vista su ogni possibile compagno di strada, da Rifondazione Comunista a Italia dei Valori all’attuale SEL (senza dire delle accozzaglie arcobaleno o ingroiane), soggetti tutti fragili e con le proprie colpe ma spietatamente triturati dal “partito fratello” invece di essere coltivati per aprire una dialettica a sinistra con un mondo in movimento.

Ma il Partito Democratico di oggi, quello di Letta come quello di Renzi, dei movimenti non sa cosa farsene. È una leggera patina di progressismo unito ad un discorso modernizzante e rassicurante per chi è sconcertato dall’impresentabilità delle destre ma rifiuta il salto nel vuoto grillino. Patina e discorso servono ad occultare un conservatorismo sociale spesso bieco e nascosto dietro la foglia di fico degli equilibri interni, oltre alla difesa armata degli interessi delle classi dirigenti nazionali, dei centri di potere internazionali e del modello economico neoliberale. In un paese che semplicemente non funziona più Renzi garantisce più di Letta? O è ancora un augustolo prima del crollo? Perché Renzi ora?

È in questo contesto per molti versi apolitico che nasce il gioco di palazzo, incomprensibile all’opinione pubblica normale e a gran parte degli elettori democratici, che ha condotto al defenestramento del portatissimo Enrico Letta in favore del golden boy Matteo Renzi. Il Partito Democratico, quello stesso che dipende al Senato da alleati infidi -Scelta Civica, gli alfaniani, la non belligeranza evidentemente concordata con Berlusconi- ha offerto al paese lo spettacolo di un partito che si gioca ai dadi la presidenza del consiglio dei ministri, uno dei tre poteri dello stato, sulla base di una mera dinamica interna che passa al di sopra della democrazia rappresentativa.

Per vent’anni ci siamo illusi che il pericolo per la democrazia venisse da destra, dal satrapo di Arcore, dalla feccia razzista della Lega Nord pienamente integrata nel sistema. Quelle destre erano e sono un pericolo per la nostra convivenza civile, ma in modo grossolano e di per sé inconciliabile col nostro spazio geopolitico di riferimento, dove non è tempo di militari alla De Lorenzo, Borghese o Tejero. È una destra deleteria, impresentabile, indifferente alla democrazia, ma troppo volgare per il contesto europeo come testimoniarono i sorrisi tra Merkel e Sarkozy. Tutt’altro è l’impeccabile grammatica istituzionale del PD ritestimoniata dalla cialtroneria dell’impeachment grillino contro Napolitano. La force de frappe del partito nei social network e nei media tradizionali, in mancanza di spiegazioni politiche, ha puntato tutto sulla legittimità dell’operazione Renzi.

Oggi in Italia, lo abbiamo spesso detto in riferimento alle destre, è legittimo tutto quello che non è apertamente illegale, anche quando appaia politicamente indifendibile. Come silurare quasi dalla sera alla mattina quello che per 9 mesi è stato definito come l’unico governo possibile. E di passaggi indifendibili nella storia del PD e dei suoi predecessori ve ne sono ormai molti. Stiamo parlando di un partito (con i suoi antecedenti dell’ultimo ventennio) che, con l’eccezione degna di Romano Prodi, ha continuato a prescindere dalla volontà del corpo elettorale ogni volta che lo ha ritenuto utile ai propri fini. La lista è lunga e parte dal ripetuto appeseament verso Berlusconi infinite volte salvato, e al quale, Violante docet, scientemente è stato perdonato il macroscopico conflitto d’interessi. Ma c’è ben di più, anche detto dell’addomesticamento dello strumento primarie.

Oggi sappiamo bene che non fu tutta colpa di Fausto Bertinotti il disastro del ’98 che mise fine all’unica vera esperienza riformista della nostra storia. Come dimenticare il D’Alema pronto a cogliere l’occasione della vita per trasferirsi a Palazzo Chigi, occasione che, va da sé, dagli elettori non gli sarebbe mai stata offerta. In proporzione, in fondo, Renzi non ha fatto nulla di diverso da quello che fece John Major con Margaret Thatcher (e Letta non è Thatcher) nel novembre del 1990: scalato il partito, si prese anche Downing Street. Come non ricordare, tornando ai democratici, l’abuso della riforma del Titolo V della Costituzione che prestò per anni il fianco ad abusi ancor peggiori delle destre. E di nuovo non furono solo Mastella e Turigliatto a rendere la vita impossibile al secondo Prodi. La finta opposizione al Porcellum poi consentì anche al PD di disciplinare ogni dirigente mettendolo nella casellina giusta. L’Italicum concordato tra Renzi e Berlusconi è cartina tornasole dell’utilitarismo che produrrà per l’ennesima volta una legge elettorale che serve alla politica ma non alla democrazia. Infine c’è l’allergia ai passaggi elettorali della stagione segnata in particolare dalla figura del tardo regno di Giorgio Napolitano. Il «non diciamo sciocchezze» rispetto al passaggio elettorale dimenticato da Renzi dopo essere sempre rivendicato come la via maestra resterà proverbiale. A Napolitano il terzo tradimento di Prodi, quello per il Quirinale, altro intrigo di palazzo tutto interno al PD, ha aperto la strada alla riconferma. Nel frattempo c’era già stato Monti e incubava Letta, entrambi dirigenti non votabili.
Per tutto ciò la foglia di fico è stata per anni la tecnocrazia, l’Europa, i parametri stabiliti altrove, un modello neoliberale appena da addolcire nella forma e indurire nella sostanza contro i nostri salari, le nostre scuole, la nostra salute. Di fronte a tutto ciò allora il problema non è Renzi, da più d’uno descritto come un lanzichenecco piovuto da chissà dove sull’idilliaco partito che fu di Rutelli e Binetti e che ancora è di Violante e tanti altri, compresi parecchi giovincelli. Anzi, in assenza di una vera opzione Tsipras nazionale, il sindaco uscente di Firenze è davvero un’ultima spiaggia, anche se solo per stomaci forti. Il problema è un partito post-democratico lanciato come una locomotiva alla conquista del palazzo per il potere in sé senza averne né la cultura né la forza.

, , , , ,