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Cuba, lo storico, le interviste e il futuro

La cosa che m’infastidisce nell’accettare interviste su Cuba è la rudimentale dicotomia manichea del sistema mediatico. Non voglio personalizzare ma ho oramai una casistica infinita in materia. Ci girano appena intorno ma in fondo, se potessero, l’unica e sola domanda che hanno in mente, e che mi sparerebbero volentieri lì, è: “Carotenuto, ci dica giorno e ora di quando a Cuba scorrerà il sangue”?

E se io rispondo, come rispondo, che non è affatto detto che scorrerà il sangue e che il sangue non è desiderabile e che comunque non è quello il punto, li sento, anche per radio, già incipiglirsi: “questo Carotenuto non va al sodo, è sospetto”.

Mi turba come non siano affatto interessati al presente ma solo a un ipotetico futuro: “che succederà quando morirà Fidel?” Ma non era morto la settimana scorsa? Viene voglia di ricordargli che faccio lo storico, non il futurologo: “Quale sarà la svolta?” È scortese se dico “boh” e rivendico che non dico boh perché non so quanto succede nel Continente al quale dedico il mio lavoro, ma perché chi sciorina previsioni è un venditore di fumo?

Ho parlato di rendite agrarie insufficienti e dell’importanza delle rimesse degli emigrati che, secondo me, sono le cose importanti da spiegare della riforma migratoria sulla quale vengono a cercarmi fino in Francia. Mentre spiegavo potevo quasi sentire l’intervistatore sbuffare un “che palle”.

Tutto, tutto è ricondotto ad uno stupido derby Usa-Cuba nel quale ovviamente ci si deve schierare “senza se e senza ma”. In questo gioco delle parti l’oltranzista castrista serve a fare l’utile idiota mentre invece il pensiero critico, la riflessione informata, rompe le uova nel paniere ed è sempre malvista. Se provo a dire che c’è anche l’America latina come attore (e ainda mais…) percepisco una freddezza e un’indifferenza… what’s America latina? Come se invece di Roma-Lazio volessi cambiare canale e vedere Albinoleffe-Cittadella…

Fa cadere le braccia perché ritengo che restituire almeno un po’ di complessità sia indispensabile per parlare di una storia, quella della Rivoluzione cubana che, a 23 anni dalla caduta del muro di Berlino, è puerile ricondurre sempre e solo alla guerra fredda.

E questa complessità, che non è certo capitalismo/socialismo bianco/nero buoni/cattivi, on/off ma ben altro (“eccoti scoperto, sporco benaltrista!”), è l’unica possibilità di comprendere, se volete capire, spiegare, raccontare…

Raccolgo e continuerò a raccogliere la sfida ma, decisamente, sono contento di fare un altro mestiere.

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