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Produttore di beni, consumatore di stupefacenti la condizione del lavoratore nell’era post-industriale

Sabatino Annecchiarico intervista Francesca Coin, Sociologa e ricercatrice nell’Universita’ Ca’ Foscari di Venezia e presso la Georgia State University di Atlanta (USA)

Il consumo di sostanze stupefacenti ha precisamente un triplice scopo: stimolare la produzione, manipolare l’essere umano per renderlo piu’ simile alla macchina e farlo diventare il piu’ possibile docile

Con l’entrata della digitalizzazione nella produzione di beni, negli ultimi decenni il mondo capitalista ha subito una trasformazione nella produzione con alti profitti senza precedenti nella storia. Allo stesso tempo, si è verificato un aumento del consumo di sostanze psicotrope e di alcol da parte dei lavoratori che producono questi beni, realizzando con il proprio malessere gli alti profitti del capitale.

Francesca Coin, nel suo recente saggio “Il Produttore Consumato. Saggio sul malessere dei lavoratori contemporanei” (Ed. Il Poligrafo, Padova, 2006. €23,00) delinea questa trasformazione partendo dalla constatazione che, secondo la sociologia “ufficiale” «Nell’era post-industriale i lavoratori non sono più il perno della vita sociale. Essi non sono più al centro né delle fabbriche né delle piazze. Il loro ruolo economico e politico è oramai marginale, e parimenti poco importanti sono diventate le loro storie di vita. Ma, a clamorosa smentita di una tale presunta marginalità, all’alba del terzo millennio i lavoratori sono il bersaglio primo delle riforme economiche e politiche del libero mercato, che avanza precisamente sulle schiene della classe lavoratrice mondiale».

Nella sua ricerca lei si sofferma in modo particolare sul crescente ricorso di droghe che fanno i lavoratori, un uso in risposta alle difficoltà e alle loro sofferenze che il mondo del lavoro infligge. Diversi studiosi hanno già trattato questo argomento. Dov’è la novità della sua ricerca?

Fino ad oggi è stato trattato questo problema prevalentemente in chiave psicologica, osservando il malessere dei lavoratori come un male individuale. La novità di questo saggio è l’approccio collettivo con cui ho affrontato questo malessere. Un malessere inserito dentro il mondo stesso della produzione capitalista.

Lei sostiene che questa produzione di beni è connessa, in modo inestricabile, con la produzione di malessere di chi produce questi beni. Da dove parte per sostenere queste affermazioni?

Nel mondo capitalista abbiamo un mercato del lavoro che richiede sempre un maggiore sforzo da parte del lavoratore, sia nell’aumento delle ore lavorative che nell’intensità propria del lavoro. Osservando i paesi in cui le ore di lavoro variano tra 12 e 72 ore continuative, senza interruzione, ad esempio quelle delle zone di libero scambio commerciale del Centro e un Sud America, spesso le anfetamine sono somministrate direttamente dal datore di lavoro con lo scopo di portare a termine turni di lavoro massacranti. Si è passati da un assenteismo a un iper-presenteismo sul posto di lavoro.

In Europa accade la stessa cosa?

Abbiamo in Europa le testimonianze dei sindacati inglesi, che ci fanno sapere che la gran parte dei lavoratori inglesi hanno problemi di tossicodipendenza e di alcolismo. In Italia la cosa non è molto diversa. Si dice con leggerezza che la tossicodipendenza riguarda prevalentemente i giovani. Giovani studenti: una generazione spesso collegata con le stragi del sabato sera. La realtà è diversa. Il 70% dei consumatori di droghe non è costituito da studenti bensì da lavoratori dipendenti. C’è un forte malessere dei lavoratori in fabbrica, i turnisti ad esempio, compensano questo malessere con l’uso di droghe e farmaci.
Questo fatto è dovuto a due bisogni effettivi della produzione capitalistica: quello di lavorare sempre di più e quello di consumare sempre di più. Da una parte c’è bisogno dell’ iperlavoro, il quale è in continua crescita, utile ad abbassare i costi di produzione. Dall’altra c’è il bisogno di consumare quello che si produce. Siamo paradossalmente in un’epoca della storia in cui la possibilità di consumare è la più alta in assoluto: tanti beni a disposizione. Ma nello stesso tempo, tale consumo non aiuta l’emancipazione dei lavoratori, bensì principalmente la produttività economica e l’obbedienza politica. Il consumo di sostanze stupefacenti ha precisamente un triplice scopo: stimolare la produzione, manipolare l’essere umano per renderlo più simile alla macchina e farlo diventare il più possibile docile. Un esempio di tale “pacificazione” è il modo in cui nel 1968 l’LSD fu somministrata in massa ai contestatori nordamericani quale “antidoto all’attivismo politico”.

Alla luce di tutto ciò, come reagisce il sindacato in Italia?

In Italia il sindacato reagisce come può, nel senso che in un contesto caratterizzato dalla decentralizzazione produttiva il sindacato è sempre più stretto dalla necessità di garantire il posto di lavoro e mantenere la capacità contrattuale del salario. Schiacciato tra queste due realtà, il sindacato chiude un occhio a tutto il resto. Ed è così che emerge un sindacato senza una autentica forza contrattuale, risorse politiche o motivazioni per affrontare il disagio dei lavoratori.

Ci sono esempi che testimoniano questa debolezza sindacale?

Nell’inchiesta che ho fatto nella zona industriale del Nordest d’Italia, di alta densità produttiva, volevo verificare quanti lavoratori facessero uso di droghe o di antidepressivi. Di fronte alla mia ricerca il sindacato si è tenuto in disparte, non ha preso una posizione esplicita.

E le politiche dei governi, che ruolo hanno?

Le politiche dei nostri governi sono connesse all’economia dello Stato e quindi soggette alle necessità di profitto della produzione capitalistica. In quest’ottica essi fanno leggi che puntano sempre di più alla precarietà e alla flessibilità del lavoro, invece che al benessere dei lavoratori.

A questo punto la soluzione sfuma.

La soluzione al problema? No, non sfuma. La cosa che mi preme sottolineare è che il benessere dei lavoratori non è marginale alla lotta dei lavoratori stessi o del sindacato. È centrale. L’opposizione collettiva è l’unica possibilità d’uscita da quella disperata ricerca di auto-gratificazione dalle dipendenze. Come scriveva Jervis negli anni settanta, la nevrosi operaia si sviluppa nella misura in cui l’operaio non riesce ad inserire in una struttura collettiva di protesta il proprio rifiuto, perché l’unica terapia è l’azione politica dei lavoratori. in questo senso non c’è stato provvedimento in Italia ed in Europa in cui il desiderio governativo di trasformare il lavoro in un processo precario, flessibile e sottopagato non sia stato accolto con una vera e propria lotta nelle piazze. Vi è stata una grande risposta quando si è voluto cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ancora una volta sono stati gli stessi lavoratori a mostrare la soluzione.

Lei fa riferimenti espliciti al coinvolgimento dei governi?

Se guardiamo il mercato delle droghe nel corso della storia vediamo che spesso i governi occidentali sono stati implicati in un modo o in un altro nella somministrazione di sostanze psicotrope alle popolazioni. Se ci pensiamo, il consumo di massa di sostanze psicotrope è cominciato con la rivoluzione industriale prima e con il colonialismo poi, quando questo commercio era considerato non solo uno strumento vantaggioso dal punto di vista economico, ma anche uno strumento di pacificazione politica. Si pensi solo alla politica coloniale dell’impero britannico nei confronti della Cina, o al colonialismo olandese e francese nei confronti dell’Indonesia e del Vietnam, o al ruolo delle droghe nell’aumentare la ferocità conquistatrice dell’esercito statunitense, o allo smercio di massa di LSD tra i manifestanti di San Francisco negli anni Sessanta per ridurne le istanze di mobilitazione politica. Nei ghetti neri degli Stati Uniti, ancora una volta la risposta l’hanno data i lavoratori, che hanno messo in atto una campagna di mobilitazione e denuncia contro il governo nordamericano, dopo che per decenni questo aveva facilitato la diffusione di droghe pesanti nei ghetti così da rispondere al problema dell’elevata povertà delle inner cities con la criminalizzazione dei poveri.

Abbiamo parlato del mondo di produzione capitalista, dove esiste un padrone, che è il proprietario della produzione e dei lavoratori. Esistono tuttavia esperienze di lavoro dove sono gli stessi lavoratori a gestire la produzione senza i padroni proprietari. Un esempio di riferimento sono le fabbriche occupate in Argentina. Secondo lei, qui accade la stessa cosa? Si verificano gli stessi malesseri e lo stesso consumo di droghe?

Non ho fatto un’accurata ricerca nelle fabbriche recuperate in Argentina, ma ho visto che, laddove il lavoratori si autorganizzano, laddove il lavoratori si realizzano come persone nell’ambito della stessa produzione di beni, laddove i lavoratori sono liberi di decidere, essi non hanno bisogno dei psicofarmaci per poter lavorare. Per cui, quello che ho visto nelle fabbriche in cui la dignità e la responsabilità del lavoratore diventa protagonista della stessa produzione, il sogno del benessere dei lavoratori non ha bisogno di appagarsi con le droghe.

/A cura di Sabatino Annecchiarico/

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