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Quello che ci insegnano i giovani mediorientali in piazza

In epoca post-coloniale, e in maniera generalizzata dopo la fine della guerra fredda, i governi e i media dei grandi paesi occidentali hanno costruito una narrazione tendente a perpetuare la rappresentazione della sponda sud del Mediterraneo come nostra nemica e redimibile solo con regimi autoritari nostri alleati. Marginalizzato ogni discorso terzomondista in voga fino agli anni ’70, hanno eretto il nostro mare come un muro di Berlino tra mondi inconciliabili. Improvvisamente però le piazze mediorientali sembrano parlare la nostra stessa lingua e ci parlano di una realtà meno distante dalla nostra di quanto preferiamo credere.
Il Medio Oriente (come e più di altre regioni, il nostro meridione, l’Africa, l’America latina) viene costantemente rappresentato dai media come luogo di ineluttabile sottosviluppo, economico e culturale, di estremismo religioso e fonte per noi soprattutto di guai e timori. Guai per l’immigrazione, descritta e voluta come selvaggia. Timori per il terrorismo, che viene infine fatto coincidere con una regione intera. L’unico cambiamento possibile in quelle lande, è stato il tam-tam dei media fin dalle prime manifestazioni, sarebbe in peggio, con una rivoluzione oscurantista, antioccidentale e perciò da combattere. E’ vero che andò così in Iran nel 1979 ma l’alternativa reale, nella supposizione che andasse così anche in Algeria nel 1991, quando il FIS (Fronte Islamico di Salvezza) vinse democraticamente le elezioni, fu quella della Francia che preferì fomentare un colpo di stato che distrusse il paese in una guerra civile da 150.000 morti.
A lungo l’Occidente, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, si è alleato ed ha sostenuto regimi autoritari presentati come l’unica possibilità di stabilità per democrazie impossibili. È una responsabilità grave e inemendabile figlia di una cultura per la quale libertà e democrazia vanno applicate a geometrie variabili. Lo ha dimostrato la grossolanità del ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, che poche ore prima della caduta di Hosni Moubarak augurava a questo di continuare a governare per anni con la lungimiranza e la saggezza di sempre. Di fronte a tale criminale pochezza come ci si può lamentare di un’eventuale ostilità delle piazze cairote?
In passato l’Occidente ha rovesciato governi civili come quello di Mossadeq in Iran nel 1953, per la colpa intollerabile di aver nazionalizzato l’Anglo-Iranian Oil Company, mettendo le basi per l’odio antioccidentale della rivoluzione komeinista. Ha osteggiato governi che ci chiedevano soprattutto rispetto, come quello dell’egiziano Nasser. E’ stato pronto a stringere la mano a satrapi sanguinari, compreso lo stesso Saddam Hussein, in grado di transitare oltre la guerra fredda fino a diventare partner rassicuranti per lo scontro di civiltà funzionale al fondamentalismo protestante di George Bush per il quale la Mesopotamia biblica era “un angolo oscuro del pianeta”. Col tempo ci siamo intesi perfino con Muammar Gheddafi, in barba ai morti di Ustica, di Lockerbie, del bombardamento terroristico di Tripoli da parte di Ronald Reagan e degli scud libici di risposta su Lampedusa.
Il nemico islamico, l’arabo terrorista, il mediorientale fanatico e accecato dall’odio, l’immigrato pronto a pugnalarci alle spalle, sono stati alla base della costruzione del consenso di regimi come quello leghista-berlusconiano in Italia. Le immagini delle piazze mediorientali, dalla vicina Cairo al remoto Bahrein, da Sana’a a Tunisi, da Algeri a Bengasi, offerteci spesso da quell’Al Jazeera che i complessi mediatici delle democrazie occidentali hanno demonizzato, censurato e perfino fisicamente bombardato, palesano tutt’altre realtà. Realtà dove i protagonisti non sembrano essere né i mullah né i generali anche se non è detto che alla fine non siano proprio gli uni o gli altri a vincere.
Cantanti rap parlano a generazioni nuove, spesso ben scolarizzate; milioni di giovani usano con cognizione di causa i media personali di comunicazione di massa, da Twitter ai blog ai social network agli onnipresenti telefoni cellulari. E’ una generazione di ragazzi che smentisce una narrazione sul Medio oriente riprodotta in migliaia di informative dei servizi segreti occidentali e migliaia di editoriali che descrivevano questa gioventù come tutta talebana e in preda al fanatismo religioso. Sbagliavano o, più probabilmente, mentivano essendo tale visione funzionale una volta di più alla costruzione del consenso da noi, bisognoso di un nemico, più che a fornire strumenti di comprensione della realtà.
Quella che vediamo in piazza è una generazione di giovani che appare estranea sia alle categorie novecentesche utili a molte interpretazioni post-coloniali, e che appaiono obsolete oggi, ma che è anche del tutto irriducibile a quella categoria di “nemico” nella quale i media da ben prima dell’11 settembre hanno voluto incasellarla. I giovani mediorientali non sono nostri nemici, né smaniano per immolarsi per ucciderci come mille Renato Farina hanno cercato di farci credere in questi anni. Tutt’altro: vogliono solo vivere meglio senza particolari accentazioni ideologiche. La contemporaneità delle ribellioni appare così rispondere a una logica regionale, palesandosi come una sorta di nuovo panarabismo dei diritti che non parte dal nazionalismo ma dall’esigenza di giustizia sociale dignità e speranza.
Il ministro dell’economia italiano, Giulio Tremonti, sostiene che la crisi mediorientale è figlia della speculazione. Quella che lui svincola dalla prospettiva storico-sociale, considerandola come un fenomeno di breve termine, legato ai prezzi di beni alimentari di prima necessità, è invece un fenomeno di lungo periodo che ha la sua origine nei rapporti diseguali tra nord e sud che controllava la regione attraverso regimi parafascisti come quello di Ben Alì. Ora che una generazione di ascari giunge al capolinea possiamo scorgere nelle speranze dei ragazzi mediorientali le stesse attese che negli ultimi tre lustri hanno causato in America latina la caduta dei regimi neoliberali imposti dal Fondo Monetario Internazionale. Il monoscopio mediatico mainstream a lungo ha presentato i movimenti sociali boliviani, come i senza terra brasiliani o gli indigeni zapatisti messicani, come pericolosi estremisti se non come terroristi in modo simile a come viene oggi veicolato timore verso chi in Medio oriente esprime disagio verso autocrazie imposte.
Proprio l’impresentabilità di tale rappresentazione dei fatti però ci spiega che il racconto mediorientale ci riguarda. Dopo l’America latina e il Medio oriente il disagio per un modello economico fallito come quello neoliberale che governava da Buenos Aires al Cairo e da Caracas a Tunisi, esploderà anche da noi e non è detto che la democraticità delle istituzioni possa fermare il crollo.
Dalla Tunisia di Mohamed Bouazizi alla Palermo di Noureddine Adnad (morti entrambi suicidi per protesta), la precarietà e l’esclusione accomunano locali e migranti. L’ingiustizia sociale e la l’intollerabile disuguaglianza nelle nostre società ci torna a dire oggi quello che il pensiero unico si è incaricato per almeno due decenni di censurare: che la democrazia non ha senso senza eguaglianza e non esiste eguaglianza senza redistribuzione. Poco cambia che si nasca in Bolivia, in Algeria o in Italia.
L’Occidente, sempre meno centrale nel mondo multipolare e particolarmente indifendibile nell’appoggio a regimi autoritari, non ha in questo molte carte da giocare ma può trarre una lezione per la propria crisi che da economica si fa sociale. Purtroppo, da Nicolas Sarkozy pronto a mandare l’esercito per difendere il dittatore tunisino Ben Alì a Silvio Berlusconi, che non vuol disturbare il massacratore Muammar Gheddafi, sta invece facendo le prove generali della repressione che verrà per il nostro conflitto sociale e di credibilità. Abbiamo combattuto guerre sulla costruzione retorica dell’esportazione della democrazia e ci hanno fatto spellare le mani per rivoluzioni colorate più o meno esogene ed etero dirette. Adesso che in Medio oriente la democrazia potrebbe nascere per cause endogene come mai i nostri governanti si spaventano?

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  1. Tweets that mention Quello che ci insegnano i giovani mediorientali in piazza : Giornalismo partecipativo -- Topsy.com - 21 feb 2011

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