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Legge Gelmini, vado via perché…

Ieri è stata scritta l’ennesima pagina delittuosa nella storia parlamentare italiana e nella storia dell’Università mentre troppo deboli e tardive sono state le proteste della politica e della società civile, perfino degli studenti.

In “Futuro e libertà”, il nuovo partitino di Gianfranco Fini, non è prevalso il tatticismo rispetto all’avversario Silvio Berlusconi, ma il proprio conflitto d’interesse. Troppe sono infatti le commistioni con quel mondo che esigeva una spallata all’Università pubblica per favorire quelle private, le prestigiose o presunte tali, come la Cattolica, la Bocconi o la Luiss ma soprattutto le avventizie, a cominciare dal CEPU/E-campus, caro a Berlusconi, e l’Università Europea di Roma, cara al vero estensore della legge, il senatore finiano Giuseppe Valditara sulle quali giungeranno fiumi di denaro sottratti al pubblico.

“Futuro e libertà” ha scelto pertanto la stessa linea scellerata della Conferenza dei Rettori, la famigerata CRUI: una pessima legge in cambio di meno tagli di là da venire. La realtà però è sotto gli occhi di tutti, mentre la Germania taglia ovunque ma aumenta gli investimenti in Università e ricerca come unico antidoto al declino dell’Europa. La realtà per gli studenti è il taglio del 90%, qui ed ora, alle borse di studio per i “capaci e meritevoli” dei quali recita la Costituzione in maniera così stridente dal vuoto blaterale di “merito” di Mariastella Gelmini.

Da domani i dottorati di ricerca, il primo passaggio verso i ruoli universitari, potranno essere tutti senza borsa di studio (un assegno triennale di neanche mille euro al mese per giovani tra i 25 e i 30 anni) già che cade qualunque limite minimo, di nuovo, per i “capaci e meritevoli”. Senza borsa di studio vuol dire che per la legge Gelmini da domani l’accesso ai ruoli universitari sarà disegnato per censo ben più di oggi. Chi non appartiene a qualche casta, se pure sarà riuscito ad arrivare alla laurea, non potrà neanche aspirare a proseguire gli studi.

Da domani, qualunque cosa affermi pubblicamente la Gelmini, la democrazia interna delle Università sarà inoltre ben più ridotta, e tutto il potere concentrato in un pugno di baroni che da soli conservano il diritto di voto sottratto ad altre componenti. Di nuovo: è esattamente il contrario di quanto afferma il ministro e cosmetiche norme “anti-parenti” servono solo a sviare il discorso. Inoltre, e forse è ben più importante del tecnicismo di sapere quali e quanti poteri ha il Rettore o il CdA e di quanti membri è fatto un dipartimento, va chiarito quello che viene espunto spesso dal dibattito. La riforma favorisce apertamente aree e saperi forti ed umilia aree e saperi deboli. Da domani alcune università del Centro-Sud non resisteranno più costringendo le aree geografiche dove insistono ad una continua emorragia di cervelli e sancendo per legge la loro storica, e definitiva, perifericità. E’ quanto voleva la dittatura padana che ci governa e non stupiamoci se domani tradizioni millenarie (addirittura Siena?) dovessero sparire.

Non vale la pena proseguire nel merito del perché quella approvata ieri sia una pessima legge. I giornali, ma soprattutto la Rete, sono pieni di appropriati commenti sul perché quella approvata sia non solo una legge criticabile ma sia una campana a morto sull’Università pubblica e di massa, bene forse impalpabile e strutturalmente problematico ma che i più saranno costretti presto a rimpiangere.

Vale la pena invece soffermarsi sullo sfinimento che ha caratterizzato la società italiana in questi mesi nei quali si decidevano le sorti dell’Università. A parte un battagliero nucleo di ricercatori, riunito nella sigla “Rete 29 aprile”, che hanno almeno salvato faccia e dignità, poco o nulla è venuto dai professori. Dalla politica, in particolare dal più grande partito d’opposizione, è inoltre giunto un sostanziale appeasement, che non può emendarsi in un po’ di schermaglie parlamentari negli ultimi giorni. E’ un appeasement, che ha oramai 16 anni, nella convinzione  (è qui il cuore dell’egemonia culturale della destra in questo inizio di secolo) che quello fatto dai governi Berlusconi sia “uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”.

Soprattutto però, il silenzio degli studenti è stato per mesi assordante. Condividevano la riforma Gelmini? Chi può escluderlo? L’idea prevalente è però quella di una diffusa apatia acritica, di un’incapacità di pensare di potersi in prima persona impegnare per cambiare l’esistente. L’incapacità di confrontarsi con l’idea stessa di conflitto caratterizza una regressione storica ad epoche predemocratiche. Da domani, per i giovani italiani, la scelta potrà essere riassunta in quella proposta da Roberto Saviano e Fabio Fazio: “vado via perché il classismo e il familismo amorale di questo paese non mi offrono le opportunità che merito” oppure “resto perché il classismo e il familismo amorale italiano serve proprio ad offrire a me e quelli come me delle opportunità che non merito”.

E’ triste, e forse antipatico, dover ricordare che dopo l’effimera Onda del 2008 più nulla è successo. Il tutto si è risvegliato appena nelle ultime due settimane, con qualche bella manifestazione, l’idea mediatica di occupare i monumenti e poco altro. Così come poco altro c’è da attendersi (mi auguro di sbagliare) di qui in avanti. Ancora qualche corteo nell’imminenza del voto al Senato. Punture di spillo. In una società prostrata dal modello economico e culturale dominante forse non era lecito sperare che gli studenti facessero eccezione. E quella Rivoluzione invocata dal grande Mario Monicelli in uno dei suoi ultimi, lucidissimi, interventi pubblici, come unico antidoto al governo dei peggiori, può attendere.

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