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L’informazione critica abita ancora (anche) qui

copertinawebGiornalismopartecipativo_thumbQuello che con Dario Caregnato presentiamo oggi non è un semplice restyling di www.gennarocarotenuto.it, a quasi sei anni dall’ultimo e a 18 anni dal mio primo sito informativo, quando in Spagna governava ancora Don Felipe González.

Infiniti byte sono passati sotto i ponti di quelle che Al Gore negli anni ’90 chiamava autostrade dell’informazione. Molte promesse di un’alba nuova di libertà digitali e di una riforma agraria dell’informazione che riequilibrasse il monopolio del “giornalismo in livrea” non hanno trovato riscontro pur in un contesto nel quale le abitudini informative di centinaia di milioni di persone includono quote importanti di giornalismo partecipativo. Oggi si combatte una guerra senza quartiere su tre fronti, scopo della quale è la normalizzazione di Internet e la restituzione del potere d’informare ad un numero selezionato di soggetti. Una battaglia di retroguardia ma non per questo meno violenta.

  • Il primo fronte di questa guerra è quello teso a limitare il giornalismo partecipativo in generale, e contro il diritto di informare, garantito dalle costituzioni democratiche, anche da parte di chi non è cooptato dal mainstream. Non è una battaglia meramente corporativa; è funzionale a marginalizzare il pensiero critico e le alternative a questo modello di sviluppo. È una battaglia fatta di delegittimazione e tergiversazione condotta sia dalla politica che da una professione chiusa in se stessa e incapace di accettare una redistribuzione del diritto/dovere d’informare, in un ecosistema mediatico molto più complesso di quello del XX secolo.
  • Il secondo fronte è contro il diritto dei cittadini di sapere. Il giornalismo tradizionale, la fabbrica del consenso, come la definisce Noam Chomsky, è in crisi strutturale sia di legittimità che per la sostenibilità del proprio modello di business. Non vuole e non può più esercitare il ruolo di Quarto potere. Non serve guardare alla Cina o all’Iran. Con Julian Assange da tempo rifugiato nell’Ambasciata ecuadoriana a Londra, vittima di accuse da purga staliniana, e il giovane Manning condannato ad una mostruosa pena detentiva per il solo fatto di ritenere che più cose l’opinione pubblica sa meglio è per la democrazia, è l’Occidente ad essere sotto accusa. Non è un caso che le leggi più avanzate in materia vengono tutte dall’America latina, dall’Ecuador all’Argentina.
  • Il terzo fronte è il diritto di critica. In Italia è invalso l’uso, da parte del potere politico ed economico, della cosiddetta “querela seriale intimidatoria”, una sorta di pesca a strascico con la quale chi può cerca di impedire perfino che si parli di sé. A volte non serve neanche dire una parola di troppo. Parlamentari in carica (è un esempio) querelano chiunque evochi una loro condanna invocando il “diritto all’oblio” (sic). È un’arma antidemocratica che colpisce in maniera inversamente proporzionale informatori diversi: un pizzico di pulce per il mainstream, in sostanza libero di di diffamare, la morte civile per i blogger che vengono passati sotto un continuo scanner e sottoposti a gogne giudiziare insostenibili anche se si ha ragione. Su questo tema tornerò, mio malgrado, tra qualche giorno e pregherò chi mi legge di attenzione.

Su questi tre fronti si muove, in maniera naturalmente caotica, la nebulosa informativa della quale questo blog fa parte. Siamo entrati da tempo nell’era dei social network. È una trasformazione epocale che, ricostruisce l’agenda informativa di ognuno di noi sulla base di “reti di fiducia”. Per quel che ci concerne, produce due effetti sui quali avere un giudizio prudente. Da una parte semplificano ulteriormente l’accesso a quella che Manuel Castells chiama “autocomunicazione di massa”, dall’altra fanno esplodere definitivamente il rapporto segnale/rumore.

Chi scrive non ha paura di ricordare, in particolare ai propri studenti di Storia del giornalismo, che nell’ “era della disinformazione” informarsi è un diritto che si esercita con fatica e costanza. Ogni cittadino, al momento di inoltrare il più banale dei contenuti su Facebook, si rende responsabile verso le proprie “reti di fiducia” di un lavoro di verifica dell’autorevolezza e di controllo incrociato delle fonti. Non è un gioco e non ci si può esimere. Tale impegno, tale presa di responsabilità rispetto al contesto manipolatorio di massa vigente è ciò che ci permette ancora di esercitare i nostri diritti civili.

È per questo che continuo a considerare la forma blog come la più corrispondente a questa idea d’informazione e di presa di responsabilità per un giornalismo civile parallelo a quello commerciale. Ogni blogger garantisce quello che pubblica con la propria storia personale, non con la testata che lo ha cooptato. Il nome “giornalismo partecipativo” dopo sei anni in primo piano torna pertanto in epigrafe. GennaroCarotenuto.it è un minuscolo frammento della nebulosa informativa che compone tale forma d’informazione. Negli ultimi sette anni gli articoli pubblicati su questo sito sono stati letti sei milioni di volte a testimonianza di un consolidamento della fiducia da parte di decine di migliaia di lettori. Grazie.

Il solo pezzo su Papa Francesco è stato letto qui da quasi 80.000 persone. Con le decine di ribattute il numero almeno raddoppia, a manifestare una massa critica consistente che palesa l’esistenza di un’arma efficace per combattere la battaglia delle idee a costi infinitesimali se non l’impegno personale. Tale massa critica di lettori, che spesso per me ha nome e cognome, esprime giudizi, puntualizza, ha un ruolo fondamentale, sapeva di trovare qui un punto di vista, uno spunto, una notizia negata, un quadro che restituisse la complessità su di un tema, una riflessione che rompeva l’omologazione imposta dai grandi media. Provo a proporre (nel menù blu in alto) due percorsi di lettura, sull’America latina e su altri temi civili che rispecchino, sia pur parzialmente, tale profondità di campo.

Nel frattempo, oltre a continuare a tenere un corso universitario specialistico di Storia del giornalismo focalizzato sui nuovi media, ho scritto un libro sul tema del giornalismo partecipativo, organizzato un master universitario, tenuto un corso alla Bocconi e spostato questo sito in Islanda, un paese che più dell’Unione Europea e degli Stati Uniti garantisce la libertà d’espressione e, dettaglio non trascurabile, permette ai server di avere un impatto ambientale più basso. Dario Caregnato, al quale va di nuovo tutta la mia stima e gratitudine, spiega meglio di me le ragioni delle scelte tecniche che sono alla base del percorso che ha portato al nuovo sito mentre io, qui, offro un percorso rapido per appropriarsi delle nuove possibilità offerte di lettura e condivisione.

Mi ripromettevo di essere più conciso ed ho già passato i 5000 caratteri. Ma, al tempo dei 140 caratteri di Twitter, il giornalismo partecipativo è anche quello che può permettersi di approfondire.

Grazie, benvenuti, ben tornati

Gennaro Carotenuto

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