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I muri nella testa

Ho apprezzato molto l’articolo su Gaza che Saretta Marotta ha donato a Giornalismo partecipativo e che potete leggere qui. Conoscendo quei luoghi posso più che immaginare quelle decine di migliaia di palestinesi sciamare nei mercatini di Rafah, contenti di esserci, quasi di sgranchirsi le gambe in quell’ora d’aria loro concessa dalla colpa collettiva di esistere. Posso immaginarne odori e sapori e immagino anche la polizia egiziana rimandarli indietro di controvoglia, quasi chiedendo per favore.

Immagino questo muro che si abbatte pacificamente e che si fa perfino ricostruire pacificamente e penso a quanto impudica è la disparità che l’Occidente mette nel celebrare l’abbattimento di un muro.

Anzi, del momentaneo abbattimento del muro di Gaza si è allarmato: entreranno armi, va ristabilito l’ordine.

Come se la gente di Gaza stesse scontando una condanna amministrata da un giudice, come se avesse colpe personali e non solo quella collettiva di essere palestinese. Come se fosse naturale che quella povera gente che va semplicemente a far la spesa, sia complice di un pericolo mortale, e debba pagare un prezzo per la nostra sicurezza e alla nostra idea di Occidente escludente.

Quanta poca pietà c’è per quel milione e mezzo di palestinesi costretti dalla realpolitik a vivere recintati in uno zoo a cielo aperto grande un decimo (sì, il 10%) della provincia di Firenze. Quanta poca pietà e quanto poco rispetto per quel milione e mezzo di persone dalle quali esigiamo rispetto e accettazione del loro destino. Quanto disprezzo…

Quanti saranno i guerriglieri a Gaza? Alcune migliaia. Quanti saranno i terroristi vogliosi di farsi saltare in aria? Alcune decine. Quanto odio versa il terrorismo di stato di Tsahal? Quanto prezzo pagano quelle persone al più classico, atavico, premoderno conflitto per la terra?

Quanta retorica è stata dedicata alle frontiere cadute con l’Unione europea. Quanta retorica è stata dedicata alla caduta del muro di Berlino. Sono passati meno di vent’anni e i muri li erige l’Occidente, come quello di Tijuana, alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, o quello di Gaza che pretende di rinchiudere tutto un popolo in un ghetto. Ci sono sempre buone e liberaldemocratiche scuse per i muri che l’Occidente impone e difende con il sangue: sono poveri, sono clandestini, hanno un dio diverso, sono pericolosi. Ma il muro sta nella testa di chi lo costruisce.

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