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Università: la formazione te la paghi a parte

Ho appena fatto un bonifico (non fondi di ricerca, my money) per l’iscrizione ad un corso di inglese per fini accademici organizzato dall’Università per la quale sono dipendente a tempo indeterminato. Abbiamo
fatto domanda in oltre 40, ci hanno ammessi in 30.

In settimana ci sarà anche un altro corso, sempre a pagamento e sempre riservato ai dipendenti, su come fare a partecipare a PRIN, FIRB eccetera, ovvero paghiamo con soldi privati per trovare fondi pubblici da spendere per lavorare meglio.
Visto che a uno dei due corsi ho accettato di partecipare e non escludo di partecipare anche ad altri in futuro, non ne faccio una questione dogmatica. Ricordo che papà (che dirigeva un ufficio postale) per anni ha sempre comprato a sue spese la cancelleria, penne, matite, gomme, indispensabili a far funzionare la baracca e, soprattutto, da studioso di storia delle relazioni internazionali mi son pagato con i magri assegni di ricerca o col mio lavoro anni di studio in America latina.
Al di là del non scandalizzarsi, questa cosa mi ha colpito. La nostra Società Scientifica (la SISSCO) ci indica come fondamentale lo scrivere in inglese (facciamo gli storici e molti di noi si occupano esclusivamente di
Italia) e la capacità di reperire fondi è da tutti considerata strategica per essere bene accolti nelle strutture. Su questo non ci sono molti dubbi.
La scelta (obbligata?) di farci pagare per formarci mi sembra però debole e recessiva. È come se una volta di più sia affidato alla nostra buona volontà -senza un disegno collettivo- il navigare una barca con sempre più zavorra.
Altro che merito, controlli, valutazione. Se vuoi fare fai, altrimenti siediti e aspetta la pensione. Nessuno ti sveglierà.

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