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Sulla santificazione di Dominique Strauss-Kahn e la dannazione di Nafissatou Diallo

170546_x250L’archiviazione del caso del presunto stupro di Dominique Strauss-Kahn a Nafissatou Diallo induce ad alcune considerazioni sulla donna “fomite di tentazioni” (Bibbia, libro dei proverbi, 6.25) e sul ruolo della ricchezza nella nostra società.

Ci permettiamo scandalosamente di pensare che DSK è innocente non perché non abbia stuprato Nafissatou Diallo ma perché ha dimostrato –almeno al giudice newyorkese- che un uomo ricco sarebbe più credibile di una donna povera.

L’archiviazione chiude, almeno per ora, il caso in attesa dell’appello dell’ex-vittima assurta al ruolo di carnefice. Una volta di più però amareggia che il contesto ambientale nel quale matura l’assoluzione di  DSK sia lo stesso al quale si riferisce il testo biblico citato –che mette il maschio al centro dell’universo- e quello dello stesso maschilismo, che noi italiani conosciamo bene, per il quale col jeans attillato non può esserci stupro.

Qual è allora il contesto, in mancanza di una testimonianza decisiva, nel quale il giudice infine crede all’aristocratico francese e non all’immigrata guineana (non senegalese)? Pochi dettagli. Il principale è che in nove minuti non possa esserci stupro. Si deduce allora che il giudice pensi che in nove minuti possa esserci seduzione. Sappiamo quindi, da una sentenza di un giudice statunitense, che il sorriso carismatico di DSK è ufficialmente irresistibile.

Il secondo argomento sarebbero le presunte menzogne della signora Diallo. Nella vicenda qualcuno mente ma l’argomento della non credibilità della donna stuprata per stabilire chi ha ragione è antico come il mondo. La donna stuprata per essere creduta deve avere un passato senza macchia, un’illibatezza seconda solo a Santa Maria Goretti e soprattutto dovrebbe avere una condizione agiata che mal si concilia con la vita difficile –se non d’espedienti– di un’immigrata nera in un paese straniero. Al contrario il passato di tombeur de femme, più o meno consenzienti, di Strauss-Kahn serve ad aumentarne il fascino e non ad insinuare dubbi su quanto spicce siano le sue tecniche amatorie.

La difficoltà di vivere (ovvero l’appartenere ad una classe sociale e ad una razza svantaggiata) viene dunque rubricata come inaffidabilità laddove l’ostentazione di essere un bon vivant, come nel caso di DSK, assurge a patente di credibilità. Quando la realtà oggettiva non basta la macchina difensiva dell’aristocratico francese inventa. Alcuni giornalisti accorti, tra i quali Maurizio Molinari della Stampa, hanno ben descritto come i media newyorkesi siano stati per settimane inondati di informazioni -quasi sempre infondate- diffuse dai difensori di Strauss-Kahn per diffamare la vittima. Una strategia di successo.

Il dettaglio che infine incastrerebbe Nafissatou è l’imperdonabile peccato di aver confessato al suo compagno di sperare che dall’esperienza dello stupro potesse ricavare un vantaggio economico tale da alleviare il male di vivere di cui sopra. Pensare di trarre vantaggio da una situazione dolorosa è imperdonabile ed esiziale. Non può neanche essere un pensiero ex-post di chi, dopo aver vissuto un’esperienza traumatica, ricomincia a guardare al domani. Viene invece considerato come la “pistola fumante” del fatto che la donna abbia fin dall’inizio pensato di profittare dell’uomo, tornando al “fomite di tentazioni” dal quale eravamo partiti e tornando al peso dei ruoli sociali nel caso: il ricco non ha bisogno di nulla perché ha tutto. La povera è disposta a tutto per ottenerlo.

Non è necessario essere critici del modello vigente per capire che DSK è innocente non perché non abbia stuprato Nafissatou Diallo ma perché avrebbe dimostrato –almeno al giudice newyorkese- che un uomo ricco è più credibile di una donna povera. Siamo cioè di fronte a una “giustizia di genere” e una “giustizia di classe”.

Adesso per DSK si riaprirebbero le porte che conducono all’Eliseo e l’essere stato vittima di un (presunto) errore giudiziario lo rafforzerebbe. Qui il mulo del pensiero critico non può non impuntarsi. Davvero DSK ha le carte in regola per presentarsi come il candidato delle sinistre alla presidenza della Repubblica francese? I temi toccati in questa nota dovrebbero farlo escludere a priori. DSK ha costruito tutta la sua strategia difensiva sull’ostentazione di una straordinaria opulenza, sul suo appartenere ad una classe sociale privilegiata, sul suo ruolo sociale, il suo prestigio, la sua ricchezza contro le quali la signora Diallo appariva meno di una formica.

Sarà interessante vedere se davvero la candidatura di Strauss-Khan prospererà nel PS e poi nella corsa all’Eliseo contro Nicolas Sarkozy. In questo caso il portato più solido del neoliberismo in crisi strutturale sarebbe il prevalere definitivo anche nella sinistra di quell’etica protestante per la quale la ricchezza sarebbe segno della grazia divina. Siamo al profitto come principio morale alla base dell’ideologia reaganiana. Chi non ci si riconosce batta un colpo.

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