Friday 25 May 2012, 06:44

Gli articoli con tag: " riformismo "

Ricercatori precari in difesa dell’Università baronale

Il 12 dicembre, il manifesto ha ospitato una mia critica ai ricercatori precari (RP) e al loro atteggiamento ambiguo e contraddittorio verso la cooptazione e il mondo baronale. Pur sapendo di toccare un tema delicato, in cui si sovrappongono storie personali, privilegi corporativi e questioni politiche, la mia scelta di soffermarmi sull’anello più debole della catena del potere accademico è stata quasi obbligata. I docenti di ruolo, infatti, proprio per il potere che traggono dai rapporti baronali, hanno tutto l’interesse a perpetuare questo sistema. I RP hanno invece interessi contraddittori, in cui si intrecciano rapporti privilegiati col mondo baronale e ambizioni scientifiche, che sono frustrate proprio dai rapporti baronali.

La “precarietà” come fase della cooptazione

Il “sistema universitario” nasce con l’Unità d’Italia. Da allora, la sua riproduzione è affidata ad un meccanismo di reclutamento contraddittorio, basato, nella forma, sul concorso pubblico e, nella sostanza, sulla … Leggi tutto

Falce e martello addio…

“La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi” scrivevano   Marx ed Engels nel 1848.

Ed emblematicamente oggi, la lotta di classe è rappresentata dall’estintore della Thyssenkrupp: troppo pieno per i padroni, troppo vuoto per gli operai.

Nel 1977 una nota scoperta da Felice Casson in uno stabilimento della Montedison impartiva questa direttiva in materia di sicurezza: “spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile…negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”.

Se questo è l’imperativo che muove la logica padronale, quale potrebbe essere allora quello che ha mosso la logica sindacale che ha permesso agli operai dell’acciaieria di lavorare e di morire a Torino, non “in un angolo dell’Africa” come ha detto Pietro Ingrao, in  condizioni di sicurezza inaccettabili?

Sembrerebbe casuale ma allora non lo è, che mentre a Roma spariscono dal simbolismo politico italiano la falce e il martello, a Torino il fuoco vivo  del progresso, del riformismo, del laisser-faire, ha carbonizzato quattro operai.

Sembrerebbe casuale ma non lo è, allora anche quello sbiadire del rosso “comunista” che si è trasformato in un brutto arancione sulla prima pagina di uno storico quotidiano; sembrerebbe casuale ma non lo è che la storia della sinistra si sia ridotta a un ridicolo album di figurine.

E allora servirà una nuova figurina, quella con la falce e il martello e la didascalia a ricordare ai posteri che prima ancora di significare “comunismo” , la falce e il martello  significavano  movimento operaio e movimento contadino.

Ma la falce e il martello da tempo hanno  perso il loro potere di generare fermento sociale e rivendicazione operaia e “comunismo” è  diventata ormai una parola scomoda e un po’ fuori moda.

Basta guardare la mancanza di slancio, di rabbia con la quale si sta vivendo la tragedia di Torino, la farsa delle collette ai familiari, il lutto cittadino, basta leggere quel tragico : “si accetta di tutto per la paura di restare senza un posto di lavoro” sulle pagine dei giornali,   per rendersi conto che il movimento operaio in Italia è morto. Parlo di quel movimento capace di pretendere sicurezza e dignità sul lavoro, che ci avevano insegnato non molto tempo fa non essere più solo merce; quel movimento partecipe nei sindacati, capace di guidarne lotte e rivendicazioni, piuttosto che accettare compromessi e patteggiamenti.

Se così è, allora che spariscano davvero la falce e il martello e tutti di nuovo in fabbrica domani.

Il partito azienda

gm_fol6 Piero Fassino: “[Sergio] Marchionne (manager Fiat) è un vero riformista. Possiamo allearci: rappresenta i valori del mercato e della concorrenza”. Per la serie, come diceva la destra repubblicana statunitense, “quello che è bene per la General Motors è bene per gli Stati Uniti”.

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Yet another post about Grillo

5158_0 Con Mariangela Vaglio, Giulio Raffi, Leandro Rufini, Luca Collazuol, Lorenzo Moro

Lorenzo Moro: giusto per il gusto della polemica le scrivo. Certo, lei non organizza V-day e non urla “vaff…” ma il post su Polito non è poi dissimile da quelli di Beppe Grillo.

Luca Collazuol: premetto che sono persona di bassa cultura, ho studiato solo alle professionali, e che vivo nel ricco nord-est, dove all’ora e labora si è preferito il labora e basta, il che, onestamente, non mi sembra un gran … Leggi tutto

Antonio Polito: “Riformismo del XXI secolo”

 

 

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Questo è Antonio Polito. Questo è il riformismo liberale. Questo è il “Riformismo del XXI secolo”. Questa è l’antipolitica. A questo livello si sono abbassati gli ex-comunisti. Questi sono gli antidemocratici. Questi sono i manipoli che bivaccano in parlamento. Questi sono i ladri dei nostri voti.

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina





Oggi, 4 luglio 2007, Giuseppe Garibaldi compie 200 anni. Di pochi personaggi storici si ricorda di più l’idealità, il coraggio, l’altruismo. Lo si ricorda in tutto il mondo, forse unico militare italiano dopo Giulio Cesare ad aver conquistato universale rispetto. Lo celebro con un saggio che ripercorre la lunga epopea latinoamericana dell’Eroe dei due mondi dal Rio Grande do Sul all’Uruguay. Carissimi simboli patri -a cominciare dalla camicia rossa dei Mille- ma anche una storia d’amore, quella con Anita, legano indissolubilmente l’Uruguay all’Italia, e Garibaldi a tutti noi.

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina

di Gennaro Carotenuto, pubblicato nel 1998 in Latinoamerica n. 68

150 anni fa, il 15 aprile del 1848, l’ormai quarantunenne Giuseppe Garibaldi lascia l’America latina a bordo del brigantino Speranza verso la difesa della Repubblica Romana. E’ giunto a Rio de Janeiro nel gennaio di dodici anni prima, in fuga dalla condanna a morte inflittagli nel … Leggi tutto

Angela Nocioni e l’America Latina su Liberazione, lettera a Piero Sansonetti

Gentile Piero Sansonetti, direttore di Liberazione,
da due giorni il mio sito, che si occupa prevalentemente di informazione e America Latina, è inondato di messaggi di lettori del suo quotidiano, indignati per la pagina intera (pp. 1 e 9) pubblicata a firma Angela Nocioni, presunta inviata a L’Avana per il suo giornale, il giorno 30 maggio.

Molti lettori, suoi e miei, mi chiedono di fare qualcosa, attribuendomi un potere che evidentemente non ho. Non sono un lettore di Liberazione, non ho alcun rapporto di lavoro con il suo giornale, non sono mai stato militante né del PRC né di alcun partito di sinistra. Sono solo un docente di Storia del Giornalismo e un attento osservatore delle cose latinoamericane e del giornalismo italiano.

Se ho ricevuto una ventina di messaggi io, lei ne avrà ricevuti mille e mi auguro li abbia letti. Non … Leggi tutto

Un nuovo mondo possibile nasce al Sud

Era tempo che il movimento operaio mondiale non festeggiava un primo maggio di conquiste e non di mera resistenza. Le notizie positive vengono dall’America, dall’Ecuador, dalla Bolivia ma soprattutto dal Venezuela dove il riformismo redistributivo del governo bolivariano si fa sempre più progressivo.

Stante anche l’arrivo di Nicolas Sarkozy all’Eliseo, in Europa le 35 ore di lavoro sono passate dalla sfera delle speranze a quella dei sogni. Nel resto del mondo, nelle maquilladoras che producono beni di consumo, da Ciudad Juárez a Guangzhou a Timisoara, l’orario di lavoro a cottimo continua ad allungarsi e … Leggi tutto

Da Salvador Allende a Hugo Chávez. A cinque anni dal golpe in Venezuela

A cinque anni dal colpo di stato a Caracas dell’11 d’aprile 2002, propongo un saggio da me scritto nel 2003, ma ancora oggi ritengo attualissimo, per uno studio comparato delle reazioni delle masse latinoamericane al golpismo contro governi popolari: dal caso di Juan Domingo Perón, a quello di Salvador Allende fino a Hugo Chávez. Questo saggio, tra il 2003 e il 2004, in diverse versioni fu pubblicato su Latinoamerica, Storia e problemi contemporanei e Zapruder. A quest’ultima si riferisce la versione pubblicata.

Sono passati 30 anni da quando, l’11 settembre del 1973, un colpo di stato mette fine alla Rivoluzione con empanadas[1] e vino rosso di Salvador Allende in Cile. Non è solo uno slogan: riafferma la pacificità di una transizione al socialismo che si spera tranquilla come una gita domenicale. Fa da contraltare alla Rivoluzione in libertà, onda Alleanza per il progresso kennediana, della presidenza del democristiano Eduardo Frei Montalva (1964-1970).

di Gennaro Carotenuto

In Venezuela, l’11 d’aprile del 2002, per la prima volta, un colpo di stato classico, contro un governo ascrivibile alla categoria dei “governi popolari”, viene sconfitto dalla mobilitazione di chi si riconosce nella Costituzione bolivariana e nel governo di Hugo Chávez.

Nel mezzo vi sono i tre decenni neoliberali, che trasformano le classi popolari – sempre meno operaie, sempre più lumpen – storia dei movimenti, immaginario, coscienza ed orgoglio di classe, forme di lotta. In società dove l’agenda politica è dettata e svilita dal modello economico, il dato guida è la radicale polarizzazione … Leggi tutto

“Con questa classe dirigente non vinceremo mai”

Animo, che s’è vinto. E bisogna pure provare a governare. Non è un diritto; è un dovere. Il chiacchiericcio su qualunque soluzione alternativa è solo fuffa pericolosa: sia un governo di larghe intese, sia un rapido ritorno alle urne, rimetterebbero in gioco il fantasma di Berlusconi. Prodi dunque non ha alternativa al governare.

Animo che s’è vinto anche grazie alla vituperata legge, alla porcata di Calderoli che adesso, a frittata fatta, ha ben poco da ridere. Con un millimetrico pareggio alla Camera, ci ha dato una robusta maggioranza. Perfino la reale sconfitta al Senato -la CdL ha quasi … Leggi tutto

Banlieu: cercando Malcolm X

Articolo scritto per il quotidiano La Jornada di Città del Messico

Nonostante il coprifuoco gli scontri non diminuiscono a Parigi. Le periferie di Francia vivono da due settimane un’insurrezione con cause ma senza progetto. Dalla violenza e dal rifiuto nichilista del consumismo neoliberale per adesso non sorgono dirigenti. Potrebbero avere i volti di un Laval-Hitler, Osama Bin Laden, Gandhi, Gramsci o forse Malcom X
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Sull’uscita di Pietro Folena dai DS

Pietro Folena, un esponente relativamente importante del correntone, ha lasciato i DS.


E’ ineludibile notare che, nel momento in cui, alla vigilia di tornare al governo, la sinistra DS cominci a perdere pezzi, è innanzitutto perché questa è sconfitta e minoritaria dentro il partito.
E che il partito abbia nel frattempo continuato a correre verso il centro. Ancora due anni fa questa poteva ancora sperare di dare battaglia per divenire maggioranza ed oggi ne è da questa, consolidata, marginalizzata.
Da quel famoso febbraio morettiano del 2002, gli apparati hanno fatto quadrato, e il programma che si prepara è un compromesso ancora di più al ribasso rispetto a quelli del 2001, 1996, 1994.
Folena parla di teste di ponte, e anche di “truppe della sinistra”, un linguaggio non bello anche per chi ha rivisto criticamente il suo appoggio alla carneficina balcanica. Preferisco parlare di reti. E però mi rendo conto che se invece di reti si tratta di tiro alla fune, la maggioranza tira e alla minoranza non resta altro che farsi tirare.
Ma tra una riva e l’altra c’è la piena e chi si fa tirare sempre, rischia di affogare in mezzo al guado o di dovere saltare rapidamente sull’altra riva. Gli apparati hanno vinto.


D’altro lato, è vero che il culto acritico della memoria sia un rischio, ma non grave come la cancellazione di questa, ma proprio il dover ragionare sempre come se il mondo fosse cominciato nel 1989, che è lo spartiacque imposto dal riformismo odierno, impedisce un dibattito critico che parta dal ’900 e guardi al futuro.

L’ESPRESSO – Se i trasformisti diventano ridicoli

Non serve rinnegare il proprio passato nella speranza così di arrivare al governo. Perché il signore di Arcore non è disposto a mollare il potere ma è pronto a difenderlo con ogni mezzo sleale o illegale che sia


GIORGIO BOCCA


Serpeggia nel corpo del trasformismo nostrano, del nostro riformismo fasullo, una gran voglia di tornare atlantici e filoamericani. E per spiegare questo giro di valzer si sfida il ridicolo teorizzando la guerra pacifista, la guerra democratica di Bush, una tesi alla quale, ha detto Armando Cossutta, “non possono credere neppure i bambini dell’asilo”.


La penosa manovra avviene quanto più l’imperatore americano fa mostra di oltranzismo, mette nei posti di comando i superfalchi, i Bolton, i Wolfowitz, la Rice, afferma la necessità della guerra preventiva e continua, l’occupazione militare di paesi sovrani, minaccia interventi armati.


E questo il diessino Fassino lo chiama “un rovesciamento, qualcosa di molto diverso dalla politica dei democratici americani che negli anni Ottanta con Kissinger, in nome del realismo politico, sostenevano le dittature fasciste nel Sud America fingendo di non sapere che torturavano e uccidevano gli oppositori”.


A parte il fatto che Kissinger era il ministro del repubblicano Nixon e padre spirituale dei superfalchi che ora stanno nel governo di Bush, a parte il fatto che in questa pratica di una politica imperiale non c’è stata differenza fra democratici e repubblicani, verrebbe naturale di riproporre il noto invito di Nanni Moretti all’opposizione che ci ritroviamo “ma dite qualcosa di sinistra”.


Non solo Fassino, ma il coro dei riformisti in servizio permanente, i Morando, Ranieri, Del Turco che dopo aver denunciato per anni la sovranità limitata imposta dall’Unione Sovietica ai suoi satelliti, approvano quella a cui gli Usa ricorrono nell’universo mondo.


Per quale arcana ragione il riformismo di stampo saragatiano rialza la testa e propone tesi assurde come quella della guerra pacifista e democratica? A pensar male a volte si indovina: forse questo atlantismo dell’ultima ora nasce dal convincimento opportunistico che sta maturando un ritorno alla politica di Aldo Moro, a un centro sinistra con i comunisti diessini al posto dei socialisti. Che cioè bisogna mettere a tacere gli estremismi, cambiare il direttore troppo pugnace de ‘l’Unità’, dimenticare che al governo ci sono dei neofascisti, annullare ogni opposizione e stare finalmente, come diceva Pietro Nenni “nella stanza dei bottoni”.


Ma questa idea di un governo democratico, di una gestione democratica in fraterna collaborazione con la destra italiana è una antica illusione: la destra italiana è quella di Berlusconi, di Alleanza nazionale e del ‘ritorno al nero’, non quella dell’arco costituzionale che partecipò alla Resistenza.


La prova l’abbiamo già fatta dopo la liberazione: l’alleanza democratica che aveva funzionato nella guerra fu affossata, i comunisti sistemati in una opposizione senza alternativa, i partigiani cacciati dalla polizia e dall’esercito, le prefetture e le questure in mani fidate. E i democristiani di allora erano incomparabilmente più liberali e più rispettosi dello Stato dei forzisti, neofascisti e leghisti che ci ritroviamo.


Questo riformismo pidocchioso che rinnega il proprio passato (“mai stati comunisti noi, noi eravamo contro il sovietismo, eravamo già allora filoamericani”) non arriverà come pensa, come spera al governo sui tappeti stesi dal democratico signore di Arcore, per nulla disposto a mollare il potere, fermamente, combattivamente, carognescamente deciso a difenderlo con ogni mezzo sleale o illegale che sia come si capisce dagli inizi della campagna elettorale biennale.