giovedì 02 settembre 2010, 18:58

Gli articoli con tag: " movimento operaio "

Nord e Sud: due scuole ma un unico dramma

Fu il miraggio di una collaborazione con le forze della sinistra “liberale” a suggerire a Turati la formula ambigua che affidò la soluzione dei problemi del Mezzogiorno a una “egemonia della parte più avanzata del Paese sulla più arretrata, non per opprimerla, anzi, per sollevarla e per emanciparla“. La scelta – una delle più infelici del riformismo di Turati – consolidò il fronte borghese e spaccò il movimento operaio a tutto vantaggio degli imprenditori. E’ una lezione da cui la sinistra non ha mai ricavato le conseguenze. … Leggi tutto

Elezioni in Cile: Il “cambio” vuol dire un Berlusconi cileno?

meo-show Domenica si vota per le elezioni presidenziali in Cile, anche se con ogni probabilità sarà necessario un ballottaggio. Nel paese dove più appare funzionante il modello neoliberale, ma non per questo l’ingiustizia sociale è scomparsa, Michelle Bachelet esce di scena con altissimi livelli di popolarità. Quattro candidati competono per sostituirla in un paese post-politico e parzialmente alieno dal contesto integrazionista del Continente. Favorita è la destra-destra di Sebastián Piñera, imprenditore senza scrupoli nella televisione, nel calcio, nelle carte di credito, nella compagnia aerea LanChile e in chissà quant’altro. Charmant o volgarissimo a seconda del punto di vista, secondo molti sarebbe l’epigono australe più riuscito di Silvio Berlusconi.

Questo propugna il cambio anche rispetto alla pallida socialdemocrazia della Concertazione (l’alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista), che governa da 20 anni e che ripresenta il bolso Eduardo Frei, il democristiano già presidente negli anni ’90. Senza speranze, se non di far bella figura, il candidato della sinistra Jorge Arrate. Da mesi la sorpresa si chiama Marco Enríquez-Ominami, figlio del leader del MIR Miguel, uscito dalla Concertazione per candidarsi. Si presenta come il nuovo che avanza, e il suo sogno è scalzare Frei dal ballottaggio e sfidare Piñera.

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Stragi di stato. La memoria diffusa è l’unico antidoto perché non si ripetano

Riprendo, dal sito dell’Aap,  l’invito  a riflettere insieme, in occasione dell’approssimarsi del ventinovesimo anniversario della strage del 2 agosto, sulle stragi di stato. Perché la memoria diffusa è l’unico antidoto contro la possibilità che certi eventi possano ripetersi.

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I comunisti e gli scioperi

In che rapporto sono i comunisti con i proletari in genere?

I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato.

I comunisti non pongono principi «settari» (secondo alcune traduzioni francesi e inglesi, NdA)

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La rivolta silenziosa che rischia di incendiare l’Europa.

 

La notizia (reperibile su www.infoaut.org) è vecchia di quasi due mesi, ma è venuta alla luce solo in questi giorni: il 25 Febbraio scorso, alla Olimpias (gruppo Benetton) di Piobesi Torinese, durante un’esasperante, e fino a quel momento inutile, trattativa fra i sindacati e l’azienda, i 143 operai indicono uno sciopero spontaneo e, in seguito all’ennesima chiusura dell’Unione Industriali, mettono sotto assedio il direttore del personale e il suo staff.

Alla fine solo grazie all’intervento dei carabinieri il direttore riesce a fuggire attraverso un’uscita secondaria.

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La Thyssen è chiusa, ma Torino brucia ancora

Ieri sera – a un anno e tre giorni dalla sciagura della ThyssenKrupp – La7 ha mandato in onda La fabbrica dei tedeschi.

Il documentario di Mimmo Calopresti delude, dal punto di vista giornalistico come da quello artistico: nessun valore aggiunto all’inchiesta, autoinquadrature dell’autore che annuisce partecipe al racconto dei parenti delle vittime, accompagnamento musicale melodrammatico, un insulso inserto di fiction nel prologo affidato a volti celebri del cinema italiano. … Leggi tutto

XX settembre: la fu "festa della ragione"

portapia_fm In Uruguay, il paese che ha dato all’Italia la camicia rossa dei garibaldini e molti martiri alla Repubblica Romana, per circa un secolo il XX settembre è stato una sentita Festa nazionale: la “Festa della ragione”.

Con quella giornata gli illuminati, positivisti e laicissimi dirigenti politici di quel lontano paese celebravano la nostra Breccia di Porta Pia che elevavano a simbolo mondiale, un po’ come il 14 luglio francese è simbolo della fine dell’assolutismo.

Per l’Uruguay il XX settembre simboleggiava il trionfo della ragione dato dalla fine dell’oscurantismo papalino.

Nella legge istitutiva della festa della ragione si commetteva anche un curioso ma significativo errore: erano infatti i garibaldini e non i bersaglieri ad entrare in Roma dalla Breccia di Porta Pia. Un peccato veniale visto il ruolo avuto da Giuseppe Garibaldi nella storia della Repubblica Orientale dell’Uruguay.

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Afroitaliani: squilli di rivolta per la dignità

tracychapman Don’t you know they’re talking about a revolution
It sounds like a whisper

Tracy Chapman

Per due volte in pochi giorni, a Castelvolturno e a Milano, degli afroitaliani sono stati ammazzati da italiani. Non è la prima volta e a due passi da Castelvolturno, a Villa Literno, fu assassinato nel 1989 Jerry Esslan Masslo, il primo omicidio razzista in Italia. Ma la novità è che per due volte in poche ore i negri* d’Italia sono scesi in piazza, hanno protestato e hanno causato incidenti.

Poca roba in realtà, qualche cassonetto bruciato e qualche auto sfasciata nel casertano, ancora meno a Milano. Ma per due volte in poche ore hanno gridato che in questa Italia oppressiva prima ancora di essere repressiva, che pretende di farli sentire diversi, inferiori, ospiti indesiderati in ogni secondo della loro vita, che pretende di sfruttarli sul lavoro e quando pagano l’affitto, ma poi li pretende invisibili, e che non smette di discriminarli e criminalizzarli neanche quando vengono ammazzati dagli italiani, loro vogliono solo essere cittadini e non vogliono più abbassare la testa.

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La “tendenza marxista” ovvero il “marxismo di tendenza”

La nota di merito fattami da Gennaro per il mio scritto “Mai più senza marxismo” (http://www.gennarocarotenuto.it/2755-mai-piu-senza-marxismo-sulla-debacle-elettorale) mi sprona.

Non si può mettere il punto finale a questo scritto, senza aggiungere due parole che analizzino nel dettaglio anche la corrente che dovrebbe prendersi la responsabilità di guidare il Partito. Di striscio, alcuni difetti sono già stati segnalati, ora verrà sviscerato il problema di fondo, senza il superamento del quale, la corrente di FalceMartello spingerà più contro che a favore del marxismo. Chi scrive, ha avuto brevi contatti con quei compagni, ha provato anche ad entrare nei loro quadri. Non ha potuto farlo perché è stato considerato più un oppositore che un simpatizzante. Qui, però, non troveranno spazio beghe personali che il lettore non potrebbe verificare e che inoltre potrebbero interessarlo solo se fosse appassionato di Novella 2000. Dovere di marxista è analizzare nella maniera più sobria possibile, senza lasciarsi condizionare da amarezze o sentimenti personali, i fatti “oggettivi”. Di seguito, quindi, si troverà solo ciò che chiunque sarà in grado di controllare da sé. … Leggi tutto

Mai più senza marxismo -sulla debacle elettorale-

Pubblico un po’ in ritardo le mie considerazioni sulla disfatta di Rifondazione alle ultime elezioni. Del resto gli ultimi post di Gennaro su Giordano, e soprattutto l’elezione di Vendola alla guida del Partito, le rendono ancora incredibilmente attuali.

Dai de profundis sulla Caporetto elettorale che girano in rete, ritengo mio personale dovere, dovere di marxista, far sentire anche questa voce impertinente per contrastare come posso l’eco del revisionismo che, vincente o perdente, ancora la sovrasta. Provare a far ascoltare la voce del marxismo a un Partito sordo ormai anche a quella dell’incoscienza, è un’impresa al limite della follia. Tale e quale alla rivoluzione, però. Non c’è, dunque, fallimento più grande, che restarne al di qua, senza averci nemmeno mai provato. … Leggi tutto

Marco Revelli – L’inferno dei nuovi Ulisse. Prima che «’l mar fu sovra noi richiuso» La ricerca disperata dell’«Altra Italia»

«Tra burocrazia, superficialità e stereotipi l’arcobaleno è ancora drammaticamente arretrato. Ma questa sinistra è l’unico modo per tenere aperto un piccolo varco» «Il Pd è il trionfo della non politica. E’ tragico che abbia reciso gli ultimi legami con un’identità di sinistra. Candidare un operaio e Colaninno jr. è un atto di cinismo spaventoso»

Matteo Bartocci

Il «cratere» scavato dai due anni di governo. La «liquidazione della sinistra» decisa dal Pd. La natura «non negoziabile» delle politiche di mercato. Lo «spavento e la disperazione» di milioni di donne e di uomini. Marco Revelli non risparmia toni apocalittici sullo stato delle cose e le prospettive della sinistra. Nell’«inverno del nostro scontento», il colloquio con il sociologo torinese non può non partire però da un bilancio del governo Prodi.

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Falce e martello addio…

“La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi” scrivevano   Marx ed Engels nel 1848.

Ed emblematicamente oggi, la lotta di classe è rappresentata dall’estintore della Thyssenkrupp: troppo pieno per i padroni, troppo vuoto per gli operai.

Nel 1977 una nota scoperta da Felice Casson in uno stabilimento della Montedison impartiva questa direttiva in materia di sicurezza: “spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile…negli altri casi bisogna correre dei ragionevoli rischi”.

Se questo è l’imperativo che muove la logica padronale, quale potrebbe essere allora quello che ha mosso la logica sindacale che ha permesso agli operai dell’acciaieria di lavorare e di morire a Torino, non “in un angolo dell’Africa” come ha detto Pietro Ingrao, in  condizioni di sicurezza inaccettabili?

Sembrerebbe casuale ma allora non lo è, che mentre a Roma spariscono dal simbolismo politico italiano la falce e il martello, a Torino il fuoco vivo  del progresso, del riformismo, del laisser-faire, ha carbonizzato quattro operai.

Sembrerebbe casuale ma non lo è, allora anche quello sbiadire del rosso “comunista” che si è trasformato in un brutto arancione sulla prima pagina di uno storico quotidiano; sembrerebbe casuale ma non lo è che la storia della sinistra si sia ridotta a un ridicolo album di figurine.

E allora servirà una nuova figurina, quella con la falce e il martello e la didascalia a ricordare ai posteri che prima ancora di significare “comunismo” , la falce e il martello  significavano  movimento operaio e movimento contadino.

Ma la falce e il martello da tempo hanno  perso il loro potere di generare fermento sociale e rivendicazione operaia e “comunismo” è  diventata ormai una parola scomoda e un po’ fuori moda.

Basta guardare la mancanza di slancio, di rabbia con la quale si sta vivendo la tragedia di Torino, la farsa delle collette ai familiari, il lutto cittadino, basta leggere quel tragico : “si accetta di tutto per la paura di restare senza un posto di lavoro” sulle pagine dei giornali,   per rendersi conto che il movimento operaio in Italia è morto. Parlo di quel movimento capace di pretendere sicurezza e dignità sul lavoro, che ci avevano insegnato non molto tempo fa non essere più solo merce; quel movimento partecipe nei sindacati, capace di guidarne lotte e rivendicazioni, piuttosto che accettare compromessi e patteggiamenti.

Se così è, allora che spariscano davvero la falce e il martello e tutti di nuovo in fabbrica domani.

Manifesto per il Socialismo del XXI Secolo

Mentre la Gallina Maddalena dice che il nuovo Partito Demagogico sarà socialista e liberale, l’Infausto Libertinotti propone per la futura Europa Sinistrata un programma il cui motto sarà: “Lasciar fare alla pianificazione…!”.

Davanti a simili esternazioni, la platea dei Sofri, che “sofrono” molto per non poter più essere dei piccolo borghesi come gli altri, a causa di un passato da rivoluzionari di professione da fighetti quali erano ieri e ancor di più oggi, discutono di King, di Gandhi, di Habermas, di Bernstein e della famosa citazione capovolta, “il movimento è tutto, il fine è nulla”, capendo per altro ancor meno del suo significato: “il movimento, il bernsteinismo, l’opportunismo da Partito Demagogico è la fine di tutto”, la fine di chi, in nome di chissà quale movimento, non è mai andato da nessuna parte, ad esclusione di dove tira il vento. E il vento tira sempre a destra, dove vuoi che tiri?

Al di là delle raffiche, va precisato che un conto è il revisionismo alla Bernstein o alla Kautsky, e un conto è il revisionismo da Partito Demagogico. Nel primo caso, infatti, il revisionismo parte da una “prima visione” a cui nessun opportunista si è mai permesso di mancare, nel secondo invece il revisionismo non nasce né da una prima né da una seconda visione, ma riflette direttamente la mancanza di un qualunque segnale d’uno oscurantismo peggio che medievale che solo la voce del Rinascimento operaio potrà rimettere quanto prima al suo posto:

O il fine è tutto, o il movimento è fermo. Perché il movimento operaio, o è rivoluzionario o non è niente!

Qua, dall’orlo estremo di un’età apparentemente sepolta, sarà bene parafrasare la più grande rivoluzionaria di tutti i tempi perché, tra le tante mezze calze nominate (King e Gandhi esclusi) a sostegno della loro mediocrità, tutti i rinnegati della nuova bolsa sinistra, non si scordino proprio del tutto le loro origini: «È Bastato che il Partito Demagogico aprisse i battenti, per capire che non aveva altro da dire e da fare che richiuderli subito» (da Riforma sociale o rivoluzione? di Rosa Luxemburg). E già che ci sono, i nuovi rampolli, si ricordino anche da dove nasceva e quale ne era, per questa grande rivoluzionaria, la caratteristica principale del bernsteinismo: «L’avversione contro la “teoria”. L’opportunismo non è in grado di costruire una teoria positiva capace di sostenere in qualche misura la critica». Da qui l’ipocrisia con cui si mischiano, tra le altre cose, socialismo e liberalismo. Ipocrisia che non è di Carlo Rosselli – preveniamo le eventuali obiezioni – ma solo degli eterni opportunisti, cavalcatori ieri del fetido cadavere della defunta Socialdemocrazia e oggi anche, senza ritegno, del “Socialismo Liberale” di questo piccolo, grande italiano.

Ma perché mai gli opportunisti detestano la teoria? Perché dietro l’odio per la teoria, c’è l’odio che l’unica classe dominante completamente analfabeta mai esistita, l’impresentabile borghesia a cui appartengono oramai irrimediabilmente, nutre per la cultura; l’antipatia profonda, viscerale e giurata contro i “classici”, contro lo studio dei “sacri testi”, contro il rigore intellettuale e la ferrea disciplina mentale con cui chi li apprende disimpara l’arte televisiva, comprata a buon mercato, di sgusciare da tutte le contraddizioni e da ogni ideale principio per mettere i piedi in tutte le staffe, nota arte da parata, futurista come solo i graffiti delle caverne hanno saputo esserlo, dalla quale tutti gli ignavi della terra, costi quel che costi, non vogliono assolutamente separarsi.

Per fortuna, mentre l’esercito innumerevole dei tartufi contro-riformisti si raduna sotto il “grande palmizio”, probabile simbolo del futuro Partito per l’Estate, dall’altra parte del mondo, dalla punta più avanzata della solita Atlantide che sta lentamente ma inesorabilmente riapparendo, il colonnello Hugo Rafael Chávez Frías, solo come Majakovskij contro tutti i canarini al timone, grida: «Svelti, torcete il collo ai canarini, prima che non solo il Socialismo per il XXI Secolo, ma anche i suoi prodromi, dai canarini siano sopraffatti».

IL SOCIALISMO È MORTO? EVVIVA IL SOCIALISMO!

ThyssenKrupp e Il Sole24Ore: la Pravda del padrone

Stamane né Libero né il Giornale, così soliti a scandalizzarsi per uno starnuto di Niki Vendola o Clemente Mastella, avevano in prima pagina una sola riga sul caso del giorno.

Sia Libero che il Giornale sono indifferenti all’oscena morte medievale, affogati nell’olio bollente (per dare un nome alla rosa), nel pieno centro dell’olimpica Torino postindustriale e postmoderna, di quattro operai che lavoravano in condizioni per descrivere le quali bastano gli scritti su Manchester a metà ’800 di un signore fuorimoda con la barba.

Turni di sedici (16!) ore di lavoro, sindacati assenti e distratti, ricatti continui, lotta per difendere il posto, sicurezza infima e violata nelle più elementari norme, con la sola differenza che le leggi, a Manchester nell’800, non c’erano, mentre adesso, dopo 150 anni di storia del movimento operaio, ci sono ma sono tranquillamente evase. Dai padroni che le chiamano

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Iraq, una risata che li seppellirà?

Ho trovato questa foto in rete. Ne ignoro la reale provenienza. Magari non è neanche stata scattata in Iraq. Ma quel sorriso (almeno sembra) che si coglie nel volto dell’Iracheno trattenuto da un soldato occupante mi ha ricordato un’altra foto, … Leggi tutto