Friday 25 May 2012, 04:31

Gli articoli con tag: " autoritarismo "

Il delirio razzista

Il Delirio Razzista
Giornata di studi
Mercoledì 23 Aprile, ore 21
sala dello Zodiaco, via Zamboni 13, Bologna

La giornata di studi costituisce una tappa all’interno della “primavera antifascista”, insieme di iniziative, promosse dall’Assemblea Antifascista Permanente e da altri gruppi e realtà, che ruota intorno alla storia degli ultimi giorni di aprile e a un rinnovato antifascismo. … Leggi tutto

Messico, nuovo anno tra censura e autoritarismo

Tra palesi restrizioni della libertà d’informazione, lesioni ripetute dei diritti umani e leggi poliziesche, la deriva autoritaria del Messico di Calderón si fa sempre più preoccupante

CalderonUn nuovo gravissimo caso di censura arriva nei primi giorni del 2008 dal “nuovo” Messico delle frodi elettorali e delle polizie federali preventive di Felipe Calderón, confermando tutte le preoccupazioni sullo stato della libertà d’informazione del paese centroamericano.
La vittima è questa volta Carmen Aristegui, voce popolare della radio messicana e conduttrice del programma “Hoy por Hoy”, su W Radio, una delle emittenti di Televisa Radio, branca radiofonica del gruppo Televisa. … Leggi tutto

Kenia, urne rosse di sangue

600 morti in Kenya. Ed è lo stesso governo keniota a rendere pubblica la notizia. E dire che queste elezioni, prima del 27 dicembre, erano apparse all’opinione pubblica internazionale come le più equilibrate nella storia del Kenya. Una campagna elettorale violenta, come sempre, ma meno di sempre. Kibaki, il presidente uscente, dato per sconfitto dai sondaggi prelettorali in favore di Raila Odinga, il leader dell’opposizione, del Movimento democratico arancione. E quando sono scoppiati gli scontri, all’indomani della proclamazione del risultato che ha assegnato a Kibaki la vittoria con 200.000 voti di distacco sull’ODM, i media internazionali hanno gridato al broglio e alla guerra tribale.
Sicuramente ci sono state irregolarità. E intimidazioni. Ma da entrambe le parti.
La situazione keniana non è inscatolabile nel solito schematismo bianco-nero, e l’informazione giornalistica strillata come al solito non ci aiuta a comprendere uno scenario ben più complicato.
Indipendente dal 1963 (dopo colonizzazione inglese) il Kenya è stato fino a tempi recenti un regime dittatoriale e molti caratteri dell’autoritarismo sono sopravvissuti al processo democratico. Tutt’oggi, infatti, molti sono i poteri accentrati nelle mani del presidente. Un presidente, Kibaki, comunque stimato dalla popolazione, per aver risollevato la sitazione economica keniota e per aver esteso il diritto all’istruzione elementare gratuita a tutto il paese. Disattese invece le promesse di una nuova costituzione, un progetto naufragato tra le opposizioni in parlamento.
Tuttavia, Kibaki pochi giorni fa era dato per perdente. Assolutamente sconfitto. La gente ha dimostrato una grandissima fiducia per il partito dell’opposizione, il movimento democratico arancione, meno per il suo leader, Odinga, considerato un arrivista e voltabandiera alla pari se non peggio di Kibaki. Per questo la popolazione ha assegnato moltissime preferenze all’ODM, pur riconfermando l’ex presidente. Ne è venuto fuori un parlamento ingovernabile.
Ovvio il sospetto di brogli elettorali, soprattutto nel conteggio dei voti, anche se le elezioni sono state dichiarate legittime dagli osservatori internazionali (ma le “osservazioni esterne”, come in Russia, lasciano spesso il tempo che trovano). Reciproche le accuse (e le prove!) di voti comprati. E intimidazioni da entrambi gli schieramenti. Che ambedue si servono di bande paramilitari, di giovani disoccupati assoldati nell’istigare alla violenza.
Ed è questa l’eredità più grave della crisi, che dopo tanti scontri forse ora è in via di soluzione, grazie all’accordo dei due leader e alla probabile formazione di un governo di colazione.
L’eredità più pesante, appunto, resta lo scontro tribale. E’ stata la stessa campagna elettorale di Odinga a identificare i due schieramenti come opposizione della tribù kikuyu (definita “filo-governativa) contro quella Luo, che sostiene l’Odm. E il partito governativo non ha trovato niente di meglio che rispondere con la stessa moneta. E’ stata perciò esasperata un’ostilità etnica che non aveva mai avuto questa forza. In precedenza infatti le campagne elettorali erano state sempre violente, anche molto di più di questa, ma dopo la proclamazione dei risultati la calma tornava nel paese. Non stavolta. E nonostante gli accordi, resta l’odio.
Ed è quest’odio, più degli scontri tra polizia e manifestanti, ad aver causato il maggior numero di morti, con incursioni vicendevoli delle bande Luo e KiKuyu nelle case e nelle famiglie dell’etnia avversa. Civili sgozzati, trucidati, per una corsa al potere che ha chiesto un prezzo esagerato. E come sempre la comunità internazionale grida al lupo quando è sempre troppo tardi, salvo seppellire una situazione scomoda quando per assuefazione non fa più notizia.

per tutte le urne rosse… in kenya, in pakistan, in georgia…

post pubblicato su www.giocarsiilcieloadadi.splinder.com

Femminile, Maschile: una riflessione.

A partire dalla provocatoria scelta annunciata qui da Doriana Goracci, che tra Eva e Maria preferisce la prima, perché é “quella che offre una mela ad Adamo, una possibilità di sapere”, mi é venuto da pensare.

Non sono esperto di esegesi biblica, ma mi sembra di ricordare che Eva coglie la mela e la dá a Adamo, che la mangia.

Ricollocando il dilemma ai giorni nostri… l´eroina, per esempio: il problema non é provarla o non provarla, il problema é conoscerla, prima di farsela compulsoriamente. E chi la conosce veramente (avvicinandosi processualmente e olisticamente al problema), sa bene che non vale la pena di provarla.

Rifacendomi all´ingiustamente accantonato ultimo film del grande Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut, uno dei messaggi piú chiari del maestro in quel caso fu che (semplificando, per caritá!): mentre le donne (in genere) risolvono le loro pulsioni inconsce sul piano onirico e dell´immaginazione, gli uomini non riescono a sublimare le pulsioni somiglianti e tendono rapidamente a concretizzare, non riuscendo a fare a meno di possedere (inglobare) materialmente l´oggetto del desiderio (con tutte le conseguenze che ne derivano).

Di fatto, anche nell´orgasmo erotico, la donna ama e gusta i preliminari, mentre l´uomo (in genere) non va per il sottile: viene e… dorme esausto. E poi, la donna puó avere orgasmi veri anche senza il pene, mentre l´uomo, senza il suo oggetto del desiderio a portata di mano, puó solo eiaculare sperma.

Semplificando ancor di piú (perdonatemi!):

Donna = Dialogo versus Uomo = Guerra.

Donna = Tolleranza versus Uomo = Violenza.

Donna = Autorevolezza versus Uomo = Autoritarismo.

Donna = Curiositá versus Uomo = Fame.

E cosí via, si va dispiegando la storia del genere umano fatta di centinaia di migliaia di anni di matriarcato e seguita recentemente da (relativamente) pochi secoli di patriarcato. Patriarcato che, iniziato con la scoperta della fusione dei metalli con il fuoco che ha permesso la manifattura delle armi, sta in (relativamente) poco tempo annichilendo la vita sul pianeta. Fino al punto che adesso, la razionalitá mascolina, é disposta a sfidare anche la vita, pretendendo di fare a meno dell´utero femminile, contemplando l´ammissibilitá della clonazione.

Tornando al caso di Eva, parrebbe che la donna si avvicina al “lato oscuro”, al “peccato”, all´”alteritá”, al “non-essere”, per curiositá, mentre l´uomo non sopporta la situazione di dubbio (generatrice di qualcosa di nuovo) e arriva immediatamente al nocciolo, mangiandosi la frutta “proibita” e facendone una indigestione cosmica, overdose olistica, cadendo succube della dipendenza dalla materia corruttrice, prima di averla immunizzata in sé con la vera conoscenza (processuale).

Qui mi viene da ricordare anche la tradizione delle sacerdotesse indiane che vengono abituate fin da bambine a ingerire piccole dosi di letale veleno di serpente, riuscendo, da adulte, a resistere a qualsiasi fortuito morso, perché immunizzate dalla pratica, minuta e costante.

Senza voler concludere niente, perché questa mia é volontá pura di provocare, vorrei qui informare che tempo fa é stata effettuata una ricerca sulle questioni di genere, su adolescenti. Due gruppi separati di ragazzi e ragazze hanno ricevuto il compito di scrivere una frase che contenesse la parola “CON”. Il risultato ha evidenziato che la maggioranza delle frasi dei ragazzi era del tipo: “Io gioco al calcio CON il pallone”, “Io passeggio CON la mia bicicletta”, “Io navigo CON il computer”, ecc. Mentre la maggioranza delle ragazze hanno scritto frasi del tipo: “Io vado al cinema CON Marco”, “Io studio CON Rossella”, “Io discuto CON mia madre”, ecc. Risulta evidente il tendenziale attaccamento maschile rispetto alle cose materiali (statiche e semplicemente manipolabili) e l´interesse femmile nella sublime sfida umana del relazionamento.

Riportando le parole del maestro esistenzialista, Jean Paul Sartre: “L´inferno sono gli altri”, ricordo che questo inferno prende fuoco in noi – veramente – solo quando ci rendiamo conto che un poco dell´altro sta anche dentro di noi. Sta proprio lí il problema, ricordato anche da un altro poeta, Claudio Lolli, che cantava: “Attento al nemico che cammina nelle tue stesse scarpe…”. Sia in senso positivo, che negativo, quindi, fondamentale é che siamo molteplici nel fondo dell´anima (junghiana).

La donna lo sa bene: da dentro di sé prende forma il frutto della vita, femminile o maschile che nasca. L´uomo, NO. La donna sta dimostrando che é disposta a, e sa, giocare con le contraddizioni dell´anima. Il maschio, a quanto pare, nonostante sfidato dall´incalzare dell´emancipazione femminile, non mi sembra che riesca a giocare la stessa partita nelle olimpiadi della liberazione.

Durante questi miei 40 anni e poco piú di vita sono venuto a sapere di molte attivitá sociali, culturali e politiche di aggregazione femminili e femministe per discutere e valorizzare il proprio genere sessuale. Ma non mi hanno mai invitato a discutere sul tema: “Quali sono i valori maschili?” Eppure, almeno qualcuno dovremmo pur averne, dopo aver eliminato le scorie dell´autoritarismo, della violenza, della forza fisica, della (cieca) razionalitá, della sicurezza ad ogni costo e della capacitá di non piangere… Ma se provo a proporre una cosa simile, persino i “compagni” piú consapevoli, cominciano ad avere dubbi sulla mia orientazione sessuale…

Sará che i colleghi uomini sono preparati per la sfida di costruire una nuova mascolinitá, che permetta loro di vivere a pieno le molteplici dimensioni della condizione umana che a tutt´oggi gli sono negate?

E per Doriana, la provocazione finale: Maria ed Eva sono la stessa persona. Maria é solo una Eva cresciuta e piú matura, che avendo acquisito piú sapienza, accetta persino di generare il “mostro” uomo, conoscendone i rischi, ma pronta ad affrontare la sfida creatrice di nuove dimensioni umane/divine piú avanzate. Perché consapevole, in fondo, di essere portatrice, come donna, di uno dei maggiori valori: il coraggio della pazienza; che rende ogni nuova conquista raggiunta un pezzetto di paradiso da vivere insieme.

Perù, sempre più a stelle e striscie

Alan Garcia e George BushAnche se l’informazione italiana non se n’è accorta, distratta com’è sulle notizie che vengono dall’area andina, lo scorso 4 dicembre il Senato statunitense ha approvato definitivamente il Trattato di Libero commercio con il Perù. Nel paese andino invece l’accordo era già stato ratificato un anno fa’. Ovviamente con i voti determinanti dell’Apra di Alan García, malgrado quest’ultimo, in campagna elettorale, avesse parlato di rinegoziazione e revisione.

Il Perù si appresta così a percorrere una strada che già altri paesi sudamericani hanno percorso nel passato prossimo del subcontinente e con risultati tutt’altro che lusinghieri: si veda su tutti il caso del Messico e del Nafta. I ministri del gabinetto García si affannano in questi giorni a dire che la misura rappresenta una grande opportunità per il paese e che non produrrà contraccolpi neppure nel settore più a rischio: l’agricoltura. Rassicurazioni che non sembrano sortire grande effetto dal momento che in Perù si ripetono continui scioperi e manifestazioni contro la politica economica del governo.

Qualche settimana fa, l’indomani del voto alla camera Usa, Plaza San Martin si è riempita nuovamente di manifestanti: 25 000 persone. Non tantissimi in verità, ma neanche pochi tenendo conto che la risposta da parte delle forze dell’ordine e dell’establishment agli scioperi degli ultimi mesi è stata tutt’altro che tenera. Se da un parte García ripete da mesi alla televisione – con toni che ricordano qualche personaggio delle nostre latitudini – che dirigenti sindacali “comunisti e sovversivi” tramano contro il suo governo, dall’altra le forze dell’ordine hanno lasciato sul terreno già una decina di morti da quando il presidente si è reinsediato. Effetto di una legislazione su scioperi è questioni sindacali che non solo non è mai cambiata dai tempi di Fujimori, ma che è addirittura stata inasprita, la scorsa estate, da una serie di decreti liberticidi, tra i quali spicca quello che depenalizza gli assassini compiuti dalle forze dell’ordine in caso di scioperi e manifestazioni

Quello che è certo è che l’approvazione del Tlc rischia di logorare i rapporti del paese con gli stati confinanti, soprattutto all’interno della Comunità Andina, dove fortunatamente si respira un’aria differente. In particolare il Tlc rischia di rovinare le già fragili relazioni del Perù con Bolivia ed Ecuador fautori di un progetto d’integrazione regionale che esclude i “legami carnali” con Washington del passato.

Proprio le relazioni con la vicina Bolivia sono un chiaro esempio della politica ondivaga di Alan García. Quest’ultimo appena insediatosi l’anno scorso – non molti mesi dopo l’elezione di Morales – dichiarò che in Sudamerica “cresce un nuovo fondamentalismo, un fondamentalismo andino, che muove grandi moltitudini etniche e in molti casi vincolate alla coltivazione della coca. Questo fondamentalismo […] può avere conseguenze tanto importanti quanto quello musulmano, può significare un pericolo d’instabilità in Sudamerica”. Che si riferisse al suo collega boliviano non è un mistero per nessuno e tuttavia García ha ricevuto lo stesso Morales in pompa magna quest’agosto a Lima (con tanto di consegna cerimoniale della chiavi della città) indicandolo come alleato e partner privilegiato. Giochi delle parti a cui chi, vuole mantenere un paese nell’orbita di Washington, nel periodo di massima crisi storica del “Washington consensus”, si trova irrimediabilmente costretto.

Non è tuttavia solo la ratifica del Tlc a segnare un’intensificazione dei rapporti (di sudditanza) del Perù con gli Stati Uniti. Lo scorso ottobre infatti il Congresso peruviano ha autorizzato l’ingresso di militari statunitensi nel paese. Ufficialmente per esercitazioni congiunte contro il narcotraffico – giustificazione questa ormai un po’ logora, a dir la verità – ma con buona probabilità con tutt’altro tipo di intenti. Tra meno di due anni gli Stati Uniti infatti dovranno abbandonare la base di Manta in Ecuador, dal momento che il governo di Correa ha deciso di non rinnovarne la concessione. E’ quindi più che probabile che gli Stati Uniti siano decisi a spostare i loro uomini in Perù. Eventualità che avrebbe due indubbi vantaggi: consentirebbe di spingere più a fondo la penetrazione Usa nel Cono Sud e, considerato che gli Stati Uniti hanno un’altra base in Paraguay lungo la triplice frontiera, permetterebbe di stringere come in una tenaglia la Bolivia di Morales, (nella quale a quanto pare, i piani di destabilizzazione perpetrati dalle oligarchie cruceñe con l’avallo dell’ambasciatore Goldberg non stanno dando, per ora, i risultati sperati). Il Perù in questo scenario si avvia a divenire una delle pedine più importanti di Washington nello scacchiere sudamericano, a fianco alla sempre alleata Colombia (anch’essa con Tlc di rito in fase di approvazione) e al Paraguay ancora “colorado”, in cui tutti tramano perché Lugo non vinca le prossime elezioni.

Un’ultima inquietante sintonia unisce poi di questi tempi il Perù agli Usa. Nella votazione Onu a favore della moratoria contro la pena di morte, il paese andino è stato praticamente l’unico paese latinoamericano di un qualche peso (a parte – dispiace dirlo – Cuba) a non votare la mozione italiana. Anzi con particolare viltà la delegazione peruviana si è assentata dall’aula al momento della votazione. Anche qui la ragione è semplice: García insiste da mesi nella sua proposta di reintrodurre la pena di morte per i reati sessuali e quelli di terrorismo – malgrado Sendero sia morto e sepolto. Una manovra populista che serve probabilmente da “arma di distrazione di massa” per stornare l’attenzione da altre questioni, ma che nondimeno rilancia la questione dei diritti umani in Perù. Se la notizia della condanna di Fujimori a 6 anni di reclusione lascia ben sperare in un passo avanti sulla via della giustizia rispetto agli anni della guerra civile – salvo manovre e ricatti del gruppo fujimorista in Parlamento, fedele alleato fin qui di Alan García – dall’altra nessun tipo di verità sembra all’ordine del giorno rispetto ai massacri compiuti negli anni del primo mandato dell’attuale presidente. Nessuna giustizia sembra in arrivo per i morti nelle carceri di Lurichango, El Fronton, Santa Barbara e per tutte le vittime del quinquennio 1985-1990

Insomma mentre il resto del Sudamerica va, pur con ogni sorta di problema, verso tempi migliori e meno bui, il Perù non sembra riuscire a staccarsi dal proprio passato e dalla propria dipendenza atavica da Washington. E forse alla luce di questa considerazione si spiega anche il crescente autoritarismo di Alan García, volto a creare quella pace sociale necessaria a spianare la strada al Tlc e ad attrarre le multinazionali americane, come da manuale di economia neoliberale.

Reportage da Oaxaca

fonte: www.verosudamerica.com

La scorsa settimana ho visitato Oaxaca, la città della APPO (Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca). Ancora oggi emergono la forza e l’unione popolare di una città che lotta e resiste contro le ingiustizie, mentre la repressione continua imperterrita e silenziosa, tanto da non fare quasi più notizia sui media.

Oaxaca (Messico) – Chi arriva a visitare Oaxaca non può non accorgersi dell’aria diversa che si respira qui rispetto al resto dell’intero Messico. I colori, i profumi e la ricca mescolanza di culture secolari rendono unica questa meravigliosa città coloniale, ma è quando ci si ferma a parlare con la gente del posto che ci si accorge di ciò che la rende realmente unica e differente.

Oaxaca ha paura, la si può leggere negli occhi di chiunque, dalla vecchietta del negozio all’angolo al proprietario di ristorante, passando per i commercianti degli innumerevoli mercati che popolano la città. Paura, frustrazione, paralisi si percepiscono al passeggiare tra le vie della città. Molta gente sembra intimidita al parlare dei fatti degli ultimi tempi, si sente quasi impotente. Non per questo però c’è rassegnazione, anzi.

Gli abitanti di Oaxaca non si rassegnano facilmente. La città ha rabbia, una rabbia storica, accumulata nei secoli e ancora più viva oggi. Questa rabbia deriva dall’autoritarismo imposto nella regione da 78 anni ininterrotti di dominio politico del PRI (Partido Rivolucionario Istitucional), che hanno fatto lo stato di Oaxaca uno dei più poveri, tanto da presentare i peggiori indicatori di sviluppo umano di tutto il Messico insieme al Chiapas. Ma la fiamma di questa rabbia è stata riaccesa e ravvivata negli ultimi anni e sarà difficile spegnerla questa volta.

Il PRI, infatti, continua a “governare” lo stato oaxaqueño. Il vecchio e autoritario partito, radicato grazie alla corruzione in tutte le istituzioni, mantiene alto il livello di attenzione e intolleranza nei confronti dei movimenti sociali indipendenti, con lo scopo di prolungare ancora il più possibile il suo dominio sull’apparato formale del potere.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’elezione, con il solito dubbio di brogli elettorali, del governatore Ulises Ruiz, sempre del PRI. La repressione ed il rinnovato autoritarismo avevano creato le basi per un vero rinnovamento, la nascita di un movimento che ha caratterizzato l’intero 2006, e che continua vivo e forte nonostante tutto, tanto da far considerare Oaxaca il teatro della prima insurrezione del XXI secolo.

Nel 2006 la APPO (Assemblea dei Popoli di Oaxaca) ha protagonizzato uno dei processi di dissidenza più significativi degli ultimi anni. Per mesi le barricate nella capitale statale, gli scioperi dei maestri e le organizzazioni che si sono sommate progressivamente alla protesta, hanno messo sotto scacco il governo di Ulises Ruiz.

Poteva essere la grande opportunità di sradicare definitivamente questo sistema autoritario da Oaxaca. Anche la congiuntura a livello nazionale sembrava aprire all’idea di un cambio reale e radicale, con la grande mobilitazione popolare contro la frode elettorale ai danni di Obrador. Così però non è stato.

Durante il momento più critico del processo di cambiamento popolare di Oaxaca si provò a stabilire un dialogo per una soluzione politica. Purtroppo però in questo stesso momento prese il via un’altra negoziazione, parallela alla prima e a livelli politici più alti, con la quale si decise di salvare il governatore oaxaqueño in cambio dell’appoggio alla “vittoria” elettorale di Felipe Calderón (del Pan, partito di azione nazionale).

Questo patto in pratica mise fine alla possibilità di una soluzione pacifica per Oaxaca. L’alleanza e la complicità tra le due necessità, quella del nuovo governo federale che contava con una base elettorale debolissima, e quella di un PRI con sempre meno spazio per muoversi dopo aver dominato quasi come partito unico la storia politica messicana per quasi un secolo, misero fine all’interruzione di Oaxaca per mezzo di pura violenza, sia federale che statale, che procurarono 27 morti e resero la violazione dei diritti umani nello stato di Oaxaca il pane di tutti i giorni.

La repressione di Oaxaca contribuì a mettere fine alle illusioni di molti circa la possibilità di una transizione politica messicana, facendo emergere le debolezze del nuovo ordine politico. Un ordine politico sostenuto basicamente da un accordo tra il PRI – che da partito d’opposizione si ritrova ad appoggiare la nuova presidenza Calderón – e il PAN, il partito che si era autoproposto come avversario dell’autoritarismo e della corruzione del PRI.

La “soluzione di forza” del conflitto di Oaxaca si basò sull’intervento violento della Polizia Federale Preventiva e sull’azione degli squadroni della polizia statale che secondo l’informe della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani provocò, tra il luglio e il dicembre 2006, 27 morti e 500 detenzioni illegali.

Violenza fisica e psicologica nei confronti delle persone detenute ed un uso sproporzionato della forza contro la popolazione furono le caratteristiche predominanti. La criminalizzazione delle proteste sociali, la persecuzione della libertà d’espressione e la punizione dei dissidenti divennero all’ordine del giorno nell’intero stato oaxaqueño.

Un primo avviso si ebbe con gli attacchi alle barricate di Santa María Coyotepec e Santa Lucía del Camino il 27 ottobre dello scorso anno (clikka sulla foto per ingrandire). Vi parteciparono autorità municipali, agenti paramilitari e le forze statali. Fu il giorno in cui furono assassinati 4 maestri ed il giornalista statunitense Brad Will. A questo seguirono l’avanzata della Polizia Federale Preventiva allo zócalo il 29 ottobre, un’ennesima repressione il 10 novembre ed infine l’offensiva finale del 25 novembre 2006.

In questo lasso di tempo centinaia di persone innocenti furono detenute e torturate. La maggior parte dei detenuti non ha avuto accesso a una giusta difesa, non furono riconosciute e certificate le lesioni di decine di arrestati e quelli di origine indigena non ebbero accesso ad un interprete.

Attivisti sociali e politici furono perseguiti ed attualmente sono ancora sette i detenuti relazionati con la APPO, tra questi anche i portavoce dell’assemblea, Flavio e Horacio Sosa , arrestati nel dicembre scorso a Città del Messico con l’inganno. L’arresto avvenne infatti in seguito ad un invito a negoziare da parte del governo Calderón.

Ma le violenze e la repressione a Oaxaca continua ancora, come si può leggere qui sui fatti del 2 novembre 2007 (sono disponibili anche tre interessanti video in lingua spagnola).

La APPO in pratica ha contribuito a rendere ancora più evidente la fragilità delle istituzioni messicane, gli scontri tra quest’assemblea popolare e la struttura del potere hanno messo a nudo gli attori politici principali del paese, ma per riuscire a spiegare realmente quello che è successo a Oaxaca ci si deve sforzare ad osservare i protagonisti dal basso.

E’ questo che fa emergere la differenza, il tratto caratteristico, quello che distingue una mobilizzazione da un movimento. A Oaxaca è nato un movimento. Non c’è, infatti, la presenza di un leader o di un partito politico alle spalle. Il movimento oaxaqueño è fatto di uomini e donne qualunque, uniti dagli stessi obiettivi e associati in un’assemblea popolare per la difesa dei diritti civili, delle minoranze indigene, a difesa del ruolo della donna e del medio ambiente, che lotta e resiste per lo smantellamento di un ingiusto regime, quello Priista di Ulises Ruiz.

Le autorità federali e statali da mesi ormai cercano di dimostrare che a Oaxaca sia tornata la pace e la tranquillità, offrendo come prova la riduzione delle manifestazioni e dei cortei della APPO. Ma cadono nell’errore di credere che la APPO ed il popolo di Oaxaca rientrino dei soliti canoni della vita politica. Così non è, la APPO ormai è un movimento ben radicato che non ha bisogno di scendere in piazza o di marce per dimostrare vitalità.

Solo un turista depistato o chi continua a confidare dei media di massa può realmente pensare che la APPO abbia perso forza o che il movimento sia stato soffocato. Chiunque altro, giunto a Oaxaca, si può rendere conto che la APPO è tutt’altro che finita. E’ viva, vegeta e radicata nel tessuto sociale di questo stato. Sicuramente però continua la repressione, come dimostrano i recenti avvenimenti del 2 novembre, una repressione che ha diffuso la paura tra le stradine di questa città, ma che non ha avuto l’effetto di abbattere la APPO, anzi. La paura si sta trasformando sempre più in rabbia, una rabbia nata dalla sensazione di sconfitta ed alimentata dai soprusi di un governatore autoritario (Ulises Ruiz) e da un governo federale ostile e non riconosciuto.

Una rabbia che può riesplodere da un momento all’altro.

Brecha – Pakistán – Pieza inconclusa para país atómico

musharraf269 A una semana de las elecciones del 6 de octubre, el dictador filoestadounidense Pervez Musharraf, ahora candidato, se aferra al poder aunque deba pactar con su ex enemiga Benazir Bhutto. Del otro lado está el islamismo radical. Esta cobertura analiza la interna política del único país musulmán que tiene armas atómicas, así como sus relaciones con Estados Unidos y China … Leggi tutto

Da tutte le scuole del Regno!

pinocchiocarabinieri Caro Ministro Fabio Mussi,

ai miei tempi si intimorivano gli scolari discoli minacciando di farli espellere “da tutte le scuole del Regno”. E quando d’uopo li si espelleva. Oggi nei colloqui i genitori alzano regolarmente la voce, e qualche volta mettono anche le mani addosso agli insegnanti. Quello era un autoritarismo criticabile. Oggi il sistema non funziona più, né per il giusto né per il peccatore.

Scrivo a lei e non al suo collega Fioroni perché mi voglio riferire al caso dei trenta aspiranti ad iscriversi a facoltà a numero chiuso di Ancona, Bari e Chieti, colti con le mani nel sacco a … Leggi tutto

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina





Oggi, 4 luglio 2007, Giuseppe Garibaldi compie 200 anni. Di pochi personaggi storici si ricorda di più l’idealità, il coraggio, l’altruismo. Lo si ricorda in tutto il mondo, forse unico militare italiano dopo Giulio Cesare ad aver conquistato universale rispetto. Lo celebro con un saggio che ripercorre la lunga epopea latinoamericana dell’Eroe dei due mondi dal Rio Grande do Sul all’Uruguay. Carissimi simboli patri -a cominciare dalla camicia rossa dei Mille- ma anche una storia d’amore, quella con Anita, legano indissolubilmente l’Uruguay all’Italia, e Garibaldi a tutti noi.

L’Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina

di Gennaro Carotenuto, pubblicato nel 1998 in Latinoamerica n. 68

150 anni fa, il 15 aprile del 1848, l’ormai quarantunenne Giuseppe Garibaldi lascia l’America latina a bordo del brigantino Speranza verso la difesa della Repubblica Romana. E’ giunto a Rio de Janeiro nel gennaio di dodici anni prima, in fuga dalla condanna a morte inflittagli nel … Leggi tutto

Uno spettro s’aggira per l’America – lo spettro del “socialismo del secolo XXI”

Per la seconda volta nella storia una proposta dichiaratamente socialista vince, anzi stravince, elezioni presidenziali in pace e democrazia. Dopo Salvador Allende nel 1970 tocca a Hugo Chávez, in condizioni politiche, economiche, culturali, storiche diverse e con una correlazione di forze molto più favorevoli. Propone al mondo, e in primo luogo alla sinistra, un problema politologico che ai più sembrava sepolto: è davvero finito il socialismo?

CARACAS La riconferma a furor di popolo di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela, è avvenuta sulla base di un programma dichiaratamente socialista. In otto anni il Venezuela bolivariano ha operato una massiccia redistribuzione che ha dimezzato la povertà estrema nel paese e la disoccupazione, utilizzando la proprietà pubblica del petrolio. Si può continuare a trattare … Leggi tutto

Una intervista e un articolo di Leonardo Boff

“Leonardo Boff è professore di teologia, filosofia, spiritualità ed ecologia. Ha lavorato per oltre vent’anni come francescano a Petropolis (Rio de Janeiro), dividendosi tra il mondo accademico e il mondo dei poveri. Da questa combinazione è nata la Teologia della Liberazione, della quale, insieme a Frei Betto, è uno dei maggiori esponenti”


 


04.04.2005 «Wojtyla, l’inverno della Chiesa»


 da l’Unità


Da lontano Leonardo Boff vive il dolore di Roma. Comincio il colloquio col teologo francescano disarmato dagli inquisitori vaticani – ultimo censore il cardinale Ratzinger- partendo dal suo libro appena uscito in Brasile. Verrà pubblicato in Italia dalla Cittadella di Assisi: «San Giuseppe e la personificazione del padre».


 


Per vent’anni Boff ha studiato la figura di San Giuseppe affascinato dal suo silenzio e dalle poche righe che le scritture gli hanno dedicato. Solo nel 1960 Giovanni XXIII ne ha inserito il nome nei canoni della messa. Per secoli la sua spiritualità è stata resa invisibile da papi, vescovi e da quei sacerdoti che dominano la scena. Perché Giuseppe non era nessuno. Ha vissuto nell’ombra come vive la maggioranza dei cristiani che oggi prendono sul serio il vangelo. Più che patrono della chiesa universale, è il patrono della chiesa domestica, della gente umile, della gente buona e senza nome sepolta nei giorni grigi di chi si guadagna la vita faticando per onorare la famiglia nel segno dell’onestà. Giuseppe è il loro esempio naturale, loro guida spirituale. Non ha lasciato in eredità una sola parola, non si sa quando è nato e quando è morto, eppure ha indicato la regola fondamentale raccolta da milioni di fedeli dimenticati. Non discutono dio ma si affidano alla sua luce. Sempre in silenzio.


 


Si ha l’impressione di una sottolineatura della diversità dal Papa che si sta piangendo a Roma. Nella sua speranza il nuovo pontefice quale novità dovrebbe interpretare?


 


«Spero che il nuovo Papa decentralizzi la chiesa. Giovanni Paolo II aveva raccolto attorno alla sua figura ogni attenzione. Tutto convergeva a Roma o a Cracovia anche se il mondo é più complesso. La folla dei cattolici e dei cristiani contempla enormi diversità. E questo modello non è ormai in grado di interpretarle con l’urgenza necessaria. Perché le realtà non si somigliano, dall’Africa all’America Latina, e per dare un volto umano alla globalizzazione concepita come concorrenza e non cooperazione, la chiesa dovrebbe trasformarsi in una rete di comunità.Il centro non riesce ad interpretare problemi e drammi che si sviluppano lontani dai rituali dalle cattedre che sappiamo».


 


Leonardo Boff ha 58 anni. Abita poco lontano da Petropolis, specie di Versaille che l’ultimo imperatore Pedro II aveva costruito nelle montagne alle spalle di Rio. Professore di teologia, filosofia ed ecologia ha lavorato più di vent’anni tra il mondo accademico e il mondo dei poveri anche dopo l’abbandono del saio. Assieme a Frei Betto è stata la voce importante della teologia della liberazione. L’inquisitore lo accusava di dar retta alla costruzione creata dai sociologi e ideologi delle cellule marxiste, preoccupandosi di una fame e povertà che in Brasile non esistono.


 


La visione di questa rete quale nuovo Papa può affascinare?


 


«Bisogna utilizzare una certa furbizia politica. Le candidature che escono dalle capitali dell’impero, Nord America ed Europa, dove prevalgono le egemonie mondiali, rischiano di provocare diffidenze diverse: chi vive a Parigi o Berlino è influenzato dalla cultura nella quale è immerso assieme ai propri i fedeli. E i popoli dei continenti infelici potrebbero ascoltarne gli insegnamenti, diffidando. Non deve essere un vescovo di curia: troppo burocratico. La curia ha perseguitato 140 teologi i cui suggerimenti nascevano dalla condivisione dei problemi della gente. Spero che la scelta cada su cardinali pastori, e non dottori. Vivono fra i fedeli, ne conoscono speranza e sofferenza».


 


Sembra un suggerimento per piegare la scelta tra candidati africani e latini d’America…


 


«È un desiderio. L’America Latina ha due cardinali che rispondono a questo desiderio. Claudio Hummes, di San Paolo. Il suo profilo ecclesiale ricorda Giovanni Paolo II nella sicurezza della dottrina. Ma l’apertura è diversa. È disposto a confrontarsi su tutto, morale e manipolazione genetica comprese. È stato il vescovo del Lula sindacalista a San Bernardo do Campo, città operaia attorno a San Paolo. Si conoscono, si frequentano da sempre. Ha studiato a Lovanio e la sua freddezza ne offusca il carisma anche se l’esperienza pastorale lo ha mescolato e continua a legarlo alla realtà della gente qualsiasi. Più sciolto e con la stessa abitudine ad ascoltare i fedeli nei quali ama immergersi, l’altro cardinale, Oscar André Rodriguez Madriaga, ha difeso la teologia della liberazione con cautela pur ribadendo senza esitazioni che l’assenza della giustizia sociale è all’origine di inquietudini da non condannare a scatola chiusa. Quando era presidente della Conferenza Episcopale Latino America è riuscito a rimarginare le divisioni che avvelenavano i cattolici di latitudini diverse. Un diplomatico convincente. Parla cinque lingue. Suona, canta, guida l’aereo ed ha una conoscenza non banale dell’economia mondiale. La interpreta come un pastore dei poveri deve interpretare.


 


Le comunità di base non hanno avuto vita facile nel pontificato appena concluso: come lo spiega?


 


«È incomprensibile. In America Latina e in Brasile mancano i sacerdoti. Dovrebbero essere 120 mila. Ne abbiamo 17 mila. Ogni parroco copre cinque o sei parrocchie lontane. Un vuoto nelle istituzioni. Le comunità servivano a colmare questo deficit. Roma non le amava. Sono laici e corrono troppo avanti, è il timore della chiesa centralizzata


 


Un vuoto o occupato dalle sette pentecostali…


 


Non è una tragedia. Contribuiscono a tener vivo lo spiritualismo della gente. Ormai bisogna dialogare con tutte le chiese. I problemi sono drammatici: un Brasile con 40 milioni di poveri deve riunire ogni forza morale alla ricerca della giustizia possibile. Le chiese possono affrontare assieme la sfida. Proprio in questi giorni, cattolici, protestanti, sincretici stanno discutendo assieme alle sette quale strategia comune adottare per risolvere i problemi dell’acqua e della fame».


 


Di quale Papa ha nostalgia?


 


«Di Papa Giovanni, come tutti. Ma è Paolo VI che affascinava. Un intellettuale sottile. Lasciava ai teologi la libertà di cercare e sperimentare. Ma è venuto l’inverno di Giovanni Paolo II: ha normalizzato la teologia ed imposto il pensiero unico alzando un bastione per difendere la chiesa ormai trasformata in una realtà occidentale. Solo occidentale mentre il cristianesimo è generoso e si apre ad ogni dialogo».


 


Eppure è stato un Papa di incredibile successo…


 


«Perché l’umanità è orfana di leader. Bush arrogante e violento. Europei tecnocratici senza fascino. Nel panorama grigio, Giovanni Paolo II ha offerto ai giovani il suo carisma dilatato nei media per riscattare la religione con una comunicazione che diventa valore. Il valore che ha contribuito a distruggere il comunismo. Solo il comunismo, perché è difficile intaccare il liberismo costruito su basi economiche e militari».


 


Giovanni Paolo II, il Grande Restauratore di Leonardo Boff


da El Mundo, Carmillaonline 


Il pontificato di Giovanni Paolo II è risultato esteso e complesso. Gli diamo il giusto merito solamente se lo consideriamo all’interno di un vasto insieme di temi che da molto tempo impegnano la Chiesa.


 


Qual è la caratteristica fondamentale di questo Papato? La restaurazione e il ritorno alla rigida disciplina. Giovanni Paolo II non si è caratterizzato né in direzione della riforma né in quella della controriforma. Ha rappresentato il tentativo di arginare un processo di modernizzazione che ha fatto irruzione nella Chiesa all’altezza degli anni Sessanta, e che stava interessando tutto il cristianesimo. In questo modo è venuta realizzandosi una resa dei conti che la Chiesa sta affrontando in relazione a due gravi questioni, dalle quali è martirizzata da più di quattro secoli.


 


Il primo problema è legato alla nascita e allo sviluppo delle altre chiese come conseguenza della Riforma Protestante avvenuta nel XVI secolo, la quale ha fratturato l’unità dell’Episcope cattolico- romana, obbligandola a tollerare le nuove chiese, che ha interpretato come scismatiche ed eretiche.


 


La seconda questione deriva dalla modernità illuminista, con l’imporsi del primato della ragione, della tecnoscienza, delle libertà civili e della democrazia. Questa nuova cultura ha messo sotto scacco la rivelazione di cui la Chiesa si sente esclusiva custode e ha messo in discussione la forma istituzionale con cui la Chiesa stessa si è andata organizzando: cioè come una monarchia assolutista spirituale in contraddizione con la democrazia e il valore dei diritti umani.


 


In rapporto alle chiese evangeliche, la strategia del Vaticano puntava alla riconversione, al fine di restaurare l’antica unità ecclesiale sotto l’autorità del papa.


 


In rapporto alla società moderna, venivano avanzate critica e condanna del progetto emancipativo e secolarizzatore, mirando a ricreare l’unità culturale sotto l’egida dei valori morali cristiani. Entrambe le strategie si sono dimostrate fallimentari. Le altre chiese sono cresciute e si sono affermate in tutti i continenti. La società moderna, con il suo portato di libertà, di scienza e di tecnica si è convertita in paradigma per il mondo intero. La Chiesa cattolica si è vista trasformare in un bastione di conservatorismo religioso e di autoritarismo politico.


 


E’ stata opera di coraggiosa e ispirata lungimiranza di un Papa, Giovanni XXIII, la convocazione di un Concilio Ecumenico che affrontasse entrambe quelle questioni non risolte. E in effetti il Concilio Vaticano II (1962-65) assunse come motto di base: non più anatema ma comprensione, non più condanna ma dialogo.


 


Rispetto alle altre chiese venne inaugurato il dialogo interconfessionale, che presuppone l’accettazione dell’esistenza delle altre realtà ecclesiali. Rispetto al mondo moderno si impose una riconciliazione negli àmbiti del lavoro, della scienza, della tecnica, delle libertà e della tolleranza religiosa.


 


Veniva però fallita una terza resa dei conti: quella con i poveri, che sono la maggior parte dell’umanità. Fu merito della componente latinoamericana della Chiesa ricordare che non esiste soltanto un mondo moderno sviluppato, ma anche un mondo sottosviluppato, che pone una scomodissima domanda: come predicare il Dio Padre in un mondo afflitto dalla miseria? Possiamo portare la parola del Dio in quanto Padre soltanto se siamo in grado di strappare i poveri alla miseria, convertendo questa realtà, dal male che è, in bene. Questo chiesero precisamente i settori più dinamici in America Latina, animati da profeti come Helder Camara. Lo slogan era: per i poveri, contro la povertà.


 


Si trattò di una svolta che spinse molti cristiani a fare il loro ingresso in movimenti sociali di liberazione e addirittura in frazioni armate, mentre numerosi vescovi e cardinali assunsero un atteggiamento di distacco nella lotta alle dittature militari e per la difesa dei diritti umani, intesi principalmente come diritti delle masse diseredate.


 


Giovanni Paolo II fu eletto Papa quando questo processo sociale era in corso. Il suo Pontificato fin dagli esordi si pose in antagonismo rispetto a queste tendenze che erano dominanti. Furono senza dubbio determinanti, in relazione a questa posizione che assunse, la sua origine polacca e le élite della Curia romana, messe ai margini ma non estinte dal Concilio Vaticano II. A Roma il nuovo Papa strinse accordi con la burocrazia vaticana, conservatrice per sua natura, che era del suo medesimo avviso. Si stabilì un granitico blocco storico costituito dal Papa e dalla Curia, che aveva il fine di imporre la restaurazione dell’antica identità ecclesiale e della vecchia disciplina.


 


Le caratteristiche personali di Giovanni Paolo II contribuirono a realizzare nella maniera migliore un simile progetto, grazie alla sua figura carismatica, alla sua innegabile capacità di irradiazione, alla sua abilità nel drammatizzare mediaticamente. Con l’intento di realizzare il suo disegno di restaurazione egli si dotò degli strumenti adeguati.


 


Riscrisse il diritto canonico in modo da reinquadrare la totalità della vita ecclesiale, giunse a pubblicare il Catechismo Universale della Chiesa Cattolica e con esso ufficializzò il pensiero unico all’interno della Chiesa. Sottrasse potere decisionale al Sinodo dei Vescovi, sottomettendolo in toto al potere papale, così come limitò il potere delle conferenze vescovili continentali, di quelle nazionali, delle conferenze religiose a livello nazionale e internazionale, marginalizzò il potere di partecipazione decisionale dei delegati e negò piena cittadinanza ecclesiale alle donne, relegate in funzioni secondarie, sempre distanti dall’altare e dal pulpito.


 


In accordo con il suo principale ministro, il cardinale Joseph Ratzinger, il Papa professava una visione agostiniana della storia, per cui ciò che importa effettivamente è soltanto ciò che passa attraverso la mediazione della Chiesa, portatrice di salvezza sovrannaturale. In accordo con questa visione, ciò che passa per la mediazione degli uomini e della storia non raggiunge la divina profondità e risulta insufficiente agli occhi di Dio.


 


Un atteggiamento simile indusse Giovanni Paolo II a una fondamentale incomprensione della teologia latinoamericana della liberazione. Questa afferma che la liberazione è opera dei poveri tutti. La Chiesa è soltanto un’alleata che rafforza e legittima la lotta per la liberazione dei poveri. Per il cardinal Ratzinger questa liberazione è unicamente umana e carente di rilevanza soprannaturale.


 


E’ storicamente indiscutibile affermare che il Papa ebbe una visione in alto grado approssimativa di questo tipo di teologia, che egli interpretò attraverso la logica dei detrattori di quella e – oggi ne siamo venuti a conoscenza – a partire dalle informazioni che la CIA forniva, in particolare sull’influenza dei teologi della liberazione in Centroamerica. Egli interpretò questa teologia come il cavallo di Troia del marxismo che egli denunciava, in ragione dell’esperienza acquisita circa il comunismo nella sua patria d’origine, la Polonia.


 


Si convinse che in America Latina il pericolo era il marxismo, quando il verace e infausto pericolo è sempre stato il capitalismo selvaggio e colonialista, con le sue élite antipopolari e reazionarie. In Giovanni Paolo II prevalse la missione religiosa della Chiesa, non la sua missione sociale. Se egli avesse detto “appoggeremo i poveri e contamineremo la Chiesa con le riforme nel nome del Vangelo e della tradizione dei Profeti”, ben altro sarebbe stato il destino politico dell’America Latina.


 


Invece organizzò la restaurazione conservatrice in tutto il continente: rimosse i vescovi della liberazione e designò vescovi lontani dalla vita del popolo, chiuse le istituzioni teologiche e sanzionò i loro docenti.


 


C’è un’enorme contraddizione tra gli atti del Papa e i suoi insegnamenti. Fuori si presentava come paladino del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell’ecumenismo, e domandò perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato, e incontrò i leader spirituali delle altre confessioni per pregare, tutti uniti, per la pace mondiale.


 


Invece, dentro la Chiesa, mutilò il diritto di espressione, proibì il dialogo e diede vita a una teologia dai forti toni fondamentalisti. Il progetto politico-ecclesiastico a cui il Papa lavorò non ha condotto ad alcuna risoluzione in merito alle questioni dei rapporti con la Riforma, la modernità e la povertà. Piuttosto, ha aggravato quei problemi, ritardando la resa dei conti.


 


I limiti dello stile che ha adottato nel governare la Chiesa non hanno impedito che Giovanni Paolo II raggiungesse in grado eminente la santità personale. E’ stato santo, nel quadro di una religione “all’antica”, che vive di grande devozione per i santi e specialmente per la Madonna, per le reliquie e i luoghi di pellegrinaggio. E’ stato un uomo di preghiera, profondamente. Nella preghiera egli si trasfigurava e impallidiva, altre volte gemeva e arrivava alle lacrime. Una volta lo sorpresero nella sua cappella personale, disteso al suolo in forma di croce, come in estasi, simile agli illuminati spagnoli del XVI secolo.


 


A chi l’ultima parola? Alla storia e a Dio. Noi possiamo soltanto accedere alla storia, che ci dirà quale fu realmente il significato di questo papato per il cristianesimo e per il mondo, in questa fase di mutamento di paradigmi al passaggio del millennio.

Rosa Elizalde – La retórica y la OEA

EEUU quiere modificar la carta fundacional americana para poder intervenir en Venezuela


Este mundo no tiene memoria. Ahora resulta que el gobierno de Hugo Chávez ?es una nueva forma de autoritarismo?. Lo ha dicho Robert Zoellick, nominado como asistente del Secretario del Departamento de Estado, y lo cita el diario Tiempo, de Colombia, que denunció este domingo que Estados Unidos busca dotar a la Organización de Estados Americanos (OEA) de un “instrumento” que le permita intervenir en Venezuela.



Para contar con semejante ?permiso?, se va a ?modificar la carta democrática del organismo en la próxima asamblea general de los 34 países”. La reunión tendrá lugar en julio próximo en -¿adivinen?- La Florida. Tal como dice hoy el acta de la OEA, esta organización puede intervenir en un país donde se ha roto el orden constitucional mediante un golpe de Estado o el ascenso de una dictadura. Pero como ninguno de estos dos casos es el de Venezuela, en la nueva redacción de la carta se añadirá el caso de los gobiernos ?autoritaritarios?, que significa, en pocas palabras: ?país que, apegado a todas las normas de la sacrosanta democracia, EE.UU. decide castigar porque no se porta como es debido.?


Lo extraordinario es como se transmutan las palabras y como la amnesia imperial borra todo lo que no le conviene, sin que se levanten oleadas de protestas por la imposición de la nueva retórica. El ensayo Los dictadores y las dobles medidas, de la ex embajadora de Ronald Reagan ante la ONU, Jeanne Kirkpatrick, se hizo célebre en 1979 por ofrecerle una argumentación legal al doble rasero de la política norteamericana. Desde su poltrona en Naciones Unidas, la señora hizo una sesuda distinción entre los regímenes ?autoritarios? y ?totalitarios?. Inventó nada menos que una semántica para justificar la colaboración de EE.UU. con los dictadores latinoamericanos.


Según la Doctrina Kirkpatrick, los dictadores autoritarios son gobernantes pragmáticos preocupados por el poder y la riqueza, aunque indiferentes a los problemas ideológicos. En contraste, los líderes totalitarios son fanáticos conducidos por la ideología que ponen todo en juego por sus ideales ?léase los de los países socialistas-, de modo que, mientras uno puede tratar con los gobernantes autoritarios que reaccionan racional y predeciblemente a las amenazas materiales y militares, los líderes totalitarios son más peligrosos y hay que enfrentarlos directamente.


Para ilustrarlo afirmaba que el gobierno de Videla, en Argentina, era un “típica administración autoritaria”. Si asesinaba, torturaba, robaba niños y hundía al país en nombre de la “civilización occidental y cristiana”, resultaba preferible, porque su objetivo a fin de cuentas era ?la lucha contra el comunismo.? La señora defendió a capa y espada a las ?democracias centroamericanas? ?responsables de asesinatos horrendos, incluso contra ciudadanos norteamericanos-, y felicitó con entusiasmo el milagro que había permitido que Chile dejara de ser una República bananera. O sea, hizo un abierto elogio al baño de sangre y al holocausto de la democracia en la región, mientras celebraba la Junta Militar de El Salvador y a Papá Doc, Ríos Montt, Stroessner, Pinochet? Estos, ?sus queridísimos chicos autoritarios?, eran los héroes de Occidente.


La gran ironía es que ahora, de un plumazo, los señores de la Casa Blanca nos están diciendo que la OEA tiene que cambiar su Carta y auspiciar la intervención militar en los regímenes ?autoritarios?, porque, como diría un amigo, intelectual venezolano, ?conviene otra jodida actualización del diccionario?. Por supuesto, siempre en contra de que gobierne, soberanamente, la mayoría.