È difficile pensare a un gorilla più gorilla di Roberto Micheletti, il dittatore di Bergamo alta, acclamato dal TG2 (per il quale paghiamo il canone) per il suo golpe e le sue violazioni dei diritti umani a Tegucigalpa. Tanto più la sua ora si avvicina alla fine, tanto più lui, uomo tutto d’un pezzo, non fa un passo indietro e dimostra, per esempio, di non aver mai sentito parlare di inviolabilità di sedi diplomatiche facendo assaltare quella brasiliana.
Da quando il presidente legittimo Manuel Zelaya è tornato in patria, ospitato dall’Ambasciata del Brasile, ne ha fatte di tutti i colori. Ha represso, tanto per cambiare, selvaggiamente l’opposizione indurendo i contorni già sinistri di una dittatura difesa solo da un’internazionale nera che va dalle lobby del partito repubblicano statunitense al governo peruviano di Alan García all’ “Associazione bergamaschi nel mondo”. Una dittatura che fa solo strepitare l’imbelle diplomazia internazionale che da tre mesi lo isola ma non lo costringe alla resa, mentre invece la Resistenza al golpe, pur pagando prezzi altissimi, non fa un passo indietro.
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di , domenica 13 settembre 2009, 10:13
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America latina, Diritti umani, Guerre infinite, Primo piano

di Marinella Correggia, Annalisa Melandri
“Il Manifesto”, 10 settembre 2009
«Ora soluzione politica»
Intervista dal carcere del Callao, dove è sepolto vivo da quasi 20 anni, a Víctor Polay, leader dell’Mrta, il Movimento rivoluzionario Túpac Amaru. «La nostra lotta era giusta e non è stata vana. Ma il tempo delle armi è finito: in Perú e in una America latina che va vista con speranza e ottimismo»
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di Gennaro Carotenuto, domenica 16 agosto 2009, 08:14
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America latina, Sottosviluppo
A due anni del terremoto di 7.9 gradi della scala Richter che il 15 agosto 2007 fece più di 500 morti e 300.000 senzatetto nel sud del Perù nulla o quasi è stato fatto. La maggior parte dei terremotati vive di assistenza internazionali.
Ieri hanno manifestato a Pisco. La protesta ha bloccato per ore la Panamericana, sono stati bruciati pneumatici e vi sono stati scontri con la polizia.
In compenso il presidente fondomonetarista e filostatunitense Alan García non si è mai fatto vedere.
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“Né ho autorizzato né mi è stato chiesto. E non manderemo molte più truppe oltre l’assistenza che già forniamo alla Colombia [con Egitto e Israele la più grande al mondo, ndr]. Alcuni paesi, a partire dall’Ecuador e dal Venezuela, ma anche amici come Brasile e Cile, stanno tentando di trarre profitto usando la solita retorica antiyankee”.
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Il presidente colombiano Álvaro Uribe (con Lula nella foto) sta realizzando un viaggio lampo in tutto il continente per giustificare la concessione del proprio governo di sette basi statunitensi che rappresentano un fucile puntato contro tutto il Continente ma soprattutto contro la leadership brasiliana. A parte l’appoggio (misurato a onor del vero) del peruviano Alan García ha finora ottenuto solo la neutralità di Fernando Lugo e il dissenso, preoccupazione, rifiuto di tutti gli altri.
La formula scelta è tipica del vortice di incontri bilaterali e multilaterali dell’America latina di questi anni. Il presidente colombiano Uribe non vuole partecipare al vertice di Unasur del prossimo 10 agosto a Quito, che si sarebbe trasformato in un processo che lo avrebbe visto sul banco degli imputati, ma preferisce affrontare un visibilissimo tour de force che in poco più di 48 ore lo porta in quasi tutto il continente a spiegare quello che non si può spiegare: perché ha scelto di trasformare la Colombia in una portaerei statunitense in un Continente oramai compatto nel rifiutare le ingerenze militari straniere e nel darsi strutture di difesa comuni.
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Caro Giuseppe Giulietti,
leggo un tuo duro attacco contro il governo venezuelano dalle pagine di “Articolo 21”, associazione nelle finalità della quale mi riconosco pienamente. La stima che ho per te mi fa scorgere il fumo del “sentito dire” e il condizionamento del continuo inquinamento delle fonti operato dal mainstream.
Il Venezuela è un laboratorio mediatico senza pari al mondo. Come tutti i governi integrazionisti latinoamericani ha dovuto fronteggiare, inizialmente senza strumenti legislativi, un irriducibile “latifondo informativo commerciale”, contrario spesso in maniera eversiva ai governi di centro-sinistra. Tale latifondo considera (strumentalmente) ogni possibile democratizzazione del sistema mediatico come un attacco all’unica libertà d’espressione che ha a cuore, la propria.
In questo contesto la demonizzazione sempre più marcata dei processi politici latinoamericani, e in particolare quello venezuelano vede inoltre sempre più spesso accostare il presidente Hugo Chávez a Silvio Berlusconi, dipinti come due autocrati accomunati dalla smania di controllare i media. Tale accostamento è diffamatorio per il governante bolivariano. Semmai è vero il contrario: Chávez è massacrato da anni da un sistema mediatico di stile berlusconiano per squallore morale, potere economico e pervicacia della disinformazione.
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di Annalisa Melandri, venerdì 24 luglio 2009, 09:15
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America latina, Diritti umani
E’ trascorso ormai più di un mese dalla violenta repressione nell’Amazzonia peruviana con la quale il governo di Alan García ha posto fine alla protesta organizzata del movimento indigeno e di ampi settori della società che chiedevano la revoca di alcuni decreti legislativi che minavano profondamente la sovranità indigena su quel territorio ma soprattutto la protezione di uno degli ecosistemi più importanti del pianeta. Al termine di una settimana di scontri violenti che hanno lasciato un saldo di circa 50 morti tra civili e membri di polizia, un numero considerevole di feriti e alcuni casi di persone scomparse, il Congresso ha ritirato due dei decreti legislativi oggetto di contestazione.
Si è parlato di vittoria del movimento indigeno, tuttavia resta da far chiarezza sulla sospensione dello Stato di diritto che si è verificata in quei giorni e che ha portato a gravi violazioni dei diritti umani da parte del Governo. Solo da questo si può partire per un dialogo costruttivo tra le parti che al momento è sospeso. Come ci racconta Francisco Soberón, direttore dell’Asociación Pro Derechos Humanos (APRODEH) del Perú, nominato insieme ad altri 50 difensori dei Diritti Umani “che stanno cambiando il mondo” da Terry Kennedy Cuomo nel suo libro dal titolo “Dire la verità al potere” edito da Random House nel 2000.
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di Gennaro Carotenuto, martedì 16 giugno 2009, 14:33
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America latina, Clima, energia, scienza, Diritti civili, Diritti umani, Globalizzazione, Movimenti, Neoliberismo, Politica internazionale, Primo piano, Sottosviluppo
La resistenza degli indigeni ha obbligato il governo di Lima a fermare e derogare i decreti che permettevano alle multinazionali di spogliare l’Amazzonia che dovranno essere riesaminati in Parlamento a Lima. Il tempo e la tenacia dei popoli originari diranno se è un diversivo neoliberale, una semplice tregua per dirottare l’attenzione internazionale (poca ma combattiva) oppure l’inizio di una vittoria storica di chi difende la biodiversità dell’Amazzonia.
Intanto, secondo l’indigeno awajún Salomón Aguanash, testimone diretto delle stragi, intervistato da IPS, l’ordine di Alan García era sparare per uccidere. Così, all’alba del 5 giugno, quando tre elicotteri MI-17 dell’esercito hanno aperto il fuoco su 3.500 indigeni che bloccavano la strada che collega la selva alla costa Nord, è iniziato il massacro in Amazzonia. Al termine dell’incursione sul terreno gli indigeni contavano almeno 25 morti e un centinaio di feriti ma erano più che mai disposti a resistere fino alla vittoria. I dati sulle violenze successive continuano ad essere contraddittori. Secondo fonti inconciliabili, il governo e gli indigeni, ci sarebbero 23 poliziotti morti da una parte e almeno 50-60 indigeni uccisi e fino a 400 desaparecidos dall’altra.
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Un giorno sì e l’altro pure i nostri media si dicono preoccupati per la libertà di espressione in Venezuela. Per mesi hanno seguito con trepidazione la vicenda di una televisione, RCTV, che, nonostante abbia attivamente partecipato ad un colpo di Stato, quello dell’11 aprile 2002, ha trasmesso liberamente fino alla naturale scadenza della licenza.
Da settimane riportano compitando le parole dello scrittore ultraliberale peruviano Mario Vargas Llosa che va a Caracas a stracciarsi le vesti per dire (va da sé liberamente) che a Caracas non c’è libertà di espressione. Eppure chissà cosa farebbe Silvio Berlusconi se fosse nelle scarpe di Hugo Chávez e avesse a che fare con i media dell’opposizione venezuelana che dal 1998 in avanti disegnano il Presidente come un novello Hitler con tanto di baffetti senza che questo (o dimostrate il contrario) abbia mai mosso un dito.
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di Annalisa Melandri, giovedì 11 giugno 2009, 12:11
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Dialoghi

Ismael León Arías è un giornalista peruviano. Direttore del quotidiano La Crónica nel 1985. Commentatore politico ed editorialista del quotidiano La República per 14 anni. Ha lavorato in radio e in televisione, occupandosi sempre di programmi di informazione e di politica. E’ stato docente di giornalismo all’Università Nazionale di San Marco di Lima, una delle più antiche e prestigiose università latinoamericane e capo stampa di questo istituto di studi superiori. Gestisce il blog La columna de León. Gli chiediamo di raccontarci come sta evolvendo la situazione nel suo paese rispetto alla rivolta degli indigeni dell’Amazzonia che ormai va avanti da qualche mese:
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di Michele Sini, giovedì 11 giugno 2009, 11:29
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Videoblog
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di Gennaro Carotenuto, martedì 9 giugno 2009, 13:50
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America latina, Clima, energia, scienza, Diritti civili, Globalizzazione, Movimenti, Neoliberismo, Politica internazionale, Primo piano
È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell’uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.
Il conflitto tra gli indigeni dell’Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all’uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango (nella foto), costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro che questo in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio all’origine dell’attuale crisi.
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L’Amazzonia peruviana continua a correre un pericolo mortale ma i nativi la difendono con i denti dal governo di Lima che l’ha venduta nel Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti alle multinazionali minerarie e del legname. Da quasi due mesi 1.300 comunità native della selva amazzonica peruviana sono infatti tornate in stato di mobilitazione permanente contro nove decreti legge varati dal governo di Lima.
Secondo le organizzazioni indigene questi non solo mettono a rischio i loro diritti ancestrali sull’Amazzonia ma consegnano l’intera regione allo sfruttamento selvaggio da parte delle multinazionali mettendone così a rischio l’intero ecosistema. Il governo ha usato tutti i mezzi, compresa la repressione ma gli indigeni, sempre più coscienti di sé, dei loro diritti e anche della loro forza, non si sono piegati e ora Alan García, che già dieci mesi fa dovette fare alcune concessioni, si è dovuto piegare e trattare ancora.
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di loira, domenica 9 novembre 2008, 08:25
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Dialoghi
In Perù si parla dell’ educazione come alternativa al lavoro minorile. Così ha stabilito l’Organizzazione Internazionale del Lavoro lo scorso 12 giugno, giornata mondiale contro il lavoro minorile: ‘Educación: la respuesta acertada al trabajo infantil’. Siamo tutti consapevoli e crediamo nell’importanza dell’istruzione e della frequenza scolastica, fondamentale per lo sviluppo dell’individuo. Non a caso uno dei tre indicatori dell’ISU, indice di sviluppo umano, è proprio il livello di istruzione della popolazione di un paese. … Leggi tutto
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di Gennaro Carotenuto, mercoledì 15 ottobre 2008, 09:39
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America latina, Disinformazione
Mi fa notare l’amico Alessandro Cassuto, che ringrazio, che rispetto alle dimissioni per corruzione dell’intero governo peruviano (Alan García checché millanti è ortodossamente neoliberale ed amicissimo del grande presidente George Bush) vi è stato l’omertà più assoluta da parte dei nostri giornali.
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