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Sui diritti negati ai migranti muore la democrazia

L’Italia è oggi un paese dove non solo non sono più in vigore di fatto numerosi articoli della Costituzione repubblicana del 1948 ma dove non vale più neanche la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Una parte della popolazione, tra 800.000 e un milione di persone, è costretta a vivere nella paura e nel ricatto, lavorare in silenzio nello sfruttamento e nell’illegalità, pena la deportazione.

L’Italia è un paese dove un lavoratore o una lavoratrice devono aver paura di ammalarsi, perché perfino il medico deve trasformarsi in delatore, come i portieri e i centralinisti al tempo dell’OVRA, dove una puerpera sarà indotta a partorire in clandestinità (e magari morirne) per non farsi denunciare.

L’Italia è un paese dove l’arbitrio di un sindaco sceriffo può sospendere la Costituzione repubblicana impedendo la libertà di culto, quella di stare insieme seduti in un luogo pubblico, di associarsi e partecipare alla vita pubblica, decidere quali piatti deve o non deve cucinare un cuoco in un’attività commerciale privata, quella di dare e ricevere solidarietà in una rincorsa all’odio e all’estremismo che non ha più limiti. L’Italia è l’unico paese dove un ragazzo nato in Italia al compimento dei 18 anni ne può essere espulso. L’Italia è l’unico paese occidentale che non offre alcun percorso d’integrazione certa ai migranti (che devo fare per diventare italiano?) perché è governata da un’ideologia razzista che pretende di relegarli indefinitamente ad un ruolo di non persone, di subumani sottoposto all’arbitrio della razza eletta. Razza eletta così ebete da farsi addestrare all’odio dai media. Ed è quella stessa Italia che quando proprio è buonista non si prende la responsabilità civile e politica di rivendicare che un essere umano ha dei diritti in quanto tale ma invita a fare due conti digrignando i denti: “ci servono”. Questa Italia, sulla questione dei migranti è ormai un paese dove la democrazia e l’umanità sono morte.

Smettiamo di girarci intorno e non aver coraggio di dare un nome alla cosa. Una democrazia non si caratterizza sulle sole elezioni e quindi sulla dittatura della maggioranza, ma sul rispetto della Costituzione e dei diritti dell’uomo. Se i deliri alcolici dei bar di Parabiago e Agrate Brianza diventano giorno dopo giorno legge dello Stato a Roma lo dobbiamo alla subalternità sostanziale delle culture democratiche, liberali, cattoliche, progressiste, marxiste, incapaci di reagire se non complici. Complici come dimostrò la criminalizzazione dei poveri lavavetri da parte delle giunte rosse. Una vergogna indelebile che dimostrò che politici senza principi ma attaccati all’ultimo sondaggio siano ben peggiori dell’opinione pubblica incattivita che tentano di blandire. Attaccati a poltrone e strapuntini sono incapaci anche solo di pensare una strategia su come rovesciare (ro-ve-scia-re) un governo ormai contro la Costituzione e il diritto, che rivendica apertamente la propria cattiveria e il proprio razzismo.

In Italia, prendiamone atto, siamo ben oltre le birrerie dove si gestò il putsch di Monaco. Siamo già alla vigilia della notte dei cristalli contro i migranti. E non si illudano le altre componenti della maggioranza di tenere a bada il delirio di leghisti ed affini in nome di interessi di bottega e poltrone: per loro ci sarà presto una notte dei lunghi coltelli come quella del 29 giugno del 1934 che li spazzerà via. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, in grado di dire anche parole serie sul fenomeno dell’immigrazione e sul diritto di voto agli immigrati, ma allo stesso tempo coautore dell’abominevole legge che porta anche il suo nome oltre che quello di Umberto Bossi, deve scegliere: o con la Costituzione o contro.

Li abbiamo visti i Gentilini, i Calderoli, stiamo vedendo all’azione Maroni, abbiamo visto Borghezio andare a messa da don Floriano Abrahamowicz, il negazionista per il quale le camere a gas servivano per disinfettare. Li abbiamo sentiti incitare al linciaggio del meridionale come del migrante. Da oggi le ronde (il “bastone padano” lo chiamano) che quel linciaggio potranno compiere sono legali, libere di agire in un embrione di paramilitarismo culturale oramai dilagante che presto produrrà morti. Molti morti e se la storia insegna qualcosa presto si procureranno anche un loro martire da santificare e che permetterà loro di linciare, come nell’Alabama degli anni ’50 che evidentemente li ispira, in suo nome.

Chi impedisce loro di disinfettare, linciare in un pogrom i rom, i musulmani, i rumeni ma anche gli omosessuali o i ragazzi dei centri sociali e chiunque possa essere oggetto del loro infinito livore? Qual è il limite dell’orrore che siamo disposti a tollerare? Un morto bruciato? Un barcone affondato? Un’isola del Mediterraneo destinata ad essere un campo di concentramento a cielo aperto? Un ministro degli Interni che invece di fare applicare le leggi incita alla cattiveria contro gli immigrati?

Prima vennero per i rom, e non alzai la voce,

perché non ero un rom.

Quindi vennero per gli musulmani, e non alzai la voce,

perché non ero un musulmano.

Quindi vennero per gli africani, e non alzai la voce,

perché ero un europeo.

Quindi vennero per me, e a quel punto non vi era rimasto più nessuno

che potesse alzare la voce per me.

Quanto tarderemo a capire che la Lega Nord è il nazismo del XXI secolo e che va fermata oggi perché domani sarà troppo tardi? Non è tempo di divisioni e purismi, la Lega va isolata da un nuovo CLN che metta insieme liberali, cattolici, progressisti e marxisti e la confini al di fuori della vita democratica della Nazione della quale è sempre stata nemica. E’ necessaria una battaglia culturale che isoli il delirio leghista, che lo espella dai media, a partire dalla RAI, e che lo consideri per quel che è: un attentato alla convivenza civile e alla democrazia. Se “patria è umanità” quella contro la Lega Nord è una battaglia a morte. O loro o la nostra democrazia.

Articolo chiuso alle 13.00 di venerdì 6.

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