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Argentina a 40 anni di distanza, cosa resta della dittatura

Golpe in Argentina, interventi di Gennaro Carotenuto a Wikiradio (oggi h.14) e RaiStoria (domani 21.30).

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Quando il 24 marzo 1976 il colpo di stato civico-militare in Argentina diviene realtà, per molti, questo appare come l’unica soluzione al caos nel quale verserebbe il paese. E’ il quarto colpo di Stato in ventuno anni, dal 1955, da quella cosiddetta “Rivoluzione liberatrice” che le classi dirigenti e le Forze Armate realizzano sempre con lo stesso obiettivo: cancellare dal paese quel fenomeno complesso che è il peronismo, che mescolano e confondono con il marxismo. Questo continua ad avere l’egemonia dell’identificazione delle classi popolari che vedono nel “Giustizialismo” la fine di uno stato escludente quando non apertamente razzista e la costruzione di uno stato sociale avanzato. Il nome del partito di Perón è spesso traslato in maniera inesatta in italiano per identificare la richiesta di giustizia spiccia verso la partitocrazia ma non ha nulla a che vedere con l’accezione argentina.

Sono almeno due i fattori che concorrono all’idea del caos in quell’Argentina di metà anni ‘70. Il primo è la situazione economica. In quella che fino agli anni Cinquanta è stata tra le prime dieci economie del mondo e che ancora nei primi anni Settanta vive la quasi piena occupazione, il modello dirigista instaurato tanto dal peronismo classico nel dopoguerra, come dalle forze liberal-conservatrici che al peronismo si opposero con vari colpi di stato dal 1955 in avanti, è a fine corsa. L’inflazione, per dare solo un numero, nei 12 mesi prima del golpe, è del 566%. Per chi vive di salario è drammatico ma sarà solo quindici anni dopo che il problema troverà soluzione.

Il secondo fattore è la violenza politica. Fin dall’abbattimento di Juan Domingo Perón nel 1955, la cosiddetta Resistenza peronista si era scontrata, anche con la violenza, con i vari regimi autoritari succedutisi. Dopo 18 anni, il ritorno del vecchio generale ormai incartapecorito e la repentina morte di questo, con la successione della seconda moglie Isabelita, fanno sì che la violenza politica aumenti esponenzialmente.

La violenza politica ha almeno due contesti nei quali si esplicita e che va spiegata. Da una parte c’è una sorta di guerra civile intraperonista, un movimento da sempre spaccato tra un’ala destra parafascista e criminale e un’ala sinistra che coincide in ampi tratti col movimento popolare, fino a occupare quasi per intero lo spazio che altrove è della sinistra marxista tradizionale. La sinistra peronista ha nei Montoneros un braccio armato che, ben presto, perde il contatto con le masse e sposa una visione militarista del conflitto sociale che ne segnerà l’isolamento e la distruzione. Con questa compete una guerriglia marxista tradizionale, mai in grado di uscire dal proprio recinto.

È però più che sbagliato pensare che la violenza, in Argentina e in America latina, sia il luogo della militanza. Il movimento popolare non armato, enorme, multiforme, politico, sindacale, religioso, è di gran lunga predominante ed è quello che pagherà il prezzo più alto della polarizzazione di una visione che tende a rappresentare la realtà degli anni Settanta come militari con i baffoni contro guerriglieri barbuti, entrambi cattivi, con una società inerme o indifferente o ignara in mezzo. Più di ciò, è ampiamente provato con centinaia di documenti e testimonianze, la guerriglia non fu la causa ma il pretesto di un massacro con tratti genocidiari gestato e deciso da ben prima che la violenza politica fosse significativa.

Infatti c’è un secondo contesto nel quale si esplicita la violenza ed è di gran lunga dominante. La destra fascistoide, gli apparati di sicurezza dello Stato, i militari, spesso in sinergia con la destra peronista, si occupano di ripulire la casa dal pensiero critico in un paese dove il movimento popolare e rivoluzionario, i sindacati, gli intellettuali, il movimento studentesco, le organizzazioni laicali vicine ai sacerdoti per il Terzo mondo, hanno una forza enorme. Questi apparati di estrema destra, in connivenza aperta con il governo che è sempre più espressione solo della destra peronista, si dotano di corpi paramilitari, la famigerata AAA, Alianza Anticomunista Argentina, armato e finanziato dai principali gruppi economici del paese e stranieri che, con la scusa di una guerriglia che non è mai in grado di impensierire militarmente lo Stato, uccidono a man salva giornalisti, sindacalisti, insegnanti, religiosi, studenti, avvocati. Secondo il quotidiano La Opinión, nel mese anteriore al golpe c’era stato un assassinio politico ogni cinque ore e ogni tre ore nel paese era scoppiata una bomba. Solo una frazione dei morti erano guerriglieri, la maggior parte erano civili impegnati nella politica e nella solidarietà, come il gran numero di religiosi martirizzati nelle Villa Miseria del paese.

La chiesa cattolica, quella che darà al Vaticano Papa Bergoglio, è profondamente divisa. Le gerarchie sono eversivamente reazionarie, ben più a destra di Cile e Brasile, dove sono molti gli alti prelati schierati sinceramente nella difesa dei diritti umani. In Argentina le gerarchie inseguono il mito della nazione cattolica e fiancheggiano apertamente il regime. Adolfo Tortolo, il presidente della Conferenza Episcopale Argentina e Vicario Castrense, ovvero Cappellano generale delle Forze Armate, vicino all’Opus Dei, fu totalmente complice della dittatura della quale esaltava “la missione purificatrice”. Si riuniva sistematicamente con Videla, Massera, Agosti e, ogni volta che fu intervistato da missioni internazionali per la verifica della situazione dei diritti umani, fu sistematicamente omissivo, negando che nel paese questi fossero violati. Accanto ai Tortolo e ai Primatesta ci furono i preti che parteciparono alla tortura e che assassinarono personalmente, come Von Wernich (che oggi sconta l’ergastolo) e quelli che invece furono torturati e assassinati a loro volta. Furono oltre 100 le religiose e i religiosi a cadere, spesso con il visto e la copertura della chiesa ufficiale da parte dei militari. La maggior parte di loro si identificava col Concilio Vaticano II, con il Congresso Eucaristico di Medellin e l’opzione preferenziale per i poveri. Bisognerà attendere il 1983, a cose fatte, per avere parole chiare di condanna. Eppure in Vaticano molti sapevano, a partire dal sinistro Nunzio Pio Laghi. Il premio Nobel argentino e cattolico, Adolfo Pérez Esquivel, ricorda un gelido incontro con Giovanni Paolo II nel quale il papa lo invitò a occuparsi dei bambini dell’Europa dell’Est invece che di quelli spariti in Argentina.

Questa situazione caotica, e lo stigma del peronismo che colpisce da trent’anni buona parte della sinistra peronista comporta un problema di comprensione. Sono passati due anni e mezzo dal golpe dell’11 settembre in Cile. Lì la situazione è del tutto chiara. Un governo legittimo composto da socialisti, comunisti, laici, cattolici progressisti, era stato spazzato via da un golpe parafascista. Ognuno poteva scegliere da che parte stare. Per Argentina l’interpretazione data all’Europa dell’intera complessità del movimento peronista fa sì che le sinistre tradizionali non solidarizzino con gli omologhi movimenti di massa. Gli interessi dell’Unione Sovietica, che ha bisogno del grano argentino, così come ne aveva avuto bisogno Franco nella Spagna alla carestia nel dopoguerra, fanno sì che anche il Partito comunista di Enrico Berlinguer commetta il crimine politico di avallare inizialmente quello che definivano il golpe dei militari progressisti. Il PCI non è l’unico a cadere nell’equivoco. Del resto, al contrario dell’orrore in mondovisione dello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, in Argentina si cercò di coprire il più possibile lo sterminio dell’opposizione col fenomeno della sparizione di persone. Non furono i militari argentini a inventare quel supplemento di supplizio che è la sparizione del corpo del nemico ucciso, ma questi ne fecero uno strumento sistematico per ampliare gli effetti del Terrorismo di Stato su tutta la società. Per allora era perfino possibile che osservatori un po’ miopi trovassero l’Argentina in perfetta pace e ordine, fino a permettere al paese di organizzare i Mondiali di calcio del 1978 che risulteranno essere il principale successo del regime, una vergogna indelebile per l’intero sport del calcio mondiale, con le partite che si celebravano a poche centinaia di metri dai campi di tortura e di sterminio.

Per buona parte della durata della dittatura dall’estero si poteva fingere di credere che in Argentina ci fosse un regime più blando di altri e capace di pacificare il paese. Nonostante dittature come l’Argentina avessero cuore, cervello e pugno di ferro creolo, Henry Kissinger, segretario di Stato di Gerald Ford, fu il mentore statunitense di tutte le dittature latinoamericane e di quell’internazionale del terrore che fu il Piano Condor. Non fu benevola miopia il ruolo degli Stati Uniti. In una logica di guerra fredda e di enormi interessi economici a mantenere la regione in una posizione subalterna, il ruolo degli USA fu un ruolo attivo, non solo nell’intelligence o nella manipolazione mediatica. La maggior parte dei dittatori, quasi tutti nati negli anni Venti e quindi formatisi nelle accademie militari e politicizzatisi a destra nell’immediato dopoguerra, crebbe nella piena logica della Dottrina della Sicurezza Nazionale, che considerava la violazione dei diritti umani come parte del gioco. Quando le cose si complicarono si limitò a consigliare Videla ed i suoi a fare presto nello sterminio perché la successiva amministrazione democratica, quella di Jimmy Carter –e va a onore di quest’ultima- non sarebbe stata così benevola con la dittatura.

La realtà oltre le apparenze come sappiamo è ben altra. Il colpo di Stato e la storia della dittatura possono essere inquadrati in almeno due modi. Da una parte vi è il cosiddetto Piano di Riorganizzazione Nazionale. Considerando che il regime democratico e la concertazione fossero incapaci di ricostruire l’ordine nel paese, il regime civico-militare, con alcuni tratti messianici, si prendeva il diritto di riorganizzare nel profondo l’Argentina, la società, la politica e lo Stato. Il modello era già la ristrutturazione ultraliberale del Cile di Augusto Pinochet. Martínez de Hoz, uomo cardine del ministero dell’Economia della dittatura, espressione dei potentati agrari e amico personale di Margaret Thatcher, avrà mano libera per ridisegnare il paese secondo i suoi sogni, senza conflitto sociale e con i sindacalisti fatti sparire fisicamente. È così che l’Argentina diverrà “l’allievo prediletto del FMI”. Questa è la cifra di un cambiamento profondo che, in tutti gli studi più recenti, obbliga qualunque analisi seria ad aggiungere il prefisso civico a dittatura, dittatura civico-militare.

La compromissione delle classi dirigenti, degli imprenditori, dell’industria nazionale e internazionale, dei grandi gruppi di comunicazione come La Nación e Clarín, a fianco del regime è totale. Un ruolo particolarmente nefasto lo gioca l’Italia, un fatto noto e ancor più studiato in un libro di Claudio Tognonato intitolato significativamente Affari nostri. I principali politici, da Forlani ad Andreotti, non avevano interesse a vedere, pur in presenza di centinaia di desaparecidos italiani. I vantaggi per le nostre imprese furono ingentissimi e su tutto sovrintendeva la Loggia P2 di Licio Gelli.

Il venerabile maestro, che vedeva nella dittatura argentina la realizzazione dei suoi piani per l’Italia, annoverava tra i membri della loggia almeno tre pezzi da novanta come López Rega, il Rasputin di Isabelita, mandante di tutti gli omicidi della AAA, il Generale Suárez Mason e l’Ammiraglio Massera, il più antisemita di un regime che, seppure non è adeguato definire fascista, di sicuro si accanì particolarmente contro il quasi mezzo milione di ebrei argentini. Ben poco commendevole è anche, con poche eccezioni, il ruolo dei nostri media, a partire dal Corriere della Sera, all’epoca controllato dalla P2, che richiama da Buenos Aires Gian Giacomo Foà che osava aprire squarci di verità. Con Foà dobbiamo ricordare tra i giusti italiani anche il Console Calamai e il Partito socialista, in particolare con l’allora presidente Pertini, il primo a ricevere le Madri di Plaza de Mayo, e l’allora senatrice Margherita Boniver, all’epoca presidente di Amnesty International.

Ripercorrendo la storia della dittatura questa può essere sintetizzata in alcuni passaggi chiave. Il regime accelera il lungo declino economico del paese che neanche la trasformazione neoliberale può frenare e che in fondo, a parte alcune illusioni nei primi anni Novanta, è un piano inclinato che dal 1955 porta dritti al default del 2001. Le aperture e le liberalizzazioni economiche sono sostenute quasi unicamente dalle continue svalutazioni della moneta. Gli argentini, più che mai, preferivano tenere pochi dollari nel materasso invece di vedere il loro lavoro svalutarsi giorno per giorno. Le disuguaglianze, in assenza di conflittualità sociale, aumentano e la base industriale del paese creata negli anni delle vacche grasse viene in larga parte liquidata.

A partire dal 1979 la situazione per i lavoratori è così deteriorata da ricominciare, nonostante la persistente ferocia del regime, la conflittualità sindacale con centinaia di scioperi, organizzati per lo più dalla CGT clandestina. Nel 1980 coinvolgono quasi due milioni di lavoratori. Jorge Videla passa la mano al più aperto Viola, della cosiddetta linea blanda, che però non solo non riduce la repressione ma non riesce a venire a capo della crisi economica. Dopo nove mesi un golpe interno alla cupola mafiosa che governa il paese lo detronizza e lo sostituisce con Leopoldo Galtieri, un altro frutto della Scuola delle Americhe, dove sono stati formati alla lotta contro la presunta sovversione interna decine di migliaia di militari latinoamericani.

Galtieri viene ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca da Ronald Reagan, che nel frattempo aveva sostituito Carter, e definito “un generale maestoso e un alleato nella lotta anticomunista”. In realtà il notoriamente alcolizzato Galtieri non ha la più pallida idea di cosa fare mentre i ministri economici continuano a privatizzare, si perdono posti di lavoro e potere d’acquisto e l’opposizione democratica comincia a sfidare apertamente il regime. È così che matura l’avventura delle Malvinas/Falklands, la rivendicazione dell’argentinità delle quali unisce tuttora tutto il paese e tutta l’America latina. La causa nazionalista tuttavia non solo non salva ma accelera il tracollo del Regime. Migliaia di coscritti poco più che adolescenti vengono mandati a morire nel freddo polare. Margaret Thatcher vive momenti difficili con un movimento operaio britannico ancora non domato. L’attacco argentino permette anche a lei di afferrarsi alla mozione nazionalista. La vittoria militare, in un tripudio di Union Jack, le permette una fino allora improbabile rielezione, che per l’Argentina segna la fine di tutte le menzogne. Passando per quasi un anno e mezzo di regime di transizione di Reynaldo Bignone, il 10 dicembre del 1983 l’Argentina ritroverà la democrazia nella dignitosa figura di Raúl Alfonsín.

La dittatura civico-militare argentina è oggi ricordata proprio per quanto aveva tentato di occultare: le violazioni dei diritti umani. I 30.000 desaparecidos, le decine di migliaia di incarcerati, torturati, prigionieri politici, esiliati e i 500 bambini e neonati strappati alle loro madri, quasi sempre soppresse dopo averli dati alla luce, sono il marchio indelebile di una storia nera. L’ignominia del regime tuttavia non ne segnò, come abbiamo visto, la caduta. Le stesse organizzazioni per i diritti umani, quelle che nel corso degli anni avevano acquisito grande prestigio internazionale, le madri e le nonne di Plaza de Mayo, alla caduta della dittatura dopo la sconfitta militare delle Malvinas/Falklands, confidano, sperano, si illudono ancora che i desaparecidos possano tornare, che non possano davvero averli assassinati tutti. Non è così, anche se in assenza dei corpi, e nella lunga stagione dell’impunità, neanche il lutto è possibile per i familiari e per la società intera. Solo col tempo si capirà, ma mai accetterà, la portata del fenomeno.

Nei mesi e negli anni successivi alla restaurazione democratica l’Argentina sarà chiamata a fare i conti con questa storia. Dovrà prendere atto che i desaparecidos non torneranno, scoprirà l’orrore dei voli della morte con i quali i prigionieri politici venivano gettati ancora vivi nell’Oceano e il paese ingaggerà una lunga battaglia contro l’impunità. Se con Alfonsín la Giunta militare fu per intero condannata, quasi sempre all’ergastolo, la fragilità della democrazia dovrà presto fare dei passi indietro. Ci sarà la legge di Punto Finale, quella di Obbedienza Dovuta e infine gli indulti voluti da Carlos Menem. Nel 1990 la storia sembrerà chiusa nell’impunità assoluta. Nessun colpevole in galera e le madri di Plaza de Mayo sempre più vecchine a girare intorno all’obelisco della Piazza a gridare la loro disperazione.

L’impunità totale durerà 13 anni, fino a quando, dopo il default del 2001 dell’Argentina neoliberale, il nuovo governo di Néstor Kirchner, che si dichiarerà figlio delle Madri di Plaza de Mayo, non smantellerà pezzo per pezzo le leggi che garantivano i torturatori e gli assassini, inaugurando una completa rivalutazione di quella stagione nel segno del rispetto dei diritti fondamentali che hanno fatto dell’Argentina un esempio di giustizia endogena da ammirare nel mondo. La battaglia per la verità e la giustizia non finisce però mai, come dimostra il contesto intorno al neo-presidente Macri, che considera i processi per violazioni dei diritti umani come una “vendetta” e sul quale è indispensabile vigilare, ma l’Argentina -e va a suo onore- ha dimostrato di avere memoria.

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