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Argentina, Daniel Scioli o ballottaggio? Ma il kirchnerismo sopravviverà a se stesso?

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Trentadue milioni di argentini votano per decidere chi succederà a Cristina Fernández de Kirchner e in che misura proseguiranno tanto la fase della ricostruzione dell’autorità dello Stato dopo il crollo del 2001, come il ciclo progressista nella Regione sul quale domani pubblicherò una riflessione. Nella giornata di oggi è in dubbio soprattutto se a vincere sarà Daniel Scioli o se si andrà al ballottaggio, ma discutere dell’ottava elezione presidenziale consecutiva in 32 anni nel paese dei golpe è in sé un dato storico-politico positivo, che non dovrebbe mai essere sottovalutato: la democrazia in America è diventata la normalità.

Il primo fattore da analizzare è che il kirchnerismo in quanto tale, non è stato capace di esprimere un proprio candidato. Il candidato che correrà sotto le bandiere del Frente para la Victoria è Daniel Scioli che, della famiglia “nazionale e popolare”, è al massimo un cugino. Classe 1957, di lontane origini molisane (dato indispensabile secondo le regole del giornalismo italiano), classe alta, famiglia di imprenditori di successo. Campione di motonautica, nel 1989 subì l’amputazione del braccio destro. Si avvicinò alla politica con Carlos Menem per divenire figura centrale di quello che è il cuore del potere politico del paese (leggasi anche del sottogoverno e delle clientele): il Gran Buenos Aires e la sua enorme provincia. È stato vice-presidente di Néstor Kirchner, e poi per due mandati governatore della Provincia. Sarà il futuro a dirci se l’alleanza mantenuta col kirchnerismo da parte di un uomo che indubbiamente si schiera alla destra di questo, in tutti questi anni sia stata più politica o tattica. Lo scivolamento al centro della maggioranza politica è però un fatto. Gli ancoraggi a sinistra e il ruolo di madrina che Cristina si ritaglierebbe, come sempre accade nei presidenzialismi, sono tutti da verificare. Scioli non si sogna affatto di dire che smantellerà le riforme e i programmi sociali kirchneristi, ma sostiene che li aggiornerà, per rendere il paese più competitivo e creare più opportunità di lavoro. Un discorso già sentito, in particolare dalle parti dell’Internazionale socialista. Chi da sinistra lo voterà, lo voterà fidandosi dell’appoggio di Cristina e della presenza di Carlos Zannini nella formula presidenziale. Il chino Zannini, figlio di muratore, maoista in gioventù, arrestato durante la dittatura, è una figura vissuta sempre all’ombra dei K., braccio destro di Néstor prima e di Cristina poi. Nella stampa di destra è considerato l’ultrakirchnerista per antonomasia. Saranno in tanti oggi a votare Scioli, per Scioli stesso, per Zannini, per il grande rispetto che ha meritato in questi anni Cristina, ma saranno meno di quelli che quattro anni fa votarono convinti per il FpV lasciando il primo avversario ben 38 punti indietro.

CI SARÀ BALLOTTAGGIO?

Quello previsto in Argentina è un ballottaggio particolare. Si realizza solo se il primo non raggiunge il 45% o, se supera il 40%, se mantiene un vantaggio di 10 punti sul secondo. Per capirci, se oggi il primo dovesse raggiungere il 40%, il ballottaggio avrà luogo solo se il secondo supererà il 30,1%. Dieci punti è un vantaggio plausibile e ingente e, nelle ultime elezioni in Brasile, USA, Francia, Perú o Venezuela, il margine che ha deciso la contesa è stato ben inferiore. Ma non è per questo che il ballottaggio in Argentina non c’è mai stato. Pensato dalla dittatura di Lanusse come alternativa ai golpe per fermare il ritorno del peronismo, per due volte, nel 1973 e nel 2003, i candidati oppositori dei peronisti Cámpora e Kirchner si ritirarono per evitare un plebiscito e indebolire gli inquilini della Casa Rosada. Nel resto delle opportunità, al di là delle dittature civico-militari, Alfonsín e Menem furono eletti negli anni Ottanta con un sistema che non prevedeva secondo turno. Allora come oggi, l’idea di “ballottaggio attenuato” corrisponde dunque all’esigenza di aggregazione delle forze alternative al peronismo e, più di recente, a quella di indurre il peronismo a evitare candidature multiple. In quel senso va anche l’introduzione da parte di Fernández delle primarie simultanee e obbligatorie che hanno permesso in particolare alle litigiose destre di aggregarsi intorno alla candidatura di Mauricio Macri. È dunque un sistema credibile quello del ballottaggio attenuato, se si pensa che il secondo Menem, Fernando De la Rúa e per due volte Cristina Fernández sono stati eletti al primo turno. Fatti salvi errori e omissioni, ma con il punto fermo delle primarie di agosto, tutti i sondaggi oggi danno Scioli largamente in testa ballando su quella linea del 40%, superando la quale il secondo turno sarà evitato in presenza di un vantaggio superiore ai 10 punti.

Restargli a meno di dieci punti è l’obbiettivo del principale candidato delle destre, Mauricio Macri, 1959, in merito alla biografia del quale, sempre secondo le regole del giornalismo italiano, è indispensabile dire che è di lontane origini calabresi. Non fosse per quel derby peronismo-antiperonismo, Macri è un uomo di destra senza ambiguità alcuna, un gorilla, avrebbe moltissimo in comune con Scioli a partire dalla classe sociale di appartenenza. Forgia la sua popolarità dal calcio, dalla presidenza del Boca Junior, con il quale passò di trionfo in trionfo, includendo due coppe intercontinentali (qui toccherebbe definirlo un emulo di Silvio Berlusconi). Muscolare sindaco di Buenos Aires, il cuore borghese e quasi sempre conservatore della grande provincia peronista, Macri evitò di sfidare Cristina nel 2011 considerandola giustamente imbattibile. Autoritario, accusato di mettere a tacere le violenze della polizia e la corruzione dei suoi, già allora era il leader naturale della destra. Leadership legittimata ampiamente nelle primarie di agosto 2015 quando è andato oltre i quattro quinti dei voti della sua coalizione. Il problema di Macri resta quello: ha il monopolio dei consensi sul 30% degli argentini, quelli che alle primarie hanno votato per le destre neoliberali, persone soprattutto di classe media o elevata, ma non ha finora scalfito il bacino elettorale del peronismo. È quello che vorrebbe fare il terzo incomodo, l’ex-kirchnerista e peronista Sergio Massa, che concorre partendo dal 20% delle primarie. Classe 1972, in gioventù nell’ala destra del menemismo, salì sul carro kirchnerista per scenderne precocemente. Oggi, competendo con Macri nel proporre politiche securitarie e repressive, dissimula il sogno che il suo 20% possa trasformarlo in kingmaker qualora Macri giungesse al ballottaggio. Meno rilevanti, anche se concorreranno a far raggiungere o meno il quorum a Scioli, le candidature minori, la progressista moderata Margarita Stolbizer, il peronista di destra Adolfo Rodríguez Saá e il trotskista Nicolás Del Caño, classe 1980, deputato con una limpida storia tutta interna ai movimenti sociali. Stolbizer e Del Caño partono ognuno da un bacino elettorale di oltre 700.000 elettori, pari a circa il 3% del totale. In nottata sapremo.

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