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Piccolo ricordo intimo di Eduardo Galeano

Eduardo Galeano

Un po’ m’intimoriva Eduardo Galeano, uno degli ultimi grandi cesellatori della scrittura latinoamericana, scomparso oggi a Montevideo. M’intimoriva quella statuarietà in vita, quello sguardo da attore, la grandezza mondialmente riconosciuta, la potenza e la conseguenzialità di un pensiero e di un lavoro intellettuale, quella sua capacità di svelare le contraddizioni del nostro tempo, andando sempre in direzione ostinata e contraria. Un giorno che ci ritrovammo in un caffé della città vecchia, volle però offrirmi il segreto della sua scrittura…

Prima di svelarlo, non credo sia un gran segreto, sento necessario tributare a Eduardo il merito di una parte rilevante delle scelte che ho fatto nella vita, della passione che ci metto, del sentire la memoria come un valore fondativo dell’umanità e del consumare scarpe alla ricerca di un altro mondo necessario e possibile. Già prima di attraversare l’Oceano, che nella mia storia personale non è successo né per diritto divino né parentale, ma solo per irriducibili affinità elettive, «las venas abiertas», il vero martirologio latinoamericano, e che non ho dubbi nel considerare il suo libro più importante e una lettura tuttora capitale tanto che Hugo Chávez –ese extraño dictador– volle regalarlo a Barack Obama,  viveva da anni nelle mie notti e nella tasca esterna dello zaino di tutta la vita. Molti anni dopo, quando con la mia compagna di allora fummo svaligiati a La Paz, in Bolivia, avevo con me quella prima copia delle “vene” insieme al primo volume di Inventario di Mario Benedetti. Due libri con i quali non avrei paura di affrontare il destino di Robinson Crusoe. Appena tornammo a casa, a Montevideo, in autostop dalla Bolivia, il mio primo pensiero fu andare a Tristán Narvaja, la via dei librai, e sostituire quei due libri indispensabili. Da allora, anche adesso, quella copia tuttora troppo nuevita, meno ingiallita, con meno segni, sgualciture, tracce di vita e d’amore, non smette di causarmi rimpianto e la speranza che quel ladruncolo paceño ne abbia almeno fatto tesoro.

Algido lo era Eduardo, eppure fu sempre tutt’altro che scortese con me. Veniva spesso a Brecha, il settimanale al quale aveva legato buona parte della sua produzione giornalistica, lui un gigante sollecitato in tutto il mondo, dove negli ultimi anni svolgeva la funzione apparentemente modesta di garante dei lettori. Si fermava nel patio a parlare con altri grandi, i fratelli Waksman, Guillermo González, el gordo, che mi aveva introdotto in quella casa, Daniel Viglietti, voce di quella generazione. Gente che aveva pagato un prezzo altissimo al pensare differente, i Waksman fuggiti da Santiago l’11, el gordo incarcerato per anni a Libertad (solo in Uruguay il carcere può chiamarsi ‘libertà’), Eduardo stesso più volte esiliato e inseguito dal Piano Condor che temeva come un’arma distruttiva la forza della sua memoria e della sua scrittura. Scomparso Galeano, resta forse solo Viglietti. Le prime volte non mi azzardavo ad avvicinarmi, mi sentivo minuscolo, poi abbiamo cominciato a scambiare qualche parola. Un giorno, sui divani logori di Brecha, si fece raccontare nel dettaglio Genova, il G8, la Diaz, che avevo coperto integralmente.

Per il mio lavoro di ricerca, accettò di farsi intervistare. Non lì né a Malvin, dove abitava. Ci incontrammo un paio di volte in un bel bar antico della Città vecchia, il Brasilero, Ituzaingó y 25 de mayo. Nelle sue parole, nei suoi racconti sui suoi anni Settanta ritrovai tutta la fatica, il dolore, l’oscurità, di uno dei libri che più avevo amato: «días y noches de amor y de guerra».

Nella seconda occasione mi rivelò quello che considerava il segreto della sua scrittura. Mi spiegò, lui che rispondeva alle email quasi in tempo reale, (confesso che facevo fatica a credergli del tutto) di continuare a scrivere tutto a penna su piccole schede, non più grandi di un post-it, e riscrivere maniacalmente lo stesso brano: «anche tredici volte» precisò. Erano gli stessi foglietti che portava negli incontri pubblici, a più d’uno ho avuto la sorte di assistere. Calibrato nel dosare quella voce bellissima, cercava e trovava l’effetto come un Maradona che batte una punizione sapendo di poterla mettere nel sette come e quando vuole. Era a quella tecnica di riscrittura che doveva attribuirsi la bellezza, la metodicità sincronica di quei brevi paragrafi, che qualcuno trovava stucchevoli, ma che sono tradotti e amati in tutto il mondo.

Un’amica comune, che oggi mi ha subito chiamato dolente dall’altra riva del grande fiume, in quello che è un giorno di lutto, mi dice che stiamo restando soli. Non lo credo, è così tanta l’eredità che ci lasciano, Gabo, Eduardo, Don Mario e cento altri. Sta alle nostre generazioni farla fruttare.

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