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Nelson Mandela: la battaglia per la memoria

NelsonFidel

 

Metti una sera a cena venisse il bel sorriso ieratico di un elegante vecchio nero dai capelli bianchi. Quasi nessuno lo temerebbe o sarebbe razzista. È successo con Nelson Mandela nella sua età matura, dopo che per tre quarti della sua vita i benpensanti di tutto il mondo si erano uniti nell’odio contro il terrorista e il militante rivoluzionario disconoscendone le ragioni.

I quotidiani che oggi lo celebrano hanno difeso per decenni l’apartheid. I politici che lo onorano avevano giustificato quel sistema concentrazionario, che aveva assassinato decine di migliaia di militanti, privato milioni di una vita degna e levato a Madiba molti dei suoi anni migliori, come una triste necessità causata da due fenomeni nei quali il Sud Africa razzista faceva da anello di congiunzione tra XX e XXI secolo: la guerra fredda e le migrazioni.

L’apartheid è stato a lungo giustificato come una triste necessità della guerra fredda, come difesa dai neri incapaci di autogoverno rispetto allo splendore degli schiavisti, l’unico argine possibile dai migranti dell’Africa immensa disposti a vivere nelle baraccopoli come Soweto e a rovinarsi la salute in miniere come Marikana. I bianchi erano costretti a difendersi o sarebbero stati spazzati via da quelle masse senza volto e non era possibile quell’utopia ingenua di «un uomo, un voto» che altrove era alla base della legittimazione dell’Occidente. Considerazioni simili furono spese e si spendono per Israele rispetto ad un intorno mediorientale numericamente soverchiante e irrimediabilmente ostile e per il Cile di Pinochet, con l’Henry Kissinger del “non possiamo permettere che [Salvador] Allende vada al governo per l’irresponsabilità del suo popolo”. Quegli africani bianchi, perfino i più ottusi e spietati, restavano “i nostri” e Mandela era il nemico, il sanguinario terrorista.

Ma oltre a questa elementare esegesi c’è molto di più di ciò ed è fondamentale ricordarlo e capirlo. La melassa di oggi, con quei coccodrilli già pronti da mesi, è la negazione stessa di Nelson Mandela e della lotta di una vita. La costruzione che ci sottopongono, quella di un “happy ending” per l’ignominia dell’apartheid, senza vincitori né vinti, è semplicemente una narrazione falsa, che ricalca quella della fine della storia alla Fukuyama, scopo della quale è mantenere sul trono l’uomo bianco nella sua infinita saggezza. Il bianco era stato costretto all’apartheid dall’irresponsabilità del nero ma, con il ravvedimento di questo, il bianco era pronto a tendere la mano.

Se l’apartheid era stata una triste necessità così, con la fine dell’incubo sovietico, si era potuto permettere di guardare avanti. Nella costruzione retorica c’è il ravvedimento operoso dell’uomo bianco che finalmente può essere generoso e concedere la pace all’uomo nero sconfitto che, dopo una vita di sbagli per i quali è stato giustamente punito, è finalmente diventato saggio, come testimoniano i suoi capelli. È l’uomo bianco che concede a Mandela di uscire dal carcere e che vince comunque. Vinceva da suprematista, vince oggi che concede generosamente un regime democratico disegnato dai Chicago boys e protetto dal FMI, nel quale può permettere di farsi governare dal nemico storico lasciato uscire dal carcere. È la ricostruzione dominante ma non sta in piedi.

L’apartheid non finisce perché finisce la guerra fredda o per un atto lungimirante dei razzisti. L’apartheid finisce perché è sconfitto militarmente in guerre che non s’insegnano in nessuna scuola occidentale. L’apartheid finisce perché nel suo delirio espansionista è sconfitto dalle lotte dei popoli dell’Africa australe e deve via via ritirarsi prima dalla Rhodesia, quindi dalla Namibia, infine dall’Angola meridionale. Farete fatica a trovare sui giornali le dinamiche storico-politiche dell’Africa australe tra le cause della fine dell’apartheid. Ma è lì, a Cuito Cuanavale, la più grande battaglia campale in territorio africano dalla fine della seconda guerra mondiale, che si combatte tra la fine dell’87 e l’inizio dell’88 lo scontro militare nel quale è sconfitta l’apartheid. È a Cuito Cuanavale che si aprono le porte del carcere dove è sepolto Mandela da oltre un quarto di secolo.

Quando Nelson Mandela afferma -e lo ha fatto inequivocabilmente in molteplici occasioni- che senza Rivoluzione cubana, senza la volontà politica di Fidel Castro, senza il sangue di migliaia di combattenti cubani, oltre che di angolani dell’MPLA di Agostinho Neto, delle milizie armate del suo African National Congress e dei namibiani della Swapo, l’apartheid non sarebbe finita non sta facendo una concessione protocollare ad un vecchio amico e ad un processo storico residuale. Quel giorno, sui campi di battaglia del Sud dell’Angola, i bianchi sudafricani non sono diventati buoni: “sono stati sconfitti”. Quel giorno non si combatteva l’ennesima battaglia per interposta persona al crepuscolo della guerra fredda ma fu, sotto gli occhi di chi poteva guardarlo, il più grande esempio di internazionalismo della Storia.

Solo poi venne tutto il resto, la straordinaria capacità di Nelson Mandela di smantellare l’apartheid, di costruire un processo di pace e un nuovo paese. Ma quel processo è comprensibile davvero solo ricordando quel che in mille coccodrilli viene oggi negato: che l’apartheid fu sconfitta e che la pace di oggi fu costruita col sangue di quei combattenti. Mandela è stato un combattente quando è stato necessario combattere per poter diventare un uomo di pace da una posizione di forza. Senza combattere, e senza il decisivo aiuto militare cubano, l’apartheid sarebbe sopravvissuta per molti anni ancora, avrebbe eretto altri muri e sarebbe stata giustificata e difesa ad oltranza ancora da tanti tra quelli che oggi celebrano Madiba.

Ieri, nel suo alto discorso, Barack Obama non infinge nel riconoscere che senza Nelson Mandela lui non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti. Che differenza di statura rispetto al pensiero unico per il quale ogni progresso sociale, scientifico, culturale in questo pianeta sarebbe figlio dell’Occidente! Obama invece ammette che la legittimazione dell’inquilino della Casa Bianca sia venuta da una spoglia cella di un carcere sudafricano. Pretendo troppo nel chiederlo a Barack Obama e sarò io, da uomo libero che nulla ha da guadagnare dalle proprie idee, a completare il sillogismo. Se Barack Obama ammette di dovere la sua presidenza a Nelson Mandela e Mandela ha sempre riconosciuto a Fidel Castro e all’aiuto internazionalista cubano il passaggio fondamentale che ha permesso la sconfitta dell’apartheid (che gli USA difendevano), allora se oggi Obama è alla Casa Bianca lo deve anche alla Rivoluzione cubana.

Come sempre accade in questi casi, ma per un grandissimo come Mandela in particolare, oggi sui giornali come nelle bacheche Facebook di ognuno di noi, si combatte una battaglia per la memoria. Da una parte, il mainstream, che si esalta nel solare sorriso del vecchio saggio. Dall’altra si pubblica il pugno chiuso del militante rivoluzionario. Ma il vecchio saggio è rimasto fino alla fine dei suoi giorni un militante rivoluzionario. Perché essere rivoluzionari, oggi più che mai, è essere saggi.

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20 Responses to Nelson Mandela: la battaglia per la memoria

  1. Tali Feld 6 dic 2013 at 13:03 #

    Eccellente, Gennaro!!!

  2. Jacopo 6 dic 2013 at 14:07 #

    Stamane, guardando inutili rassegne editoriali con titoli che già toglievano quel po’ di voglia di leggere, aspettavo il tuo articolo per rifarmi occhi e orecchie. Grazie

  3. Aldo Garuti 6 dic 2013 at 20:25 #

    Bravo, Gennaro, mi associo anch’io ai complimenti per il tuo articolo “Nelson Mandela: la battaglia per la memoria”!
    Visto che, giustamente, citi la battaglia di Cuito Cuanavale, lascio qui sotto un mio contributo di qualche anno fa, se lo ritieni opportuno pubblicalo pure.
    Un saluto a te e ai lettori.
    Aldo Garuti

    Tag: Cuba/Africa – LA BATTAGLIA DI CUITO CUANAVALE

    ABSTRACT

    Nel 1988 a Cuito Cuanavale, un luogo remoto nel Sud-Est dell’Angola, truppe nere e meticce, africane e caraibiche, per la prima volta nella storia sconfissero militarmente un potente esercito di bianchi, che pretendevano affermare una presunta superiorità razziale con l’aviazione, l’artiglieria e i mezzi blindati.

    L’epica battaglia di Cuito Cuanavale, alla quale parteciparono i combattenti angolani e gli internazionalisti cubani, cambiò veramente il corso della storia dell’Africa Nera e fu una prova di coraggio e d’eroismo da parte del popolo cubano nel corso dell’Operazione “Carlotta” che aiutò, e non poco, alla liberazione delle popolazioni africane.

    La Repubblica Popolare dell’Angola conservò la sua indipendenza e la Namibia la conquistò ma, soprattutto, fu eliminato il sistema dell’apartheid in Sudafrica, liberando milioni di esseri umani da uno dei regimi più crudeli ed umilianti del mondo.

    L’OPERAZIONE “CARLOTTA” – di Aldo Garuti

    Occupata dai portoghesi sin dal XV Secolo, l’Angola era il principale centro di rifornimento per la tratta degli schiavi, utilizzati nelle piantagioni di Sao Tomé, Principe e soprattutto in Brasile, arrivando a rifornire anche gli Stati Uniti. Lo schiavismo terminò nel sec. XIX, venendo sostituito da un lavoro coatto a basso prezzo.

    Sotto la dittatura di Caetano e di Salazar, le richieste indipendentiste delle colonie portoghesi trovano solo la trasformazione da colonie a province d’oltremare. Nel 1956 nasce il MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola), diretto dal suo segretario generale, Agostinho Neto; successivamente nascono il Fronte Nazionale di Liberazione Angolano (FLNA) di Holden Roberto e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA) guidata da Jonas Malheiro Savimbi. Questi tre movimenti combattono contro i portoghesi, rimanendo però divisi fra loro.

    La Rivoluzione dei Garofani in Portogallo (1974) pone termine al governo militare, ponendo fine agli interventi portoghesi in Angola, che arriva all’indipendenza l’11 novembre 1975 in una situazione di guerra civile tra MPLA, d’ispirazione marxista, e gli altri movimenti nazionalisti pro-imperialisti FLNA, strettamente legato alla CIA e aiutato militarmente dello Zaire (oggi Congo) e UNITA, quest’ultimo armato e sostenuto dai coloni portoghesi e dal governo razzista di Pretoria (Sudafrica).

    Le grandi potenze sono, infatti, interessate alle enormi risorse minerarie del paese, di straordinaria rilevanza. A Nord, ed in particolar modo nel distretto di Cabinda, si trovano giacimenti petroliferi, la zona orientale è ricchissima di diamanti. Ad essi si aggiungono riserve di ferro, manganese, rame, fosfati, uranio. Nonostante la ricchezza di risorse naturali, il tasso d’esportazione per abitante è tra i più bassi del mondo, a causa delle privatizzazioni internazionali.

    Nel settembre 1975 il FNLA e l’UNITA scatenano a Luanda una serie di attacchi contro il MPLA, mentre i confini sono invasi dallo Zaire a Nord ed il Sudafrica, con la complicità dell’UNITA, attacca a Sud.

    L’11 novembre del 1975 il MPLA proclama nella capitale Luanda l’indipendenza dal Portogallo. Nel 1976 le Nazioni Unite riconoscono il governo del MPLA quale rappresentante legittimo dell’Angola e ne diviene Presidente Agostinho Neto.

    In condizioni quasi disperate, il presidente Neto chiede aiuto a L’Avana. Senza prima consultarsi con l’Unione Sovietica di Breznev, che stava trattando gli accordi SALT II con gli Stati Uniti e che perciò non voleva un coinvolgimento diretto, né auspicava un intervento militare da parte di Cuba, rispondendo alle reiterate richieste del Governo angolano inizia così la missione internazionalista cubana. Il supporto di 15.000 uomini delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) cubane sarà decisivo per respingere l’invasione sudafricana e porre fine a 400 anni di impero e di colonialismo. Si mette dunque in marcia l’Operazione “Carlotta”, nome dato in omaggio ad una schiava africana che si presume fosse arrivata a Cuba dall’attuale territorio angolano e che aveva capeggiato un’insurrezione durante la colonizzazione spagnola.

    Nell’agosto del 1981 il Sudafrica lancia l’azione “Smokeshell” utilizzando 15.000 soldati, mezzi blindati e aerei, per avanzare di 200 km nella provincia meridionale di Cunene. Nell’ottobre 1987 le Forze Armate Rivoluzionarie cubane (FAR), insieme alle Forze Armate Popolari per la Liberazione dell’Angola (FAPLA), assediate dalle Forze di Difesa del Sudafrica (SADF) e dalla Forza Aerea Sudafricana (SAAF) contrattaccano e respingono gli invasori, nonostante gli Stati Uniti abbiano fornito le armi a Savimbi, seminando migliaia di mine e uccidendo centinaia di migliaia di civili.

    La resistenza militare angolano-cubana fronteggia l’attacco fino al 1988, quando sull’onda delle pressioni internazionali, del crescere delle spese militari e dei contrasti interni contro l’apartheid, il Sudafrica accetta di firmare un accordo con Angola e Cuba che pone fine al conflitto.

    Negli anni novanta si apre un contrastato periodo di trattative tra le parti che porta alle elezioni del 1992, vinte dal MPLA e successivamente contestate dall’UNITA. L’ONU, a seguito della riapertura dei conflitti, rileva le responsabilità dell’UNITA di Savimbi, decretando l’embargo dei diamanti con cui essa finanzia la guerriglia (1993). Le forze contrapposte, spinte dalle pressioni della comunità internazionale, firmano nel 1994 l’accordo di Lusaka, che prevede la reintegrazione nell’assemblea nazionale degli eletti dell’UNITA.

    Nel 1997 entra in carica un governo d’unità nazionale, formato anche da rappresentanti dell’UNITA. L’anno seguente, dopo nuovi scontri armati, i rappresentanti dell’UNITA sono espulsi dal Parlamento e dal governo. Il 22 febbraio 2002 Jonas Savimbi è ucciso dalle truppe governative. Si avvia, quindi, un nuovo processo di pacificazione: il Governo concede l’amnistia per i crimini compiuti nel corso della guerra ed il 4 aprile 2002 vengono firmati a Luanda gli accordi che prevedono l’ufficializzazione del cessate il fuoco, precedentemente concordato a Luena (provincia di Moxico) dal generale Geraldo Nunda, vice capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Angolane (FAA), e dal generale ribelle Abreu Kamorteiro.

    L’Angola attualmente vive in un regime di stabilità interna iniziato nell’aprile del 2002, a seguito dell’accordo di pace tra il Movimento per la Liberazione dell’Angola (MPLA) e l’Unione per la Liberazione Totale dell’Angola (UNITA), dopo l’uccisione del leader storico dell’UNITA Jonas Savimbi, avvenuta in uno scontro armato nella provincia di Moxico.

    La fazione ribelle depone ufficialmente le armi e sottoscrive con le autorità governative una tregua che prevede l’amnistia per i guerriglieri, l’integrazione di buona parte degli stessi nelle Forze Armate regolari e l’istituzione di una commissione incaricata di vigilare sul rispetto dell’armistizio.

    Negli ultimi due anni la tregua ha retto e ha consentito all’Angola di avviarsi verso una stabilità interna sempre più concreta, anche se il completo conseguimento della stessa al momento appare ostacolato da alcuni problemi ancora insoluti, fra cui spiccano il risanamento dell’economia statale dissestata dalla lunga guerra civile, problema comune a tutti i governi costituiti nei periodi di dopoguerra.

    Per l’Angola, ricca di risorse naturali come i diamanti e il petrolio, la cui estrazione è inferiore solo a quella della Nigeria, tale situazione potrebbe essere superata con un’efficace programmazione dello sviluppo produttivo e una corretta gestione dei proventi derivanti dalle esportazioni.

    Oggi il paese risulta ancora devastato dal conflitto: terminata la guerra di liberazione dal Portogallo, la guerra ha provocato dal 1975 1 milione di morti e 4 milioni di profughi, su una popolazione di 10 milioni di abitanti; sono state rinvenute fosse comuni. Il 20% dei bambini sono senza alimenti, il 3% soffrono di malnutrizione grave, la mortalità infantile dei minori di 5 anni è di 292 per 1.000. Le vie di comunicazione risultano distrutte, le infrastrutture devastate; resta la tragica eredità di 15 milioni di mine inesplose.

    L’aiuto solidale di Cuba verso l’Angola non è mai venuto a mancare. Come in tantissime altre situazioni di emergenze umanitarie a livello planetario, il Governo cubano mette a disposizione la propria esperienza a favore delle popolazioni del Terzo Mondo con efficaci programmi di alfabetizzazione e offre borse di studio agli studenti poveri delle più diverse nazionalità, statunitense compresa. In numerosi Paesi dell’America Latina e Caraibica, nella martoriata Africa, sin sulle montagne del lontano continente asiatico, recentemente colpito dal terremoto in Pakistan, le missioni mediche di specialisti cubani volontari portano la loro opera altamente qualificata per alleviare la sofferenza altrui, senza distinzioni ideologiche o politiche. Persino agli USA dell’Amministrazione Bush, che, nonostante la loro supremazia economica e tecnologica, a New Orleans hanno ampiamente dimostrato la totale impreparazione e l’assoluta incapacità di gestire gli effetti dell’uragano Katrina è stata offerta cooperazione in campo sanitario da parte di Cuba, paradossalmente vittima del loro bloqueo.

    Noi italiani, invece, ci siamo recentemente distinti su questo scenario inviando al porto di Luanda una partita di circa 2.000 tonnellate di carne in scatola deteriorata, un prodotto non adatto al consumo umano, in quanto alterato da un punto di vista microbiologico, probabilmente a causa del processo produttivo. La trasmissione televisiva “Report” di RAI3 ha mandato in onda un servizio in proposito nella puntata del 13 novembre 2005. Di marca “Texana”, questa carne è stata prodotta nello stabilimento Inalca di Rieti per il Gruppo Cremonini, il numero uno della macellazione in Italia, con circa 6.000 dipendenti, proprietà di quel Luigi Cremonini, insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro grazie ad un fortuna costruita anche sui contributi finanziari dell’Unione Europea in favore delle aziende che esportano, per aiutarle ad applicare prezzi concorrenziali in tutto il mondo. Al Re della Bistecca hanno persino conferito una laurea honoris causa in medicina veterinaria. Del resto, siamo pur sempre il Bel Paese…

    Per esperienza storica, gli africani sono abituati ad essere defraudati delle loro risorse naturali da parte degli stranieri. Su richiesta del Governo angolano, Cuba ha invece inviato migliaia di combattenti internazionalisti, arrivati sino a 55.000 unità nei momenti più acuti dello scontro. Per circa quindici anni il contingente militare cubano ha garantito l’indipendenza angolana e tutto ciò senza avere in cambio praticamente nulla, neanche petrolio, giacché la sua estrazione è sempre rimasta in mano alle multinazionali. Molti giovani cubani per questa nobile causa hanno sacrificato la propria vita (2.077 caduti).

    Per la lontana terra d’Angola sono passati più di 300.000 combattenti internazionalisti e circa 50.000 collaboratori civili cubani, nella maggior parte umili cittadini di diverse professioni, che risposero volontariamente alla chiamata alle armi. Non andarono a cercare né petrolio né diamanti. Li mosse un principio e un ideale, l’internazionalismo. Oggi numerose scuole, ospedali e centri lavorativi portano il nome di quei caduti.

    Sul Sudafrica ci sono state tantissime risoluzioni dell’ONU, ma non sono valse a smuovere il governo razzista come la dura sconfitta inflitta all’esercito aggressore sudafricano da parte delle forze cubane, insieme con il Governo angolano. D’altra parte, nemmeno l’embargo decretato dall’ONU nei confronti del Sudafrica dell’apartheid non è mai stato applicato dai Paesi occidentali, a partire dagli Stati Uniti e inclusa l’Italia.

    Le battaglie di Quifangondo, Cabinda, Ebo, Morros de Medunda, Cangamba, Ruacaná, Tchipa, Calueque e Cuito Cuanavale, tra le altre, sono state combattute con coraggio e abnegazione e hanno consentito di mantenere l’indipendenza in Angola e di conquistarla in Namibia, cambiando la storia del Cono Sud del Continente Nero.

    Ma la conseguenza più importante di Cuito Cuanavale, ove si è librata la più grande battaglia nella storia dell’Africa Nera, è che con il determinante contributo dei combattenti internazionalisti di Cuba, insieme con i soldati d’Angola e di Namibia, è stata decretata la fine dell’apartheid e la liberazione di Nelson Mandela, divenuto in seguito il primo Presidente della nuova Repubblica Sudafricana.

    Alcune fonti e riferimenti:

    “Wikipedia”, l’enciclopedia libera http://it.wikipedia.org/wiki/Angola

    “Cuba y la victoria militar y diplomática sobre la Sudafrica del apartheid: un punto de vista cubano” di Rolando Rodríguez García (storico cubano)
    http://personal.telefonica.terra.es/web/ihycm/revista/89/rolando.htm

    “Prensa Latina”: http://www.prensa-latina.it/archivos/operac_carlota

    “Cuito Cuanavale: l’inizio dell’indipendenza africana” di Gioia Minuti – “Granma Digital Internacional” http://www.granma.cu/italiano/2005/noviembre/mier30/cuito.html;

    Discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica di Cuba, Fidel Castro Ruz, il 2/12/2005, in occasione dell’atto commemorativo del 30º anniversario della Missione Militare cubana in Angola e del 49º anniversario dello sbarco del “Granma” http://www.cuba.cu/gobierno/discursos/2005/ita/f021205t.html

    “30º Anniversario della Liberazione dell’Angola – L’Operazione Carlotta: Angola, Namibia e la fine dell’apartheid” di Orlando Oramas León – “Granma Digital Internacional”
    http://www.granma.cu/italiano/2005/diciembre/mier14/carlota.html

  4. NICOLA 6 dic 2013 at 20:28 #

    Caro Gennaro, per maggior onesta intellettuale, avresti potuto citare Gheddafi al posto di Castro…..http://www.mathaba.net/news/?x=633843

    • Gennaro Carotenuto 6 dic 2013 at 21:57 #

      Il mettere in dubbio l’onestà intellettuale di qualcuno è una pessima maniera per cominciare un’interlocuzione. Passo e chiudo.

  5. Enrico 7 dic 2013 at 03:00 #

    Con tutto il rispetto, la retorica terzomondista di questo articolo è insopportabile.

    La fine dell’apartheid impossibile senza Cuito Cuanavale? Gli abboccamenti tra il regime razzista e l’ANC erano iniziati già da anni sotto i colpi del boicottaggio internazionale del Sudafrica. L’ANC fu sempre incapace di montare una vera guerriglia, e si distingueva più che altro per attentati terroristici che di sicuro non era Mandela a pianificare dalla sua cella.

    “Delirio espansionista” dell’apartheid? Cioè? Il Sudafrica voleva annettersi l’Angola e colonizzarla con migranti afrikaan, per caso?

    “Il più grande esempio di internazionalismo della Storia”? Ma se i cubani lottarono contro i comunisti filo-cinesi dell’UNITA! Del resto, si opposero ad altri comunisti anche in Eritrea e nell’Ogaden contro la Somalia. All’anima dell’internazionalismo! I cubani hanno favorito l’indipendenza della Namibia, vero: ma il massacro di 70mila civili nell’est dell’Angola alla fine degli anni ’70 anche con l’uso di gas nervino, la repressione del separatismo dell’exclave di Cabinda, il sostegno al regime dell’MPLA che negli anni ’90 fece strage degli oppositori più di prima e che ancora opprime il paese africano…cosa c’entrano con il concetto di “liberazione”? Nessuna meraviglia che siano in pochi a ricordarsi del mirabolante intervento cubano in Africa.

    Il mondo è grato a Mandela per ciò che ha fatto da statista, non da “rivoluzionario”. La differenza l’ha fatta l’altissima dignità morale mostata da capo di stato, non le giravolte della Guerra Fredda prima della sua liberazione. Il suo delicatissimo lavoro di riconciliazione ha smorzato le faide tribali, le pulsioni di vendetta contro i bianchi, le velleità anti-capitaliste dell’ANC e l’enorme corruzione della sua cerchia. Senza di questo, Mandela sarebbe diventato l’ennesimo autocrate africano alla Mugabe (a causa del quale in Zimbabwe rimpiangono i tempi della Rhodesia). E ora, senza la sua magica presenza unificante, la fragile democrazia sudafricana sarà di nuovo a rischio.

    “Concessione protocollare”? Magari Mandela era in buona fede “terzomondista” nel lodare Castro, e come si è ricordato più sopra era in buoni rapporti con loschi figuri come Gheddafi e Arafat. A proposito: a dispetto delle accuse di Desmond Tutu, in Israele non esiste apartheid. Non ci crede più nessuno a questa fandonia.

    Obama “erede” della rivoluzione cubana? Obama è il frutto dell’evoluzione di una società democratica. Cuba è più democraticamente evoluta, giusto? Non sia mai che il suo leader cede il posto dopo mezzo secolo a suo fratello!

  6. nicola 7 dic 2013 at 12:16 #

    …e con la tua risposta Gennaro…mi hai tolto ogni dubbio!…ho parlato di maggior onesta….non ho messo in dubbio la tua….niente di nuovo sotto il sole ….rispondi sul punto Gheddafi se ti va…e non come una zitella acida!!

    • chiara 7 dic 2013 at 19:27 #

      vero, un tantinello di parte, eppure coglie il nocciolo della questione: la retorica ufficiale e le sue manipolazioni.

      • Gabriella Raffaele 9 dic 2013 at 21:15 #

        Sono molto d’accordo con Gennaro e con Chiara, specie nel respingere la retorica di chi ha avversato da sempre questo grande personaggio ed ora si accoda alle manifestazioni generali di cordoglio. Non si può negare (e molti documenti lo confermano) l’amicizia con Castro e l’aiuto ricevuto. Ma l’opera di Madiba può tranquillamente essere accostata a quella di Gandhi o di Martin Luther King.
        Comunque il tuo, Gennaro, è un eccellente articolo che, come afferma Chiara, coglie il nocciolo della questione.

    • chiara 7 dic 2013 at 19:41 #

      Gheddafi mi sembra del tutto inafferente ai fini del discorso, perchè tiralo in ballo e in tono per di più provocatorio?

      • Michele 9 dic 2013 at 04:45 #

        D’accordo con Chiara su entrambi i punti. Però anche Enrico, quando dice che “Il suo delicatissimo lavoro di riconciliazione ha smorzato (…) le velleità anti-capitaliste dell’ANC”, coglie una questione su cui vorrei sentire Gennaro.
        Mi pare che tutte le analisi di questi giorni – ma è sempre stato così anche in passato, specie nella sinistra pro-austerity che tiene al Mandela inteso come santino – evitino di fare i conti completamente con la transizione negoziata dal vecchio regime alla democrazia. In altre parole, tutti parlano dei mezzi della lotta, e si dividono tra chi “fotografa” Mandela come grande ideatore della politica di riconciliazione che ha trovato attuazione pratica nella Truth and Reconciliation Commission e chi, come Gennaro, coglie l’evoluzione dinamica della sua azione politica e giustamente mette il luce il ruolo della forza e delle politiche di alleanza in questa lunga storia; nessuno, però, dà conto dello scarto tra, da una parte, gli ideali della Freedom Charter del ’55, le politiche redistributive del Reconstruction and Development Program (asse del programma elettorale dell’Anc nel ’94), e, dall’altra, la nuova Costituzione che ha dato uno spazio preponderante al diritto di proprietà, il mancato risarcimento dell’esproprio coloniale della terra, la decisione di pagare il debito contratto dall’apartheid (con drammatiche conseguenze sulla capacità dello Stato di fornire servizi essenziali in un contesto di diffusa povertà), le politiche neoliberali di privatizzazioni e deregolazioni inaugurate con il documento Growth, Employement and Redistribution del ’96, politiche simili ai programmi di aggiustamento strutturale imposti in America Latina, Sud Est Asiatico e Africa Sub-Sahariana negli anni 80 e 90, attuate con la solerzia dei primi della classe con tutte le drammatiche conseguenze sociali connesse: Ashwin Desai ricorda, per esempio, che quando il WTO ha chiesto al Sudafrica di abbattere in 12 anni le barriere tariffarie il governo ha risposto che ce l’avrebbe fatta in soli otto anni, e che di conseguenza nella sola prima metà del ’99 nella zona di Durban il settore tessile ha perso 10.000 posti di lavoro.
        Tutte le scelte fondamenteli di indirizzo sono state fatte quando Mandela era presidente, carica che abbandonò nel 1999. Mbeki le ha poi implementate con zelo, dichiarandosi tatcheriano.
        Gennaro osserva che in Sudafrica l’uomo bianco “vinceva da suprematista, vince oggi che concede generosamente un regime democratico disegnato dai Chicago boys e protetto dal FMI”. Ma questo passaggio resta da approfondire, anche per comprendere, di un negoziato che si è svolto su diversi “tavoli” lasciati in ombra mentre sotto i riflettori veniva messo esclusivamente quello riguardante i diritti politici, in che misura hanno contato le imposizioni del capitale nazionale e internazionale ricevute dalla nuova leadership sudafricana ma anche la “mutazione antropologica” di quegli stessi leader che avevano guidato la lotta dal carcere e dall’esilio e che godevano di una fiducia religiosa da parte della base di una rivolta che era stata “coraggiosamente militante e risolutamente socialista” (Desai).

    • Michele 8 dic 2013 at 15:23 #

      Mo’ pure la zitella acida. Come apri bocca dici una cosa che contiene un insulto o un concetto discriminatorio. Prima fai qualche respiro in più.

  7. Marco De Martin 8 dic 2013 at 17:30 #

    I link ovviamente non sono “pubblicitari”, ma spero possano aggiungere nuove informazioni e ulteriori problematiche a quanto già scritto nell’articolo e nei commenti, senza dovermi impelagare nell’ennesima, quasi sempre sterile, discussione. Saluti e buona domenica a tutti.

  8. Andrea 10 dic 2013 at 19:53 #

    Uno dei migliori articoli che hai scritto! Bellissimo!

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    […] questo link potete scrivere un ricordo di Nelson Rolihlahla Mandela […]

  2. Nelson Mandela: la battaglia per la memoria (di Gennaro Carotenuto – Giornalismo partecipativo) | Guardiagrele il Bene in Comune - 6 dic 2013

    […] http://www.gennarocarotenuto.it/27302-nelson-mandela-la-battaglia-per-la-memoria/ […]

  3. Nelson Mandela: la battaglia per la memoria | Unchained Online - 6 dic 2013

    […] Fonte Gennaro Carotenuto […]

  4. Nelson Mandela: la battaglia per la memoria | La dimora del tempo sospeso - 7 dic 2013

    […] (Continua a leggere qui…) […]

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