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Wikileaks e America latina, un primo bilancio

E’ impressionante leggere come nel giugno 2009 l’ambasciatore statunitense in Honduras considerasse “totalmente illegittimo” in privato il golpe che in pubblico difendeva a spada tratta. Colpisce leggere che si chieda un rapporto sulla salute mentale di un presidente, quella argentina, colpevole di resistere a lusinghe lobbystiche. Nella difficoltà di poter già scandagliare direttamente l’archivio di Wikileaks, ancora largamente indisponibile, si possono solo fare dei bilanci parziali su cosa sia contenuto nei documenti "declassificati" rispetto all’America latina.

Tuttavia molto di importante e contestuale viene già fuori, a partire da quel punto dolente che è la chiara prosecuzione, anche durante il governo di Barack Obama, di una doppia morale da guerra fredda per quanto concerne il golpe in Honduras del giugno 2009 o del riflesso condizionato, nei casi argentino, venezuelano, boliviano ci sono già i primi documenti, di chi non ha ancora elaborato il lutto per la fine del “Washington consensus” e che ritiene che i dirigenti politici che non rispondono alle logiche e agli interessi statunitensi siano “pazzi”.

Il governo degli Stati Uniti si adoperò in Honduras non solo appoggiando il golpe, ma fornendo, spendendo la propria autorevolezza, materiale per una campagna di stampa per legittimare il dittatore di Bergamo alta, Roberto Micheletti, che aveva rovesciato il legittimo governo di Mel Zelaya, reo, per la prima volta nella storia del paese centroamericano, di una politica estera autonoma che lo aveva avvicinato ai governi integrazionisti. A tale campagna risposero sull’attenti molti noti sicari mediatici che, come El País di Madrid, negarono a lungo il golpe e presentavano i fatti in maniera opposta alla realtà. Tuttavia come conferma un rapporto tra i primi ad essere pubblicati, gli statunitensi, e con loro i grandi media, sostenevano pubblicamente la legittimità della destituzione di Zelaya, ma Wikileaks dimostra sapevano e tra loro si dicevano apertamente che quello di Tegucigalpa era un golpe, che quello che si formava e che avrebbero difeso contro tutto il Continente era un governo illegittimo e che le presunte dimissioni di Zelaya erano un falso fabbricato ad arte. Pubblicamente, insomma, sostenevano l’esatto contrario di quello che ammettevano in privato.

E’ la stessa logica palesata da Franklin Delano Roosevelt per il dittatore nicaraguense Anastasio Somoza e pedissequamente riprodotta da ogni governo statunitense (Barack Obama incluso) per tutti i banditi e violatori di diritti umani che avevano convenienza di appoggiare. “E’ un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”, disse di Tacho Somoza il grande presidente del New Deal che contribuì a sconfiggere il nazismo. E’ la stessa logica, quella usata per Micheletti, con la quale, da Alfredo Stroessner a Efraín Ríos Mont, da Fulgencio Batista a Humberto Castelo Branco, da Hugo Banzer ad Augusto Pinochet fino all’honduregno Tiburcio Carias, gli Stati Uniti hanno appoggiato e purtroppo continueranno ad appoggiare alcuni tra i peggiori criminali della Storia. E’ perciò un bene che Wikileaks abbia accorciato i tempi storici di “declassificazione” dei documenti per ricordare, anche a chi considera comodo non vedere, non sentire, non dire, che, almeno fino al giugno 2009, in piena restaurazione della speranza obamita, nulla era cambiato.

E’ con questa immutabile logica che l’Ambasciatore a Panama parla nel dicembre dell’89, a pochi giorni dall’invasione, di “speranze di golpe” contro il gorillone Manuel Noriega che prima di diventare scomodo avevano appoggiato. Ed è con questa logica che l’Ambasciatore a Brasilia sonda nel 2005 un generale brasiliano importante come Jorge Armando Felix per spiegargli quanto negativo fosse per il Brasile essere alleati di Hugo Chávez e capire se tale generale fosse disponibile a ostacolare (tentativo fallito) la politica integrazionista latinoamericana del governo Lula rompendo l’alleanza col Venezuela.

E’ importante sottolineare che la logica "wikileaks", così come è utilizzata dai grandi giornali che dispongono e centellinano le informazioni, mentre la pubblicazione sul sito prosegue a un rilento tale che potrebbero volerci mesi ad avere un quadro chiaro, porta ad un doppio binario interpretativo. Da una parte ci sono le notizie, come quella rilevante sul golpe in Honduras. Dall’altra ci sono le opinioni o le voci, che nella fattispecie vengono fatte assurgere alla categoria di notizie. In questo vi è un rischio grave, come vediamo in queste ore per i “party selvaggi” di Silvio Berlusconi. Delle due l’una, che piaccia o no: o il nostro principale alleato spiava le notti brave del nostro capo del governo, e sarebbe interessante ma gravissimo, oppure i funzionari di Via Veneto stavano raccogliendo nulla più di voci e gossip, peraltro largamente diffusi senza bisogno che potenze straniere dessero loro credito.

In questo contesto il rischio è la sopravvalutazione di come un gruppo coeso di personale diplomatico, al 90% maschio, bianco, anglosassone, protestante, con un grosso conto in banca, appartenente alla "world class" mondiale e con la marcata tendenza all’abuso di superalcolici, appartenenti alla classe dirigente di un paese in grado di eleggere personaggini come Ronald Reagan o avere come ministri cannibali come Henry Kissinger o Donald Rumsfeld, giudica l’intera classe politica mondiale. Proprio nel momento della pubblicazione dell’archivio, che è senz’altro un momento di delegittimazione, rendendo pubblici episodi poco commendevoli come lo spiare il segretario generale delle Nazioni Unite, il punto di vista riservato e in genere squallidamente sprezzante, se non razzista, di questo gruppetto di persone, stride con i pubblici sorrisi ma diventa fonte per l’opinione pubblica mondiale e quasi vulgata.

Il problema non è quanto scrivono i diplomatici, che fanno (spesso bene) il loro mestiere e di mestiere compilano rapporti dove devono dar conto anche delle voci. Il problema è la propensione della stampa, e di una parte importante dell’opinione pubblica, a prendere per oro colato non le notizie (come quella sull’Honduras che in linguaggio bushiano è “una pistola fumante”) ma le opinioni che vengono inopinatamente fatte assurgere alla categoria di sentenze.

Ed allora è in questo contesto che altre rivelazioni sono interessanti e vanno inquadrate. Come quella profondamente maschilista che tende in queste ore a far passare per squilibrata, uterina, lunatica, la presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner. Ciò avviene, oltretutto, nel rispetto dello stereotipo dominante, per il quale la presidente peronista viene sempre descritta come figura senza spessore politico rispetto al marito Néstor e addirittura incapace di sopravvivere politicamente alla morte di questo. Da questo pregiudizio parte un effetto valanga scandaloso. Gli informatori argentini (e se li chiamassimo spie?) della diplomazia statunitense sostengono che alcuni passaggi della politica di Cristina li sconcertano. Di conseguenza Hillary Clinton fa chiedere un folle “rapporto sullo stato mentale e di salute” del presidente argentino. Una volta resa pubblica la semplice esistenza della richiesta di tale rapporto la stampa mondiale si sente autorizzata a pensare, e a scrivere, che, per il governo degli Stati Uniti, “Cristina Fernández è pazza”.

Bene ha fatto allora il presidente venezuelano Hugo Chávez (sul processo di demonizzazione del quale attendiamo succulente rivelazioni) a chiedere provocatoriamente che qualcuno indaghi anche sulla salute mentale di Hillary Clinton. Quella che emerge nelle carte è infatti l’incapacità degli Stati Uniti di accettare che l’America latina abbia politiche autonome o che a Buenos Aires possano aver portato al governo personaggi come l’ex-ministro degli esteri Jorge Taiana (in gioventù vicino a Montoneros) o l’uruguayano Luís Rosadilla, ex guerrillero tupamaro, al quale Washington ha negato trent’anni dopo il visto d’ingresso. La verità è allora che Washington mal sopporta di ritrovarsi oggi al governo esponenti di quella gioventù che negli anni ‘70 tentò di eliminare fisicamente con il Piano Condor. Una generazione della quale anche i Kirchner, come il presidente brasiliano attuale e futuro Lula da Silva e Dilma Rousseff, o il presidente uruguayano Pepe Mujica, facevano parte.

Così, in genere, quando oggi membri del governo nordamericano come Arturo Valenzuela, sottosegretario per l’America latina di Hillary Clinton, vanno a fare azioni di lobbying per conto degli interessi statunitensi trovano fermi dinieghi da parte di dirigenti politici come Cristina Fernández che, al contrario che in passato, mettono al primo posto gli interessi del loro paese e non l’essere ben considerati a Washington. La conseguenza però è che nei rapporti rivelati da Wikileaks ritroviamo giudizi come “Cristina Fernández è autoritaria”, “Cristina Fernández è incapace di accettare critiche”, “Cristina Fernández è umorale” ma non troveremo mai scritta la motivazione di tali giudizi: “Cristina Fernández è stata caparbia nel difendere gli interessi argentini”.

I dettagli sul presidente argentino sono paradigmatici per spiegare il contesto. E’ un contesto largamente condizionato dall’ideologia Bush nel quale lo spionaggio resta fondamentale e nel quale la categoria di “nemico” è estesa alla società civile, compresi i movimenti sociali che tanto hanno rappresentato nell’America latina all’Alba del XXI secolo. Questi, per il bushismo, erano considerati tout court come “terrorismo” e sui quali attendiamo di leggere.

Molto resta da scoprire, anche se senza farsi particolari illusioni né di trasparenza né di completezza in un contesto dove già colpisce che non sarebbero attesi documenti su Cuba. E’ un bene però difendere il diritto di Wikileaks a mettere a nudo le pratiche professionali di questo spezzone della superelite mondiale nella sua prerogativa a giudicare senza essere giudicati. La Rete si conferma uno strumento potentissimo per abbattere i monopoli, i santuari delle classi dirigenti, la menzogna, il segreto, lo spionaggio e democratizzare l’informazione e il pianeta. In questo Wikileaks probabilmente ci farà sapere cose che sappiamo già e che spesso abbiamo già scritto e raccontato e che tuttavia sono esattamente l’opposto a come i media velinari le hanno ribaltate e raccontate all’opinione pubblica di massa. Mai, statene certi, faranno autocritica.

Aspettiamo di leggere qualcosa su come un grande paese come il Messico in questi anni è tornato ad essere una colonia e di come si è costruita l’enorme macchina per isolare e destabilizzare i governi integrazionisti, a partire da quello venezuelano e boliviano per finire a quelli più deboli come quello honduregno vittima del golpe del giugno 2009. Quello che colpisce ancora una volta è la grande dignità degli umili: quando mai nella storia si è visto un governo del Paraguay, nella persona del Ministro degli Esteri Héctor Lacognata, presentare una durissima lettera per denunciare il malessere e la preoccupazione del suo governo per la sistematica ingerenza statunitense nella vita politica, sociale ed economica del paese che Wikileaks mette a nudo?

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7 Responses to Wikileaks e America latina, un primo bilancio

  1. lembo11 30 nov 2010 at 16:39 #

    grazie.

  2. Destrosio Al Magnesio 19 dic 2010 at 19:54 #

    Salve,
    Non riesco a ritrovare in rete articoli che riportino parole di supporto al golpe di Micheletti ed al suo riconoscimento da parte di Obama-Clinton.
    Sa dove si possano rimediare?

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  2. Wikileaks e America latina, un primo bilancio - 2 dic 2010

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