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Violenza ovunque in America latina

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I media scoprono periodicamente che il peggior vulnus nel Venezuela di Hugo Chávez è non aver saputo affrontare la violenza endemica di una società caotica. E così picchiano duro, soprattutto adesso, in campagna elettorale, facendo intuire perché proprio ora si interessino di violenza a Sabana Grande o perché un morto ammazzato a Chacaito faccia più rumore di dieci o cento cadaveri a San Pedro Sula o a Medellin. L’uso politico dell’informazione sulla violenza contribuisce ad occultare l’uragano che sta mettendo il piombo nelle ali ai molti successi latinoamericani dell’ultimo decennio.

Che il Venezuela, in particolare Caracas, sia assurdamente, tristemente, scandalosamente violento, chi scrive lo dice da una decina d’anni. E’ violento, crescentemente violentissimo, nonostante in 10 anni la disuguaglianza nel paese, come certificano le Nazioni Unite, si sia ridotta in Venezuela più che in ogni altro luogo. Anche se l’eredità della IV Repubblica era pesantissima, un decennio non è più un breve periodo per giudicare. Non è un periodo che ammette indulgenze; testimonia assenteismo o incapacità nel merito a patto di aver ragionevolmente chiara la titanicità della questione.

La triste realtà è allora che non bastano politiche inclusive, non basta la riduzione della povertà, non basta la crescita del welfare, non basta dare più scuola e più salute. Anzi, probabilmente, rispetto a società che anche in questi anni hanno peggiorato la situazione la differenza è minima. La triste realtà è che ci vuole molto di più di un governo popolare per domare questo scontro tra ricchezza e povertà, modernità e sottosviluppo, consumismo sfrenato e disuguaglianza, polvere bianca, alcool e corruttela infinita che colpiscono diversamente ma sconquassano tanto le classi dirigenti come quelle popolari in gran parte della regione. Senza scomodare l’uomo nuovo di Ernesto Guevara ci vorrebbe una società con meno alcool e droga in corpo, meno avidità, meno desideri inevasi, meno frustrazione violenta, meno ingiustizia, più possibilità per tutti.

tapa-elNacionalA leggere i giornali però è tutto semplice. Se aumenta la violenza in Venezuela è senz’altro colpa del socialismo, anzi, di Hugo Chávez. Però, se è endemica in Messico, nessuno si azzarda a supporre che ciò abbia a che vedere col capitalismo. E se Cuba è forse il posto meno violento al mondo a nessuno viene voglia di dire, pena essere trattato come un cappellaio matto, che forse qualche merito è di 50 anni di Rivoluzione.

L’occhio dei media distorce tutto. Alzi la mano chi, soprattutto dopo una certa ora, va in giro fischiettando tranquillo nella Zona 1 (il centro) di Città del Guatemala e in decine di altre città della regione. E solo un mistificatore come Moisés Naím può scrivere su “L’Espresso”[1] che a Ciudad Juárez in Messico, con Felipe Calderón, la gente torni ad uscire in strada. A far cosa, visto che tutto il centro storico, a ridosso con la frontiera con gli Stati Uniti, è una sequenza ininterrotta di negozi chiusi e la tensione, nei pochi “antri” (locali) aperti, si taglia col coltello e solo l’eroica volontà dei cittadini si ostina a rivendicare il diritto ad una vita normale? Di sicuro il signor Naím a Juárez non metterebbe il naso fuori dall’albergo ma si pregia di diffondere un’evidente menzogna sulla stampa internazionale.

La realtà è che l’esplosione di una violenza spesso già endemica, ma rinnovata nelle forme e nei numeri, in questi anni nei quali crisi e crescita si accavallano, è ovunque in America latina. Poche le eccezioni tra le capitali: Santiago del Cile, Montevideo, in termini relativi Managua e San José, paradossalmente Città del Messico e, sicuramente, l’Avana. Vista da paesi come il Guatemala e il Salvador perfino l’infida Caracas sembra una città vivibile. Qualsiasi famiglia della classe dirigente guatemalteca oramai affronta la strada solo con tre SUV in carovana. Due di scorta, avanti e indietro, e il rampollo in mezzo da portare al fast food o in piscina. Ovunque l’affare della sicurezza privata, un tema sul quale si scrive troppo poco, è una delle principali industrie.

Guardo alle statistiche sui morti ammazzati nel pollicino Salvador, e scopro che si passa dai 3.100 morti ammazzati del 2008 ai 4.300 del 2009 ai più di 5.000 di quest’anno. Respingo la voglia di metterli in proporzione con i morti venezuelani e questa scalata non è certo colpa di Mauricio Funes. Ma sono numeri che si avvicinano a quelli della guerra civile (70.000 morti dall’80 al ‘92). Ed è un quasi raddoppio in due anni senza un vero motivo che non sia il piano inclinato di una società dove la vita dei ragazzi delle maras non vale nulla, come ha documentato in “La vida loca” Christian Poveda, rimettendoci la propria.

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Vite a perdere sono anche quelle dei migranti, quelli massacrati nel Tamaulipas e quelli che attraversano il Continente cercando un lavoro negli Stati Uniti per essere sistematicamente rapinati, sequestrati, stuprati, come abbiamo documentato in un’inchiesta pluricitata dalla stampa latinoamericana (perfino in un articolo di fondo de La Jornada), ma ovviamente ignorata da quella italiana.

Così non vale niente neanche la vita dei ragazzi di Juárez. Con Chiara Calzolaio abbiamo titolato il nostro reportage nella più grande città del Chihuahua, forse la città più violenta al mondo: “Viaggio al termine del neoliberismo”. Come ci ha detto Ignacio Alvarado, giornalista di “El Universal”: “il 65% dei morti sono minori di 25 anni e sono figli o nipoti delle operaie delle maquiladoras”. Come ci ha spiegato Elizabeth Ávalos, sindacalista, ex-operaia: “oggi vivono a Juárez mezzo milione di giovani ai quali il modello neoliberale non ha mai offerto nulla, né istruzione, né salute, né lavoro e vedono nel narco l’unica possibilità di guadagno e riconoscimento sociale”. Se è vero che per spacciare o fare il sicario guadagni almeno 1.000 dollari, non c’è partita con “le maquiladoras dove pagano salari di 500 pesos settimanali [30 Euro] con contratti che possono durare appena 15 giorni”.

Tornando a Caracas, Aram Aharonian, armeno-uruguayo da 30 anni in Venezuela, dove ha fondato niente di meno che Telesur, mi accoglie mettendo le cose in prospettiva: “Da 40 anni c’è violenza in Venezuela. Prima i detonatori erano la povertà e l’esclusione. Adesso i motivi principali sono la droga e il consumismo. E’ vero che muore più gente che in Iraq, ma dai dati che ho io non c’è più violenza qui che in Brasile, Colombia, Stati Uniti”. Hai ragione fratello Aram, uno dei più grandi sognatori e costruttori della Patria grande e analista brillantissimo, ma non possiamo considerarlo mezzo gaudio. Soprattutto, e in questo c’è un limite chiaro nei meriti del governo bolivariano, quel 72% di giovani tra i morti ammazzati dovrebbero trovare fonti di lavoro diversificate in un contesto dove il socialismo non può essere solo una più equa distribuzione della rendita petrolifera. Chi scrive lo sostiene dal 2004 quando lo affermai in presenza del presidente Chávez. A sei anni di distanza, non vedo sostanziali cambiamenti.

E’ tuttavia ragionevole la difesa di Aram rispetto all’incredibile capacità deformante di media che scelgono di vedere solo quello che a loro conviene. Nella storia colombiana “la violencia” è il periodo successivo all’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán nel 1948, una violenza che dura tutt’ora tra paracos, narcos, sicari e violenza urbana e rurale. Eppure, a leggere grandi media internazionali come “El País” di Madrid, sembra che in Colombia Álvaro Uribe abbia risolto tutti i problemi, e gli unici narcos superstiti sarebbero i terroristi delle FARC. Il Messico è violento, ma è un carattere tipico di quelle genti fumantine e per fortuna che c’è un meraviglioso governo che vive e lotta insieme a noi è l’interpretazione. Invece, se il Venezuela è un disastro, è sicuramente e solo per colpa di Chávez. Le immagini orribili dell’obitorio di Caracas (vedi foto più in alto), che evidentemente il governo bolivariano avrebbe preferito (sbagliando) non circolassero, sono quelle che troveremmo entrando negli obitori di mezzo continente.

Vivendo con i medici di Barrio Adentro (il programma che ha costruito il sistema pubblico di salute in Venezuela), nei quartieri popolari di Barcelona, nello Stato Anzoátegui ho verificato come nei fine settimana, quando TUTTI gli uomini erano ubriachi, vigeva un vero coprifuoco. Oggi i dati macroeconomici, quelli sull’inclusione, sulla diminuzione della povertà, premiano l’America latina (lo riconosce oramai perfino l’Economist) in Anzoátegui, in Venezuela, nel Continente. Ma quanti uomini avranno lasciato il “trago”? Quante risse mortali tra ubriachi in meno? Quante rapine sotto l’effetto di stupefacenti?

Tutto ci riporta ad una dimensione continentale. Di fronte all’infinita capacità corruttiva del narco, di fronte all’abdicare della classe dirigente, di fronte alla violenza, alle armi da fuoco senza controllo, all’alcool come piovesse, all’ignoranza atavica dei cinque secoli di colonialismo e a quella indotta dalla notte neoliberale, quanti passi indietro si fanno per ogni passo avanti?

Scaricate, andate a vedere, se potete, o almeno visitate il sito di “El infierno, el México de hoy”, il film di Luís Estrada che Felipe Calderón voleva censurare. E’ uscito questa settimana ed è già considerato il film simbolo sul Messico nell’anno del bicentenario. Per qualcuno è perfino il possibile film simbolo di questa era come “Il viaggio” di Pino Solanas lo è stato per la notte neoliberale. E’ la storia di Benjamín García che, dopo vent’anni di lavoro, viene espulso dagli Stati Uniti e al suo paese, ribattezzato “San Gabriel Narcángel” (San Gabriele Narcangelo), non trova altro che unirsi al narco.

Infierno

A qualcuno tocca ricordare che sono i trattati di libero commercio, le imposizioni delle regole dell’FMI all’epoca delle ripetute crisi del debito incubate per decenni, tutte scandalosamente favorevoli all’agroindustria, negli Stati Uniti o delle multinazionali, ad aver messo in movimento decine di milioni di contadini (12 nel solo Messico) liberi di scegliere solo tra emigrazione e narco. La crescita della violenza è colpa del modello economico, non certo quello socialista che esiste solo a Cuba, dove pure proprio l’infima rendita agraria è il punto algido della crisi, ma al quale anche i nemici dovrebbero sul piano della violenza e della gestione del territorio rendere l’onore delle armi. E’ colpa del modello soprattutto in quella versione estrema dell’imprenditorialità neoliberale che è il narcotraffico. Lo testimonia proprio il fatto che di sicuro i cambiamenti, pur evidenti, di 12 anni di Repubblica Bolivariana, non sono sufficienti a far dire che il socialismo (o l’esercizio retorico di Chávez di definirlo così) riduca la violenza.

E comunque, anche se la malafede dei media dà i brividi, Chávez, nel fallire nell’affrontare l’orrore di quelle decine di migliaia di vite, quasi sempre giovani, buttate via, è in ottima compagnia: dalla Colombia fino a ieri di Álvaro Uribe alla destra Yunque di Felipe Calderón in Messico. Dalla sinistra post Teologia della Liberazione di Lula, a quella “light, light, light” come si definisce Álvaro Colom, in un Guatemala dove per il pizzo le mafie sparano sistematicamente alla nuca agli autisti d’autobus. Da quella di Mauricio Funes in Salvador con i 5.000 morti nel pollicino del Continente fino agli Stati Uniti di Barack Obama.

Armi da fuoco, proibizionismo per le droghe e troppa libertà per l’alcool, corruzione, classi dirigenti ignobili e persistente disuguaglianza sono i mali principali che stanno mettendo piombo nelle ali della rinascita latinoamericana. Educazione, uguaglianza e probabilmente una lunga battaglia antiproibizionista da combattere qui e negli Stati Uniti i rimedi. In questo il referendum californiano sulla liberalizzazione della mariuhana è un test importante. Ma ci vorranno decenni per uscire da “la violencia”.

[1] Cfr. M. Naím, Miracolo messicano, “L’Espresso”, 13 maggio 2010, al quale replicò G. Minà, Ecco chi paga Moisés Naím, Freedom House, Reporter sans Frontiéres e la loro informazione al guinzaglio, in “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo”, 2010, n. 110/111, pp. 12-21.

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23 Responses to Violenza ovunque in America latina

  1. Alessandro Vigilante 11 Set 2010 at 22:31 #

    É vero, la guerra in America Latina é iniettata per mezzo della droga, adesso che l´avanzare di governi piú popolari sta (finalmente) facendo abbandonare la lotta armata come forma di contrapposizione rivoluzionaria.

    Nel Brasile di Lula, in cui le politiche pubbliche popolari stanno cambiando realmente le condizioni di vita degli abitanti dell´interno del paese, le grandi cittá continuano ad essere territori ingovernabili dove un numero sempre maggiore di giovani (e non) disoccupati e senza opportunitá, si perdono con il crack: isolamento, esclusione sociale, malattie, carcere, vita in strada, morte.

    É vero ció che afferma Gennaro: non basta un semplice governo popolare per ribaltare questa realtá. Qui a Salvador de Bahia ci sono progetti, programmi e politiche di assistenza sociale ed altri, culturali, di formazione professionale, politica, personale, ambientale… Ma non basta mai! Ci vorrebbero investimenti massicci ed impensabili, ma anche con tanti soldi, non so se ci sarebbero le risorse umane per gestire tutti i programmi e le politiche sociali di cui si avrebbe bisogno.
    Per cui si torna ai tempi lunghi dell´azione pedagogica processuale (i 50 anni di Cuba), ma sará che abbiamo tutto questo tempo prima che la disgregazione sociale arrivi a livelli irrecuperabili?

  2. lorenzomiami 12 Set 2010 at 15:48 #

    Ma del modello colombiano non parliamo? Mi sembra che nella terra del “capitalista-assassino-servodegliusa” Uribe il tasso annuo di omicidi si sia dimezzato in 7 anni…a Lei non risulta?
    E che dire delle statistiche venezuelane che parlano di omicidi triplicati dal 99 ad oggi? (statistiche del governo venezuelano, non della CIA)?
    A volte nell’essere faziosi (sopratutto se si parteggia per fazioni dichiaratamente antidemocratiche e violente) si rischia di cadere nel ridicolo! Consiglierei all’amico Carotenuto qualche occhiata in più ai numeri e ai dati reali, e qualche chiaccherata in meno con i gerarchi del socialismo reale chavista.

  3. Martino Mai 12 Set 2010 at 16:40 #

    Sfido a fare il nome di un altro giornalista in grado di fare un quadro continentale su di un tema così grave in un articolo nel quale, come è sotto gli occhi di tutti, non si fa nessuno sconto a Chavez.

    Solo una persona profondamente in malafede (e che secondo me non ha neanche letto l’articolo) può considerare fazioso o ridicolo questo stupendo articolo di Gennaro.

  4. Alessandro Vigilante 12 Set 2010 at 18:45 #

    Spendo anch´io due parole di solidarietá con l´articolo di Gennaro, ma non per contrapposizione ideologica con il commento di destra di lorenzomiami.

    L´importante intuizione della materia sta nel tentativo di mostrare che il rapporto violento o non tra esseri umani é assunto complesso e che credo sia strutturale.

    Una contraddizione fondamentale da affiancare a quella capitale/lavoro, maschile/femminile e a quella ambientale. Voglio dire che una eventuale applicazione di una politica socialista non significa – automaticamente – aver risolto la contraddizione antropologica tra una umanitá che risolve i conflitti in maniera violenta e l´uomo “piú umano” che li supera – comunitariamente – con la dialettica processuale del dialogo e la negazione della vendetta (andarsi a informare – per esempio – sulla cultura africana del concetto di giustizia-non-vendetta sarebbe interessante).

  5. Carla Grillo 12 Set 2010 at 20:03 #

    La riflessione di Carotenuto, al quale faccio i complimenti, è la più interessante che abbia letto sul tema della violenza diffusa in America latina e chi può la faccia girare.

    Ha ragione chi dice che è necessario un mondo più umano per sconfiggere questa violenza, questa avidità…

    Quanto al commento di Lorenzo mi permetto di dire ad Alessandro che non è neanche *di destra*. Vuole proprio solo distruggere e offendere, quasi sicuramente senza avere neanche letto le cose che Carotenuto scrive. E poi veramente non ha argomenti.

    In questo (poi basta con i complimenti) ammiro Carotenuto che pubblica queste aggressioni senza battere ciglio.

  6. Rudi Menin 13 Set 2010 at 09:34 #

    La lettura di un articolo ad ampio respiro analitico attraverso la lente dell’ottusità ideologica può generare commenti astiosi e limitati, nella loro pochezza costruttiva, per un dibattito serio. All’ interno di un contesto
    che è molto articolato e ha radici profonde, cosa vogliono dimostrare quel paio di dati, ammesso che siano veri, gettati polemicamente nella discussione ? Dobbiamo creare dei replicanti di quel “filantropo” di Uribe in tutti i paesi Latinoamericani per sconfiggere la violenza ? Non erano eventualmente altre le obiezioni da porre ? Se nemmeno un sistema che cerca di eliminare o quantomeno ridurre le disuguaglianze riesce a garantire meno violenza e più pace sociale qualche domanda dovremmo pur farcela, al di là delle considerazioni espresse da Gennaro in questo post che ben spiegano alcune “criticità” ben strutturate nella realtà Latinoamericana. Riprendo il dubbio di alcuni che mi hanno preceduto: ma l’avrà poi letto, questa interessante disamina sulla violenza in America Latina, o si sarà limitato solo alla firma ?

  7. Raffaele Della Rosa 13 Set 2010 at 11:44 #

    il msg del sig Miami (sarà il cognome o la città di residenza ???? 🙂 ) ha proprio il difetto nel manico…se uno vuole discutere di statistiche deve prima di tutto richiedere le fonti altrui ed esibire le proprie….prima di tutto è abbastanza sprovveduto da non tenere conto che Gennaro scrive ammettendo il problema quindi Miami sfonda una porta aperta, in secondo luogo discorreggia di modello colombiano senza citare le fonti.
    Se un governo pubblica dati negativi, potrebbe essere più attendibile ( a meno che non lo faccia per bussare a cassa agli organismi internazionali) di uno che parla bene di sé stesso. Quindi per la Colombia bisognerebbe sapere le fonti e fare qualche controllo.
    E starebbe al difensore del boja torturatore Uribe, a questo sprovveduto ganapan del escarmiento esibire le prove.

  8. jacopo 13 Set 2010 at 12:30 #

    Con Gennaro ci siamo già scambiati delle riflessioni sul tema. Siamo entrambi molto delusi e amareggiati. Credo proprio che le ultimissime dichiarazioni di Fidel Castro sull’inefficacia del socialismo oggi facciano breccia più che mai sull’attuale situazione in America Latina. Considero Cuba sempre e comunque un esempio a parte. Ma varrebbe la pena chiederci se il modello capitalista e neoglobale negli Stati Uniti non abbia nel tempo prodotto lo stesso numero di morti e la stessa catena di corruzione impunita, cominciando dai “terroristi buoni”. Miami non è meno violenta di Caracas e New York non lo è meno di Città del Messico. Negli States ti uccidono per noia, in America Latina per fame. C’è una differenza enorme o forse no. Cuba è piccola, e per questo la “locura” di Castro era minore di quella del Che, il cui progetto, pur meritevole di attenzione, finì nel tradimento dei contadini boliviani. Riflessione: prendiamo le nostre città “calde” e guardiamo quanti abitanti fanno. Su 26 milioni di anime del D.f., di cui solo 8 milioni in metropolitana tutti i giorni, facendo una proporzione, siamo proprio sicuri che la violenza moltiplicata per cittadino non faccia cifra uguale in Italia o nei civilissimi Stati Uniti Americani? A New York ci si sente forse più sicuri che in una micro messicana che va a Iztapalapa? E la pena di morte, che frigge i cervelli o avvelena i corpi ha diminuito la violenza delle bande a Los Angeles? (La Mara è nata in California o sbaglio?). E i mercenari che combattevano le guerre in Centro America non erano forse i padri delle pandillas afro-americane o latine? Pochi giorni fa, un parente mi ha mandato le foto della famiglia Chavez in vacanza. Girano sulla rete. E dire che Ernesto Guevara combatteva con un Rolex al posto e che Castro è sempre stato ricchissimo. Ma basta questo a dire che la violenza in America Latina è figlia dei regimi socialisti? La bella frase “Patria o muerte” suona un po’ antica e fa bene solo alla nostra malinconia.

  9. Raffaele Della Rosa 13 Set 2010 at 16:04 #

    Le cose scritte da Gennaro mi sembrano dettate dalla volontà di nasconder (ci) le difficoltà reali che “lastricano” la strada verso…un qualcosa che non sia il capitalismo. Le cose scritte da Jacopo mi sembrano cose scritte a prescinedere dai fatti. Vorrei sapere gli omicidi per 100mila abitanti nelle città di cui parla Jacopo ed allora potrei capire….tra Mexico ed Italia, beh caro Jacopo le statistiche sono ultradisponibili, vinci la tua prigrizia e valle a consultare e ti renderai conto che stai dicendo STUPIDAGGINI, ENORMI STUPIDAGGINI, senza nè capo nè coda, FAI LE PROPRORZIONI, ma falle davvero tra la fatica che ci vuole a studiare ed a capire e quella che ti porta a cazzeggiare e bischero sciolto e poi ti renderai conto che anche se hai meno di 15 anni sei avviato su una strada scivolosa, quella delle stupidaggini da bar. Ti prego diventa berlusconiano !!!!!!!

  10. Raffaele Della Rosa 13 Set 2010 at 16:06 #

    pardon per Gennaro
    MI SEMBRANO DETTATE DALLA VOLONTA’ DI NON NASCONDER(CI), scusatemi….è che le jacopate veramente mi fan perdere la trebisonda

  11. Raffaele Della Rosa 13 Set 2010 at 16:27 #

    PER QUANTO RIGUARDA L’INTERVISTA A FIDEL.
    Per quello che noi tutti sappiamo di lui sembra un po’ difficile che il tipo abbia liquidato 46/47 anni della propria esistenza con una frase di nove parole. Vabbene che tutto può succedere….ma…
    il msg principale, non per niente affidato ad un giornalista israelo-americano come Jeffrey Goldberg, è l’appello per la pace tra arabi ed israeliani, la sua presa di distanza da Ahmadinejad, con cui invece Chavez ha rapporti improntati alla logica del “nostro comune nemico ci rende alleati” ecc. ecc.
    E non si tratta di un resoconto pressochè stenografico ma di un articolo scritto basandosi su due chiacchierate….insomma c’ è materiale per illazioni di ogni tipo, ma apsettiamo con pazienza che chi può, Fidel stesso, faccia chiarezza.
    Non sono annoverabile certo tra i difensori più acritici della Rivoluzione, anche se trovo stupido ed offensivo definire “denigrazioni” le mie critiche, scritte da uno che premette e conclude sempre che COMUNQUE DA UN CAMBIO DI REGIME IL POPOLO CUBANO, intendendo la maggioranza delle persone, HA MOLTISSIMO DA PERDERE E NIENTE DA GUADAGNARE.
    Ovvio che intendo un cambio di regime in senso ancor più capitalista, insomma alla Eltsin Putin, giacchè altre alternative possibili (a parte un’ autoriforma) non le vedo….

  12. jacopo 13 Set 2010 at 18:07 #

    Rispondo a Raffaele. Intanto a 15 anni non frequentavo i bar. Mi ritengo abbastanza informato per poter lanciarmi in certe osservazioni. La proporzione voleva far intendere che non tutti gli italiani si dedicano alla criminalità e che questa rappresenta sempre e comunque una minoranza, anche se sappiamo che gli apparati politici in America Latina come in Europa sono corrotti. le mafie sono anche da noi e anche da noi si uccide in maniera efferata. Sarà che fa sempre male paragonare una terra che abbiamo depredato per secoli con casa nostra, forse perchè nel profondo di noi stessi ci sentiamo colpevoli di non aver fatto abbastanza, chi più chi meno. Mi sembra che le parole da Lei usate siano al limite della minaccia e dell’educazione. Per questo chiudo prendendo le distanze. Forse è arrivato il momento di girare pagina, anche per i berlusconiani. Per ciò che mi riguarda rispondo come il Che: ideali, solo ideali.

  13. lorenzomiami 13 Set 2010 at 23:11 #

    Un articolo sulla violenza in America Latina che “dimentica” i dati della Colombia, non è un articolo serio, mi dispiace.

    ma voi le avete mai visitate San Pedro Sula, Managua, Medellin, Caracas? O le avete viste al cineforum sotto casa, in qualche docufiction di propaganda?

    Invece di rispondermi che non avrei neanche letto l’articolo (non capisco su quali basi) perchè non andate a verificare quello che in questo articolo c’è scritto?

    Dice Carotenuto: “un morto ammazzato a Chacaito fa più rumore di dieci o cento cadaveri a San Pedro Sula o a Medellin.”

    Non si tratta di UN morto a Chacaito, si tratta di osservare che in Venezuela i morti ammazzati sono passati dai poco più di 4000 del 1999 ai 14000 del 2009, dati ufficiali del governo bolivariano. In quasi tutti gli altri paesi (tranne il Messico) i dati sulla violenza sono diminuiti, in alcuni casi anche di molto!

    Sempre Carotenuto: “l’esplosione di una violenza spesso già endemica, ma rinnovata nelle forme e nei numeri, in questi anni nei quali crisi e crescita si accavallano, è ovunque in America latina. Poche le eccezioni tra le capitali: Santiago del Cile, Montevideo, in termini relativi Managua e San José, paradossalmente Città del Messico e, sicuramente, l’Avana”

    CARO CAROTENUTO…MA PERCHE’ NON CITA I DATI DI QUALCHE CITTA’ A CASO? BOGOTA, MEDELLIN, CALI, CARTAGENA, BARRANQUILLA??? Le ha lette le statistiche degli ultimi 10 anni? Sospetto un po’ di mala fede, non so perchè…

    e poi: “Vista da paesi come il Guatemala e il Salvador perfino l’infida Caracas sembra una città vivibile”

    Ero in Guatemala a Maggio e in Salvador a Febbraio (a Caracas vado in media una volta al mese)…una falsità del genere non la posso far passare. A Guatemala City e San Salvador si può girare anche di sera in alcune zone. A Caracas ci si chiude in casa anche di giorno ad Altamira.

  14. lorenzomiami 13 Set 2010 at 23:22 #

    Sorvolo poi sulle infelice espressione quali “incredibile capacità deformante” dei media, che detta da un sostenitore di “alo presidente” telesur etc etc fa ridere i polli.

    Scusate dimenticavo questa! “quella versione estrema dell’imprenditorialità neoliberale che è il narcotraffico”

    Cosa c’entra l’imprenditorialità neoliberale?
    ma lo sa, tanto per fare un esempio, il Prof.Carotenuto che il narcotraffico in Colombia è gestito anche e sopratutto dalle “Socialiste, Bolivariane” FARC??

    Se visto dal lato comico è tutto molto divertente…si va al cineforum, ci si riempie la bocca di nomi esotici di località che non si sa neanche bene dove siano, si canta alla bella rivoluzione socialista e si torna a casa a scrivere sul blog. Peccato che quelli che sotto le belle rivoluzioni socialiste ci stanno, sono massacrati dalla violenza e dalla miseria e se provano a dissentire sono perseguitati ed emarginati (a proposito, nessuno mi ha mai dato una risposta a un mio precedente post sulla lista Tascon e la censura sull’informazione in Venezuela…come mai??)

  15. jacopo 14 Set 2010 at 09:38 #

    Mi spiace che a negarmi il diritto di replicare sia stato proprio questo sito, dal momento che ieri, leggendo la risposta tuonante del Signor Raffaele Della Rosa, piena di livore e di scherno per ciò che ho commentato al bell’articolo di Gennaro e di cui francamente non comprendo la reazione, mi aspettavo veder pubblicata la mia. Ho cercato di farlo sul suo blog ma non c’è il contatto. Si vede che l’arroganza con la quale sono stato redarguito, paragonandomi ad un bischero di 15 anni che cazzeggia, è sottoscritta dai redattori di questo sito. Peccato, perché dal Giornalismo Partecipativo mi aspettavo qualcosa di alternativo alle balle dei quotidiani. Bella democrazia.
    Una cosa la voglio dire. Probabilmente l’ultima: con questo meccanismo del “taci che non sai niente” non è difficile capire perché la sinistra, la nostra sinistra sia arrivata al capolinea e si trascini come un animale morente verso l’estinzione. Diventare berlusconiano? Giammai. Non lo sono mai stato e non mi interessa illudermi o deludermi ulteriormente. A questo ci pensano le persone come Raffaele.
    Se volesse replicare in privato, il mio contatto è: [email protected]. Non vedo il suo.

    Jacopo Masi (Roma)

    • Gennaro Carotenuto 14 Set 2010 at 12:23 #

      Pretestuosità e malafede

      A Jacopo dico che prima di pensare di essere stato censurato forse può pensare che ho avuto altro da fare.

      Rispetto allo squadrismo di Lorenzo di Miami (quando troverò tempo cancellerò d’ufficio tutte le utenze che non corrispondono a nomi e cognomi reali) poche parole sono dovute.

      1) considero infame l’insinuazione che io possa non parlare per conoscenze e studio diretto. Mi riferisco alla dolorosa realtà di paesi come El Salvador o il Guatemala che il nostro sostiene non conosca. Sono stato anche quest’anno nelle città delle quali parlo e per me parla una vita di scarpe consumate in America latina.

      2) In Colombia Uribe gioca sporco anche sui numeri dei morti. Da una parte questi sarebbero diminuiti per riaumentare del 16% negli ultimi 12 mesi. dall’altra però si nascondono i desaparecidos che sono almeno 37.000 nell’epoca Uribe sempre senza contare le fosse comuni.

      3) Ho scritto una riflessione nella quale contestualizzo il problema della violenza a partire dal caso venezuelano, sul quale non mi pare di far sconti, come mio solito, al governo bolivariano.

      4) Sulla categoria di narco come forma estrema di imprenditorialità neoliberale sono stati tenuti perfino convegni all’UNAM. Basta essere informati.

      Evidente non sono disposto a tollerare oltre tale violenza e tali diffamazioni e non ho voglia di tenere a bada questi esempi di squadrismo mediatico. Ricordo che, in termini di legge, i numeri IP possono essere consegnati alla polizia postale per opportuni provvedimenti.

  16. jacopo 14 Set 2010 at 14:21 #

    Pare che il tema abbia acceso un bel focolaio di polemiche. Quanto a Gennaro ed alla sua redazione mi scuso subito; si vede che anch’io mi sono un tantino “ingrullito” dopo la risposta del Signor Raffaele. Una reazione d’istinto: pessimo ingrediente dell’informazione. Buon lavoro a tutti

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  5. Prospettive globali su 'violenza e media in America Latina' | Voci Globali - 14 Mar 2014

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  6. Mondiali di calcio: ovunque ma non in Brasile? - Gennaro Carotenuto - 8 Giu 2014

    […] terribile violenza che da molti anni caratterizza l’America latina, soprattutto a causa del narco, possiamo indignarci finché vogliamo. Sicuramente i governi integrazionisti, il Venezuela oltre al […]

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