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Lula-Chavez, chiavi di lettura di un presunto scontro televisivo

I giornali di oggi raccontano con dovizia di particolari di uno scontro diplomatico tra Brasile e Venezuela, Lula e Chávez. Il parlamento brasiliano, che non è controllato dal PT come in Europa in molti credono, ha condannato Chávez per il caso RCTV. Questo ha risposto in maniera bruta. Itamarati, la Farnesina brasiliana, non poteva non replicare. Ma se i media, intenzionalmente, cercano di mostrare divisioni tra Lula e Chávez ben oltre la realtà, omettono del tutto di contestualizzare il caso. Magari non sono neanche troppo in malafede, semplicemente chi scrive da Roma, Washington o Madrid, non sa di cosa parla.

IL CONTESTO Durante tutto il primo mandato di governo del Presidente brasiliano Lula, la stampa brasiliana e mondiale lo ha continuamente tenuto sulla graticola con uno scandalo, passato alla storia come "Escândalo do mensalão", traducibile più o meno nello "scandalo dello stipendione".

Ricordiamo brevemente di cosa si tratta e perché oggi ci interessa ancora. Il PT, il Partito dei Lavoratori, di Lula, non ha mai avuto la maggioranza in parlamento, ed è anche per quello che, dopo un quarto d’ora cronometrato di governo, per una bella parte dell’impaziente (a spese degli altri) e zotica sinistra radicale europea, Lula era già una delusione. Non avere la maggioranza è uno dei guasti del presidenzialismo, succede nelle migliori famiglie, anche a Giorgio Bush. Fin dall’inizio per Lula ogni riforma, ogni legge, deve essere contrattata con le destre o con piccoli partiti centristi, per lo più corrotti. E il PT, tra l’immobilismo e il trattare, scelse di trattare, sporcandosi le mani.

Quando venne alla luce lo scandalo del Mensalão fu l’occasione per fare un po’ di chiarezza nei bassifondi del parlamento brasiliano. Almeno 40 deputati, ideologicamente dell’opposizione (in realtà un’enorme palude di girondiniana memoria), ma tecnicamente indispensabili alla maggioranza, appoggiavano per fini personali il governo Lula. Lo appoggiavano in cambio del Mensalão. Corruzione, a fin di bene forse, ma corruzione. Appena due anni fa, due dei più stretti collaboratori di Lula ci rimisero la carriera: José Dirceu, ministro degli Interni, e José Genoino, Presidente del Partito. Come se da noi, per salvare Prodi, facessero rotolare le teste di Giuliano Amato e Massimo D’Alema.

Caddero, ma il Mensalão deve esistere anche oggi, in altre forme, altrimenti Lula non governerebbe, nonostante i 58 milioni di voti ottenuti appena pochi mesi fa. Decine di parlamentari (solo in Brasile?) sono pronti a vendersi al miglior offerente, a fare il doppio gioco, a bluffare, accoltellare alle spalle, votare tutto e il contrario di tutto. Quello scandalo, trattato poco e male da noi, ma che riempi per due anni le cronache della stampa latinoamericana, distrusse definitivamente in tutta l’America Latina l’immagine del parlamento brasiliano.

Oggi quegli stessi parlamentari che incassavano il Mensalão, percepiti da tutta l’America Latina come sicari pronti a tutto per strappare una prebenda, si rendono disponibili per condannare Chávez per il caso RCTV. Con che autorità mi condannano, deve aver pensato Hugo?In questo contesto, a quella palude, che ha votato una mozione di condanna contro il governo venezuelano per il caso RCTV, si è riferito Hugo Chávez con parole meritate ma fuori luogo, "pappagalli dell’impero" e simili. E’ la stessa palude, che Chávez conosce (ce n’è molta anche dentro la sua maggioranza in Venezuela) ma con la quale Lula deve trattare.

L’INFORMAZIONE COME BENE COMUNE Lula deve trattare oggi per quella che è la svolta mediatica epocale del suo secondo mandato: per la prima volta nella storia del Brasile sta nascendo una televisione pubblica. Durante il primo quadrienno non si è azzardato, oggi procede spedito. L’opposizione strepita e grida al golpe e al totalitarismo esattamente come quella venezuelana fa con Chávez. L’Ambasciata degli Stati Uniti sfrigola contrarietà e stizza. Ma Lula, proprio come Chávez, si è reso conto che non è possibile contrastare le campagne mediatiche contro il suo governo senza combattere con armi pari contro i network privati (Rede Globo…) e quelli religiosi, quasi sempre virulentemente contro il governo.

Perciò Chávez ha sbagliato a replicare al parlamento brasiliano (non a Lula). Ma non ha sbagliato per i motivi per i quali viene accusato dalla stampa internazionale, che oramai dedica a lui più spazio che alla Cina, al Giappone, all’India e al Brasile messi insieme. Ha sbagliato perché la battaglia di Lula per la TV pubblica è analoga a quella di Chávez su RCTV ed è strategica per i destini di tutta l’informazione in America Latina. E ha sbagliato perché per amor di polemica, anche se si ha ragione, non si deve MAI mettere in difficoltà il proprio più importante alleato. Se i sicari del parlamento brasiliano condannano Chávez per attaccare la TV pubblica brasiliana che verrà, Chávez replicando (ma poteva non replicare affatto?) è caduto nella trappola e non ha aiutato Lula.

Quello dell’informazione è un tema chiave nell’America Latina attuale. Mentre in Messico si istituzionalizza in perpetuo il duopolio privato TV Azteca-Televisa, rispondendo in maniera uguale e contraria allo stesso problema, nel resto del continente, dall’Argentina al Venezuela, passando per il Brasile, si fanno scelte nuove, coraggiose e che verranno attaccate come mai prima. L’informazione, storicamente privata, e al servizio di interessi privati, viene per la prima volta vista come un bene comune, un diritto umano, non un latifondo a disposizione esclusiva dell’oligopolio internazionale che la domina. La campagna mondiale contro Chávez sul caso RCTV è solo un anticipo di quello che verrà, perché in America Latina sta suonando la campana per "un’altra comunicazione possibile".


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