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Giulietto Chiesa, Giuliana, Florence

Giulietto Chiesa, in un articolo che trovate qui sostiene che ci sia una diretta relazione tra i rapimenti di giornalisti occidentali, soprattutto italiani e francesi, e linea politica dei governi in questione. Come se chi ha rapito Florence Aubenas stesse ricattando direttamente Jacques Chirac. E’ una tesi che non mi convince e credo che il messaggio sia molto diverso.

Considero l’articolo tra quelli meno riusciti di Giulietto Chiesa. Non credo in un disegno di ricatto diretto, ma piuttosto d’induzione. Ci sono mille campi nei quali gli Stati Uniti possono fare male a una potenza come la Francia più che ammazzandogli 1, 2, 10 giornalisti. E non ce lo vedo Bush chiedere a Berlusconi “che mi dai in cambio della comunista?”
Una volta Jesús Ceberio, il direttore di El País, mi disse che la decisione più sofferta durante la guerra civile in Algeria era se tenere o no il corrispondente ad Algeri, l’unico stabile tra tutti i grandi giornali europei… Dai e dai, alla fine lo ritirò -non poteva caricarsi sulla coscienza della vita di un proprio giornalista- e dell’Algeria non parlava proprio più nessuno.

Credo che dalle Simone a Chesnot a Florence adesso a Giuliana il senso sia proprio quello… indurre ad andarsene… fare capire che non vale la pena restare.
Adesso l’Hotel Palestine è vuoto. Avevano cominciato a tirargli contro da prima dell’occupazione di Bagdad. Taras Protsyuk e José Couso furono assassinati da un tank mentre erano nella loro stanza. Adesso l’Hotel Palestine è vuoto. Gli ci sono voluti due anni ma adesso è vuoto.

In America la questione dell’onnipotenza del nemico è sempre al centro del dibattito e lo indirizza per canali sempre diversi da quelli che la logica democratica vorrebbe. E’ pericolosissimo pensare che il nemico sia onnipotente perché innanzitutto è quello che il nemico vuole. Ma allo stesso modo, per chi è stato vittima del Piano Condor, per chi poteva essere sequestrato in una piazza di Madrid o di Stoccolma esattamente come se stesse ad Avellaneda non è facile pensare diversamente.
Eppure, per la prima volta nella storia, l’11 d’aprile del 2002 un colpo di stato organizzato con tutti i sacri crismi è fallito in Venezuela travolto dalla reazione popolare! Sono decisive le differenze tra l’11 d’aprile a Caracas e l’11 settembre cileno, quando i partiti strutturati e gerarchizzati modello seconda internazionale impedirono qualsiasi reazione e gli operai asserragliati nel cordone industriale furono rastrellati impunemente.

Il fatto che il nemico sia stato e sia capace di imporre colpi di stato, dittature, genocidi è quanto mai concreto. Ma è fuorviante pensare che la presunta onnipotenza paralizzi e impedisce di agire. Ci sono generazioni che hanno la schiena spezzata per essersi opposte, generazioni intere che hanno l’incubo della tortura come unico panorama possibile di tutte le notti che ancora resta loro da vivere.
Negli anni ’60 si credeva che la decolonizzazione fosse inevitabile. Oggi tutti pensano che sia impossibile. La decolonizzazione non è né inevitabile né impossibile. E’ necessaria.

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