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Lula con Fidel, ecco come funziona la dottrina Shannon

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I media mainstream in questi giorni ci hanno offerto una straordinaria (quanto inosservata) dimostrazione di come funzionino e di come manovrino per influenzare l’opinione pubblica mondiale.

Il caso è che hanno fatto finta di non accorgersi o quasi che il presidente brasiliano Lula sia andato a Cuba. Ha firmato importantissimi accordi commerciali ed energetici e Petrobras opererà nelle acque territoriali cubane. Lula ha manifestato la grande amicizia del Brasile verso la sanguinaria dittatura cubana, i rapporti del Brasile verso la quale sono per sua stessa definizione i migliori della storia.

Non solo. Il presidente Lula da Silva si è incontrato con il diavolo barbuto Fidel Castro, l’ha abbracciato e baciato con calore, si sono intrattenuti da vecchi amici quali sono per quasi tre ore, e ha dato al mondo ghiotte notizie di prima mano sulla sua salute. Lo ha definito "incredibilmente lucido come nei momenti migliori, e in uno stato di salute impeccabile" tanto che Fidel stesso ha dovuto smorzare le dichiarazioni entusiastiche di Lula.

In pratica Lula ha fatto e detto a Cuba e con Fidel esattamente le stesse cose che fa e dice Hugo Chávez. Con una differenza.

Nonostante Lula e il Brasile siano molto più importanti di Chávez e del Venezuela, e la speranza dell’andata all’inferno di Fidel da parte dei benpensanti mondiali sia identica, la copertura della visita di Lula rispetto a quella di Chávez è stata di cento volte inferiore. A parità di cose che dicono o fanno Lula e Chávez, il trattamento dei media è opposto. Quando Chávez va lodato (come per gli ostaggi delle FARC) si glissa. Quando entrambi vanno a Cuba (ammesso e ovviamente non concesso che sia una colpa) Chávez va esecrato e ridicolizzato e su Lula si glissa.

Ciò è dovuto ad alcuni motivi giornalistici, ma in particolare ad un indirizzo politico preciso preso dai media sull’America latina a partire dal 2005: quella del divide et impera della "dottrina Shannon". Thomas Shannon è il sottosegretario agli esteri per l’America latina del governo Bush. Sostituì quell’esaltato di Otto Reich, mafioso cubano-americano, veterano di tutte le guerre sporche e organizzatore del colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002, ma soprattutto, da uomo di Donald Rumsfeld, teorizzatore dell’ "asse del male latinoamericano da colpire".

Come testimoniò il golpe a Caracas, la pretesa del fondamentalismo protestante dei neoconservatori di scatenare l’apocalisse sul continente ribelle fallì miseramente e nel 2005 a Reich subentrò Thomas Shannon, diplomatico di carriera, tutt’altra classe e finezza. E questi fece degli aggiustamenti importanti, teorizzando che non tutta l’America latina era asse del male, ma solo la metà. Questa non era una mera (e opportuna) analisi politica, era una chiave di lettura per gli avvenimenti a venire.

Dettò così la linea ad alcuni media amici sapendo che gli altri si sarebbero immediatamente adeguati: qualunque cosa dicano o facciano in America latina, da oggi ci sono "governi di sinistra responsabili" e "governi di sinistra irresponsabili". Infatti la stampa mondiale si adeguò come un sol uomo: Evo Morales è sempre cattivo, Michelle Bachelet sempre buona; Nestor Kirchner (ora Cristina Fernández) cattivo/a, Alan García buono; Lula buono, Chávez cattivo.

Ciò qualunque cosa dicano o facciano, in una logica amico-nemico che con l’informazione e il giornalismo e perfino con intelligenza ed onestà non ha nulla a che fare. E allora eccoli lì, così scoperti nella loro malafede da fare tenerezza. Se Chávez il petroliere e Lula l’agrocombustibile, discutono, da El País all’Economist alla Repubblica giù paginate sullo "scontro". Se Lula va a Caracas a far campagna per Lula, silenzio assoluto. Se insieme fondano il Banco del Sur, sminuire. Se Chávez va a trovare Fidel, indignazione, irrisione, ma anche curiosità sulle condizioni di questo, ma se ci va Lula invece silenzio, perdonare. Non sia mai che qualcuno pensi che Lula e Chávez non sono così distanti e che Cuba non sia così isolata come da mezzo secolo la dipingono.

Lo chiamavano Minculpop.

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