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I Pinochet: rendite da genocidio

Ipinochet La vedova di Augusto Pinochet, i cinque figli e diciassette collaboratori del defunto dittatore, sono stati arrestati a Santiago del Cile per reati finanziari, malversazione e appropriazione di fondi pubblici, stornati verso la banca statunitense Riggs. La detenzione è stata ordinata dal giudice Carlos Cerdá, il Baltazar Garzón australe, che da anni indaga sulle malversazioni del defunto dittatore e della sua famiglia.

Nonostante la detenzione in carcere sia durata circa 24 ore, Augusto Pinochet junior e suo fratello Marco Antonio sono nel carcere di Santiago avrebbero collaborato. Lucía, Jacqueline e Verónica, le tre sorelle note alle cronache rosa perché, già madri e nonne, hanno accumulato sei annullamenti di matrimonio dalla Sacra Rota, sono recluse nel Centro di Orientamento Femminile, in un quartiere popolare di Santiago. La vedova del dittatore, donna Lucía Hiriart, ha lamentato uno sbalzo di pressione ed è stata immediatamente ricoverata nell’Ospedale militare, nel quartiere bene di Providencia, dove meno d’un anno fa morì il coniuge.

“Questa è una triste, sordida storia di lavaggio di denaro della quale è protagonista Pinochet, insieme a varie istituzioni finanziarie, utilizzando pseudonimi, conti correnti off-shore e prestanome”. E’ Norm Coleman, senatore repubblicano statunitense, a definire così, nel 2004, l’intreccio di almeno 125 conti correnti segreti, che legavano alla famiglia Pinochet alcune delle maggiori banche mondiali, tra le quali Citibank, Banco Santander e Bank of America, e che oggi porta in carcere l’intera famiglia. Quei nomi erano contenuti in un rapporto di 80 pagine del Senato del paese nordamericano, con il quale si scaricava di fatto l’anziano alleato. La parte dell’inchiesta che oggi viene a maturazione in Cile, con l’arresto della famiglia Pinochet, è solo quella che si riferisce al Banco Riggs. Presso tale istituto, per anni generosissimo finanziatore della Fondazione Pinochet, esponenti dell’esercito cileno fecero confluire, soprattutto dal 1986 in avanti, almeno cento milioni di dollari a condizioni di favore e in violazione delle leggi degli Stati Uniti sulle transazioni di origine dubbia. Pinochet vi deteneva nove conti correnti e altri 19 ne controllava attraverso familiari e prestanome. Di lì, ha già ammesso uno degli arrestati di oggi, l’ex-amministratore del patrimonio di Pinochet, Oscar Aitken, circolarono almeno 15 milioni di dollari dei 20 che il giudice Cerdá contesta agli arrestati. Che quei soldi fossero indelebilmente macchiati con il sangue dei desaparecidos e delle vittime della dittatura che l’11 settembre 1973 rovesciò il governo democratico di Salvador Allende, fu ammesso dallo stesso Banco Riggs. Questo, nel 2005, accettò di versare una compensazione di nove milioni di dollari in un fondo destinato alle vittime della dittatura.

I BAFFI FINTI DI PINOCHET “Considero una vergogna -afferma un altro senatore statunitense, Carl Levin- che mentre il Dipartimento di Stato all’inizio degli anni ’90, pubblicava rapporti sulle violazioni dei diritti umani in Cile, alcune delle principali banche statunitensi, facessero lucrosi affari con Pinochet”. Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, questo il nome completo del defunto dittatore, usò perfino baffi posticci e passaporti contraffatti e, insieme ai figli, decine di nomi falsi, prestanome e società di comodo. La sola Meritor Investment, intestata alle figlie, in tre diverse operazioni tra il 1998 e il 2000, mosse fondi per 9,1 15 e 5,3 milioni di dollari. “E’ impossibile -secondo Levin- stimare la quantità di denari messi in movimento attraverso la ragnatela di scatole cinesi con la quale i Pinochet facevano girare i propri fondi neri”. Il dittatore considerava i fondi riservati della presidenza, cinque milioni di dollari l’anno, come una sorta di appannaggio personale. Secondo Levin quei fondi sono poca cosa rispetto a quanto stornato dal Ministero della Difesa, al quale va oltre il 4% del PIL cileno (nel continente la media non supera l’1.5%) e, per tradizione, un quota del 10-12% su tutto il ricavato dalle vendite del rame, la principale risorsa del paese.

ASCESA E CADUTA DI UN CLAN E’ oramai ragionevole pensare che la famiglia Pinochet vada elevata al rango delle grandi cleptocrazie del 900, dai Marcos nelle Filippine ai Mobutu in Congo. Eppure l’austerità ostentata dalla vulgata officiale, accompagnata dalle menzogne diffuse su Allende, contribuirono a rendere, anche in democrazia, la famiglia Pinochet intoccabile. Nel 1994, l’allora presidente Eduardo Frei, evocando una superiore “ragion di stato”, il rumor di sciabole di un nuovo golpe, mise a tacere lo scandalo dei Pinocheques (dall’unione tra il nome Pinochet e cheques, assegni in spagnolo) con il quale Augusto junior, si era appropriato di almeno tre milioni di dollari di fondi dell’esercito. A partire dall’arresto di Pinochet a Londra nel 1998, anche le Forze Armate fecero passi avanti nel separare la loro sorte da quella del dittatore. Questo dovette rifugiarsi in una compiacente certificazione di demenza senile per sfuggire alla giustizia. Ma oramai faceva sempre meno paura. Donna Lucía, ad inizio del 2006, chiese asilo politico negli Stati Uniti, sdegnata da un Cile che, mettendola sotto inchiesta, non la rispettava più. Oggi Santiago sembra guardare oltre, e perfino la politica sembra trattare senza enfasi il caso odierno. L’opposizione post-pinochetista considera gli arresti una maniera del governo per risalire in sondaggi sempre più sfavorevoli. La Presidente, Michelle Bachelet, chiosa che “nessuno è al di sopra della giustizia”. E questa, in Cile, è una buona notizia.

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