giovedì 02 settembre 2010, 18:25

Gli articoli con tag: " Francia "

Haiti, l’occupazione infinita

A Port au Prince, la capitale di Haiti, dal terremoto in avanti, stanziano 20.000 marines, uno ogni 20 abitanti.

Costano più di un miliardo al mese e saranno pagati dal popolo di Haiti in un futuro lontano perché il popolo haitiano è tuttora impegnato a pagare a banche franco-statunitensi i costi della dittatura Duvalier che Francia e Stati Uniti vollero.

Intanto l’aiuto cubano-venezuelano va avanti con costanza e nel silenzio: medici, ambulatori, ben sei ospedali attrezzati a tempo di record.

Benzina solidale per il paese più occupato della storia.

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ETA e Hugo Chávez. Quello che i giornali non dicono

ETA In Italia la polemica non ha attecchito. Troppo complicata da spiegare (o da capire?) per i prodi corrispondenti dall’America latina dei nostri grandi giornali la storia delle complicate relazioni tra ETA e FARC e le questioni connesse al diritto d’asilo. Eppure in Spagna e nell’area grancolombiana non si parla d’altro da due settimane e perfino il presidente colombiano Álvaro Uribe (sic!) ha dovuto stoppare Mariano Rajoy (il successore di José María Aznar alla guida del PP) che era andato a Bogotà praticamente per dichiarare guerra al Venezuela (pensando di poter utilizzare l’ex colonia per fare propaganda interna). Rajoy, dopo essersi visto a Palazzo Nariño con Uribe si è visto costretto ad abbassare i toni con la coda tra le gambe e si è ulteriormente coperto di vergogna nel suo appoggio incondizionato ad Uribe, sostenendo pubblicamente che in Colombia non si violano i diritti umani.

La storia è quella del giudice Eloy Velasco, un magistrato spagnolo molto di destra, che, in una sentenza che si riferiva ad un caso di collaborazione tra ETA basca e FARC colombiane, buttava lì due righe che testualmente dicevano “è chiara la collaborazione del governo venezuelano con queste due organizzazioni terroriste”. Tutto lì, senza alcuna spiegazione, documento, prova. Una goccia di veleno e null’altro buttata fuori dal calamaio, con l’aiuto del computer magico di Raúl Reyes (il dirigente delle FARC ucciso in Ecuador) ma sufficiente per far riempire paginoni a Madrid: Chávez protegge l’ETA.

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il "populismo" dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

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Bonjour Francia Svuotata di voti

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Di Fabrizio Lorusso

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

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“Debemos buscar una revolución mediática”

Castellano Hablantes – America Latina ESP
Creo que esta entervista a Pascual Serrano es muy importante para entender como funcianan los medios y aprender como defenderse.
Los que dominan espanol pueden leer sul libro…
Hasta la proxima
Fabio – www.fabionews.info

Desde www.PascualSerrano.net
Entrevista con Pascual Serrano
“Debemos buscar una revolución mediática”
21/01/2010

Cristiano Navarro, Igor Ojeda, Nilton Viana y Tatiana Merlino*/ Brasil de Fato
por Pascual Serrano 21/01/2010 10:06

El silencio es, paradójicamente, uno de los principales mecanismos adoptados por los medios de comunicación para manipular los hechos. Si una historia no interesa a los dueños de los medios – y, consecuentemente, a los dueños del mundo – ella simplemente no es publicada o transmitida. Esta denuncia es hecha por el periodista español Pascual Serrano, fundador de la página alternativa Rebelión y autor del libro “Desinformación. Cómo los medios ocultan el mundo “, lanzado a mediados del año pasado.
“Si contaran muchas mentiras, perderán su credibilidad, perderían su eficacia como mecanismo de formación de opinión”, dice, en un diálogo en la Escuela Nacional Florestan Fernandes, en Guararema (SP). Por tanto, según él, los medios, además de ignorar selectivamente ciertos hechos, echan mano de otros expedientes, como la descontextualización y el lenguaje sesgado. Para Serrano, sólo hay un modo de que la izquierda pueda defenderse de tamañas manipulaciones. Crear sus propios medios, en lugar de quedarse esperando por pequeños espacios en los grandes medios de comunicación.

Brasil de Fato – Usted tiene un libro llamado “Desinformación. Como los medios ocultan el mundo”. ¿Cuáles son los principales mecanismos que los medios utilizan para ocultar el mundo?

Yo dividiría en dos mecanismos. Por un lado, los estructurales, es decir, los mecanismos cotidianos de funcionamiento de la prensa que, por su modelo de trabajo son incompatibles con la explicación del mundo. Fundamentalmente, sería la falta de antecedentes sobre un contexto para entender una situación compleja, la dinámica de la televisión – que, con su ritmo trepidante, impide comprender, sobre todo cuestiones complejas – y el culto al sensacionalismo de la imagen – que sucede mucho en la televisión. Esto impide profundizar las cuestiones y enviar un mensaje complejo. Por ejemplo, cuando usted quiere dar un sentido simple – de que Irán tiene la bomba atómica o que Chávez es un dictador – eso se puede decir en pocas palabras. Pero si usted quiere explicar que la política de EE.UU. está causando un genocidio en Afganistán, esto requiere una explicación más compleja.

Otra situación es cuando hay un consenso y un plan premeditado por parte de los grandes medios de comunicación para enviar un mensaje específico. Eso incluye el estigmatizar o criminalizar a los líderes políticos que no son del gusto del establishment mundial, hasta criminalizar a los movimientos sociales, colectivos o causas. Atentan para el hecho de que el mecanismo no es sólo una mentira, que esa existe, pero no es la más común. Porque ellos saben que su carta principal es la credibilidad. Si contaran muchas mentiras, perderían su credibilidad, perderían su eficacia como mecanismo de formación de la opinión. Es decir, el plan es más refinado: se utiliza el silenciamiento de las noticias que no les gusta. Por ejemplo, la Misión Milagro, que se celebró en una alianza entre Venezuela y Cuba, que hizo que un millón de personas de orígenes humildes en América Latina y el Caribe consiguiesen recuperar su vista, es noticia, parece obviamente relevante, pero eso es silenciado. Por otra parte, también juegan con el marco, con el enfoque de la noticia, en busca de elementos dentro de un contexto que lleven a una tesis, y no a otra. Y lo que queda claro en el libro es que el modelo cambia de una región a otra, de un tema a otro. Por ejemplo, en el conflicto palestino-israelí, el problema es la falta de contexto. Nadie en este momento parece saber decir el origen de este conflicto, aunque este tema estaba presente cada día en las noticias. Utilizan el lenguaje como un método de manipulación, de manera que sistemáticamente llaman de terroristas a los palestinos. Llaman secuestrados a los soldados israelíes capturados. Llaman de detenidos a los civiles palestinos que son secuestrados por el ejército israelí.

En África, por ejemplo, se aplica el silenciamiento, o se presenta los conflictos como cuestiones tribales, en lugar de mostrar los intereses de las empresas y poderes coloniales como Francia y EE.UU. Y en América Latina, utilizan la estigmatización y criminalización constante de líderes como Hugo Chávez, Evo Morales o Fidel Castro. En el caso de Venezuela, es curioso, porque presentan como escándalos noticias que se presentan como normales en otros países. Reivindican como escándalo la no renovación de una concesión de televisión cuyo plazo terminó y el cambio de la zona horaria. Hay otra pauta habitual en relación con América Latina, a través de la cual el presidente o líder político siempre se presentan en medio de una imagen de crisis, desestabilización y caos. Esto hace que, en Europa, todo el mundo conozca los nombres de los presidentes de Bolivia y Venezuela, pero no sabe el nombre del Presidente de Perú o México. Incluso si usted le pregunta quien habría sido otro presidente de Bolivia y Venezuela no puede decir. Y en los últimos años, Evo Morales y Hugo Chávez, todo el mundo sabe quién es.

¿Cuáles fueron los métodos utilizados para hacer el libro, cómo fue la investigación?

El libro nació un poco de mi experiencia como director de Telesur, donde me di cuenta que todo lo que proviene de agencias de noticias, e incluso los hábitos de los jóvenes periodistas, impiden explicar en profundidad lo que está ocurriendo en el mundo. Entonces, reflexioné sobre cómo explicar el mundo con suficiente complejidad en la televisión. Todo lo que quise hacer en Telesur, a menudo no es posible hacer en una televisión por imperativos técnicos, económicos, logísticos o de imagen. Así que empecé a entrevistar a expertos y periodistas que considero autores de confianza y que conocen a profundidad diferentes regiones – por ejemplo, sobre Afganistán, Congo, Cuba, China. En fin, pregunté a estos expertos sobre la zona que conocían. Pregunté si lo que está en la prensa se ajusta a lo que sucede. Ellos, por supuesto, opinaron y mostraron cómo ciertas situaciones no se ajustan a lo que se cuenta en los medios de comunicación. He hablado con las organizaciones de derechos humanos que están en algunos lugares. He buscado a los analistas que trabajan con los medios de comunicación, observatorios de los medios de comunicación, expertos en el seguimiento de noticias en la comunidad académica. He hablado con los medios alternativos no están tan influenciados por intereses publicitarios o de grupos económicos empresariales.

¿Crees que hay una especie de plan establecido entre los distintos medios para desinformar o las cosas suceden de forma más natural y automática, como una especie de acción de la prensa que se va estableciéndose?

No es un plan elaborado, pero parte de la evolución espontánea de los mecanismos de funcionamiento de los medios de comunicación. Siguiendo la idea: los medios de comunicación son propiedad de grandes grupos empresariales. Los intereses económicos de grandes empresas multinacionales piden grandes inversiones en publicidad. Políticos liberales que no gustan de políticas progresistas reaccionan en conjunto con estos actores. Es decir, así se forma un consenso para satanizar a Hugo Chávez o para satanizar o criminalizar a la Revolución Cubana. La gran prensa no se reúne para decir “¿cómo vamos aatacar a Cuba o a Chávez?”. Los intereses de estos grupos económicos es que van actuar en consenso, sin necesidad de coordinarse entre sí.

Un claro ejemplo son los países de América Latina que pasan por reformas en las leyes de la comunicación. La reacción de los grandes medios de comunicación en Venezuela, Argentina y Ecuador fue el mismo. Gobiernos que inician procesos de democratización de los medios de comunicación, dando paso a los movimientos sociales, medios de comunicación independientes y la prensa libre, encuentran una sistemática oposición de grupos mediáticos españoles, bolivianos, argentinos y ecuatorianos. Y si mañana hubiera una iniciativa como ésta en Brasil, será igual. Pero si por un lado no hay un plan, por el otro existe una articulación de los medios, por ejemplo, la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) o la ONG Reporteros sin fronteras.

¿Cómo es esta articulación?

Sí, ellos tienen mecanismos de combate común. Y es bueno descifrar cómo funcionan y cómo ellos no tienen ninguna legitimidad o representatividad. Por ejemplo, cuando se habla de la Sociedad Interamericana de Prensa, no debemos cansarnos de explicar que se trata de una asociación patronal. Que defiende a las empresas y no representa ninguna libertad de expresión. Es como si las empresas que construyen carreteras hablasen de la falta de libertad de movimiento porque están impedidas de construir una carretera en la Amazonía. No, la libertad de movimiento es diferente de la construir carreteras. Por otra parte, tenemos que aclarar que cuando las empresas hablan de la libertad de expresión, están reivindicando su derecho a la censura. En otras palabras, quieren continuar con su derecho a mantener el oligopolio y el control de la información. Decir lo que puede ir o no a la pantalla y llegar al público. Reporteros Sin Fronteras es algo similar. Ha denunciado sobre los periodistas muertos en Irak, pero cambia de reacción cuando se habla de Colombia. Hace poco hice una entrevista con un periodista colombiano que dijo que una vez le preguntó a un representante de Reporteros sin Fronteras cómo él consideraba la libertad de expresión en Colombia. Él respondió: “Sí, es cierto que nos matan, pero en Colombia hay libertad de expresión”!

¿Cuáles son los países donde la desinformación es más grande? ¿En qué país los medios de comunicación está más concentrada?

Creo que el país más desinformado es los EE.UU., teniendo en cuenta la cantidad de recursos que el gobierno de EE.UU. tiene para infiltrar analistas, comprar periodistas, presionar la línea informativa a sus intereses. Además, los lobbies de las empresas, como las de armas, sobre contenidos periodísticos, se hicieron evidentes en la guerra de Irak. En algunos países, las denuncias de que no había armas de destrucción masiva o que se trataba de una invasión ilegal al país del Oriente Medio tuvieron una cierta aceptación. En los EE.UU., datos de analistas e informaciones mostraron que la desinformación publicada acerca de la invasión estaba totalmente a favor de la intervención. Al punto en que el 51% de los americanos creía que Saddam Hussein estuvo personalmente implicado en los atentados del 11 de septiembre. Esto muestra claramente que fueron engañados. Pero creo que el país donde la desinformación llevó al enloquecimiento manipulador de una forma más violenta y radical es Venezuela. El libro cuenta ejemplos impresionantes. No sólo cómo los medios de comunicación venezolanos trataban a Chávez, sino cómo las informaciones llegaban a otros países. Recuerdo una manifestación en favor de Chávez, cómo la televisión, en vivo, para mostrar que había pocas personas filmaron a dos kilómetros de donde estaba aconteciendo el acto. O mostraban y volvían a pasar a otros países imágenes de oposición a Chávez con imágenes grabadas hace años!

¿Cómo es posible para contrarrestar este poder?

En la actualidad, el principal mecanismo de combate que el capital y la burguesía poseen contra los gobiernos progresistas ni siquiera es la amenaza de un golpe militar, son los medios de comunicación. Ya lograron cosas que ninguna empresa y ningún gobierno consiguieron. Mayor impunidad, menos control por parte de la legislación. Creo que los gobiernos progresistas han reaccionado demasiado tarde. Evo Morales o Lula pasaron años reclamando que los medios de comunicación no dejaban de atacarle y agredirlos. Sólo reclamar me parece una política ineficaz. Si un gobierno progresista es atacado, lo que tiene que hacer es desarrollar políticas públicas para evitar esto. Es como en la educación: si no hay escuelas para todos los niños, los gobiernos no deben venir a quejarse, deberían construir escuelas. Y estos gobiernos deben crear políticas públicas para la democratización de la comunicación. Pero estos medios de comunicación públicos y comunitarios no pueden convertirse en medios de gobierno, presidentes y partidos. Deben ser participativos, democráticos y deben estar bajo el control de los ciudadanos. Estos puntos son esenciales y están desarrollándose lentamente, pero con pasos firmes. Venezuela está a la vanguardia del desarrollo de medios comunitarios y públicos, por delante de Europa.

¿Cree usted que la izquierda, en general, se ha dado cuenta de la importancia de los medios de comunicación como un mecanismo de resistencia a la dominación de las elites?

La izquierda se ha dado cuenta, ella es consciente de que tiene grandes enemigos en los medios de comunicación, pero no saben qué hacer. Durante muchos años, la izquierda pensaba que debía pactar con los grandes medios de comunicación. Organizando entrevistas colectivas, pasando las informaciones, dando subsidio fiscal. Así pues, creían en un acuerdo con el capital, pensando que él lo podría dejar gobernar. La izquierda tradicional, ya sea en los gobiernos progresistas o de los partidos políticos necesita comprender que no hay acuerdo posible. Los grandes medios de comunicación sólo hipotecan espacios, pero no dejan que nada se mueva. Lo que debemos buscar es una revolución mediática. Pues el dilema de los medios de comunicación es el mismo dilema que hay en otros sectores. Entonces no hay un acuerdo con el latifundista, porque él nunca va a querer perder el latifundio, ni de la tierra, ni de los medios de comunicación. ¿Porqué son empresas de comunicación y por detrás de ellas hay grupos de empresarios y un modelo económico.

¿Cómo es el panorama de la prensa de izquierda en España?

Es deprimente. México tiene un excelente periódico, que es La Jornada. En Brasil, ustedes tienen Brasil de Fato, que es una hermosa experiencia de coordinación de los movimientos sociales para tener una publicación, lo que es muy difícil. En Italia, todavía existe Il Manifiesto y otros relacionados a la izquierda. Pero no en España.

* De la revista Caros Amigos

¿Quién es Pascual Serrano?

Nacido en Valencia (España) en 1964, Pascual Serrano, fundó en 1996, junto con un grupo de periodistas, la página Rebelión (www.rebelion.org). De 2006 a 2007, Serrano fue asesor editorial de Telesur. Hoy en día, trabaja con publicaciones españolas y de América Latina y mensualmente, con Le Monde Diplomatique. Entre sus libros sobre política y comunicación, se destacan: “Desinformación. Cómo los medios ocultan el mundo”, 2009; “Perlas 2. Patrañas, disparates y trapacerías en los medios de comunicación”, de 2007, y “Medios violentos. Palabras e imágenes para el odio y la guerra”.

Versión castellana: http://muticom.org/es/blog/3382/debemos-buscar-una-revolucion-mediatica/

Versión original en portugués http://www.brasildefato.com.br/v01/agencia/entrevistas/201cdevemos-buscar-uma-revolucao-midiatica201d/view

Quanto astio “La Repubblica”"!

Mi era sfuggita questa breve di “La Repubblica” della vigilia di Natale da Washington sul riconoscimento assegnato da “Le Monde” al presidente brasiliano Lula. Vale la pena.

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Massimo Tartaglia, Susanna Maiolo: come si dedialettizza l’alterità…

« Forse un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto esser la follia ».

Così cominciava Michel Foucault un suo testo, La follia, l’assenza di opera, prima di chiedersi che ne sarà della follia nel futuro.

Vediamo oggi, in particolare modo in Francia o negli Stati Uniti, l’ordine politico amministrare sempre di più il trattamento dei nostri folli, della nostra follia, seguendo le sue modalità politiche (igieniste e positiviste… efficacia, velocità, oggettività…). … Leggi tutto

¡Alerta, alerta que camina la espada de Bolívar por América Latina! Nasce il Movimento Continentale Bolivariano.

Da vaccamagra.blogspot.com

.Caracas.

Abbiamo partecipato, documentandola, alla nascita del Movimiento Continental Bolivariano. La dinamicitá e l’energia sentita ha ,a tratti, commosso e dato speranze. … Leggi tutto

La “fine del giornalismo”?

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Capitolo 1 – secondo paragrafo – La “fine del giornalismo”?

Non è stato il calore al fosforo bianco del conflitto iracheno a far regredire il giornalismo delle più grandi democrazie del mondo a una categoria che in qualche caso confina con quella di “stampa di regime”. Per stampa di regime non si intende un sistema classico di censura ma un sistema inattaccabile di reciproci favori e convenienze, in genere più lecito che illecito, ma ugualmente riprovevole e impoverente per il giornalismo. Oliviero Bergamini6, nel suo La democrazia della stampa, denuncia un processo che potrebbe addirittura portare alla “fine del giornalismo”. Aggiunge Furio Colombo dalle pagine de L’Unità7:

“Con l’immenso flusso informativo a disposizione nel mondo, che bisogno c’è dei giornalisti, ovvero della funzione professionale che da oltre due secoli questa categoria va svolgendo? Le aziende editoriali sono in grado di intervenire in ogni momento su tutto, a partire da un vasto materiale comunque disponibile. Quel che serve è il montaggio del materiale e la spalatura delle scorie, ovvero un brulicare di giovane manodopera precaria intercambiabile [...]. Non credo che sia esagerata questa rappresentazione del punto del contendere. Si può semplificare così: dei giornalisti non c’è più bisogno. Le notizie piovono dalla rete”.

I giornali e i giornalisti sogliono parlare della crisi del loro settore analizzando soprattutto il breve termine, evitando di guardare all’interno dei giornali e cercando cause esogene, incolpando spesso Internet e la sua apparentemente irredimibile gratuità. È una maniera per non guardare in faccia alle cause endogene di una crisi di lungo periodo della professione e dell’informazione in generale. Il giornalismo evita così di fare i conti con i quattro fattori, le quattro forze profonde e di lungo periodo che lo stanno minando dall’interno.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Il primo fattore è che è in atto un processo che ha assoggettato l’industria editoriale a quella parallela (ma diversissima) della pubblicità. È una cessione di sovranità che trasforma i giornali, e ancor più i TG, in contenitori di spot inframmezzati da notizie scelte meticolosamente tra quelle funzionali agli interessi degli investitori8. Se il giornalismo è sempre più spesso percepito come cinghia di trasmissione di interessi terzi, la perdita di credibilità della professione è una conseguenza non fortuita. Evidentemente ha ragione Furio Colombo quando dice che dei giornalisti in quanto tali non c’è più bisogno.

Il secondo fattore è la ristrutturazione del mercato del lavoro anche giornalistico, determinata dal modello economico vigente. La conseguenza visibile è stata l’aumento del numero di addetti: in Francia sono triplicati dal 1960 al 2000, in Italia sono quadruplicati negli ultimi quarant’anni9. Ciò è però avvenuto in un contesto di crescente precarizzazione, impoverimento culturale e proletarizzazione del giornalismo. In Francia è stato coniato un neologismo: proNétariat10, il proletariato digitale, vale a dire i lavoratori cognitivi coscienti della loro condizione di sfruttamento.

Il terzo fattore coincide con l’avvento di Internet, il nuovo medium con cui l’intera professione giornalistica è costretta a confrontarsi ridefinendo le proprie pratiche lavorative. Infine c’è la crisi, probabilmente irreversibile, del modello economico della carta stampata che da anni perde sistematicamente lettori e investitori, mentre anche televisione e radio così come le abbiamo conosciute nel Novecento attraversano un periodo di grande difficoltà. Tutto questo, come vedremo nel dettaglio, ha cambiato radicalmente, e in peggio, la professione giornalistica, ma soprattutto ha stritolato e postergato l’esigenza di un’informazione di qualità. Riferendosi al caso italiano, lo sostiene con chiarezza il vicesegretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Guido Besana11:

“Negli ultimi tre decenni si sono susseguite ondate di stampo diverso che hanno profondamente modificato il panorama editoriale. Quella pubblicitaria in primo luogo, con una crescita costantemente a due cifre percentuali degli investimenti, che ha fatto crescere il bisogno di addetti alle pagine non pubblicitarie. Alle aziende, a molte aziende, interessava avere più informazione solo per riempire le pagine tra una pubblicità e un’altra pubblicità. Nessuna attenzione ai contenuti, prodotti editoriali estremamente poveri, supplementi a iosa. […] Quella culturale la abbiamo sotto gli occhi, tutte le volte che ci capita di rivedere certe prime pagine o riascoltare certe interviste [del giornalismo dei decenni scorsi], che oggi di fronte all’approssimazione e alla disperazione dei modelli proposti non solo dalle televisioni commerciali ci paiono sideralmente lontane e inarrivabili, non solo per il loro austero bianco e nero. Da questa evoluzione è uscita sconfitta la qualità. Hanno perso la professione, l’accuratezza, la verifica, l’inchiesta, l’approfondimento. Hanno vinto l’approssimazione, la corrività, la pornografia in senso lato e il sensazionalismo. La massiccia espulsione dal ciclo produttivo di figure professionali non giornalistiche ha inoltre ridotto tutti i passaggi di mediazione e controllo che, con il ruolo di trasmissione dei saperi alle nuove generazioni che la categoria ha irresponsabilmente abbandonato, consentivano un sistema virtuoso di esaltazione dei patrimoni di qualità e professionalità”.

Tiziano_Terzani Il quadro tracciato da Besana non riguarda solo l’Italia. Nel mondo globalizzato il paradosso è che il giornalista professionista, per meri motivi di tempo e di bilancio, viaggia sempre meno, vede sempre meno con i propri occhi, anche se evita di ammetterlo, e sempre più spesso ha un background culturale inadeguato. Se bisogna coprire da lontano le elezioni nello Zimbabwe, chi lo dice che Nairobi sia meglio di Roma per raccontare Harare? I tempi di Ryszard Kapuściński12, che girava l’Africa permanentemente, o di Tiziano Terzani che viaggiava per l’Asia via terra13, appaiono definitivamente tramontati.

Oggi sono pochi i Robert Fisk14, giornalista del britannico The Independent, a poter stare di stanza a Beirut e consumare scarpe da Baghdad a Gerusalemme facendo un salto ogni volta che serve ad Amman o a San Giovanni d’Acri.

Non è un dettaglio l’esserci o meno e in particolare l’esserci con la cultura, il rispetto e la sensibilità di un grande inviato. Un Ryszard Kapuściński o un Robert Fisk si sono permessi un lavoro metodico di documentazione e indagine, di approfondimento storico e politico riguardo a quelli che vengono regolarmente stuprati dalla grande stampa ed etichettati come inspiegabili “conflitti dimenticati” e “guerre tribali” scatenati da un selvaggio e irrazionale odio etnico15. C’è tutta la differenza tra il vedere per raccontare e il descrivere le guerre coloniali come battaglie tra bianchi belli, buoni, coraggiosi e leali, da una parte, e selvaggi crudeli, fanatici e inclini al tradimento, dall’altra.

Ma se troppi articoli su un avvenimento nella striscia di Gaza sono scritti da qualcuno che sta a Roma o a Los Angeles e che a Gaza non è mai stato e probabilmente sa poco del conflitto israelopalestinese, la conseguenza è che il giornalista, per quanto bene intenzionato, non informa più. Al contrario comunica un’idea di mondo probabilmente standardizzata e sclerotizzata su luoghi comuni, fonti ufficiali o considerate autorevoli sulla fiducia e sotto l’influenza di portatori d’interessi politici ed economici. In tale visione di mondo, costruita da lontano su fonti di terza e quarta mano e su agenzie spesso altrettanto superficiali ed affrettate, la realtà, le cose come avvengono, gli avvenimenti come possono essere verificati andando materialmente a Gaza, Londra o L’Avana, non possono più sorprenderci. Ma se la realtà non viene materialmente verificata, finisce per essere oscurata dalla visione di mondo standardizzata della cultura di appartenenza del giornalista, della testata e del complesso mediatico-industriale. I fatti stessi divengono così non un’opportunità per parlare di un tema o per realizzare uno scoop ma un rischio da evitare. Così il giornalista non è più chiamato a formarsi un’idea sul campo, ma solo a interpretare la realtà attraverso i propri schemi mentali. Così i fatti non sono più quelli che si sono verificati ma quelli che si suppone che debbano essere e che sono altro rispetto alla realtà. Tutto ciò in un contesto dove, come sostiene Besana, all’accuratezza si sostituisce l’approssimazione e alla verifica delle fonti la corrività.

Conseguenza di tale processo è il rafforzarsi di un sempre più schematico, semplificato e avvilente “pensiero unico”, secondo l’espressione coniata da Ignacio Ramonet nel 199516, che filtra la realtà stessa accomodandola all’ideologia dominante.

Quanto conoscono del mondo un precario o un freelance che prende una miseria? Quanto viaggiano anche i ben pagati inviati e editorialisti delle maggiori testate? Anche al tempo dei voli low cost, molto meno che in passato. In questo stesso istante ci sono centinaia di giornalisti incatenati ai desk a scrivere di cosa succede a Timbuctù senza essere mai stati a Timbuctù. E tra un’ora staranno già scrivendo di Kabul o di Mumbai o più probabilmente di Londra e New York. Questi giornalisti hanno un vantaggio o uno svantaggio competitivo rispetto a uno studioso di Africa che voglia scrivere, magari sul suo blog, di quel remoto avvenimento a Timbuctù? Si dirà: ma anche il cittadino mediattivo, il blogger, non va sul posto! Non sempre è vero. Inoltre proprio il giornalismo tradizionale ha dimostrato di saper approfittare dell’uso che nel giornalismo partecipativo si fa di strumenti come Twitter, Facebook o YouTube, demonizzati o ignorati nella maggior parte dei casi, esaltati in altri. La morte della giovane Neda Soltan a Teheran il 20 giugno 2009, assassinata durante le proteste seguite alle elezioni dei giorni precedenti, ripresa col cellulare da un anonimo iraniano e ritrasmessa via Internet, fu riproposta abbondantemente dai media tradizionali ed è divenuta un simbolo sia della rivolta in Iran sia della capacità di Internet di supplire ai limiti del giornalismo tradizionale, impedito nel testimoniare i fatti (secondo i giornali stessi) dalla censura e dalla repressione del regime. Andando più indietro, dall’invasione dell’Iraq del 2003 e per molti mesi a seguire, la grande stampa internazionale si appoggiò spesso a un blogger di Baghdad, Salam Pax17, i testi del quale erano disponibili per tutti in Rete. L’uso stesso da parte dei media dei casi di Neda Soltan e Salam Pax testimonia in forme diverse come i giornali perdano ogni vantaggio competitivo rispetto a uno studioso motivato, esperto, colto, spesso titolato, che può, attraverso la Rete, analizzare in tempo reale, incrociare informazioni e pubblicare il proprio lavoro senza mediazioni né condizionamenti.

Ci torneremo sopra. Certo è che il giornalismo è sempre meno reportage e in particolare gli editoriali sono per definizione un lavoro di riflessione e commento (svolto in redazione o meglio nella casa di chi firma) che esprime la linea politica e ideologica del giornale stesso sul tema del giorno, esattamente come fanno molti blogger che dicono la loro sui temi dell’agenda giornalistica generale. In conclusione: de te fabula narratur.

Ma ciò che conta è la materialità ineludibile dei cambiamenti. Nel 1835 a Parigi Charles Luis Havas aveva fondato la prima agenzia di stampa, l’Agenzia Havas, che per oltre un secolo avrebbe mantenuto una posizione dominante in Francia. Nel 1846 oltreoceano cominciò a funzionare l’Associated Press. In Europa Havas fu seguito dalla Wolff a Berlino nel 1849, per la quale lavorò il giovane Paul Julius Reuters che nel 1851 si rese indipendente a Londra. A Torino nel 1853 Guglielmo Stefani fondò l’agenzia omonima che per novant’anni sarebbe stata l’agenzia di stampa italiana per antonomasia18.

Per almeno tre motivi, dal tempo di Guglielmo Stefani, Charles Havas e Paul Reuters a oggi tutto è cambiato nel mondo del giornalismo salvo che la centralità delle agenzie di stampa. In primo luogo queste permettono al giornalista di allontanarsi dalla notizia, ovvero svolgono un ruolo di mediazione tra notizia e giornalista, che a sua volta è mediatore tra agenzia e pubblico. In secondo luogo, creano la prima forma di concentrazione e di oligopolio nella scelta delle notizie che fino a metà Novecento è stata nelle mani della triade Havas, Reuters, Associated Press per poi evolversi in un oligopolio che vede oggi France Press al posto di Havas, fermo restando che le prime cinque agenzie al mondo continuano a produrre il 70% del mercato globale di notizie.

In terzo luogo, fino a ieri, le agenzie sono state a disposizione del solo giornalista e non del pubblico. Quest’ultimo, senza la mediazione del primo, semplicemente non aveva modo di essere informato. L’immagine del giornalista attaccato alla telescrivente è parte della mitologia novecentesca della professione. È attraverso tali strumenti che le notizie più importanti dell’età contemporanea hanno fatto il giro del mondo.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Con l’avvento di Internet le agenzie sono diventate disponibili, in tempo reale o quasi, per tutti. Pochi minuti dopo l’occhio attento può riconoscere frammenti delle agenzie originali dell’ANSA, dell’EFE, della DW, della Reuters, di AP in molteplici fonti. Siamo nell’epoca del copia e incolla e i giornalisti chiusi nelle redazioni spesso copiano anche le virgole. Vi sono costretti perché non sono in grado di aggiungere altro, e non è più loro richiesto di approfondire e contestualizzare il lancio, ma soprattutto lo fanno per arrivare un minuto prima nella catena di montaggio mediatica. Non è tutta colpa loro. La filosofia industriale del just in time, l’ideologia della riduzione di tempi e costi fa premio su tutto19 e in particolare, come vedremo, condiziona il giornalismo online dove il tempismo è considerato di gran lunga più importante dell’accuratezza. La pagina bianca, anche quella digitale, va coperta subito, importa sempre meno come.

La maniera in cui i media hanno seguito il conflitto iracheno è un esempio di come il giornalista tradizionale, al di là di ogni considerazione di natura politica, sia sempre meno padrone delle fonti.

Visti i rischi, indecifrabili ma elevatissimi, che correvano gli inviati sul posto, la stampa occidentale ha dovuto accettare di raccontare l’Iraq senza vederlo. E non lo ha fatto per una guerra dimenticata20 o per un’incomprensibile (agli occhi occidentali) tragedia postcoloniale del Sud del mondo. È stata costretta ad abbandonare il teatro di un conflitto chiave che da due anni riempiva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Ci si era andati molto vicini appena dieci anni prima, durante la guerra civile algerina. Per buona parte degli anni ’90 la situazione in questo importante paese del Nord Africa a ridosso dell’Europa fu talmente sinistra che l’unico medium occidentale a mantenere continuativamente un corrispondente da Algeri fu El País. Di mese in mese Jesús Ceberio21, il direttore del quotidiano madrileno, si trovò a fare i conti con una decisione difficilissima da prendere, che metteva a repentaglio la vita dei propri corrispondenti, ma rispondeva alla deontologia di un giornalismo vecchio stile: abbiamo il dovere di esserci a qualunque prezzo per raccontare. Chissà se oggi Ceberio sarebbe ancora dello stesso avviso.

Nel caso iracheno il giornalismo fu indotto ad abdicare e si limitò per lungo tempo a compilare di seconda mano l’informazione sulla guerra del Golfo. Si arrangiò interpretando il lavoro coraggioso degli stringer iracheni, oltre 300 dei quali persero la vita, quello di televisioni arabe come Al Jazeera o Al Arabiya, che ruppero il monopolio informativo occidentale e che per questo furono accusate di intelligenza col nemico. Oppure utilizzò il punto di vista del Pentagono confezionato nella zona verde di Baghdad. Quest’ultima fonte fu spesso considerata obiettiva (a torto, oggi che perfino George W. Bush si è scusato per aver creduto alle informazioni false e tendenziose fornite dai propri servizi segreti22) da redazioni di TG e quotidiani dove l’uso del modo condizionale è sempre più raro.

La sparizione del condizionale, ancor più di quella del congiuntivo, è un sintomo sia dell’impoverimento culturale, che impedisce anche a chi lavora con le parole, come i giornalisti, di usare una lingua ricca, sia della tendenza a considerare alcune fonti ufficiali come oggettive senza prendersi l’impegno di verificarle. Si tratta di una pratica disdicevole ma comoda per due motivi: si evita la fatica di verificare e non si rischia di entrare in conflitto con interessi potenti. Tutto questo fa parte di una logica di news management verso la quale Manuel Castells usa parole durissime affermando che “la copertura della guerra è stata caratterizzata dalla parzialità discorsiva23 […] dalla disinformazione alla mistificazione”. Castells scrive a ragion veduta di disinformazione e mistificazione.

Donald Rumsfeld Continuando con l’esempio della guerra in Iraq, il “Rapporto Waxman”24, redatto da una commissione della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, già nel 2004 rendeva pubblico un elenco verificabile di 237 affermazioni dimostrate come false pronunciate dal presidente George Bush, dal vicepresidente Dick Cheney, dal ministro della difesa Donald Rumsfeld, dal segretario di stato Colin Powell e dalla consigliera per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice. L’uso sistematico della menzogna per giustificare la guerra in Iraq, che trovò connivente una parte preponderante della grande stampa, decisiva nel formare l’opinione sulla guerra di decine di milioni di statunitensi e centinaia di milioni di persone nel mondo, è la forma parossistica di una malattia oramai generalizzata.

L’attività nelle redazioni, che in maniera morotea potremmo definire parallela e allo stesso tempo convergente con quella dei migliori blogger (confrontarne il lavoro è argomento centrale in questo libro), si trasforma sempre più da quella di cacciatrice di notizie (andare a vedere) in quella di analista di informazioni, spesso disponibili in Rete a chiunque abbia le competenze per procacciarsele. Il più competente, quello capace di fare le migliori analisi, può ancora essere il giornalista, ammesso che sia specializzato sui temi dei quali scrive e gli venga concesso il tempo necessario per produrre analisi accurate. Ma è una competizione sempre più difficile da vincere. Quando chi scrive lavorava a El País, a Madrid, era bello poter scendere una rampa di scale e andare nell’ufficio documentazione dove archivisti bravissimi reperivano in pochi secondi una cartina, un’immagine, un documento, tabelle, dati. In quel momento, era la metà degli anni ’90, quel grande giornale non aveva ancora un proprio sito web. In tutta la redazione c’era un solo computer collegato alla Rete, in dial-up, su centinaia di terminali disponibili. Nonostante usassi già da tempo Internet, i dati che poteva fornirmi l’ufficio documentazione, proprio sotto l’open space della redazione, potevano ancora essere reperiti (almeno in tempi giornalisticamente ragionevoli) solo se lavoravi per un grande giornale. Pochissimi anni dopo, con la Rete, i grandi giornali avevano già perso la maggior parte del vantaggio competitivo rispetto a milioni di utenti in grado di usare Internet come un enorme ufficio documentazione e di filtrarne e interpretarne criticamente i dati. In tale competizione il cittadino mediattivo25, se è bravo e intelligente, si cimenta sui temi che lo stimolano, si specializza in cose sulle quali è preparato, mentre il giornalista deve dedicarsi agli argomenti dettati dalle esigenze di redazione. In queste condizioni è facile trovare chi abbia competenze e professionalità tali da mettere sotto scacco i mass media producendo un’informazione indipendente sostenibile e giornalisticamente ineccepibile. Inoltre il concorrente del giornalista costruisce la propria autorevolezza in maniera non tradizionale basandola su sistemi di valutazione tra pari e non sulla cooptazione, che ne minerebbe l’indipendenza, e spesso è più specializzato del giornalista nel campo specifico.

Anche se affidare tutta l’informazione allo spontaneismo è probabilmente un’utopia irrealizzabile e forse indesiderabile, in termini di credibilità rappresenta un vantaggio non da poco per il blogger sul giornalista. Inoltre, come vedremo nei prossimi paragrafi, il mainstream è condizionato dal suo stesso enorme potere. Se da una parte appare onnipotente nella misura in cui può scegliere su cosa l’opinione pubblica debba essere informata e su cosa debba rimanere all’oscuro, allo stesso tempo si presta a essere criticato proprio per tale arbitrarietà.

Un esempio tipico è quello dei talk show politici. Vi sono molte maniere per umiliare le competenze di un esperto e far apparire tutti i gatti bigi. Facciamo l’esempio di Porta a Porta e di Bruno Vespa26, che il giorno della condanna del braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello dell’Utri, per estorsione in associazione col boss della mafia trapanese Vincenzo Virga, dedicò l’ennesima puntata al pigiama dell’infanticida di Cogne, Anna Maria Franzoni.

Quando Bruno Vespa organizza una puntata di Porta a Porta su un tema connesso, per esempio, col revisionismo storico o la genetica, in genere invita un solo storico o genetista serio e titolato a parlare di quell’argomento. Inoltre riempie il salotto di varia umanità, pubblicisti che si pubblicizzano, ospiti felici della comparsata e del gettone di presenza, e politici spesso tendenziosi o ideologici o semplicemente impreparati. Tutti vengono messi su un piano di parità, il che significa azzerare l’autorevolezza per livellare tutto, lo studio di una vita come la chiacchiera da bar.

Sarebbe poco interessante parlare di Porta a Porta, non fosse che milioni di italiani si fanno un’idea su temi cruciali guardando trasmissioni dove tra un accavallare di gambe in minigonna (che testimonia anche l’eterno immaginario maschilista della produzione), un po’ di psicologia spiccia, qualche tuttologo e vari politici che si posizionano alzando la voce, il punto di vista di tali soggetti può essere anteposto a quello di Rita Levi Montalcini o Claudio Pavone che alla genetica o alla Resistenza hanno dedicato una vita di studio.

Se in televisione, ma anche sui giornali, è sempre possibile tergiversare, in Rete accade un processo diverso. Quella digitale è un’informazione rivolta a un pubblico più selezionato ma la coerenza, la preparazione, l’autorevolezza non sono vittime dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’informazione propri del mezzo televisivo. Beninteso: anche la Rete è piena di cialtroneria ma la parola di un fisico nucleare, quella di un docente universitario esperto di risparmio energetico, oppure di un missionario da vent’anni in Africa non possono essere eluse: può essere restituita loro voce e possono veder riconosciuta la loro autorevolezza.

Nella forma della comunicazione in Rete, infatti, l’utente che cerca informazioni sull’energia nucleare andrà dritto al sodo. Così l’accavallamento di gambe o il politico iracondo che elude la domanda risultano totalmente decontestualizzati e perciò fuori gioco. Al contrario l’autorevolezza dell’esperta o dell’esperto, che il giornalista in TV sa ingabbiare, può essere finalmente fatta valere rispetto al programma televisivo organizzato per presentare una verità edulcorata ed elusiva. Tale modo di comunicare ha presto abbattuto distanze e barriere sociali (magari per erigerne altre rispetto al divario digitale) e ha rappresentato la cifra della Rete fin dall’inizio.

Per oltre un secolo il giornalista tradizionale aveva pensato di avere dalla sua l’autorevolezza, il controllo monopolistico sulle agenzie di stampa, la capacità di accedere a fonti privilegiate, la possibilità di intervistare i protagonisti, il mestiere, il fatto di dedicarsi a tempo pieno al tema in cui era specializzato e la possibilità di viaggiare per verificare con i propri occhi. Ciò rendeva il giornalista, e ancor più l’inviato, un vero sacerdote dell’informazione, un pontefice in grado di mediare tra la notizia e il pubblico. Nell’arco temporale di una generazione la trasformazione neoliberale già in corso del lavoro giornalistico, unita all’irruzione della Rete, ha spogliato il giornalista sacerdote della maggior parte dei suoi paramenti sacri.

Solo un paio di decenni fa era difficile per molti sindacare su quanto scrivevano i grandi inviati, Mimmo Candito, Ettore Mo, Bernardo Valli, di ritorno da un viaggio in uno scenario lontano. In pochi anni quel vantaggio che appariva incolmabile si è quasi azzerato.

Per un’intera generazione le scritture-agenzie sono a disposizione di milioni di persone in tempo reale. Non tutte queste persone, ma molte di loro, hanno la capacità di analisi e le competenze per interpretare la valenza delle agenzie senza alcuna forma di sudditanza nei confronti dell’editorialista di un grande quotidiano.

Alcune persone, tramite un semplice blog o iniziative editoriali più complesse, oppure in maniera estemporanea ma capace di raggiungere tutto il mondo, come ha testimoniato il 20 giugno 2009 l’anonimo iraniano che ha ripreso e ritrasmesso su YouTube la morte di Neda Soltan, la ragazza assassinata dai Basiji mentre manifestava contro il regime, fanno informazione in Rete, ponendosi in concorrenza per qualità ma anche per tempismo con i media tradizionali. Di conseguenza il giornalista tradizionale, già in parte vittima e in parte complice di una professione che cambia in peggio, perdendo il controllo sulle fonti cessa di stare al centro dell’informazione. Estremizzando il discorso del quadro nerissimo tracciato da Guido Besana o la “fine del giornalismo” evocata da Oliviero Bergamini o Furio Colombo, il giornalista in futuro potrebbe anche essere prescindibile, saltato a piè pari da chi è in grado di procurarsi da solo informazioni in Rete e rimpiazzato da propagandisti-comunicatori strapagati affiancati da manovalanza non autonoma e precaria per il resto del pubblico.

Senza interesse a ragionare su apocalittici scenari futuri, già oggi è stata ridisegnata e demistificata la via lattea dell’informazione. Almeno per chi è in grado di muoversi in Rete e di confrontare opportunamente fonti diverse, la salvezza dell’informazione sta nella modificazione dei criteri di attribuzione di autorevolezza. Questa smette di essere basata sulla verticalità, sul fatto che il tal informatore sia considerato autorevole solo perché qualcuno lo ha cooptato a lavorare per un medium ufficiale o vicino alle nostre idee. Al contrario, in un sistema di lettura delle notizie basato sul confronto di diverse fonti, l’attribuzione di autorevolezza diviene orizzontale e le competenze di un giornalista sono sotto verifica giorno per giorno e articolo per articolo indipendentemente dal medium per il quale scrive.

Accettare tale ridisegno sarebbe un fattore di arricchimento sia della dialettica democratica che dell’informazione. Il cittadino mediattivo confronta e sceglie continuamente aumentando in maniera proporzionale la propria coscienza critica rispetto ai media, alla cucina dell’informazione, alla capacità di comprenderne la meccanica. Ciò lo porta a muovere in direzione della riappropriazione dell’informazione come bene comune, lo rende più sensibile alla disinformazione e più portato a svelarla, rivelarla e a criticarla.

E anche se rivelandola o criticandola non è detto che abbia (sempre) ragione, avrà compiuto comunque un passo nella direzione di una maggiore consapevolezza.

Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, Modena, Nuovi Mondi, 2009, pp. 351. ISBN: 9788889091715, Acquista subito al prezzo speciale di 10.20 Euro.

Cile: quanta fretta Don Jorge!

200px-Jorgearrate A urne aperte in Cile continua a stridere il candidato della sinistra radicale Jorge Arrate (nella foto) che ripete ogni volta che può che non vede l’ora di appoggiare Eduardo Frei nel ballottaggio. Per fermare le destre, aggiunge, e meno male.

La vita di Don Jorge è specchiata e non vale la pena personalizzare le accuse o pensare chissà cosa di torbido. Ma dopo che quasi mezzo secolo di militanza nel partito socialista era stata archiviata per criticarlo da sinistra fino a diventare il candidato della coalizione “Juntos Podemos Más” (che comprende il PCCh, gli umanisti e altre forze minori a sinistra della Concertazione), tanta collateralità con l’ex presidente sta spingendo molti cileni di sinistra verso l’astensione. Continua

Sulle elezioni in Cile leggi anche: Elezioni in Cile: Il “cambio” vuol dire un Berlusconi cileno?

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Alla faccia vostra e in segreto

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Manuel Castells: "Il futuro è Internet e Tv"

«Internet e la tv sono due costellazioni della comunicazione che sono destinate a convivere l’una accanto all’altra, anche se in uno scenario che sarà progressivamente diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Per certi versi Internet assorbirà al suo interno la tv. Ma il mondo di Internet, che è il mondo della ‘autocomunicazione di massa’ non sostituirà quello della tv, che è il mondo della comunicazione unidirezionale, da uno, il broadcaster, verso tutti. E poi la galassia della tv è specializzata e concentrata su due sole tipologie di contenuto: l’entertainment e l’infotainment, mentre Internet è molto più ampia». E’ così che Manuel Castells, tra i maggiori studiosi a livello mondiale della società dell’informazione, che da vent’anni si interessa di Internet e del suo impatto sulla società contemporanea, vede l’azione reciproca dei due media più potenti.

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Dalla Colombia alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Santa Ana de Coro.

Arriviamo da Santa Marta(Colombia) a Maracaibo alle dieci del mattino dopo 12 ore di pulmino anziché 7 a causa del bus che prima si ferma con la batteria scarica e che poi buca una ruota.
Alla frontiera di Maicao non abbiamo nessun problema nonostante in precedenza ci avessero detto il contrario a causa delle tensioni Colombia-Venezuela.

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Nucleare: minaccia iraniana o pericolo pakistano?

Nel momento in cui l’Iran è nell’occhio del ciclone per la sua presunta, ma piuttosto probabile, volontà di diventare l’ennesima potenza nucleare del pianeta, un’altra minaccia ben più concreta si profila all’orizzonte geo-strategico contemporaneo.

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